Mercoledì 20 marzo Laputa ha partecipato con un’attività di allestimento e analisi della “mostruosità” a un incontro dei MUCIV di Roma nell’ambito del corso per insegnanti “L’invenzione della razza”. L’intervento è avvenuto al Museo Pigorini, nel corso della lezione della prof.ssa Paola Del Zoppo sul tema delle discriminazioni e categorizzazioni.

Si è parlato di interazioni linguistiche, analisi dei testi, di avere la possibilità e la capacità di creare spazi di interazione sani e liberi, insistendo sull’autonomia di analisi delle parole e del linguaggio, sul creare linguaggi condivisi, e sulla capacità di distinguere un ambiente o un’azione aggressiva, passivo aggressiva, manipolativa.

Luigi Cecchi – Mostro Pinocchio

Mappe e strumentazione: lo spazio sano.

“Ogni definizione va presa con senso critico, ricordando che il linguaggio usato ci può liberare o imprigionare, per quanto riguarda la comprensione della realtà. Infatti i concetti che usiamo non sono la realtà, ma una sua descrizione e il rapporto tra concetti e realtà è simile al rapporto tra una mappa e il relativo territorio. Perciò conviene costruirsi delle buone mappe.” (Roberto Tecchio)

Nel corso della lezione, svolta con modalità attiva e partecipata, gli insegnanti hanno avuto modo di sperimentare tecniche di dialogo nonviolento. Per questo, siamo intervenuti anche con una breve riflessione sulla possibilità di gestire in maniera positiva i conflitti, di riconoscere e lavorare sulla de-escalation, e sulla libertà – e il dovere – di leggere criticamente la realtà che ci circonda.

Una modalità di acquisizione di strumenti di “azione” nei conflitti è allenarsi a riconoscere al più presto i comportamenti passivo aggressivi e manipolatori, che portano o a una gestione violenta del conflitto con una vera e propria deflagrazione, o all’adattamento di una delle parti coinvolte, a un plagio, una perdita della propria identità.

Luigi Cecchi, Il sognatore

Per questo, durante l’incontro abbiamo lavorato sul concetto di microaggressione e ci siamo esercitati a descrivere i conflitti e le aggressioni leggere, viste o subite in prima persona, senza alcuna “violenza” linguistica, evidenziando come anche nella narrazione di una violenza, si può incorrere in altra violenza, contribuendo pur senza volerlo all’escalation. Una narrazione nonviolenta di un torto subito o riconosciuto può invece contribuire a svelare il meccanismo aggressivo senza entrare nella spirale della moltiplicazione dell’aggressività. Uno degli strumenti mostrati è stato il nostro “Diario delle microaggressioni”:

A lungo andare il subire lievi o meno lievi aggressioni può condurre alla volontà di assimilazione da parte dell’aggredito nei confronti dell’aggressore (in senso micro- o macrosociale). E’ questo uno dei modi di creare mostruosità, esseri innaturali, persone poco autentiche e anche sofferenti della loro inautenticità, costantemente disilluse nella loro idea di avvicinamento all’altro, perché vittime di una menzogna recepita e autogenerata, quella secondo cui “le cose sarebbero più facili stando “tra quelli come lui”, fino ad arrivare a percepire “la concezione che aveva di sé era sbagliata e che questo modo di essere, più limitativo, è quello reale.” (E. Goffman)

Qui si rivela infatti uno dei grandi inganni della società di oggi, la proposta di relazioni sempre più rarefatte. Di chi è “disabile”, si sente dire “poverino, non può fare le cose da solo”. E chi potrebbe, d’altronde, fare da solo? Può o deve essere una persona essere tutto cervello? Tutto occhio, tutto bocca?

L’inganno è nel non rovesciare mai la visione: non è forse bello poter fare le cose insieme, potersi dividere le fatiche? Non è forse bello avere degli amici per la vita, dei rapporti coltivati e duraturi? Non arrendersi alla facilità delle relazioni, non cedere ai vittimismi e restare vicini alle persone più piene di attenzioni per gli altri e solide?  

Invece spesso una persona può adattarsi agli altri, spesso proprio tramite dinamiche di adattamento in quelle che Freud, in Psicologia delle masse e analisi dell’io, diceva essere “tradizionalmente le relazioni preferenziali di analisi della psiche individuale: genitori e fratelli, l’oggetto amato, il maestro, il dottore”, e adattandosi, lasciarsi rendere un mostro. Ma se cominciassimo con il cambiare il focus delle relazioni obbligate? Adattarsi al microscopico mondo evocato e riflesso da chi ci circonda, magari per sentirsi meno mostruosi, può arrivare a rovesciare la percezione delle relazioni.

Invece di valorizzare le relazioni durature e autentiche, che rendono possibile andare oltre gli stigmi e accogliere la diversità come forma di unicità e bellezza, immersi nella manipolatoria concezione della superiorità di chi “impara a stare da solo” ci rendiamo sempre più deboli e vittime di un sistema di poteri piccoli e grandi che fa delle separazioni il suo punto di forza. Il messaggio degli uccisori di mostri arriva chiaro e inequivocabile: se si vuole essere felici, bisogna essere simili, tralasciare la lealtà, la fedeltà, l’integrità, a favore del successo e della “felicità a breve termine”. Ma allora essere “buoni” e credere nella bontà oggi ci rende mostri, esseri poco normali e normati?

A questo si è dunque collegata la riflessione su cosa è mostruoso e cosa non lo è in relazione al concetto di stigma.

Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana. Partendo da questa premessa, pratichiamo diverse specie di discriminazioni, grazie alle quali gli riduciamo, con molta efficacia anche se spesso inconsciamente, le possibilità di vita. Mettiamo in piedi una teoria dello stigma, una ideologia atta a spiegare la sua inferiorità e ci preoccupiamo di definire il pericolo che quella persona rappresenta talvolta razionalizzando un’animosità basata su altre differenze, come quella di classe. […] (E. Goffmann)

Una mostra modulabile per le scuole e la riflessione sociale

Con i materiali della nostra Mostri&DiMostri, abbiamo dunque riflettuto sulle domande essenziali:

Quanti sono i mostri che abitano il nostro quotidiano? I mostri sono mutati o non mutati? E soprattutto: La metamorfosi è del mostro o di chi non lo sembra?

E se ci mutiamo: come arriviamo a cambiare idea su di noi?

Partendo dall’idea che la possibilità di stigmatizzare è nelle mani di chi ha un potere – comunicativo, di leadership, politico, di categoria sociale, o anche di riconoscimento nella relazione – es. lui/ lei è il mio/ la mia ragazza, ha quindi più diritti dei miei amici, del mio/ della mia ex e così via, in una sorta di supremazia della “instant relationship” – abbiamo quindi accennato alla necessità di costruirsi una strumentazione per il riconoscimento di questi poteri e soprattutto delle disparità che a questi poteri danno forza. Che succede quando il potente non è così facile da individuare o se la disparità non dipende da un potente riconoscibile? L’effetto del potere potrebbe essere sottile e diffuso. Importante è dunque allenarsi a leggere testi e sottotesti, e soprattutto a riconoscere le relazioni autoritarie e che tendono a mantenere lo squilibrio. Mantenere o creare uno squilibrio, mettere le persone le une contro le altre, è infatti un altro tipo di relazione manipolatoria, utile a mantenere il potere nelle mani di chi aizza gli animi.

L’ironia contro la falsificazione

Una possibile strategia di rovesciamento del potere è certamente l’ironia: L’ironia dà fiducia a chi ascolta: gioca con l’intelligenza del destinatario; ridicolizza e dissacra: riporta persone e situazioni ad una dimensione in cui un dialogo paritario è possibile; mette in luce ipocrisie e falsità.

Ovviamente in ogni interazione ironia e derisione potrebbero confondersi, le parole sono uno specchio con cui decifrare ogni forma di manipolazione e rovesciamento. Per questo, si è riflettuto sulla connessione tra ironia e riconoscimento delle microaggressioni, per creare un buon terreno per lavorare su un ambiente sano, di vita e di apprendimento. Alcune domande possono essere utili a distinguere tra ironia e microaggressione:

  • Sto deridendo qualcuno? Chi derido?
  • Su chi faccio battute? Che tipo di battute?
  • Le battute mettono in imbarazzo di fronte ad altri? (es. su FB bisogna stare molto attenti).

Una volta stabilito che il mostro è un mostro perché io lo ho reso tale per me, perché mi sono lasciato convincere dagli altri che lo è, e perché mi crea fatica gestire il conflitto in maniera creativa, abbiamo creato dei mostri esercitando anche la discussione collaborativa, e poi i partecipanti hanno strutturato e allestito la loro mostra con i materiali di Laputa, i pannelli descrittivi elaborati dalla stessa prof.ssa Paola Del Zoppo, e i disegni dei mostri creati da Luigi Cecchi su concept di Jacopo Masini. La mostra, mobile e rimodulabile all’infinito, ha permesso di ragionare, seppur brevemente, sulla potenzialità dell’utilizzo didattico dell’arte come spazio morale del superamento delle convenzioni, di apertura di spazi di riflessione che vadano al di là delle concezioni stigmatizzanti o di stigma rovesciato, cioè di valorizzazione di ciò che appare normale. Vi presentiamo qui le bellissime foto della mostra realizzata dai partecipanti al corso.

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