Quest’anno anche Laputa, seppur a ranghi ridotti, è arrivata ufficialmente tra le colline marchigiane per assistere al festival Animavì

Il Festival internazionale dell’animazione poetica è quest’anno alla sua terza edizione, e propone in concorso cortometraggi di registi provenienti da ogni parte del mondo. Animavì è per noi un simbolo virtuoso di come si possa fare cultura in modo efficace e di successo senza dover percorrere necessariamente le vie più battute e forse ormai usurate.

Film di animazione, cortometraggio e poesia sono tre categorie ritenute normalmente settoriali e di nicchia. L’animazione che non sia strettamente rivolta ai ragazzi, o almeno anche ai ragazzi, subisce infatti spesso lo stesso triste destino del fumetto, non trovando spazio per essere comunicata in modo consimile a tanti altri prodotti culturali. Il cortometraggio e la poesia oscillano invece nel sentire comune tra un ambito amatoriale e quello di una elité intellettuale inavvicinabile. Una nicchia di una nicchia si potrebbe forse dire, e non viene certo proposta in un luogo che dell’essere alternativo fa un trend. Il festival non ha scelto come cornice un quartiere alternativo di una grande città, ma Pergola, un paesino tra le montagne. Un festival lontano dal centro in molti sensi quindi, ma assolutamente centrale come importanza culturale, non è un caso che tra gli ospiti di quest’anno si annoverino nomi altisonanti come quello di Wim Wenders o significativi come quello di Goffredo Fofi. Non per questo gli anni passati (e qualcuno di Laputa ne era già stato testimone) il Festival meritava meno attenzione. Con un atteggiamento di lenta caparbietà il comitato ha saputo proporre, negli anni, ospiti di grande levatura internazionale. Prima di Wim Wenders, infatti, il premio speciale del Festival era andato a Emil Kusturica, Alexander Sokurov.

Sia nello stile organizzativo che nei contenuti, Animavì è un esempio di come poesia, bellezza e cultura possano avere un ruolo fondamentale nella società. Un’intera cittadina vivificata con eventi di altissimo livello e con un impatto anche economico decisamente significativo, tutto impostato con la consapevolezza che bellezza ed etica procedono di pari passo così come cultura e impegno sociale.

Un festival di successo che parte quindi dal margine per agire sulla decostruzione del concetto stesso di margine, e che per questo ci piace moltissimo: agisce proponendo opere belle nel senso più proprio del termine, e quindi vere, oneste e significative, che non sono visionabili in altri luoghi d’Italia e, con la stessa formula, in nessun altro luogo, dato che Animavì è il primo e finora unico festival dell’animazione poetica.

Durante la nostra prima serata di festival abbiamo assistito alla proiezione di Rezo, splendido film fuori concorso del regista Leo Gabriadze, che unendo elementi fantastici e levità racconta la vita di Rezo Gabriadze, padre del regista. Un racconto pieno di ironia che attraversa la storia, dalla seconda guerra mondiale allo stalinismo, fino alla stabilizzazione del regime dell’Unione Sovietica, e lo fa con la delicatezza di una favola, con tanto di animali parlanti e oggetti magici, perché per usare le parole dell’artista: affinché una famiglia abbia radici forti ha bisogno di una mitologia che sia forte.

I corti in concorso nella serata di giovedì sono stati quattro:

Moczarsci’s case di Tomasz Siwinski (Polonia), racconta storia di Moczarsci, membro della resistenza polacca al tempo dell’invasione nazista processato e condannato a morte dall’esercito russo che vedeva nella resistenza clandestina una minaccia, condannato ad attendere l’esecuzione nella stessa cella di Jurgen Stroop, generale Nazista colpevole di aver ordinato la distruzione del ghetto di Varsavia. Il corto racconta, scegliendo un linguaggio narrativo simbolico, ricco di ricorrenze e reiterazioni nei colori e nelle forme, la condizione dei due imprigionati insieme e costretti nella convivenza coatta a fare i conti con i propri trascorsi.

Toer di Jasmijn Cedee (Belgio) un corto che fa del virtuosismo tecnico e della coerenza creativa il suo punto centrale e che ha l’ambizione, decisamente soddisfatta, di fare del movimento il protagonista assoluto della narrazione. In Toer vediamo infatti rincorrersi sullo schermo un’immagine dopo l’altra in modo ipnotico come il rincorrersi dei raggi di una ruota o della strada che scorre sotto una bicicletta. Attraverso la tecnica della rotoscopia la resa dei movimenti vorticosi si avvicina il più possibile al realismo. Eppure, nell’esaltare l’aderenza al reale, il corto sfuma i confini tra rappresentazione e realtà, per conferire in pochissimi minuti, la supremazia sul reale all’elaborazione artistica.

I due corti che più ci hanno colpito sono stati: Airport di Michaela Muller (svizzera) e And the moon stands still di Yulia Ruditskaya (Bielorussia).

Il primo, Airport, gioca con suoni e immagini tipici di un aeroporto affollato ci porta a spasso per il mondo grazie all’intreccio tra lingue e immagini, e dandoci allo stesso tempo un senso di immobilità nel continuo dinamismo. Le immagini si susseguono in un flusso continuo, vediamo un tapis roulant trasformarsi via via in un aereo, un tabellone delle partenze sfumare nel via vai confuso dei passeggeri, eppure nonostante i suoni ci indichino cambi di ambienti e di ritmo, nulla cambia davvero in quella che sembra una rappresentazione piuttosto onesta di un tran tran sempre uguale a se stesso, a qualunque latitudine. Solo la musica, è in grado di distogliere l’attenzione e creare oasi di silenzio e calma nella frenesia sempre troppo uguale, estrapolando momenti di poesia nell’implacabile roteare di separazioni e avvicinamenti.

Il secondo corto And the Moon Stands Still, cambia invece passo e atmosfera e ci guida in un mondo di favola, inquietante come le favole sanno essere: in modo triviale e lieve allo stesso tempo.

Un mostro spegne le stelle ad una ad una e lentamente divora la luna: una violenza impersonale, “naturale”, cieca alle conseguenze che scatena, completamente indifferente rispetto alle tragedie che si consumano a causa sua nelle vite toccate dal mutamento. Un racconto di grande portata poetica, che mostra il lato terribile del potere delle storie. I disegni, semplici e stilizzati, ricordano le illustrazioni dei migliori libri di favole, ricongiungendo e insieme facendo critica del mondo fiabesco a cui siamo assuefatti, per restituire all’immaginazione tutto il suo potere perturbante.

Una bella serata per questo nostro “esordio” ad un festival da cui ci aspettiamo di essere stupiti e stregati ancora nelle prossime sere.