Cover: Immagine omaggio di Luigi Cecchi.

Nei nostri incontri di Dialoghi a fumetti abbiamo deciso di affrontare un breve percorso percorso tematico sul fumetto giapponese e asiatico, e abbiamo iniziato prendendo in esame una delle opere più caratteristiche di Jiro Taniguchi: Furari edito da Rizzoli Lizard nel 2011 e tradotto da  Vincenzo Filosa.

Cover Rizzoli Lizard 2011

Il fumetto presenta una narrazione cadenzata, poetica, e una continua giustapposizione di immagini e rimandi porta il lettore ad immergersi completamente in un’atmosfera che appare cucita ad arte, probabilmente anche con una considerazione particolare per il lettore europeo o comunque non giapponese. La storia segue le vicende del cartografo Tadataka Ino, in un susseguirsi di episodi durante i quali la prospettiva del protagonista si mescola con quella di diversi animali che in un modo o nell’altro ne intrecciano il cammino e ne plasmano la fantasia.

Il cartografo, uomo sapiente ormai in pensione, trascorre le sue giornate misurando la città in cui vive e perfezionando il suo metodo con l’aspirazione di poter un giorno misurare distanze più grandi. Il protagonista è spesso in cammino, e come il più classico dei topoi sulla letteratura che narra il rapporto con gli spazi, misurando i propri passi e la città il cartografo conosce e si conosce, fa i conti con la Storia e con il suo “passare nella Storia”.

Immaginare di poter esperire il mondo dal punto di vista degli animali appare una maniera per comprendere più a fondo ciò che lo circonda, modificando anche la percezione delle grandezze. Gli animali, presenze non caratterizzabili, troppo spesso marginalizzate, rappresentano però un’idea di eternità, di presenza simbolica e costante.

Così il protagonista diventa gatto per scoprire la bellezza che non è mai volgarità, diventa falco per mettere distanza tra sé e il mondo e così facendo scoprire i dettagli che creano un insieme maestoso, diventa libellula per cogliere le mille sfaccettature che la realtà offre, diventa tartaruga per immergersi nello scorrere del tempo. Il cartografo, preciso misuratore del mondo, si lascia sorprendere – e con lui il lettore, e accoglie con serenità e gioia i nuovi punti di vista, per diventarne sintesi.

Anche solo l’idea che si possano guardare le cose da un punto di vista diverso apre a infinite possibilità: il narratore è infatti lui stesso anche l’elefante che con la sua assenza ispira al cartografo la costruzione di un nuovo strumento di misurazione.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Furari

Se gli animali lo aiutano a leggere il mondo e sé stesso nel mondo, le relazioni dànno un senso e uno scopo a questa presenza. L’incontro con il poeta Kobayashi Issa determina in senso politico il suo sogno e la sua ambizione. La “vocazione” del poeta lo porta ad essere ramingo e a vivere dell’aiuto di quanti apprezzano la sua arte, ma non esiste altra vita per lui degna di essere vissuta, nessuna vita che allo stesso modo lo farebbe rimanere fedele a sé stesso. Allo stesso modo il cartografo è in “dovere” di misurare il mondo, quella è la sua arte e quello è il suo scopo, il suo vero posto nel mondo.

Non è quindi strano che non solo non venga ricompensato, ma anzi debba investire soldi ed energie per poter letteralmente misurare il mondo e compiere così la sua opera più grandiosa. Incontriamo infatti il protagonista ormai in pensione, in grado di mettersi completamente al servizio della sua passione, del suo ikigai, il motivo per cui vale la pena vivere, e il poeta o il pittore che il protagonista incontrerà lungo la strada lo aiuteranno a comprendere l’importanza di aderire a quello scopo e attraverso quello scoprire se stesso.

Ma la relazione più significativa è senza dubbio quella con la sua compagna di vita. Attraverso la figura di questa donna, l’autore veicola il messaggio fondamentale dell’intera opera, non è quindi un caso che sia l’unico personaggio a tornare costantemente nelle avventure del cartografo. Nella relazione tra i due infatti è la poesia del quotidiano a risaltare è il lirismo della consuetudine, della familiarità e della pace data da un’intimità vera, mai tradita, nonostante gli ostacoli e le distanze che a volte sembrano divenire incolmabili.

Tutte le scelte stilistiche sono coerenti alla narrazione, Taniguchi ci spinge ad essere parte della storia, ad essere parte dell’atmosfera, per questo i rimandi sono chiari anche per noi che abbiamo del mondo che descrive solo una conoscenza mediata. Si ricollega palesemente alle vedute del monte Fuji di Hiroshige, ricalca le atmosfere dei romanzi di Kawabata, richiama Nagai Kafu e ovviamente Natsume Soseki, e infarcisce i dialoghi degli haiku più famosi, così che chiunque sappia leggere e interpretare il messaggio, pur distante.

Questo lirismo del quotidiano è il messaggio più forte che l’opera trasmette. L’autore, che probabilmente in parte riflette sé stesso nel protagonista, ci invita a riconsiderare il nostro sguardo sul mondo, non vuole raccontarci qualcosa, vuole farci passeggiare in un mondo capace di sorprenderci ad ogni passo. Il titolo stesso dell’opera ne è il suo manifesto: Furari – senza meta. Non c’è un punto di arrivo nella storia, la narrazione non racconta, mostra e trasmette, lo stesso scopo del protagonista rimane in sospeso, non sappiamo se raggiungerà il suo obiettivo, ma non importa, sappiamo che metterà a frutto la sua passione e le sue relazioni per essere una nota in armonia con il resto, e per questo è per noi un esempio semplice e potente di felicità.

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