Invece, nonostante il grande lavoro per emancipare il fumetto, difficilmente questo viene trattato e analizzato come una creazione significativa in sé e quindi degna di essere presa in considerazione e presentata al pubblico come un’opera letteraria compiuta.

 

FUMETTO: futuro prossimo di Ilaria Troncacci

Tra le molte possibilità che si offrono ad una realtà associativa come quella di Laputa, l’ipotesi di proporre prodotti editoriali era apparsa fin da subito come desiderabile. Il fatto di avere effettivamente l’occasione di esplorare questa dimensione in tempi tanto brevi è contemporaneamente emozionante e intimorente. Emozionante, perché ci permette di mostrare cosa per noi vuol dire davvero far fumetto in Italia oggi, e far sentire la propria voce in un momento in cui anche la grande editoria sta scoprendo il mondo del fumetto, mette inevitabilmente in dialogo con “i grandi”, qualunque cosa questo possa voler dire. Intimorente, perché il fumetto di Luigi Cecchi che presetiamo è un’ottima sintesi di tecnica, messaggio, contenuto e intertestualità, vera letteratura insomma. Non a caso l’autore è un autore a tutto tondo, scrittore, sceneggiatore, disegnatore. Questo ci carica di responsabilità, sia rispetto all’opera in sé, sia rispetto al modo in cui questa viene presentata.

Per questo abbiamo deciso di accompagnare i fumetti ad un testo critico di Paola Del Zoppo, esperta di letteratura e critica testuale e culturale. Purtroppo, infatti, solo raramente gli strumenti della critica letteraria e dell’accademia vengono “prestati” al fumetto. Fumetto e accademia, come fumetto e poesia, sono realtà che ancora difficilmente vengono poste in dialogo. Ma non esistono compartimenti stagni fra le arti o fra i saperi e non esiste una gerarchia tra di essi. Se un’opera è valida, è anche naturalmente e autonomamente in relazione con tutto il resto.

Invece, nonostante il grande lavoro per emancipare il fumetto, difficilmente questo viene trattato e analizzato come una creazione significativa in sé e quindi degna di essere presa in considerazione e presentata al pubblico come un’opera letteraria compiuta. La possibilità di avviare la nostra produzione editoriale con questo titolo è stata meditata a lungo e fortemente voluta, perché per noi l’impostazione di questo volume ha la funzione di un manifesto che risponde alla domanda:

“Che cos’è per Laputa il fumetto?”

In Italia, come accennato, il fumetto sta attirando l’attenzione di grandi case editrici, anche di “varia” come Feltrinelli o Mondadori, che hanno lanciato collane nuove interamente dedicate al panorama fumettistico, profittando degli sforzi di case editrici più piccole che per decenni hanno lavorato per ripulire l’immagine del fumetto e ricostruirne la dignità.

Dietro la nostra scelta di inserirci in questo panorama fiorente, apparentemente ricco di nuove proposte e di concorrenza, c’è la volontà di effettuare una lieve virata, perché ,di fatto, il rischio che vengano proposti fumetti di scarsa profondità è più elevato. Crediamo invece fermamente nel valore del fumetto come espressione artistica e riteniamo che nel generoso sforzo di restituire a questo mezzo una meritata posizione, si sia lavorato per molti anni per “difetto” (il fumetto non è…) mettendo da parte molte opere belle e degne. Si è rischiato così di tenere il fumetto ancorato ad un immaginario scomodo, con l’inevitabile conseguenza di limitarne il potenziale eversivo. Vorremmo che il fumetto uscisse dalla fase di transizione in cui per affermare sé stesso rischia di dover passare per l’essere qualcos’altro. Non ce ne voglia quindi chi, lavorando sodo per vedere riconosciuti i propri sforzi, ha fatto leva sull’idea di graphic novel per togliere dagli occhi e dalle menti delle persone il modello dei “giornalini per ragazzi”. Senza di loro non saremmo qui, e il nostro debito è grande, ma il nostro intento e forse la nostra ambizione sono quelli di scoprire, leggere, pubblicare e parlare di “fumetti”.

 

 

Non solo perché crediamo che riappropriarsi della propria identità autonoma sia un passaggio fondamentale, ma anche perché non tutti i bei fumetti possono rientrare sotto l’etichetta di graphic novel, così come non tutti i graphic novel sono dei bei fumetti. La definizione in sé d’altronde evidenzia la contraddizione. Esistono infatti bei romanzi e romanzi pessimi, allo stesso modo esistono romanzi grafici meravigliosi e altri dimenticabili, molti altri semplicemente non sono romanzi. D’altro canto anche “romanzo” non dice niente dell’opera in sé e rischia di categorizzare in modo ancor più vago e limitante. In tempi non sospetti Roberto De Angelis, in una bella introduzione ad una raccolta di Nathan Never, scriveva: “Il fumetto non è un genere. Il fumetto usa, invade, sminuzza, fagocita, analizza, rinnova, distrugge, rivisita, esalta la fantascienza, l’horror, il poliziesco ecc…”

Proprio questa libertà del fumetto ha messo in difficoltà chi ha cercato di inserirlo in un panorama editoriale sempre più votato alla vendibilità che alla qualità del prodotto artistico. Ad esserne uscite fortemente svalorizzate sono state soprattutto le produzioni seriali. Risulta quanto meno bizzarro, se non paradossale, che in un momento in cui la serialità in campo cinematografico e letterario sta guadagnando una posizione rilevante e va ad occupare lo spazio che una volta era forse occupato proprio dai romanzi “a puntate” pubblicati sui giornali, il mondo del fumetto rinneghi invece una dimensione che, soprattutto in Italia, era sua da sempre, prendendo le distanze da un tempo narrativo che porta ad un coinvolgimento emotivo e relazionale comparabile solo con le grandi saghe familiari proprie di altri tempi, e di cui evidentemente il nostro tempo sente di avere bisogno. La questione va però oltre: la maggior parte delle opere definite graphic novel, inteso come sinonimo di “opera autoriale”, non ha struttura e tempi narrativi collegabili al romanzo. Guardati attraverso quella lente i fumetti ne escono deformati.

 

Nel caso di questo fumetto, allora, si potrebbe più propriamente parlare di novelle a fumetti (che anglicizzato sarebbe un universale graphic tales): novelle, short stories, racconti – già di per sé generi ancora in discussione – perché hanno la struttura e l’andamento del racconto o dell’exemplum, e non del romanzo. Delle forme brevi ripropongono la complessità, la sintesi e un certo ermetismo che sfida il lettore ad andare oltre ciò che è raccontato per trovare una chiave di lettura che ne sveli la profondità. Come tutti i buoni racconti, i due fumetti proposti in questo volume giocano con la propria collocazione e categorizzazione, sia nei temi che nelle forme. I personaggi non sono ciò che ci aspettiamo sebbene a prima vista siano perfettamente riconoscibili e categorizzabili. L’autore ci sprona a guardare oltre e lo fa con ogni mezzo a sua disposizione. Ci sprona a far dialogare le sue opere con ciò che conosciamo e quindi a riguardare il nostro mondo attraverso le nuove chiavi di lettura che ci fornisce. Ci invita a decodificare ciò che viviamo e che inseriamo in categorie comode, ma pericolose. Questa è una sfida che raccogliamo volentieri e rilanciamo.

Una sfida che per noi parte appunto dal fumetto.