Di nomi e identità. Seconda puntata.

 

L’isola volante di Laputa è stata ripresa e citata in innumerevoli romanzi, racconti, opere artistiche, teatrali e cinematografiche, e va dunque considerata come un vero e proprio archetipo letterario fantastico, particolarmente significativo nell’ambito di fantascienza e fiction speculativa, nonché come richiamo satirico e parodico in opere di più intensa intenzione di contestazione sociale.

Illustrazioni: Jason CourtneyCC BY-NC-SA 2.0.

Una delle citazioni più celebri dell’isola lapuziana nell’ambito della letteratura fantascientifica è nel celebre testo Straniero in terra straniera (Stranger in a Strange Land) di Robert Heinlein, in cui un bambino, unico sopravvissuto di una spedizione su Marte, viene cresciuto ed educato dai marziani: Una volta adulto torna sulla terra e si trova al centro di un intrigo politico e un giornalista e un’infermiera cercano di salvarlo. Anche se tutto ciò che accade sulla terra va oltre la sua comprensione, Smith si sforza continuamente di capire e comprendere anche cose che sono lontane dal suo universo cognitivo. La narrazione di lunghi brani è affidata a Jubal Harshaw, un eccezionale anziano scrittore, alter ego dell’autore (espediente che Heinlein usa anche in altre opere) che in tono didattico esprime e chiarisce le dissonanze cognitive e accentua il realismo aspro dell’opera.

Proprio in apertura viene nominata la società lapuziana dei viaggi di Gulliver, richiamando all’attenzione i “flapper”, quei servitori che a Laputa hanno il compito di parlare per i loro padroni muovendo “effettivamente” la bocca. Heinlein fa notare che i flapper del tempo in cui scrive sono i rappresentanti di nuovi mestieri, in cui iniziativa e sviluppo delle capacità personali sono secondari rispetto alla capacità di adeguarsi alla volontà e alle necessità di un padrone, e ubbidiscono alla regola della “velocità”. Contrariamente a questi, i marziani non hanno concetti come “assistente esecutivo” e neanche un assimilabile concetto di fretta. Anche se comprendono i concetti di velocità e accelerazione, si limitano alla concezione matematica, senza trasporli nelle loro scelte di vita. Il libro di Heinlein, deliberatamente provocatorio, generò all’uscita molte controversie. Nel libro uno dei pilastri narrativi è l’esistenza della Chiesa di tutti i mondi (The Church of All Worlds) in cui le relazioni sentimentali e la vita quotidiana erano ispirate ai concetti di amore libero. Heinlein intendeva attaccare il moralismo dell’epoca, e nel corso della storia usa il personaggio principale per esprimere critiche e ridefinizioni di istituzioni quali la religione, il denaro, la monogamia. Per questo, il libro fu escluso dalla lista dei libri di lettura nelle scuole. Il testo però fu anche accolto in maniera tiepida dalla critica letteraria, che lo giudicò poco coerente e fastidiosamente artificioso. Nonostante ciò, Stranger in a Strange Land vinse l’Hugo Award per il miglior romanzo nel 1962 e divenne così il primo romanzo di fantascienza a entrare nelle classifiche del New York Times. Nel 2012, è stato inserito nella lista della Library of Congress “Books that Shaped America”.

Prendendo spunto dalla vicenda critica e di pubblico di Straniero in terra straniera, di nuovo vivace in questi ultimi tempi anche per l’avvicinarsi dell’uscita di una serie ispirata al romanzo, ci si sofferma sulla eterna questione della “leggerezza”, di quanto siano svincolabili da una forma necessaria di impegno politico i libri di “genere”, in questo caso fantascienza e fiction speculativa. Stranger in a Strange Land è stato infatti di recente anche accusato di presentare troppe sfumature sessiste ed eteronormative. La distanza temporale, però, rende necessaria una contestualizzazione e alcuni studiosi di Gender e Queer Studies hanno ravvisato una attitudine queer nell’equiparazione delle letture di un fenomeno considerato esecrabile quale il cannibalismo, in un confronto in cui si arriva alla considerazione dei bias cognitivi culturalmente determinati e in particolare si ammette che la sessualità non normata non è necessariamente da condannare eticamente. Inoltre l’accusa di omofobia legata ad alcune esternazioni dei personaggi, sarebbe da ridimensionare. Nel libro, sebbene non ci siano scene apertamente omosessuali, ci sono diverse scene di amore tra persone dello stesso sesso, in cui sono presenti anche baci e carezze. Considerando che la sessualità, nel mondo “straniero” di Heinlein, è una questione altamente spirituale, si può assolvere il testo dall’accusa di omofobia. Di certo però oggigiorno non affatto è facile leggere ancora il testo come una “bibbia dell’amore libero”, come un tempo veniva considerato, e la qualità estetico-letteraria non è al pari di altre grandi opere di fantascienza, sebbene resti comunque sempre sorprendente la possibilità dello stile (se non genere) fantascientifico di sezionare la realtà e offrirne visioni multifocali. È una riflessione importante che riguarda la letteratura di genere in quanto tale, il mainstream e la fantascienza in particolare, e che spesso ha connessioni non solo con gli sviluppi del fantastico in generale, ma anche, nello specifico con le derive del fumetto contemporaneo.

 

Straniero in terra straniera resta nella lista di must read di grandi autori come David Forster Wallace, ed è tra le opere di Heinlein più lette. La penetrazione culturale è stata tale da condurre all’assimilazione di un neologismo ricavato da un termine del testo: Grok, con cui si intende “comprendere, unire il proprio pensiero a quello di un altro, essere uno con”, e che si è diffusa al punto di far parte di canzoni, come raccontato in Can you Grok this Playlist?. Da Magnetic Field, ai Police a David Bowie (fortemente legato alla fantascienza e a Heinlein nel suo immaginario artistico, come si ricorda qui), una serie di interconnessioni dirette e indirette che dimostrano la diffusione intraculturale del testo di Heinlein.

 

Non manca all’appello delle citazioni importanti e rappresentative di Laputa una delle scrittrici più in voga nell’ultimo anno. Margaret Atwood, che in alcuni ambiti accademici veniva affrontata, letta, analizzata già nei primi anni Novanta, ed è ora nel canone mainstream grazie alla resa televisiva di uno dei suoi libri più celebri: Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale), in cui si decostruisce, sullo sfondo di una distopica società teocratica e guerrafondaia, la ruolizzazione della donna nei vari campi dell’esistenza. Di Margaret Atwood consigliamo di leggere almeno anche La donna da mangiare (The Edible Woman), L’assassino cieco (The Blind Assassin), L’altra Grace (da cui è stata tratta una serie che verrà trasmessa su CBC dal 25 settembre prossimo e poi su Netflix dal 2 novembre) e infine Oryx and Crake, in italiano reso con il titolo L’ultimo degli uomini, il primo testo di una trilogia detta MaddAddam Trilogy, un romanzo di attualissimo impegno civile.

L’ultimo degli uomini racconta di “Uomo delle nevi” apparentemente unico sopravvissuto a una apocalisse epidemica e della sua lotta quotidiana contro la fame, l’ambiente ostile e i “mostri” animali, risultati di esperimenti genetici – quali ad esempio i “proporci” (pigoons) – in grado di fornire all’uomo organi di ricambio. Jimmy vive su un albero vicino al mare, e non sa che ore sono “da nessuna parte c’è qualcuno che sappia più che ore sono esattamente”. La sua vita è fatta di ricerca di cibo e medicine e di riflessioni su cosa abbia portato al tracollo l’umanità, frammiste a ricordi più personalmente vincolati, e scandita da alcuni incontri con i “bambini” da una “tribù” di mutanti caratterizzata da una innata innocenza simile a quella infantile. Si tratta di un popolo a cui Jimmy si rapporta in maniera complicata, e a cui tenta di spiegare com’era la vita prima della catastrofe, e come potrebbe essere. A causa del loro sviluppo intellettivo e cognitivo limitato, è costretto a usare termini semplici e concetti facilmente comprensibili. Di fatto, la lotta per la sopravvivenza nell’ambiente postapocalittico è più ardua per Jimmy stesso, meno per il popolo di mutanti, che sono resistenti alle radiazioni solari, erbivori e soprattutto risultano repellenti per gli animali carnivori. Nelle analessi aperte da ricordi e riflessioni di Jimmy si aprono finestre sulla società preapocalittica, in cui gli umani vivevano divisi in due classi sociali e inseriti in due ambienti diversi: le plebopoli e le enclavi, destinate ai più abbienti, dove si sviluppa il distacco dall’umanità in maniera più evidente.

Grazie a un gioco di punti di vista e agli incastri dei continui e ritmati flashback, Margaret Atwood imbastisce una storia più ampia della tale di un solo personaggio, collegando passato e presente-futuro. Qui l’elaborazione illustrata di una timeline del testo. Jimmy/Uomo delle nevi pensa spesso a una donna enigmatica, silenziosa, l’ex prostituta-bambina Oryx, che, simbolo della critica al turismo sessuale occidentale (qui generalizzato attraverso il porno) è considerata dal popolo postapocalittico alla stregua di una divinità. Sempre da pensieri e ricordi di Jimmy veniamo a conoscenza della storia dello scienziato pazzo Crake, che è stato insieme il distruttore del mondo e il creatore di una nuova umanità frutto della sua mente insana. Crake non credeva né in Dio, né nella Natura, resta dunque simbolo del sovversivo per eccellenza e però anche della sterilità disumana della sovversione slegata dalla relazione con il mondo: lo scienziato ha modificato l’ordine biologico dell’umanità convinto che un vero ordine non sia mai esistito né possa esistere, e influenzato nella visione del mondo come quella di un grande esperimento abbandonato a se stesso, in perenne mutazione; e al tempo stesso finisce per deificarsi, rendendosi creatore di una nuova specie umana.

Fin dalla prima frase (qui una lettura di Atwood delle prime pagine) Jimmy/ Uomo delle nevi si presenta come un Robinson di nuovissima fattura, vive isolato, ha costruito un suo rifugio e si copre ala bell’e meglio con un lenzuolo. Ma fin dal primo incontro con i “bambini” riconosciamo che contiene in sé sia il ricordo del coraggio e dell’idea di sviluppo individuale, che la sua parodia e così riconosciamo il legame immediato con la citazione in epigrafe tratta da I Viaggi di Gulliver: tutto il mondo del libro è un richiamo al testo di Swift e a una concezione satirica del fantastico e dei libri di avventure. I racconti di Gulliver delle terre di Laputa e degli Houynhnhnms si riversano capillarmente nelle avventure multiformi del testo, con l’aggiunta di una traccia sentimentale e una serie di subplots. Come per il “fantastico” di Swift, il fantascientifico di Atwood si sfrangia in direzione della letteratura di critica sociale, talvolta demitizzando il genere stesso, in una fortissima connessione con l’attualità che porta a leggere il libro in maniera molto realistica. L’ultimo degli uomini usciva nel 2003, negli anni dei primi animali modificati geneticamente in commercio, delle clonazioni, delle grandi discussioni sulle problematiche legate alla riproduzione asessuata e al patrimonio cellulare. Margaret Atwood ha puntualizzato più volte, e in particolare alla pubblicazione dell’Ultimo degli uomini, di non scrivere fantascienza, ma forse fiction speculativa, sebbene la distinzione sia labile – come possiamo ascoltare anche in una bella conferenza tenuta dalla Atwood con l’amica e collega Ursula K. Le Guin (qui) – basandosi sta nella concezione che la fantascienza non deve avere necessariamente alcuna radice realistica (avvicinandosi al concetto di fantastico meraviglioso) mentre la fiction speculativa descrive cose che “potrebbero davvero accadere”. Se la “scienza” rappresentata può chiaramente essere ricondotta alle difficoltà di un progresso umano contemporaneo nella genetica, l’autrice fa largo uso dei tropi del genere fantascientifico amplificando la risonanza critica grazie al paradigma della riappropriazione parodica. Ecco allora che l’efficacia e gli effetti di L’ultimo degli uomini sono in gran parte legati al concetto di allegoria e parodia, al confine con la riscrittura. Troviamo nomi faceti e arguzie linguistiche, una grottesca reductio ad absurdum delle ossessioni dei nostri giorni, su tutte YouTube e la pubblicazione di esperienze e filmati senza altro scopo che un bisogno di essere parte di qualcosa tramite il cedimento al voyerismo contemporaneo, il vivere in un mondo assolutamente scollato dalla realtà, proprio come gli scienziati di Laputa.

 

La riappropriazione dei canoni di genere letterario e modi della narrazione, tipica della letteratura femminile socialmente critica, ha nella fantascienza e nella fiction speculativa scritta da donne, e ancor più in particolare nella costruzione di distopie rivelatrici, una delle sue declinazioni più interessanti. In L’ultimo degli uomini, i momenti più grotteschi e satirici sono le riflessioni sulla società preapocalittica, tratteggiata come una società in cui il progresso non è per l’umanità, e si rovescia evidentemente in involuzione perché assolutamente privo di senso. Se quella di Swift era una satira piuttosto feroce sulla società a lui contemporanea, altrettanto efficace si rivela il meccanismo parodico (intensificato nei seguenti due testi della trilogia) proprio nel rapporto con la storia della cultura, che sembra dimenticarsi di se stessa non sul lungo, ma persino sul periodo relativamente breve.

Testo a cura di Paola Del Zoppo per la redazione di L’isola volante.

Un consiglio dalla redazione: non perdetevi il viaggio fra i link proposti. Leggere è anche esplorazione.