Qualche tempo prima che Enki Bilal tornasse agli onori della cronaca con il suo inserimento nella giuria del festival di Cannes abbiamo letto insieme uno dei suoi testi più famosi, Nikopol. Abbiamo avuto modo di vedere sia l’edizione di Alessandro Editore che quella dei Classici del fumetto di Repubblica, uscita nel 2005 e che contiene una storia in più di una trilogia più recente (La tetralogia del mostro).

Leggere insieme un caposaldo della letteratura a fumetti come Nikopol di Enki Bilal è stato per noi di Dialoghi a fumetti un esercizio interessante, anche se a tratti faticoso.

Doversi confrontare con un classico ha richiesto uno sforzo maggiore proprio perché per molti di noi Nikopol aveva segnato un punto di svolta nella formazione del gusto estetico in merito al fumetto. Abbiamo accettato la sfida di riscoprire pagina dopo pagina i molti messaggi e le tante suggestioni che l’autore ci offre.

Le prime due storie della trilogia si presentano come il canone del fumetto francese, l’autore sta alle regole con una precisione da scolaro, o forse definisce ciò che diviene per noi canone e regola, dialoga con il mezzo che ha a disposizione e dimostra di saperlo usare con competenza. Nell’ultima storia lascia maggior spazio alle attitudini personali e dimostra così di saper giocare con le tavole in modo sempre più sperimentale. Le griglie diventano meno metodiche e si adeguano al ritmo della narrazione che si fa meno regolarmente cadenzato.

Lo stile è e rimane per l’intera opera consapevolmente cinematografico, l’autore con l’attenzione del regista svolge la narrazione attraverso un susseguirsi di campi e controcampi e di sequenze adatte ad essere riprese da una macchina da presa. I tanti richiami a film coevi, tra tutti i più evidenti sono apparsi quelli a Blade Runner, non fanno che insistere sul concetto. I tratti grotteschi e inespressivi dei personaggi hanno reso la lettura impegnativa, più per la portata del messaggio che per una vera e propria questione di fruibilità dell’opera.

La storia ci trascina verso una terra in cui il protagonista si fa largo tra personaggi bizzarri e disumani, lui stesso, un essere fuoriuscito, per essere riammesso nella normalità della società è costretto a cedere parte di sé. Sarà l’incontro con alieni autodefinitisi dèi che gli darà il modo per inserirsi in una società a cui è estraneo e che non lo affascina. Un personaggio solo, apparentemente adulto, senza direzione e senza progetto, diventerà facilmente strumento di questi dèi incredibilmente bravi nel plagio e fuorvianti, anche se meno nelle sembianze. Gli dèi infatti ci appaiono da subito estranei e familiari, da una parte rappresentati con le sembianze di divinità egizie e quindi lontane, mostrano atteggiamenti molto umani e una moralità terrena. Le loro passioni, la noia, l’avidità, le motivazioni, tutto ci appare quotidiano, più umano di quanto non sembrino gli umani stessi. Gli déi sembrano comunque i soli non assuefatti al grottesco, mentre gli uomini siano governanti o sudditi sembrano tutti parte della stessa assurda commedia. Sembra invece impossibile entrare in empatia con gli umani che disegnati con tratti inquietanti e disumanizzati ci appaiono tristi e senza scopo che non sia quello di mantenere strenuamente la propria posizione per misera che sia, cercando di non sprecare l’occasione di fare qualche passo avanti nella scala sociale a discapito di chiunque altro. Se c’è umanità in loro è un’umanità respingente in cui nessuno vorrebbe rivedersi.

Nikopol si muove in questo contesto cercando di adattarsi, non ha una direzione e anche lui cerca di ottenere il meglio con il minimo sforzo. Il suo rapporto con Horus, dio irrequieto non rassegnato ad occupare eternamente un ruolo assegnatogli da altri, gli offrirà una consapevolezza che Nikopol non saprà gestire e che lo condurrà alla follia.

Non c’è un percorso per Nikopol che sia però davvero consapevole, si rimetterà infatti in sesto sempre mosso solo da un desiderio edonistico e autoreferenziale: nell’incapacità di diventare adulto sarà l’inquietudine a spingerlo, per questo anche il fumetto sembra cambiare ambientazione in modo del tutto casuale passando dal grottesco distopico, al noir, al film d’autore francese. Ogni passaggio è un tentativo in più di Nikopol di fuggire da sé stesso. Eppure non c’è scampo per lui che fino alla fine abdicherà alla sua vita lasciando il suo doppio, suo figlio, vivere per lui.

L’autore a nostro avviso muove una critica durissima nei confronti di una società che spinge ad essere per essere parte, per essere riconosciuti, tanto più riguardo ai circoli esclusivi e chiusi che fingendosi alternativi creano regole rigide a cui attenersi per essere parte e fanno di chi è fuori un vero e proprio reietto. Ci è parso che Nikopol sia il personaggio perfetto per rappresentare la tendenza a crearsi dei “centri” (di pensiero, di influenza…) a cui aspirare, ma a cui si sa, non si verrà mai ammessi. Questi centri creano periferie di vigliacchi e approfittatori, periferie di disperati disposti a tutto pur di toccare il centro anche solo per un istante. L’unica via di salvezza, ci dice Nikopol, è il margine. È solo rifiutando la dinamica e ponendo delle vere distanze che si può costruire un sé solido e autonomo. Il margine è scomodo e non concede compromessi o distrazioni, e Nikopol nella sua parabola distruttiva dimostra quanto sia facile fallire, anche quando, o soprattutto quando, tutto potrebbe andare per il meglio.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Nikopol di Enki Bilal
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