Oggi è la “Giornata della Memoria”, che noi di Laputa celebreremo in un incontro al Villaggio Cultura – Pentatonic, parlando di poesia e fumetti: Il coltello che ricorda di Hilde Domin, Jan Karski di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso, Irmina di Barbara Yelin. Tutto è legato dal filo della memoria e dalla facilità delle scelte, dal guardare dall’altra parte, spinti e accompagnati da chi per proprio tornaconto ammanta di giustizia, come un tempo e come sempre, vittimismi, giudizio, rovesciamenti di categorie.

Foto Luigi Cecchi 2013

E allora, proponiamo un breve testo inedito (tradotto per la prima volta qui da Paola Del Zoppo). Hilde Domin, nel 1978, recitò questo appello alla Westdeutscher Rundfunk (una diffusa radio della Germania Federale) per risvegliare le coscienze e la memoria di coloro che rifiutavano ai profughi vietnamiti l’approdo in Europa dimenticando che pochi anni prima molti europei di cultura o religione ebraica erano stati costretti alla fuga, anche loro spesso su navi che non venivano fatte approdare. Tra questi, la stessa intellettuale e poetessa Hilde Domin, che parla quindi dalla prospettiva ravvicinata, interna, di una cittadina europea del 1978, ma che aveva vissuto in prima persona l’esodo, la fuga e il ricordo che mette in luce e fa appello ai connazionali, invitando a non categorizzare le “esistenze al margine” per opportunismo, per “stare bene ora”, per scegliere, ancora una volta, la chiusura al mondo.

Hilde Domin

Nave senza porto

Appello per l’accoglienza dei profughi del Vietnam, 23. 11. 1978

Davvero strano che alle notizie sulla situazione disperata di 2500 profughi vietnamiti sulla piccola nave da Singapore a nessuno torni alla mente: Ma non l’abbiamo già vissuta questa cosa, alla fine degli anni Trenta, con tutti i particolari? Allora erano quelle navi di ebrei. Abbiamo letto, sconvolti, di come quelle navi si spostavano di terra in terra, e alla gente non era permesso approdare, finché non furono ricondotti ad Amburgo: proprio ai loro boia. E in molti si suicidarono alla vista della città. Non poterono approdare neanche in Palestina, tra l’altro. A parte quelli che fecero esplodere le barche: alcuni sopravvissuti giunsero illegalmente alla costa, e furono salvati da organizzazioni fuorilegge, come quelle di Begin.

Quindi non vi meravigliate se un articolo di testa di un quotidiano di Heidelberg propone, letteralmente, di “rifornire quella nave senza porto di viveri e medicinali e di sostenere gli ingenti costi per riportare la nave completa alla costa vietnamita” … “E’ il comandamento del tempo presente, fermare il flusso di profughi dal Vietnam”, prosegue quell’articolo di testa. Così, proprio così, reagì il prossimo – prossimo? – negli anni Trenta. Anche allora forse non si badò ai costi per rispedire indietro i profughi. Indietro verso lo sterminio, l’universo non ha posto per voi! A Singapore, così si leggeva sulla <Frankfurter Rundschau> agli sventurati fu rifiutato lo status di rifugiati, perché erano arrivati sulla nave corrompendo persone e quindi avevano contribuito al profitto di altri. E chi all’epoca, era fuggito senza che altri ne traessero profitto? Solo i profughi dei primissimi anni. La Francia li prende, dice, quelli che lì hanno famiglia o parlano francese o sono stati in servizio per la Francia. Anche questo suona noto, chi aveva famiglia all’estero o amici intimi, aveva il permesso di restare. “Non del tutto sbagliato”, dice il giovane editorialista di Heidelberg. Ciononostante, meglio rimandarli tutti indietro in Vietnam.

Questi uomini immiseriti resteranno esistenze al margine, “destabilizzanti”. Molti, già allora, volevano fermare il “flusso dei profughi”. Alla televisione, i servizi sulla Notte dei cristalli veniva detto che tutti sarebbero dovuti andare via. Ma che mancanza di fantasia! Quelli che negano l’asilo ai profughi vietnamiti, sono forse migliori dei nostri contemporanei che non fecero approdare gente come noi? Il governo di Bonn invia 500000 marchi. Non potremmo prendere 500 persone? Io stessa ero bloccata su una nave da trasporto munizioni che doveva salpare dalla Giamaica quando, per un caso particolarmente fortunato, all’ultimo momento mi venne concesso di scendere a terra. Altrimenti non sarei qui a fare questo appello:

Deve essere custodito
come se venisse da tempi bui

uomini come noi noi tra loro
viaggiavano su navi avanti e indietro
non potevano approdare da nessuna parte

uomini come noi noi tra loro
non potevano restare
e non potevano andare

uomini come noi noi tra loro
non salutarono gli amici
e non vennero salutati

uomini come noi noi tra loro
su coste straniere
chiedevano perdono di esistere

uomini come noi noi tra loro
vennero protetti

uomini come noi noi tra loro
uomini come voi voi tra loro
chiunque

può essere spogliato
denudato
pupazzi di uomini nudi

più nudi degli animali
sotto i vestiti
il corpo delle vittime

spogliati
quelli con ancora il guscio intorno al mattino
corpi bianchi

Tutti! Quelli che ancora sono a casa, in quella che chiamano “sicurezza”, dovrebbero mostrare, per una sorta di debito di gratitudine la disponibilità ad aiutare coloro che sono fuggiti per salvarsi la vita. Oggi sono quelle persone minute e operose dall’Indocina. Ma si vede già chi saranno i prossimi. “Mentre fanno la barba al tuo vicino, metti la schiuma sul mento”, dicono gli spagnoli, che conoscono la disgrazia faccia a faccia.

Testo: Trascrizione dell’appello: Schiff ohne Hafen/ Nave senza porto, in H. Domin, Aber die Hoffnung (Ma la speranza), Piper, pp. 86-89, trad. di Paola Del Zoppo

Per i versi: H. Domin, Tempi bui (versione 1966), in Il coltello che ricorda, Del Vecchio Editore, 2015, trad. di Ondina Granato

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