di Gianluigi Bodi

Fu Chandler a venirmi a trovare per primo. Si era avvicinato al letto allargando le braccia, incassando di sbieco la testa tra le spalle. Siamo ancora qui, mi disse. Mise un mazzo di fiori in un vaso e poi mi raccontò che aveva preso anche una scatola di cioccolatini, ma Joey li aveva mangiati tutti. Joey che doveva girare una pubblicità per una marca di occhiali da sole e ora aveva un brufolo in mezzo alla fronte grande come un’oliva. Chandler mi disse che fuori c’erano anche gli altri, che se volevo vederli li avrebbe fatti entrare. A patto che fossi abbastanza in forze. Annuii, avevo voglia di vederli. Me li trovai tutti ai piedi del letto. Avevano le facce di chi ha preso un bello spavento, ma ora è fuori pericolo. Ross e Rachel erano abbracciati, era da un po’ che stavano assieme, ma non sapevo se la cosa sarebbe durata. In passato avevo avuto una cotta per Rachel, ma non glielo avevo mai detto. Joey mi fissava e anche il suo brufolo. Non riusciva a dire nulla. Sembrava sull’orlo del pianto. Joey, non il brufolo. Phoebe aveva un sorriso sincero. Sembrava davvero contenta di vedermi vivo. I dottori ci hanno detto che avrai dolori alla schiena per un bel po’, disse Ross. Gli risposi che in effetti erano già iniziati. Phoebe saltò su come una molla, uh uh, alzò la mano come se fosse a scuola. Posso farti dei massaggi io, disse. Mi sembrò una buona idea.

Confessai di non ricordare nulla della sera precedente. Rachel mi raccontò che ero uscito dal Central Perk con Ted, eravamo diretti al MacLaren. Poi avevano ricevuto una telefonata da Robin che li aveva avvertiti dell’incidente. Si erano tutti dati il cambio per non lasciarmi mai solo. Phoebe aveva portato anche la chitarra, ma le infermiere non volevano che si esibisse in una corsia d’ospedale. Forse l’avevano sentita cantare al Central Perk. Dopo una settimana mi dimisero. Tornai a lavorare alla Goliath National Bank con Barney e Marshall, ma per alcuni giorni tutto mi sembrò irreale e senza importanza. Non mi spaventai più di tanto, credetti che l’essere scampato alla morte avesse improvvisamente rimescolato la mia scala di valori.

All’improvviso capii perché Ted cercasse con così tanta dedizione l’anima gemella. Capii anche perché invidiavo così tanto il rapporto tra Lily e Marshall. Volevo anche io una cosa come quella che avevano loro, ma più in generale sentivo la perfezione dei legami che quelle persone avevano creato tra di loro. Sembrava che non ci fosse nulla che non potesse essere sistemata, i litigi duravano lo spazio di qualche ora. Era come se fosse tutto programmato con precisione e anche nei momenti di caos si intravedesse la luce dell’equilibrio.

Comunque non so perché lo fecero, immagino che avessero capito che non me la stavo passando troppo bene. Una sera Ted mi accompagnò sul tetto del suo appartamento con la scusa di voler fare due chiacchiere in tranquillità e lì trovai una quarantina di persone che erano arrivate da ogni parte del paese per stare con me. C’era gente che non vedevo da secoli, non capivo nemmeno come fossero riusciti a rintracciarli. Parlammo e bevemmo per tutta la sera. Credo di essermi scolato da solo una bottiglia di Whisky, ma non ero certamente ubriaco, non mi ero mai sentito così bene in vita mia. Ero lì assieme ai miei migliori amici. Quello che dicevo, per loro, aveva importanza. Mi ascoltavano sul serio, mi capivano davvero. Poi forse l’alcol iniziò ad avere la meglio, non ero sbronzo, ma il mio cervello iniziò ad elaborare pensieri che implicavano che io uscissi dall’attimo che stavo vivendo. Iniziai a pensare al futuro, a quando saremmo diventati vecchi e forse ci saremmo persi di vista. Ross, Barney, Chandler, Robin e gli altri erano lì con me, ma lo sarebbero stati per sempre? Mi resi subito conto che la malinconia si stava impossessando di me. E infatti è rimasta a farmi compagnia anche molto tempo dopo che i dottori mi fecero uscire dal coma farmacologico indotto.

(foto di Luigi Cecchi, 2014)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: