Nel documentario una cosa che cerco sempre di evitare è quella di dare delle risposte, preferisco cercare di creare dei punti di domanda, dei dubbi, delle inquietudini, dei momenti di empatia.

Intervista di Ilaria Troncacci.

Durante il festival Animavì di cui abbiamo già scritto qui e qui, abbiamo avuto modo di assistere alla proiezione di alcuni cortometraggi del documentarista Filippo Biagianti, tratti dal ciclo Memorie Vive. Abbiamo approfittato della sua disponibilità per poterlo intervistare e l’occasione si è trasformata in un viaggio attraverso storie inattese e sorprendenti. Filippo Biagianti si è rivelato anche di persona un eccellente cantastorie, capace di entrare veramente in relazione con le persone che incontra ed in grado quindi di riportare le molte storie di cui è affollata la sua strada in modo autentico ed affascinante. Attraverso i suoi racconti ci ha accompagnato in giro per l’Italia, per l’Europa e oltre dipingendo un quadro politico e sociale a volte drammatico ma sempre onesto e partecipato. Abbiamo cercato di far risaltare la grande capacità di Filippo di mettere in relazione la forza, la tenerezza e la fragilità del mondo, dell’umanità, la grande apertura della sua visione che esce da molte categorie per “raccontare” come a ogni latitudine ci siano storie degne di essere raccontate, storie che è etico raccontare nella maniera più limpida possibile.

Prima dell’intervista, abbiamo avuto l’occasione di assistere in anteprima alla proiezione del corto Basilio, un documentario che riprende la narrazione di un anziano signore sardo che nel raccontare un sogno racconta di sé, della sua storia e della Storia con la S maiuscola. L’interno della casa di Basilio, un’ambientazione scarna e realistica, acquista ancor più profondità nel montaggio con riprese della natura e immagini della presenza dell’uomo in quella natura. Una presenza impressa, non disegnata, a sua volta naturale. Basilio è parte di un nuovo progetto che raccoglie i racconti dei sogni di abitanti ultranovantenni dell’entroterra sardo. Così, da questo siamo partiti nell’intervista.

Foto ©Luigi Cecchi 2012

Come nasce questo progetto?

Il progetto nasce in collaborazione con il dottor Alessandro Coni, psichiatra e appassionato della cultura millenaria sarda, dalla sua intuizione in certo senso azzeccata di andare a cercare le storie attraverso i sogni di queste persone. Perché il racconto di Basilio nasce da una domanda: “Cosa sogni? Ma non da bambino, cosa sogni ora, da centenario.” Lui ha iniziato a raccontare partendo da Mussolini, delle immagini che tornano nei suoi sogni di un discorso fatto ai minatori. Ma poi da lì scavando un po’ più a fondo, parlando di sogni è venuta fuori tutta la storia dei debiti del padre, della paura, della fatica e infine l’orto, l’acqua. Elementi che sono emersi in tutti i sogni degli altri. Tutti sognano che gli vengano portate via le cose, la casa, l’acqua, la terra. Con la terra in particolare dimostrano di avere un legame unico, è davvero come se fosse un secondo sangue. Questo perché ovviamente, come dice anche Basilio, non avere più l’orto significava la morte, la morte per fame. Non c’erano alternative, certo c’era una mutualità tra compaesani, un reciproco aiuto che poteva però fino a un certo punto perché la situazione della Sardegna continentale agli inizi del Novecento era terribile, come tornare a trecento anni prima. In queste zone è arrivata l’elettricità negli anni ’50. Sono realtà molto dure e la famiglia di Basilio era una delle più povere in una condizione di povertà assoluta. Ora è una famiglia normale, vive in un condominio, in una casa propria nello stesso paese di cui racconta nel cortometraggio e in cui tutt’ora è praticamente autonomo. Basilio e la moglie vivono soli nel proprio appartamento, figli e nipoti vivono nello stesso palazzo. Ovviamente parliamo di paesini del centro della Sardegna, i termini palazzo e condominio sono relativi, si tratta in realtà di palazzetti in cui le famiglie nel corso degli anni costruiscono il piano di sopra e poi quello sopra ancora, così che nello stesso palazzo trovi la prima generazione e poi la seconda, insomma tutta la famiglia.

Abbiamo iniziato a girare con Basilio e abbiamo fatto altre 10 interviste, non tutte hanno la forza della storia che Basilio ci racconta, ma tutte sono importanti. Ad esempio intervistando persone più ricche e istruite ci siamo trovati proiettati in un mondo differente. Abbiamo intervistato un professore e una ricca signora, le esperienze sono diverse, raccontano della scuola, della barca, della pesca. All’improvviso scompare tutto, loro vivono già in un mondo proiettato nel futuro, Basilio e il suo mondo non ci sono più. Si tratta però di una minoranza. Alessandro quindi ci aveva visto lungo, perché per lo più nei sogni compaiono dei temi ricorrenti l’acqua, la terra, i morti che tornano sempre sotto forma di amici, nemici, consiglieri.

La linea narrativa che vorrei dare è quella di ricostruire il sogno in modo semplice, anche frammentario, se necessario. Nel caso di Basilio è stato un montaggio più elaborato perché una storia così doveva essere in qualche modo sostenuta da degli accostamenti, da delle immagini evocative che accompagnassero le belle parole del racconto, anche perché poi i sardi quando parlano italiano usano un eloquio perfetto, con delle parole anche antiche che ti spiazzano.

È un lavoro complesso e faticoso perché il materiale è tantissimo, ci trovi in mezzo delle pepite ma ci sono anche tante cose che non si possono raccontare, storie di cronaca terribili di cui si ha ancora memoria e che segnano ancora molte vite. Tutto questo dovrà poi essere mediato da Alessandro perché io posso raccontare le storie ma come lui interpreterà è tutto da vedere, in che modo vorrà trarre le conclusioni. Quello che a me piacerebbe fare è ricostruire questo mondo onirico attraverso le immagini che avete visto. L’Ogliastra è un mondo pieno di suggestioni, usate con un minimo di cognizione potrebbero da sole raccontare grandi storie.

Anche a partire da queste suggestioni, che cosa è per te la poesia e che ruolo ha nei tuoi lavori?

 Io credo che, come diceva Fofi quando l’ho intervistato qualche giorno fa, se la poesia viene ricercata a tutti i costi, stanca e allora è meglio la prosa. Mi è capitato di vedere cose che vanno forzatamente alla ricerca della poesia e alla fine ottengono esattamente l’opposto. Quando mi confronto con una storia da raccontare, devo trovare il modo di raccontarla senza scadere nell’ovvio o nel didascalico. Nel documentario una cosa che cerco sempre di evitare è quella di dare delle risposte, preferisco cercare di creare dei punti di domanda, dei dubbi, delle inquietudini, dei momenti di empatia.

La poesia per me è il saper raccontare il reale in una maniera onesta ed efficace. Io credo che nel mondo, nella vita di tutti i giorni ci siano tante cose poetiche che però non vengono notate perché non c’è mai il tempo di fermarsi a guardarle, spesso si tratta di cose che possono ad un primo sguardo sembrare fuori posto. 

Ad esempio ora sto facendo un cortometraggio con dei rifugiati di un centro d’accoglienza, con estrema difficoltà, perché entrare in un centro per rifugiati con la videocamera è praticamente impossibile, un sacco di storie dalla questura. Insomma sto girando in questo albergo, i famosi alberghi in cui vengono ospitati i rifugiati. Un albergo in disuso di proprietà della Chiesa che è stato adibito ad ospitare questi rifugiati che sono famiglie, ragazzi. Sono pakistani, ivoriani, maliani, nigeriani. Uno di questi ragazzi ha imparato subito l’italiano e lo hanno assunto. Nell’albergo c’è una cucina dove lui fa da cameriere e da barista. Vicino a questo albergo c’è un monastero che stanno ampliando ora con una sala congressi, quindi la squadra di operai che si sta occupando di questi lavori si ferma spesso a mangiare nel ristorante gestito dai rifugiati. Mentre giravo un giorno sono arrivati gli operari si sono seduti al tavolo e questo ragazzo è andato a servirli. Io li ho osservati per capire in che modo si sarebbero comportati, temendo delle brutte reazioni da parte loro e invece si sono messi a scherzare si sono un po’ presi in giro. Insomma una scena bellissima e sono dei momenti che se tu riesci a restituire in maniera onesta diventano da soli più forti di tanti artifici poetici.

Insegnando in accademia ho visto un effetto pratico di questa insensata ricerca della poesia a tutti i costi, alcuni miei allievi ci cadono rincorrendo il già visto, il rifatto, lo slow motion che rischia di rimanere un artefatto fine a se stesso. E talvolta purtroppo anche i registi che ricevono premi e che hanno grandi mezzi cadono in questo meccanismo. A me piacerebbe avere disponibilità tecniche per poter dire: “fammi quell’inquadratura, muovi quella camera”, mi piacerebbe anche che rimanesse comunque pieno di senso. I nostri anni di Daniele Gaglione è un esempio perfetto di questa cosa, secondo me è uno dei più bei film sulla Resistenza, insieme alla Notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani. La storia è semplice, ma è il modo in cui è raccontata e soprattutto come è messo in scena, è lo “sporco” che vedi sulla pellicola che ha una forza inarrivabile. Ci sono invece dei film con un approccio molto hollywoodiano dal punto di vista della fotografia o della narrazione, che però anche se tecnicamente ben fatti rimangono poco credibili e non ti lasciano niente.

Penso che almeno per quanto riguarda il documentario la poesia vada ricercata nelle cose semplici, nella capacità di riportare la realtà in maniera umile e semplice. Un esempio che mi è capitato tra le mani è stato grazie al mio amico Ruben Lagattolla che è stato ad Aleppo, poco prima che nascesse l’Isis nel 2014 (l’Isis nasce a giugno del 2014), quando ancora ad Aleppo erano rimasti gli ultimi baluardi di tentativi democratici di gestire una possibile rinascita che però son stati subito debellati. Lui ha filmato il suo viaggio che è poi diventato un film Young Syrian Lenses. Nel girato c’era una scena che poi nel montaggio finale è rimasta esattamente così come era, abbiamo aggiunto solo una sura del corano cantata da una bambina. Fermi ad un check point in attesa che i soldati spiegassero loro come e dove attraversare per via dei cecchini, vedono uscire dal nulla una bambina vestita con un completino blu e rosso in pendant con la cartella. Si ferma lì, i miliziani continuano a parlare tra loro. Lei è piccolissima, li guarda dal basso aspettando di capire quello che deve fare. Poi all’improvviso uno la guarda, senza dire nulla si incammina e lei gli va dietro. C’è questa lunghissima carrellata di questa bambina che continua a camminare con il miliziano davanti che l’accompagna per dirle eventualmente di farmarsi o di andare via. L’accompagna finché arrivano in un punto in cui lei sa evidentemente come proseguire da sola, inizia a correre e sparisce dall’inquadratura e chissà che fine ha fatto. In questa sequenza c’è tutto quello che ci deve essere. La bambina è completamente fuori luogo, sembrava impossibile che una ragazzina così potesse uscire in una situazione del genere, in una città assediata eppure è così. La realtà delle volte è più poetica di qualsiasi poesia. Questo è quello che si dovrebbe ricercare secondo me. Voi avete visto Fuocoammare di Rosi, lui ha fatto un’operazione stupefacente, mettendo sullo schermo l’orrore più orrore, ma con una forza lirica incredibile. L’inquadratura fissa della stiva della nave in cui c’è un intreccio di cadaveri assolutamente identico a quello che si vede ad Auschwitz, un’inquadratura che dura diversi secondi, e nonostante le critiche sterili che ha suscitato alla sua uscita, quella scena è perfetta, è onesta e potente. È poesia, proprio perché racconta in maniera del tutto onesta quello che effettivamente succede nel Mediterraneo, gli ha dato una forza incredibile.

Come nasce la tua scelta del documentario come modalità espressiva?

Con il documentario puoi lavorare in autonomia, non hai bisogno di attori, non hai bisogno di chissà quali mezzi tecnici. A me piacerebbe trovare una storia e riuscire a sceneggiarla, ma da solo non puoi farlo. Mentre con il documentario posso semplicemente ascoltare e quando capisco che c’è qualcosa che mi interessa cerco di andargli dietro e di rubare il più possibile. È anche vero che è un lavoro ingrato perché segui una storia anche per mesi, investi tempo e energie e poi ti accorgi che non funziona. È capitato, si parte con le migliori intenzioni e poi non funziona perché ad un certo punto la storia non è più vera, non funziona più. O magari funziona ma semplicemente cambiano le realtà. Il documentario di cui parlavo, quello sulla Siria, che rimane un bel documentario molto forte, fatto bene, ora non funziona più. Ruben era stato bravo a recuperare i momenti di vita quotidiana, non di guerra, la guerra è lo sfondo ma tu vedi la vita delle persone, la scuola i bambini. Ora però non esiste più, Aleppo non c’è più, la Siria che si vede in quel documentario non esiste più. Dei ragazzi intervistati in quel documentario, uno è entrato nell’Isis, uno è scappato in Olanda, uno fa il fotografo e credo sia tutt’ora in ballo tra la Siria e la Turchia. Gli altri non so. Ma ad Aleppo non ci è rimasto nessuno. E adesso che la narrazione mediatica ha altre priorità nessuno si preoccupa del fatto che ci sono 12 milioni di Siriani 4 dentro e 7 fuori che da qualche parte devono finire, nessuno dice che tutto l’integralismo islamico si è spostato nei Balcani, che vai in Kosovo e vedi le bandiere nere dell’Isis che prima erano a Raqqa e ora si sono spostate dall’altra parte dell’adriatico. Il documentario è anche questo, riprendi la realtà, poi la realtà cambia e tu ti ritrovi con una cosa ben fatta ma che non racconta più la verità, è solo un’altra storia. Però è chiaro che questa cosa che ho, questa voglia di raccontare, di mettere su schermo le storie, lo puoi fare più facilmente con il documentario. Io faccio il giornalista per la provincia di Pesaro mi occupo di tante cose, ora seguo Animavì, ma mi può capitare di andare a fare le foto ad una frana o l’inaugurazione di una scuola. Oramai un la gente sa quello che faccio e grazie a questo mi capitano delle storie incredibili.

Ad esempio tempo fa stavo facendo un lavoro sull’enogastronomia, sui piatti tipici e mi serviva qualcuno che mi riportasse indietro nel tempo, nel bosco di 50 anni fa. C’era questo signore a Rapecchio, Leonello, già il nome è tutto un programma, sapeva che faccio interviste legate alla memoria, alla storia queste cose qui. Quindi mi è venuto a cercare e mi ha detto: “Io sono uno storico e voglio fare l’intervista.” Mi ha detto cose molto belle, ma a un certo punto siccome gli avevo detto che per un periodo ero stato tra i carbonai per delle riprese, lui mi dice: “Ma tu la sai la storia della serpe e il carbone?” E inizia a raccontare questa storia pazzesca: ad Apecchio c’era una famiglia molto particolare, viveva in una casa senza elettricità e senza acqua tanto è vero che il comune gli mandava ogni tanto il messo comunale a controllare che fossero vivi o che comunque non ci fossero grandi problemi a livello igienico. Il messo raccontava che tutte le volte che andava a trovare questa famiglia si spaventava perché sull’uscio di casa c’era sempre una biscia acciottolata. Lui ogni volta cercava di mandare via il serpente e ogni volta la donna usciva di casa e lo rimproverava “Non mi toccare il cocco mio” diceva. Pare che questa fosse una tradizione dei carbonai. I carbonai passavano infatti diversi giorni nei boschi e dovevano quindi portarsi dietro il cibo, solitamente pane e polenta che facilmente attirano i topi. Di certo non potevano portarsi dietro i gatti che vanno dove gli pare e che per fame mangiano quello che trovano. Quindi prendevano queste bisce da piccole, le allevavano e le tenevano lì. I serpenti non hanno bisogno di niente, pane e polenta non ne mangiano, mangiano solo i topi, così allo stesso modo la donna aveva il serpente anziché il gatto per tenere la casa pulita dai topi. E questo è un esempio, di storie così ne ho trovate tantissime. Incontri gente e tutti hanno storie da raccontare alcune sono più vere e potenti di altre ma comunque le persone sono miniere.

Pannoni, che è un grande documentarista e che ho avuto la fortuna di conoscere quando è venuto a Pesaro per fare un workshop durante la mostra del cinema, ha fatto tutti i suoi documentari nel suo territorio, mi ricordo che ci disse proprio: “Io non ho bisogno di andare in Amazzonia per girare i documentari, io ho Roma.”  E il bello del documentario è questo che ti permette di andare a prendere le storie sotto casa, ma poi devi saperle raccontare. Il problema vero è che queste storie queste produzioni spesso rimangono nel limbo. Questo io lo dico praticamente da mister nessuno, ma la situazione purtroppo è comune. Ho fatto un’intervista a Manfredo Manfredi il primo giorno di festival e anche lui era amareggiato riguardo alla situazione del cinema di animazione in Italia. Mi ha raccontato che negli anni ’70, quando lui era all’inizio della carriera, c’erano dei bandi governativi per il finanziamento di opere cinematografiche documentarie e di animazione. E lui diceva che questi bandi erano vincolati a una proiezione prima dei film in sala. Gli esercenti delle sale cinematografiche in Italia, già negli anni ’70 preferivano pagare la multa che proiettare i corti, figuriamoci ora che con la moda dei multisala prima dei film ci sono almeno 15 minuti di pubblicità. Lo Stato dovrebbe immaginare un piano culturale diverso, per esempio fare un progetto in collaborazione con i cineasti, trovare un modo per proiettare un cortometraggio prima dei film, che sia un documentario, un film d’animazione o qualunque altra cosa.

Ma in questo paese è estremamente difficile trovare dei finanziamenti o dei produttori che siano interessati a raccontare queste storie, se non impossibile a meno che non sei dentro un certo tipo di circuito. Mentre all’estero non è così. Nel resto d’Europa non è così perché, ad esempio, negli altri paesi d’Europa si va al cinema molto di più. C’è un approccio diverso, i documentari vengono distribuiti e non la stessa ostilità ottusa che hanno invece gli italiani verso i sottotitoli. Ci sono una marea di film che in Italia non vengono distribuiti, ma non perché in Italia non avrebbero un riscontro solo perché non vengono doppiati. Se un film non viene doppiato non viene distribuito perché nessuno lo va a vedere con i sottotitoli, ed è assurdo perché per essere doppiato un film deve avere già in partenza un budget molto alto e quindi ci troviamo in sala solo film che hanno alle spalle una capacità distributiva importante.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Uno dei miei prossimi progetti vorrei fosse su Andrea Pazienza, perché ho avuto la fortuna di conoscerlo. Lui è morto a Montepulciano. Io sono di Montepulciano e quando andavo al liceo veniva a prendere il caffè al bar dove passavamo noi per andare a scuola. Io avevo degli amici disegnatori e appassionati di fumetto, e una volta mi dissero: “Ma lo sai chi è quello? È Andrea Pazienza, quello che fa fumetti.” Non ricordo per quale motivo iniziò a parlarmi, mi chiedeva della pallacanestro, e mi salutava sempre, lo incontravo quasi tutti i giorni quando andavo a scuola e lui passeggiava con il suo bassotto. Io avevo 14 anni quando l’ho conosciuto ed è morto nell’88 quando io facevo la quarta liceo. Lui frequentava delle persone che tutt’ora io conosco e frequento, negli anni le differenze di età si assottigliano, la mia idea sarebbe proprio quella di ricostruire Andrea Pazienza attraverso il ricordo delle persone che lo hanno conosciuto a Montepulciano, lontano dal mondo del fumetto. Sono tanti che conservano disegni, aneddoti e momenti di vita. So che alcuni erano con lui la notte che è morto. Lì è rimasto quel fantasma. Ed è anche vero che Andrea Pazienza è Montepulciano perché è lì che ha iniziato a lavorare con gli editori del Grifo e con altre riviste.

Sto facendo anche un lavoro, per cui devo iniziare a fare almeno un trailer, che racconta di un viaggio che ho fatto con un a carovana umanitaria in Grecia. Qualche anno fa ho conosciuto un ragazzo di Pesaro di etnia Rom, lui scappò dalla guerra dei Balcani negli anni ’90 insieme alla famiglia e per i primi 10 anni in Italia si è fatto i campi nomadi, si è preso le sassate, le botte, le bombe Molotov finché la famiglia si è stanziata. Dopo che ha iniziato a lavorare come metalmeccanico ha deciso che avrebbe impiegato le ferie per aiutare i profughi. Così da sei anni verso aprile inizia a raccogliere soldi, cibo, materiale e in estate parte per andare a dare una mano. Ha visto gran parte dei campi profughi dei Balcani e della Grecia, e già questa sarebbe una storia da raccontare.

Durante il mio primo viaggio abbiamo fatto una settimana nel campo profughi di Kyos, dove prevalentemente c’erano siriani, afgani, iracheni, curdi, una settantina di eritrei e nigeriani. E lì ti raccontano qualunque cosa, c’è una grandissima voglia di raccontare le storie da parte di tutti. E ti trovi in situazioni complicate, alla fine di un paio di interviste mi sono trovato a dire “ma io che posso fare?”

Mi sentivo in colpa, ero lì facevo domande ma poi per le persone nel pratico non potevo fare nulla. E a qualcuno lo dicevo. In particolare mi è rimasto impresso un signore che mi ha raccontato delle cose tragicissime, pesantissime e alla fine mi rincuorava “Io sono contento che sei qua e raccogli la testimonianza e hai passato del tempo con me per ascoltare quello che ho da raccontare.” E questa situazione si ripete sempre, tutte le volte. Incontri famiglie, laureati in biologia, architetti, stilisti, tutti costretti in questo limbo in una situazione assurda. Ho conosciuto Assan, un signore di Aleppo che è dovuto fuggire in seguito ai bombardamenti, è scappato a Kobane e l’hanno bombardata, poi ad Afrin e hanno bombardato anche lì. È fuggito in Turchia ed è stato arrestato con tutta la famiglia e deportato in Grecia. Erano tre volte che gli respingevano il permesso di soggiorno, non ha voluto essere fotografato né intervistato, lui è uno stilista, vorrebbe venire in Italia per lavorare nella moda, potrebbe fare qualunque cosa perché ha un’altissima professionalità e invece è bloccato lì. Sono tutti bloccati lì, gente con una dignità pazzesca.

Nel campo hanno messo in piedi una cucina autogestita che è provvidenziale perché le condizioni altrimenti sarebbero disastrose. Perché oltre a non far entrare nessun giornalista nel campo profughi, l’UNHCR fa anche distribuzione di cibo, a volte cose non facilmente assimilabili, la gente è costretta a mangiare questa roba che la fa ammalare, specialmente i bambini. Così queste persone si sono organizzate e cucinano per lo più piatti vegetariani, così tutti possono mangiare, e li portano nelle case del campo, tutto gestito da profughi siriani. Quando ci siamo presentati lì, Constance, il responsabile, non ci ha chiesto niente, ci ha indicato il tavolo, ci ha portato da mangiare e ci ha detto: “Mangiate e dopo parliamo”.  E noi abbiamo mangiato lì con Constance e sua moglie, dall’altra parte della strada c’era il mare e al di là si vedeva la Turchia.  Perché vengono tutti da lì e raccontano tutti storie di abusi terribili. Un ragazzo nigeriano mi ha raccontato che è scappato dall’Africa e dopo mille peripezie è arrivato in Turchia. Gli erano rimasti 2000 dollari dopo tutto quanto aveva speso per il viaggio e mentre era a Istanbul, per i fatti suoi, la polizia lo ha preso e derubato di tutto. Lo hanno arrestato, picchiato, tenuto otto giorni in carcere sotto continua minaccia finché ha rinunciato a tutto, ha dichiarato di non rivolere indietro i soldi, a quel punto lo hanno fatto uscire e deportato in Grecia. Ma le storie sono tutte così. Due ragazzine curde, sempre sorridenti, mi hanno raccontato: “Noi abbiamo preso l’autobus dal Kurdistan, siamo arrivate in Turchia e ci hanno arrestato subito appena hanno visto i documenti curdi.” Anche loro qualche giorno di galera e poi fuori dai piedi in Grecia. Ed Erdogan si prende 3-4miliardi di euro per gestire l’emergenza degli immigrati.

E lavorando nel centro di accoglienza qui in Italia mi accorgo che le storie sono simili ovunque. I racconti che mi ha fatto Abou della Libia ad esempio. Mi ha raccontato che se arrivi in Libia e sei nero tempo tre o quattro ore e ti hanno già arrestato. Chiunque ti può arrestare perché chiunque ha la sua prigione privata. Ti prendono, ti mettono dentro, poi quando trovano un posto dove metterti ti vendono a qualcuno. Abou si è fatto 8 mesi così tra carcere e lavori forzati, praticamente in schiavitù. E lui è stato fortunato perché spesso capita che il giro sia fatto 3 o 4 volte. Ti arrestano, ti rivendono a qualcuno per cui lavori da schiavo per ottenere il passaggio sulla nave che ti porta in Italia, parti e arriva la guardia costiera che ti riporta a terra, ti riarrestano e ricominci il ciclo. E in questo momento sembra che a nessuno interessi o meglio sembra che tutti ascoltino la stessa campana. Ma è disumano e anche un po’ ridicolo. Abou quando ha letto le dichiarazioni di Salvini sulla Libia si è fatto grandi risate. Salvini dice di aver visto i campi con i letti e le coperte elettriche e Abou continuava a ridere perché lui che ha diciannove anni ma di cose ne ha viste, lo capisce che è ridicolo, una messa in scena, come quando Hitler portava i dignitari delle ambasciate a vedere la cittadina finta con gli ebrei che avevano tutto perfettamente funzionante.

E fare documentari vuol dire anche questo. Vedi realtà terribili, incontri gente che ha passato l’inferno e che porta dentro una leggerezza e una poesia incredibile. Questo Abou un giorno mi ha detto: “Io ero convinto che Lampedusa fosse il nome antico dell’Italia.” Questo è il prossimo lavoro che dovrebbe uscire un cortometraggio che spero di riuscire a finire e fare uscire a breve. Vorrei che fosse come questa frase, semplice e poetico. E anche vero, che offra una prospettiva diversa.

 

L’intervista si è tenuta nel pomeriggio del 14 luglio a Pergola (PU).

Filippo Biagianti è nato a Montepulciano (SI) il 27 aprile del 1971. Finiti gli studi superiori si trasferisce ad Urbino, dove nel 1999 si laurea in Scienze Geologiche. Dopo un’esperienza come geologo nel campo dell’estrazione petrolifera in Angola e Austria, nel 2001 comincia a collaborare come progettista multimediale con lo Studio Immagina di Urbino. Iniziano le prime esperienze con la telecamera ed il montaggio video. Con lo Studio Immagina realizza numerosi video clip musicali, cortometraggi e reportage. Nel 2003 viene assunto dalla Provincia di Pesaro e Urbino. Dal 2007 lavora all’Ufficio Stampa dello stesso Ente come operatore video e fotografo, curando la documentazione video delle attività politico-istituzionali e culturali. Dal 2010 è iscritto come fotoreporter e cineoperatore all’Albo dei Giornalisti Pubblicisti delle Marche e sempre dal 2010, insegna montaggio video presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino. Qui la pagina dell’Italian Documentary Directory, e qui la pagina di IMDB con i suoi lavori.

Le fotografie di paesaggio sono di Luigi Cecchi ©2012, per gentile concessione.