Questo diario ha ormai raccolto un buon numero di microaggressioni e nonostante la lunga pausa nelle attività, ha iniziato a riscuotere un buon successo. Molte sono le persone raggiunte e molte sono le microaggressioni ricevute dai lettori. Questo ovviamente intristisce da un lato ma dall’altro ci sembra un segnale positivo. Una microaggressione riconosciuta, per quanto in ogni caso spiacevole, è più probabile che rimanga inerte e che non inneschi il meccanismo trasformativo dell’identità o della percezione dell’identità dell’individuo, cosa assai probabile lì dove le microaggressioni rimangono non riconosciute.

In ogni caso per celebrare questo momento che riteniamo positivo, abbiamo deciso di dare spazio ad un piccolo approfondimento.

Abbiamo visto che è molto facile che le microaggressioni si presentino sottoforma di pubblicità, di forme distorte di marketing e in generale in tutti quegli ambiti in cui creare insicurezze e fragilità diventa funzionale al raggiungimento di interessi economici, politici o di potere. Queste forme di manipolazione sono spesso più facilmente riconoscibili perché sebbene parlino all’emotività delle persone non si innestano su un livello relazionale più intimo, mentre non è così per quanto riguarda l’arte che invece tende inevitabilmente a creare questa relazione.

Negli incontri che Laputa svolge nelle scuole ci siamo trovati molto spesso a chiedere ai ragazzi di individuare in quali occasioni si può dire di un poeta, che mente. Non mente quando racconta di fantasmi o elfi, di viaggi nel tempo o nello spazio, mente quando ci racconta qualcosa che sa che piacerà al suo pubblico. Mente quando blandisce gli osservatori per farli sentire compresi, parte di qualcosa o migliori in qualche modo (più colti, più intelligenti, più furbi). Facendo questo crede o spera di accrescere la sua fama, il suo “potere” o più banalmente il suo ego o il suo conto in banca, non accorgendosi spesso di essere anche lui vittima di un meccanismo mistificatorio che lascia credere che la vera arte non paghi né in termini economici né di riconoscimento.

Facendo questo l’artista agisce per categorie e sulle categorie, e oltre a mancare al suo ruolo rischia di dare adito a contenuti violenti o microaggressivi, è su questo che vorremmo concentrarci in questo breve articolo.

Le microaggressioni sono strettamente legate alle categorizzazioni e alla gerarchizzazione delle categorie applicate. Da quando l’esperienza del diario ha preso il via abbiamo notato quanto sia facile che il ricorso alla categorizzazione abbia a che fare con il rapporto uomo-donna e con il sessimo. È stato facile raccogliere episodi di maschilismo più o meno esplicito, nessuno degli episodi che abbiamo ricevuto riguardava invece l’aggressione di uomini in quanto tali. Questo è senz’altro specchio di un maschilismo ancora capillarmente intessuto nella mentalità comune, ma ciò che salta all’occhio osservando con attenzione è che gli uomini fanno più fatica a riconoscersi vittime o a raccontare un’aggressione subita, e questo è senza dubbio l’altra faccia della medaglia.

In questo piccolo approfondimento abbiamo quindi deciso di concentrarci sulla rappresentazione artistica del sessismo. Due iniziative internazionali, entrambe collegate strettamente al mondo del fumetto, possono essere usate come riferimento, non prese come parametro assoluto, ma senza dubbio come strumento utile ad orientare lo sguardo. La prima iniziativa, forse più famosa, è conosciuta in internet come “The Bechdel Test”. Alison Bechdel, fumettista americana, pubblicò nel 1985 all’interno della sua striscia umoristica “Dykes to Watch Out For”, tre semplici regole per misurare la presenza di personaggi femminili nei film di Hollywood, per monitorarne il ruolo e la profondità. Le tre semplici regole sono:

  1. La presenza di almeno due donne all’interno del film
  2. Le due donne presenti devono parlare tra loro
  3. I dialoghi tra le due donne non devono riguardare un uomo.
The Rule – Dykes to Watch out for, Alison Bechdel

È incredibile constatare che molti film, allora come oggi, non riescano a soddisfare questi tre semplici requisiti.

Ovviamente non si giudica in questo modo il valore intrinseco del film, ma non far comparire personaggi femminili all’interno di un film, o attribuire a questi ruoli relativi esclusivamente alla definizione di un personaggio maschile, racconta una storia molto precisa riguardo ciò che gli anglofoni chiamano “Underrepresentation” e che da qualche anno è divenuto un tema sensibile per Hollywood, sia in materia di diversità di generi sia dal punto di vista delle etnie. Il Bechdel test è stato infatti adattato anche dal punto di vista della presenza di personaggi non caucasici .

Questo tipo di mistificazione ha sempre i due risvolti più banalmente stereotipizzati: uno per le donne, relegate ad un ruolo subordinato di eterne comprimarie, l’altro per gli uomini spinti ad un protagonismo a tutti i costi in cui il bisogno dell’altro è debolezza e le relazioni devono sempre rimanere strumentali. Sarebbe interessante creare un sistema di regole per monitorare la rappresentazione mistificatoria degli uomini all’interno di film e fumetti, monitorare in quanti casi siano loro a subire violenza senza che sia riconosciuta come tale. Lungi dal riproporre una narrazione in cui sono gli uomini ad essere i protagonisti, potrebbe avere il doppio effetto di togliere alla donna il ruolo predefinito della vittima e di liberare l’immaginario collettivo dagli stereotipi del maschile.

La seconda esperienza di cui raccontare riguarda di nuovo il mondo del fumetto, è meno diffusa e meno canonizzata, ma a nostro avviso altrettanto interessante, si tratta della cosiddetta Hawkeye Initiative.

L’iniziativa nasce su una piattaforma social, Tumblr, piuttosto diffusa tra gli adolescenti anglofoni, e mira a svelare l’atteggiamento microaggressivo e maschilista nascosto nella rappresentazione di molti dei personaggi femminili nei fumetti americani supereroistici. Le donne presentate come forti, vengono spesso disegnate in abiti improbabili e volgari, inoltre pose giudicate provocanti ma che appaiono spesso innaturali sono praticamente onnipresenti.

Hawkeye punta a svelare la violenza sfidando gli utenti a considerare l’immagine del personaggio femminile e ridisegnare un personaggio maschile nella stessa posa e con degli abiti simili (con una predilezione per il personaggio di Occhio di Falco, ritenuto un eroe non abbastanza “macho”, un umano devoto e fedele agli amici e alla famiglia, che preferisce il ruolo di comprimario e che per questo, secondo i promotori dell’iniziativa, sembra non riscuotere grande successo). Il risultato la maggior parte delle volte è assolutamente ridicolo.

Hawkeye Initiative:
The Comics Magazine #34  by Jim Balent

L’assunto è che se un personaggio maschile che assume una determinata posa risulta ridicolo mentre la controparte femminile risulta “provocante”, il disegno del personaggio femminile sta rimandando un’immagine di una donna “diminuita” rispetto all’uomo, ipersessualizzata, e in ogni caso artificiosa.

Perché il tema della rappresentazione sta diventando tanto importante?

Banalmente, l’arte è un punto di riferimento nella formazione dell’identità del singolo. Abbiamo bisogno di miti, di simboli e di personaggi da cui imparare e a cui aspirare, o al contrario che ci aiutino a riconoscere i comportamenti non desiderabili, stigmatizzati e stigmatizzanti.

Secondo noi c’è un passo in più da fare. Proprio come le microaggressioni che ci accompagnano ogni giorno, una costante rappresentazione mistificante di determinate categorie, a lungo andare modifica il pensiero del singolo, che sia esso parte della categoria “dominante” o di quella “subordinata”, e mantiene lo status quo da cui è generato, anziché creare crescita e progresso. In questo senso l’arte manca al suo compito più importante e quindi l’artista, tradendo se stesso, mente.

Come diario di microaggressioni, come associazione culturale Laputa, vorremmo continuare ad essere vigili in questo senso ma sfuggendo qualunque tipo di atteggiamento categorico. E’ ovvio che Via col vento, presenti delle questioni legate quanto meno al razzismo (anche se nella versione originale Mammy, parla con lo stesso accento dei personaggi di Black Panther e questo dovrebbe dirla lunga riguardo al grande parlare che si fa oggi sul tema della rappresentatività, perdendo spesso di vista il senso più profondo), così come i primi (ma non solo) James Bond, oltre ad sollevare questioni circa il razzismo, ne solleva moltissime sul sessismo. Ma questo non vuol dire che siano film da demonizzare.

Nell’ambito dei fumetti anche quelli che secondo noi sono dei capolavori, come Blacksad scivolano a tratti nella rappresentazione strumentale del corpo femminile. Questo di per sé non li rende meno degni di essere letti. È importante però, che le microviolenze e le mistificazioni vengano riconosciute e giustamente ricollocate nel tessuto artistico o narrativo. Avere strumenti ci aiuta a far suonare dei campanelli, possiamo decidere di ignorarli o possono infastidirci a tal punto di non permetterci di apprezzare l’opera, ma in ogni caso svelano l’inganno e quindi ci danno potere e ci danno modo di allenare la sensibilità e fare un passo in più verso la possibilità di ambienti in cui essere “sensibili”, non sia un limite ma una preziosa risorsa.

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