Laputa insiste sulla necessità di lavorare per “distinguere”, e mai per categorizzare. Distinguere un buon libro da un cattivo libro: perché un buon libro può fare da solo ciò che 50 cattivi libri non faranno mai. Distinguere un buon dialogo da un cattivo dialogo, una buona relazione da una cattiva relazione. Distinguere un buon prodotto artistico da un prodotto che permette di riadagiarsi nella propria comoda convenzionalità. Solo con la consuetudine con l’arte e la buona letteratura si può distinguere una notizia falsa da una vera, un consiglio di lettura capzioso da uno vero, un programma del cinema adeguato da uno condizionante. Cominciamo da questo, per tutti.
 
 
Si è svolto ieri sera il bell’incontro nell’ambito della Festa del Volontariato sulla cultura come risposta al disagio. Simona di Paolo, coordinatrice dell’ufficio del piano di Zona (che opera su 5 comuni) ha chiaramemente delineato una casistica di solitudine e carenze relazionali sia nei giovani che negli adulti, insistendo sulla necessità di un approccio sistemico, denunciando la cultura dell’aggressività e delle differenze di genere, delle disparità generazionali e della discriminazione delle “malattie”. Racconta, Simona Di Paolo, di giovani e meno giovani che in numero consistente, vivono situazioni di depressione maggiore o disturbi relazionali di vario tipo, con gravi casi di autolesionismo e di isolamento. 
Sono presenti anche Brunella Bassetti, volontaria Ibby Italia e esperta di processi culturali, Silvia Lechiancole, Presidente della consulta culturale di Oriolo, Marzia Zuccari, presidente dell’Associazione Guardiamo oltre e membro fondatore di Laputa. 
I ragazzi dell’Agesci di Bracciano, che stanno svolgendo da due anni un’indagine sulla “qualità della vita” sul territorio, hanno denunciato nettamente: i genitori preferiscono tenere i ragazzi in casa, piuttosto che stimolarli all’interazione sociale; la biblioteca non offre servizi adeguati a un livello adulto; non ci sono occasioni di “svago intellettuale”.
Noi di Laputa abbiamo insistito, come ci è proprio, sulla necessità di andare oltre il linguaggio aggressivo, di lavorare sulla possibilità di avere relazioni sane, di lavorare sulla capacità di dialogo, di espressione, e non solo nei giovani, bensì prevalentemente nella fascia d’età tra i 30 e i 50 anni, di uscire dalle categorie e dalle categorizzazioni.
Tra le buone pratiche, Brunella Bassetti racconta della condivisione culturale in un centro di accoglienza a Lampedusa, e ricorda quanto la “cultura del mare” sia una cultura di accoglienza e condivisione.
Silvia Lechiancole presenta l’iniziativa oriolese della biblioteca diffusa, con commercianti ed esercenti che si fanno “bibliotecari a tema”.
Marzia Zuccari ricorda la necessità della condivisione e il potenziale stressogeno dell’isolamento di chi vive situazioni di disagio mentale più o meno gravi.
Laputa insiste sulla necessità di lavorare per “distinguere”, e mai per categorizzare. Distinguere un buon libro da un cattivo libro: perché un buon libro può fare da solo ciò che 50 cattivi libri non faranno mai. Un buon dialogo da un cattivo dialogo, una buona relazione da una cattiva relazione. Distinguere un buon prodotto artistico da un prodotto che permette di riadagiarsi nella propria comoda convenzionalità.
Solo con la consuetudine con l’arte e la buona letteratura si può distinguere una notizia falsa da una vera, un consiglio di lettura capzioso da uno vero, un programma del cinema adeguato da uno condizionante. Cominciamo da questo, per tutti, soprattutto quando la denuncia e la polemica rischiano di prenderci la mano impedendoci di vedere chi abbiamo di fronte. 
Autorità e autorevolezza sono state parole chiave nell’incontro. La cultura permette di muoversi solo nell’ambito dell’autorevolezza, di essere in grado di rispondere e prima ancora di percepire i lievi sfasamenti di piani. Permette di distinguere l’ironia dall’aggressione, l’originalità dalla finta trasgressione, la voglia di emergere dall’intenzione di “fare per altri”, il bisogno di affermare la propria personalità tramite la polemica dalla volontà di creare una rete di relazioni autentiche. La buona letteratura, la buona scrittura, permette di uscire dalla relazione patemica e instaurare relazioni intellettuali, durature, basate sulla stima reciproca e sulla capacità di dialogare con l’altro di qualcosa anche al di fuori di sé. Un buon libro e un buon film permettono di riconoscere tutte quelle microaggressioni di cui siamo quotidianamente vittime. Nel lungo periodo, riuscire a distinguere chi parla male, chi pensa male, aiuta a non discriminare perché aiuta a non avere paura dell’altro. Se poi i libri sono vera letteratura, aiutano anche a essere liberi, e chissà, persino a capire l’importanza del dedicarsi agli altri.
Vignette di Luigi Cecchi per Laputa.