Nameless scritto da Grant Morrison, disegnato da Chris Burnham, e colorato da Nathan Fairbairn è stato oggetto del terzo incontro del gruppo di lettura “Dialoghi a fumetti”. In Italia è pubblicato dalla SaldaPress, nella traduzione di Leonardo Rizzi.

Nameless ci è apparso fin da subito un fumetto particolare, innanzitutto per un target più definito. I fumetti letti in precedenza erano senza dubbio adatti a lettori di età differenti, mentre questo fumetto, per la complessità della narrazione e per la natura dei temi trattati, ci è sembrato più adatto ad un pubblico adulto.

© Luigi Cecchi 2017

Stilisticamente il fumetto si presenta con le stesse caratteristiche di un fumetto americano di supereroi: vignette spezzate, testo molto fitto e incolonnato che risponde a logiche tipografiche. È da tenere presente che il formato originale prevede la pubblicazione in volumetti di sole 36 pagine, è quindi necessario per l’autore far sì che il lettore sia catturato dalla storia sfruttando al massimo il poco spazio a disposizione. Le scene più violente o più crude compaiono segnalando i passaggi narrativi che originariamente segnavano i volumi, creando suspence e giocando con le aspettative e l’orrore del lettore.

La veste grafica si attaglia però facilmente alla narrazione, adattandosi ai momenti della storia e allo stato d’animo dei protagonisti, assecondandone anzi le variazioni e l’andamento, sottolineando con cambiamenti cromatici al limite dello psichedelico il distaccamento dalla realtà del protagonista, i suoi incubi e le sue psicosi.

L’interpretazione ha dato spazio ad una bella e ricca discussione, proprio perché il fumetto non presenta una narrazione lineare e apre la strada a diverse letture.

 

 

Morrison gioca in modo scaltro con le aspettative del lettore, e il susseguirsi di rimandi che vanno dalla fantascienza alla psicologia, dall’occultismo alla scienza aiutano il lettore ad addentrarsi nell’opera seguendo un percorso del tutto personale ed è questa “sfida” che spinge il lettore ad immergersi in un mondo che rimarrebbe altrimenti respingente. Nel contempo, l’intertestualità stessa rappresenta il cliché da scardinare. La tecnica intertestuale rivela infatti anche l’ironia dell’impostazione e si pone talvolta come trappola, come carta adesiva che adesca il lettore e lo vincola più o meno consciamente a una lettura che può poi rivelarsi errata. Questo procedimento, unito a una narrazione di per sé non lineare, con continui salti temporali e spaziali e con incursioni nelle allucinazioni o nei sogni dei protagonisti, concorre ad accentuare il senso di spaesamento del lettore. Personaggi indefiniti (anche il protagonista rimane “Senzanome”), situazioni macabre e angoscianti, tutto è un vortice che attira il lettore nell’a-razionale. Ma è in questo stesso gioco di rimandi e richiami che l’autore ci propone degli appigli, e ricodificando, troviamo un modo per addentrarci e scorgere le sfaccettature del mondo ostile rappresentato nel fumetto.

 

 

L’autore ci mostra un’umanità che messa difronte alla paura della fine perde se stessa e sfoga in istinti disumani la propria disperazione. Le domande archetipiche “chi sono e cosa faccio qui”, lasciano spazio a risposte inquietanti che affondano le radici nell’oscurità di cui ciascuno può cadere vittima, come certamente l’autore vuole dimostrare con questa opera.

Il fulcro centrale della storia appare la domanda “che cos’è essere umano”, laddove, nel corso della discussione le possibili interpretazioni hanno fatto scontrare punti di vista diversi, anche antitetici. Chiedersi cosa vuol dire essere umani è stato individuato da alcuni lettori come sintomo di una dissociazione indotta. In una realtà in cui tutto è possibile, in cui i confini di giusto e sbagliato si assottigliano è facile perdere sé stessi e la propria umanità, trovandosi quindi ad interrogarsi sulla propria natura.

Ma nel corso della discussione è stato sottolineato come proprio l’ancorarsi a quella domanda sia, per il protagonista, un richiamo della ragione a non lasciarsi sopraffare dall’orrore di cui è protagonista e forse complice.

Utilizzando stilemi e sottotracce tipici della letteratura del sovrannaturale, dell’occulto e del demoniaco, è evidente che l’opera si concentra proprio sull’umanità nei suoi molti aspetti, e in particolare sulla condizione umana contemporanea e sulla società globale, con i molti mali che la affliggono. Ma forse in questo panorama apocalittico l’autore lascia uno spiraglio di speranza, perché quando il pericolo è scampato e la paura non controlla più le menti delle persone, queste riconoscono i crimini che hanno commesso, si guardano le mani e trovandole imbrattate di sangue comprendono. Quel lieve spiraglio di dolore è un’immagine che l’autore ci propone per ricordarci che “essere umano” è e deve essere anche provare dolore per sofferenze al di fuori di noi, com-patire, e così avere una possibilità individuale di accettare le proprie responsabilità.

LA POESIA

Quando abbiamo letto Nameless non avevamo ancora pensato a leggere una poesia associata a ogni fumetto. Ma nello scrivere la recensione condivisa ci è venuta in mente la bellissima poesia di Dylan Thomas, And Death Shall Have no Dominion. Qui nella traduzione di Ariodante Marianni e, di seguito, in versione originale. Sul bel blog POTLATCH – molto interessante per chiunque ami la poesia – si trova una registrazione molto nitida della poesia in inglese letta ad alta voce da Dylan Thomas.

Dylan Thomas

E LA MORTE NON AVRÀ PIÙ DOMINIO

E la morte non avrà più dominio.
I morti nudi saranno una cosa
Con l’uomo nel vento e la luna d’occidente;
Quando le loro ossa saranno spolpate e le ossa pulite scomparse,
Ai gomiti e ai piedi avranno stelle;
Benchè ammattiscano saranno sani di mente,
Benchè spofondino in mare risaliranno a galla,
Benchè gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Sotto i meandri del mare
Giacendo a lungo non moriranno nel vento;
Sui cavalletti contorcendosi mentre i tendini cedono,
Cinghiati ad una ruota, non si spezzeranno;
Si spaccherà la fede in quelle mani
E l’unicorno del peccato li passerà da parte a parte;
Scheggiati da ogni lato non si schianteranno;
E la morte non avrà più dominio.

E la morte non avrà più dominio.
Più non potranno i gabbiani  gridare ai loro orecchi,
Le onde rompersi urlanti sulle rive del mare;
Dove un fiore spuntò non potrà un fiore
Mai più sfidare i colpi della pioggia;
Ma benché matti e morti stecchiti,
Le teste di quei tali martelleranno dalle margherite;
Irromperanno al sole fino e che il sole precipiterà,
E la morte non avrà più dominio.

 

DYLAN THOMAS

AND DEATH SHALL HAVE NO DOMINION

And death shall have no dominion.
Dead men naked they shall be one
With the man in the wind and the west moon;
When their bones are picked clean and the clean bones gone,
They shall have stars at elbow and foot;
Though they go mad they shall be sane,
Though they sink through the sea they shall rise again;
Though lovers be lost love shall not;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
Under the windings of the sea
They lying long shall not die windily;
Twisting on racks when sinews give way,
Strapped to a wheel, yet they shall not break;
Faith in their hands shall snap in two,
And the unicorn evils run them through;
Split all ends up they shan’t crack;
And death shall have no dominion.

And death shall have no dominion.
No more may gulls cry at their ears
Or waves break loud on the seashores;
Where blew a flower may a flower no more
Lift its head to the blows of the rain;
Though they be mad and dead as nails,
Heads of the characters hammer through daisies;
Break in the sun till the sun breaks down,
And death shall have no dominion.

 

Ringraziamo tutti i partecipanti a Dialoghi a fumetti per la recensione, e Luigi Cecchi per la splendida immagine-omaggio.