Nel fumetto Pride of Baghdad, che il nostro gruppo di lettura ha affrontato in lingua inglese, la storia viene narrata attraverso dialoghi essenziali, didascalie, espressioni, colori – o assenza di colori – e per essere decifrato, interpretato e compreso richiede quindi specifiche competenze.

Proprio a partire da questa convinzione il gruppo di lettura Dialoghi a fumetti ha intrapreso su un percorso interrogandosi sulla relazione tra linguaggio nel fumetto e del fumetto, comunicazione e relazione.

La prima riflessione si è incentrata proprio sul concetto di linguaggio. Definire il linguaggio come uno strumento codificato al servizio della comunicazione, può darci un punto di partenza. Possedere il codice però come abbiamo rilevato anche attraverso le letture, può non essere sufficiente a entrare in relazione e quindi a raggiungere una comunicazione compiuta. Di contro abbiamo riflettuto sul fatto che (e poi sperimentato che) non avere piena confidenza con il codice, con il linguaggio, stimola una sfida interpretativa che cerca appigli in canali non verbali che aprono anche a modi nuovi di relazionarsi. O ancora, abbiamo esperito l’incontro con mondi astratti da conoscere e da decifrare che spingono a cambiare le categorie e ad aprirsi a possibilità interpretative in continua evoluzione.

Nel fumetto infatti gli accostamenti di mondi interpretativi diversi che proseguono a volte parallelamente senza incontrarsi e in altre si intersecano dando vita a sguardi nuovi, più ricchi si dispiegano agli occhi del lettore con una grande forza evocativa.

Cover di Pride of Baghdad, ed. Vertigo.

Tre sono i titoli inseriti in questo percorso:

Pride of Baghdad  di Brian K.Vaughan e Niko Henrichon

Un Anno vol. 1 – Primavera di Jean-David Morvan e Jiro Taniguchi

L’approdo di Shaun Tan

Si è sviluppato così un viaggio interessante tra presenze, assenze e divergenze, che vorremmo iniziare a riportare a partire dal volume di Vaughan e Henrichon.

Pride of Baghdad scritto appunto da Brian K.Vaughan e illustrato da Niko Henrichon, pubblicato da Dc Vertigo, ha rappresentato un’esperienza di lettura davvero d’impatto sotto molti punti di vista.

Innanzi tutto ci ha messo davanti ad un impianto grafico sbalorditivo. I colori avvolgenti e la maestosità dei disegni sono parte integrante della storia e ne creano una scenografia credibile, bellissima e per questo ancor più spietata.

La scelta di leggere un fumetto in una lingua diversa dall’italiano, ha fatto del linguaggio uno strumento interpretativo nuovo. La distanza ha richiesto un’attenzione diversa ma ha permesso di notare e forse di sorprenderci di piccoli messaggi che in una lingua usuale avrebbero forse attirato meno l’attenzione o che sarebbero passati come scontati. Esempio priario ne è stato il titolo con il suo doppio “significato”, che in italiano potrebbe essere assimilato a “branco” o “fierezza”.

Altro fatto interessante è che il linguaggio verbale nel fumetto è interamente veicolato dagli animali che sono i protagonisti di questa vicenda. Lungi dall’essere personaggi di stampo disneyano, i protagonisti sono un branco di leoni vissuti in libertà prima, e nello zoo di Bagdhad poi, almeno fino all’inizio della vicenda che ci viene raccontata e cioè il progredire della seconda Guerra del Golfo.

Lo scenario in cui la storia si svolge è quindi quello impervio e tragico della guerra in cui trovare un orientamento è difficile e in ogni caso mai definitivo. E i personaggi si muovono infatti sempre sul filo della tragedia. I quattro personaggi ci guidano in un mondo esteriore ed interiore in cui i concetti di libertà, pace e umanità sono continuamente ribaltati.

Se la giovane leonessa vede la cattività come il male assoluto, come privazione originaria di libertà e quindi come diminuzione della sua “umanità”, la leonessa più anziana svelerà presto che la realtà è più complessa e non così romanticamente netta come la giovane la vorrebbe.  Il capo branco e il giovane cucciolo nato in cattività completano il quadro. I due maschi guidano il lettore lungo un percorso diverso, fatto interamente della ricerca di un ruolo che definisca l’identità. È un percorso particolarmente arduo in un contesto come quello della guerra che elimina qualunque paradigma della vita normale.

Siamo quindi stati guidati da questo branco lungo le strade di una Baghdad piena di contraddizioni, che tramite agli occhi di questi leoni così umani sembrano innegabili e assurde.

Lo sguardo che ci viene proposto è limpido, non corrotto, ma neanche esterno o oggettivo. E’ lo sguardo di una vittima che non accetta di essere ridotta a tale e che lotta per la propria dignità con la stessa forza con cui lotta per la vita. E quindi non c’è niente che può essere mistificato nel messaggio. Nulla può essere frainteso, la verità che gli autori decidono di raccontare è monumentale. E proprio come un monumento si lascia osservare senza dire niente più del dovuto, ciascuno è libero di accostarsi con la propria sensibilità e cogliere quanto è in grado di comprendere, ma qualunque sia il livello a cui si decide di leggere questo fumetto, rimane semplicemente impeccabile e toccante.

Gli uomini compaiono fisicamente solo nel finale e di loro sappiamo solo che sono soldati statunitensi, il che ha dato il via ad una discussione interessante. Il fumetto è infatti, per il resto, popolato solo animali. Ci troviamo in una grande città, ma non c’è traccia di umanità, gli uomini si intuiscono all’interno di mezzi militari o in fuga, ne vediamo le tracce, e ne troviamo presenza nelle parole dei leoni, ma non compaiono mai, quasi a lasciare la strada aperta ad un’interpretazione in cui gli animali sostituiscono completamente l’uomo.  La comparsa dei soldati collega apertamente la storia ad una realtà che conosciamo, a fatti e discussioni che possiamo facilmente riportare alla mente ad una guerra precisa, ad un determinato momento storico, tanto più che ci viene detto che la storia prende le mosse da un fatto di cronaca. Di quei leoni abbiamo infatti una documentazione reale ne conosciamo i nomi e il destino, di gran parte dei soldati o dei tanti civili non si potrebbe dire lo stesso, assume quindi ancora un’ennesima sfumatura. Viene quindi scardinata un’interpretazione che rischia di essere troppo piatta o banalizzante. I leoni sono davvero leoni, gli uomini sono altro, anche all’interno della narrazione.

La comparsa degli uomini ci fa quindi chiedere che tipo di posizione gli autori stiano assumendo. I soldati sono americani e vediamo una bandiera degli Stati Uniti sventolare nel finale. I soldati vengono quindi accolti come salvatori? Ma la storia ci racconta che, almeno secondo il punto di vista interno, non è rimasto più nulla da salvare. Gli autori di contro ci sembra non prendano neanche una posizione critica nei confronti di una vicenda tanto controversa soprattutto per la popolazione statunitense. Non è una denuncia contro l’intervento armato in una precisa situazione. Ci sembra piuttosto che, se di denuncia si deve parlare, gli autori si soffermino sull’assurdità della guerra, la violenza indiscriminata e la sua futilità. E in questa chiave anche la maestosità dei disegni, sembra denunciare l’irrazionalità della distruzione che con la bellezza inevitabilmente contrasta. Ma il compito di schierarsi resta chiaramente nelle mani del lettore, che può trarre da Pride of Baghdad innumerevoli spunti, nessuno dei quali può senza dubbio lasciarlo indifferente.

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