“We come in peace” – Happy Birthday Mr. Burton.

“We come in peace” – Happy Birthday Mr. Burton.

di Paola Del Zoppo

Nel 1999 usciva Il mistero di Sleepy Hollow. Ho un ricordo molto preciso della sera in cui andai al cinema con un gruppo di amici che non frequento più se non per un paio di persone. Al termine del film, uscendo, i commenti negativi erano del tenore di: “ma che scemenza”, “roba per ragazzini”, “ma che, manco faceva paura”. Il terrore che avevano ispirato in me alcune scene del film, la tristezza e l’ammirazione per quel racconto di consapevole rassegnazione alla malinconia, che solo può slittare nella speranza, nella consapevolezza di sé e nella volontà di reagire anche a ciò che sembra ovvio, evidentemente non erano stati compresi. Questo fu il mio pensiero sulle schermaglie amicali rispetto al film. Eppure, dopo tanto tempo e ripensando oggi a quella sera, forse perché di quegli amici non so quasi più nulla, mi viene in mente che il film l’avevano capito benissimo. Evidentemente in quegli occhi c’erano cortine contro il freddo dei colori e la sottile ironia dolorosa della maschera del cavaliere, tende oscuranti contro la rappresentazione rovesciata della fanciulla indifesa e della tangibilità del dolore e delle paure dell'”investigatore”, topos decostruito del campione simbolico della razionalità occidentale. Il mistero di Sleepy Hollow, come la maggior parte dei film di Burton, nella rielaborazione della riscrittura filmica si avvicina alla parodia: del gotico in generale, e del racconto a cui è ispirato in particolare, perché qui Ichabod “senza gloria” Crane sceglie di abbandonare la razionalità in favore della superstizione. Ecco che quel film quindi parlava proprio di ciò che stava accadendo al mondo occidentale in quel momento, evidenziava l’errore del cedere alla paura della perdita di controllo, che suggerisce sempre strategie imprecise per mantenere una integrità fittizia a scapito della compiutezza. Sleepy Hollow è annoverato tra i migliori film di Burton, e questo con buona pace di chi non colse la potenza di quella rappresentazione dei presupposti sbagliati su cui si fonda la borghesia occidentale. O meglio delle narrazioni occidentali falsate sulla necessità di una impostazione illuminista della società. Ma, soprattutto, di chi rifiutò l’emozione, la paura che con tutto questo era connessa, mancandogli il coraggio di superare nella vita reale l’empasse rappresentata con tanta finezza nelle sequenze più inquietanti.

Insidiati dai vari Beetlejuice, ma anche da chi non li vuole vedere, “bullizzati” come Edward Mani di forbice, denigrati e incompresi come Ed Wood, mantenere l’innocenza al giorno d’oggi come allora è “roba per ragazzini”, e le ferite che derivano dalle incomprensioni rischiano di allontanarci dalla capacità di percepire il mondo al di là delle sue quotidiane asperità. Forse incerto sul recepimento del messaggio, Burton ce lo ha spiegato quasi pedantemente, affinché fosse inequivocabile, nel piccolo capolavoro che è Big Fish. Se è vero che non c’è separazione tra il mondo fiabesco e la realtà, e che il racconto fantastico può essere una proiezione, un’ombra, o una distorsione e talvolta uno specchio utile a restituire immagini “ripulite” di ciò che potrebbe esistere, il disagio è generato dall’intuizione o dal sospetto  che la narrazione strana, unheimlich, semplicemente ritragga ciò che effettivamente è la quotidianità. Magari tramite una rappresentazione colorata e fiorita di ciò che il mondo borghese e i benpensanti degli ultimi cinquanta anni hanno lavorato per decostruire: il grande amore, la gioia della coscienza di sé, la fedeltà a un ideale, la possibilità di gestire la propria vita fuori dagli schemi di una democrazia indotta, sono improvvisamente, sullo schermo, ben reali e immediatamente relazionabili con un’esperienza personale. Incubo e sogno non sono definiti mai per opposizione, nel cinema di Burton, né lo sono la vita della fantasia e quella della ragione. Perché d’altro canto, la paura, la malinconia, la tristezza sono emozioni reali e relazionali, molto più fruttuose sebbene più faticose di una risata spensierata.

Ten fingers, ten toes,
he had plumbing and sight.
He could hear, he could feel,
but normal?
Not quite.
This unnatural birth, this canker, this blight,
was the start and the end and the sum of their plight.

D’altra parte, prima della discussione sul raffinato Sleepy Hollow, qualcuno nel mio gruppo di amici aveva già provato a comunicare l’intelligenza di Mars Attacks durante un cineforum di quelli di un tempo. La cosa singolare fu il rifiuto del film da parte di quegli amici engagé che rifiutavano Indipendence Day e Star Wars, e l’apprezzamento di chi invece era un patito di film “commerciali” di fantascienza e avventura. Il rifiuto raramente genera conoscenza, in effetti. Gli alieni di Burton sono cattivi quanto quelli di Emmerich, o meglio, sanno essere ancora più sadici, e mettono più inquietudine perché innegabilmente corporei. Se si suona un motivo country è facile fargli esplodere la testa, e il liquido verdastro e limaccioso che ne fuoriesce è esattamente come tutti ce lo immaginavamo. Ma c’è di più nel film: gli alieni sono dei guardoni che comprendono perfettamente le distorte ed estremizzate pulsioni sessuali del segretario di Stato Jerry Ross, sono vanesii e si fanno fotografare eccitati e sorridenti davanti ai grandi monumenti, prima di distruggerli e godere delle macerie. Il mostro e l’umano si somigliano moltissimo. Non hanno etica, non sono interessati ad avere uno scopo al di là dell’opera di distruzione e della momentanea allegria. Nel tripudio di colori il film scivola in un’atmosfera satanica, lasciandoci con la certezza di non poter sopravvivere a una invasione, e forse con il dubbio che sarebbe in effetti meglio non lasciar sopravvivere la razza umana, tra culto dell’autorità e miti dell’identità “culturale”, ma rimane la malinconia, la tenerezza per la commedia umana ritratta “sulla terra”, composta di esseri infinitesimali, accomunati da un male di vivere traslucido e inevitabile, che dalla satira vira al romanticismo dell’eroe minuscolo.

“Really, sweetheart,” she said

I don’t mean to make fun,

but something smells fishy

 and I think it’s our son

Lungi dall’essere solo un parametro per comprendere l’apertura mentale degli amici e la loro possibilità di proseguire un cammino al nostro fianco, i film di Tim Burton sono innanzitutto operazioni d’arte cinematografica in un’accezione oggi quasi retrò. Se si chiede ai cinefili e ai critici quale sia tra essi il loro film preferito indicheranno sempre gli stessi, per quella splendida coerenza di luce, colori, musica e messaggio, i primi “perché sono i primi”, poi Ed Wood, Mars Attacks, Sleepy Hollow, Big Fish, magari Sweeney Todd, qualcuno anche le animazioni in stop motion, i più coraggiosi almeno il secondo Batman. Ma se si chiede a chi va al cinema per emozionarsi, ogni persona indicherà un film diverso compresi Willy Wonka o Il pianeta delle scimmie, o persino Dark Shadows con i suoi sprazzi di genialità e qualcuno dirà forse “tutti”, probabilmente con un sorriso. “Tutti, o quasi tutti”, direi anche io, salvando persino i film meno riusciti, con quelle scene sopra le righe, il trucco banalizzato, il gioco dei colori infantilizzato. Caratteristiche che però non “sfuggono” alla regia volitiva di Burton, ma che anzi sembrano accentuate intenzionalmente, esasperate, nell’ultima fase della sua cinematografia. Burton gioca con la dissimulazione di sé per insistere nell’aprire i varchi oltre lo schermo. Ci lascia perplessi a osservare la natura progettuale di alcuni film, spesso facendoci propendere, come un tempo accadeva con quegli altri film poi riguadagnati poi alla critica, per la sciatteria o l’esagerazione, ma poi ci ricorda che siamo noi che amavamo Mars Attacks e Sleepy Hollow i suoi Ed Wood o Edward Bloom. E allora tutto si chiarisce. Perché è contro la determinazione insidiosa di uniformare lo sguardo, che Burton si permette a volte di banalizzare o di strafare, rivelando, ad esempio nella danza sconnessa e grottesca di Johnny Depp nel finale di Alice – ma non solo – la gratuità di una brutta scena, e le sfaccettature del giudizio di valore. Molti lo hanno fatto prima di lui, troppi non lo fanno più.

She railed at the doctor:
“He cannot be mine.
He smells of the ocean, of seaweed and brine.”

È un processo evolutivo coerente, a ben guardare, che partiva dalla volontà di non definire il suo possibile pubblico. Forse proprio adesso, allora, che i film vengono confezionati per un pubblico sempre più specifico (e purtroppo questo vale maggiormente per i film che si vogliono dire “engagé”) il linguaggio multiforme e sinestetico dei film di Burton meriterebbe grande attenzione sia nei recuperi dei film che hanno definito lo stile “burtoniano”, sia di quelli che lo tradiscono, di certo non senza consapevolezza del regista. Quanti modi ci sono per perdere l’innocenza e la purezza dello sguardo? Forse tanti quanti sono i film di Burton, che, ad una seconda analisi, rivelano sempre il livello metafilmico, talvolta forzando e rompendo la cortina di separazione con lo spettatore pur di ottenere una reazione, o almeno un dubbio sullo stato delle cose. Invece, più o meno con successo, Burton tenta ancora, ogni volta, di criticare una parte del suo stesso pubblico, e insieme la critica e il mondo cinematografico. Se ormai i film sono in pasto alla critica di tutti, alla superbia dell’ignoranza, è vero anche che si rischia sempre di più di andare al cinema – quando ancora ci si va – per dimostrare o poter raccontare di aver visto il dato film, per potersi dire cinefili in base a categorie prestabilite. Il rovescio del ricamo ben delineato dell’atteggiamento snob di chi rifiuta i prodotti “per intellettuali”.

Nessun regista è perfetto, e forse nessuna opera d’arte. Però si può sempre decidere come guardare ciò che vediamo. Quello che ci ha chiesto finora Tim Burton è di guardare alle cose con stupore, innocenza e quella sorta di coraggio che abbiamo solo se non fruiamo di un’opera per doverla raccontare, magari a qualcuno che ci giudicherà per il racconto.

As he picked up his son,
Sam dripped on his coat.
With the shell to his lips,
Sam slipped down his throat.

They burried him quickly in the sand by the sea
-sighed a prayer, wept a tear-
and they were back home by three.

NOTE:

Il testo in corsivo è tratto dalla poesia di Tim Burton The Melancholy Death of Oyster Boy. La versione italiana del libro che la contiene è ad opera di Nico Orengo per Einaudi (2006). Qui un link a una bella lettura del testo, voce di Drew Fuccillo, qui a una versione animata. 

L’immagine di copertina è un montaggio di Where Ever You Shall Go (S), (centro) Peek-a-boo and (D) Hope di Yasela Maldonado esposte alla East End Studio Gallery nella mostra “Crazy Reality” una Tim Burton Tribute Art Exhibition tenutasi nel 2016, di cui trovate notizie qui.

Letture Rinfrescanti – Non Stancarti di Andare

Letture Rinfrescanti – Non Stancarti di Andare

Per proseguire con i nostri consigli di letture rinfrescanti, abbiamo scelto Non stancarti di andare di Stefano Turconi e Teresa Radice edito da Bao. In un’estate incendiata da polemiche e facili attestazioni di cosa voglia dire essere umani, abbiamo deciso di ampliare un poco lo sguardo e rinfrescarci le idee usando lo strumento del fumetto.

Non stancarti di andare racconta l’intreccio delle vite di uomini e donne in cammino, individui viandanti per scelta, necessità o sfortuna.

Seguiamo le vicende di una giovane coppia, Iris e Ismail, illustratrice italiana lei – ma cosa la definisce italiana? – e docente universitario siriano lui. Facciamo la loro conoscenza quando la coppia è già unita, pronta a condividere la quotidianità. Scopriamo però pian piano che la loro relazione è iniziata in viaggio, lungo le strade della Siria. Scopriamo ancora che Iris ha alle spalle una famiglia di viandanti. I nonni materni seguirono infatti la rotta che portò molti italiani a cercare fortuna in Argentina, sua madre anni dopo ripercorse la stessa tratta nella direzione opposta per fuggire da un regime pericoloso.

Ismail invece ha radici profondamente radicate nella terra, e, innamorato del suo paese e della sua storia, fatica a “muoversi” – ma le circostanze lo costringeranno a mettersi in cammino. Tutti i personaggi vengono presentati in cammino, in movimento, sia esso fisico o , alcuni in fuga, come Maitè, la madre di Iris, altri alla ricerca della propria dimensione, come i protagonisti, altri ancora per raggiungere quello che hanno riconosciuto come il proprio posto: ad esempio Tiziana, figura interessante perché propriamente adulta e realizzata, punto di riferimento chiaro nella vita di Iris. L’unico personaggio che appare sedentario, statico perché simbolicamente solido, è padre Saul, completamente a proprio agio nella precarietà della sua vita. Ha scelto per sé una vita monastica fitta di relazioni volta all’accoglienza e alla comprensione dell’altro. Saul è un porto sicuro per coloro che si sentono smarriti o che lo sono senza neanche saperlo. Appare quasi sempre fermo, seduto o prostrato, non va in nessun luogo, ma è facile capire che un lungo viaggio lo ha portato ad essere dove si trova. Il movimento, dunque, dimensione comune a tutti i personaggi, aiuta a non banalizzare o non rendere patetico il viaggio che Ismail si trova costretto ad intraprendere. Lui seguirà infatti una tratta decisamente battuta, la strada di chi, costretto a lasciare il proprio paese a causa di guerre e povertà, spera di trovare altrove la possibilità di una vita migliore. Ismail, come tutti gli altri, durante il cammino vivrà traumi che lo segneranno profondamente, avrà compagni di viaggio che lo lasceranno indietro, altri che saranno da lui lasciati indietro. Affronterà la fatica, la paura e gli incidenti di percorso, sempre incerto riguardo la propria meta, alternando momenti di speranza a momenti di sconforto. Questo modo di raccontare i percorsi dei vari personaggi ha il doppio pregio di non creare vittime e vittimismi: si trovano solo persone piene di dignità e intraprendenza, insieme a quello di avvicinare vissuti diversi. L’essere viandante è uno status comune a molti, può essere uno spazio a-categoriale: non crea ghetti, ma può anzi avvicinare e creare empatia tra chi condivide un vissuto diverso, ma intimamente accomunabile. Ogni personaggio, alla fine del fumetto, avrà raggiunto una tappa del proprio viaggio e si troverà pronto a rimettersi in cammino.

Non stancarti di andare è però un fumetto che oltre a parlare del viaggio e delle tante metafore che da questo scaturiscono, fa di arte, politica e spiritualità tre temi centrali e tre dimensioni intercorrelate nella formazione dei personaggi.

L’arte è caratterizzata come possibilità di creazione e quindi soprattutto come poesia. La poesia è costantemente presente sia letteralmente che come fonte di ispirazione. L’arte e la bellezza sono i veri leitmotiv della narrazione, modellano le speranze dei protagonisti, ne alimentano la tenacia e sono appiglio sicuro nel succedersi di imprevisti e difficoltà. La creatività è elemento distintivo dei due protagonisti, grazie a questa, confrontando i propri vissuti e le proprie esperienze, si conoscono. Si riconoscono, nel mettere a frutto ciascuno i propri talenti nella ricerca della bellezza. Una bellezza che lascia percepire la verità, e in questa ricerca la loro relazione diventa vera e significativa.

Compagna dell’arte nelle pagine di questa opera a fumetti è la politica, poiché le vite dei protagonisti sono fermamente indirizzate dai principi che l’arte indica. I protagonisti e non solo, non scelgono una vita comoda, fanno delle proprie aspirazioni e dei propri sogni scelte di vita concrete. Non scendono a compromessi, non si accontentano rinunciando ai sogni in favore di un’ipotetica sicurezza. Diventano al contrario testimoni coerenti della possibilità di vivere la propria vita senza sottostare a regole fittizie. I personaggi in carrellata sono artisti, insegnanti, attivisti, religiosi e medici. Nessuno di loro sceglie di declinare la propria vita in modo da assecondare le aspettative o ciò che viene banalmente indicato come senso comune. Per questo il messaggio di libertà che ne scaturisce è sommamente politico. “Politico” nel senso più nobile del termine – il senso autentico – la politica che richiama al bene comune e quindi alla responsabilità di ciascuno di spendersi per arricchire “la comunità” secondo le proprie disposizioni, la propria indole, le proprie capacità e inclinazioni. Iris mancherebbe al proprio dovere, anche civico, se anziché impegnarsi al meglio delle proprie capacità per diventare un’illustratrice scegliesse un impiego sicuro, un posto definito all’interno della società. Sarebbe meno politicamente esemplare se scegliesse per sé relazioni “facili” e riconoscibili, disconoscendo quelle più “discutibili” o difficilmente incasellabili, se scioccamente aderisse all’idea comune di stabilire una gerarchia tra le relazioni. Iris sceglie la propria famiglia, la costruisce man mano relazione dopo relazione, riconoscendo i propri punti di riferimento, le amicizie vere, e costruendo una costellazione in cui distanze e definizioni non contano.

L’ultimo tassello che va a comporre il mosaico di questo fumetto è senza dubbio la spiritualità, declinata come religione, ma non solo. Il continuo richiamo al trascendente abbatte qualunque differenza, non esistono più confini o categorie, le culture e le tradizioni divengono un unico continuo fluire, si mescolano si arricchiscono, ciascuna nella sua particolarità aggiunge un pezzetto alla ricerca dell’irraggiungibile. Ogni fede concorre con le proprie mille domande e con i dubbi e le contraddizioni di cui è portatrice, a creare un percorso comune verso ciò che porta fuori da sé e spinge alla ricerca, al viaggio. In questo comune interrogarsi si costruiscono pezzetti di verità che chiudendo il cerchio, sembrano racchiusi nella bellezza e quindi nell’arte. E proprio in questo legame tra arte e spiritualità, tra trascendente e manifestazione, viene a trovarsi il mondo della religione. La spiritualità è fondamentalmente una dimensione intima mentre la religione crea riti e occasioni di condivisione e incontro, fornendo all’individuo i mezzi per uscire da sé. Per questo padre Saul diventa la perfetta intersezione tra queste due dimensioni. In un monastero cattolico, sorto sui resti di una chiesa ortodossa, troviamo un sacerdote affascinato dal mondo islamico, che si richiama indistintamente al Vangelo, alla Bibbia e al Corano e in questa sua polifonia ispirata a una forma di universalismo riesce a creare una casa accogliente per chiunque si senta viandante.

Gli autori scelgono una comunicazione rigorosa, solo in alcuni tratti improntata all’emotività, che non incide sulla solidità della narrazione e si presenta quindi come apertura a un pubblico più ampio possibile per trasmettere un messaggio essenziale.

Il fumetto infatti insiste sull’umanità della speranza, richiama alla responsabilità di ciascuno di fare della propria vita qualcosa di importante, al di là delle difficoltà e della paura. La paura si ritaglia in effetti lo spazio del grande antagonista di questa storia e ne esce sconfitta. L’arte è l’arma per sconfiggere la paura, la spiritualità è il mezzo che abbiamo per farci incontro all’altro, per conoscerlo imparando così a non temerlo e infine la politica ci spinge a fare della nostra vita un testimone credibile del fatto che la paura può essere vinta. Iris e Ismail si trovano ad essere toccati dalla Storia, ma non si rinchiudono per paura nel loro micromondo. Anzi decidono di fare delle loro vite qualcosa di significativo affinché ciò di cui sono stati testimoni continui a risuonare, perché la loro fame di verità possa essere d’esempio per altri.

Non stancarti di andare, con il suo dedalo di strade e relazioni, è una lettura importante e delicata, una storia di per sé toccante e che lascia il segno. Senza dubbio una lettura che aiuta a ripensare tanti dei luoghi comuni su relazioni e categorie, che generano confusione in questi giorni, e che oppone risposte discrete e significative a proclami che nascondono tra le grida un vuoto disarmante.

Lo santissimo uffizio de la Noia et de la cattiva digestione  di Angelo Orlando Meloni

Lo santissimo uffizio de la Noia et de la cattiva digestione di Angelo Orlando Meloni

Nella notte della feria d’agosto una microprosa satirica di Angelo Orlando Meloni. Da leggere tutta d’un fiato e poi rileggere.

Lo santissimo uffizio de la Noia et de la cattiva digestione.

Essendo che tu fosti denunziato in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina ch’i libri siano oggetto di piacere et de bramosa luxuria e che la Sant.a Letteratura habbia da usarsi con lascivia per lo personale sollazzo; ch’avevi clienti nello tuo negotio di libri et libelli a Siracusa, a’ quali insegnavi la medesima sozzura; che circa l’istessa tenevi corrispondenza con scribacchini disoccupati et perdigiorno di niun successo né reputatio; che tu avevi ascritto a le reti sodàli alcuni status, ne’ quali spiegavi l’istessa dottrina come vera. Volendo per ciò questo S.cro Tribunale provedere al disordine che di qui scaturiva con pregiudizio della S.ta Fede nelle Patrie Lettere, furono individuate le tue blasfemie: “i libri non sono importanti, i libri al limite sono belli”; “la letteratura non insegna niente, non serve a niente, non contiene informazioni, tutt’al più è una figata, se becchi il libro giusto”; “ci avete rotto le palle per una vita con l’idea che la saggistica debba essere appassionante come un romanzo e ora venite fuori con l’idea che i romanzi debbano essere noiosi come la saggistica”; “se un uomo ti dice che la letteratura è importante e la matematica divertente, non ti fidare di lui”; “leggere è un piacere e non un dovere”; “il postmodernismo è una cagata pazzesca”.

Esse proposizioni sono assurde e false in filosofia, e formalmente eretiche, per essere contrarie al Sacro Tedio che infonde se stesso profondissimo in vertute ne lo spirito de lo lettore che rifugge il sollazzo et ricerca l’ascesi et lo supplizio con li importanti contenuti che ripuliscono l’anima de li mali che in essa alberghano et da lo peccato che tutti insozza. Accioché questi errori fossero abiurati et dimenticati fu decretato nella Sacra Congre.ne degli Scassapagghiari che scrivono su le nobilerrime riviste tenuta avanti ai letterati di Facebook che tu dovessi omninamente lasciar detta opinione falsa e che non potessi insegnarla ad altri né difenderla né trattarne. Ma essendo ricomparso qua un vecchio libro, stampato in Roma, la cui inscrizione mostrava che tu ne fosse l’autore, dicendo il titolo Io non ci volevo venire qui di Angelo Orlando Meloni; fu il detto libro diligentemente considerato, e in esso scoperta la transgressione del predetto precetto, avendo tu nel medesmo libro difesa la detta opinione già dannata e da te dichiarata più volte con varii ragiri, non potendo in niun modo esser possibile un’opinione difìnita per contraria alla Noia de la Santissima Letteratura Importante. Che perciò d’ordine nostro fosti chiamato a questo S. Off.o degli intellettuali su Facebook, nel quale confessasti che la scrittura di detto libro è in più luoghi distesa in tal forma, ch’il lettore potrebbe formar concetto che gl’argomenti portati fossero in tal guisa pronunziati per diletto, soddisfazione et vile sollazzo, che più tosto per la loro importanza et giustezza a infondere alati insegnamenti ne lo comune uomo, bisognoso di elevarsi dalla moltitudo. Pertanto, siamo venuti contro di te alla diffinitiva sentenza. Ti sei reso sospetto d’eresia, d’aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alla Noia e ti condaniamo alla rilettura a lo contrario e ne la originale favella de lo sacro tomo Infinite ciospa di messer David Foste Fallace e t’imponiamo per tre anni di recitarlo una volta a settimana ne la sala mensa.

Così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, ordiniamo, predichiamo, mal razzoliamo, grufoliamo, paraponziponziponziamo et reservamo in questo e in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo ne la società dei magnaccioni che amano i classici, però non sono entrati una volta in libreria negli ultimi trent’anni.

Foto di Luigi Cecchi (2010 – 2012)

Dio è un procione di nome Viko – Luigi Cecchi

Dio è un procione di nome Viko – Luigi Cecchi

Da oggi e speriamo per qualche tempo L’Isola volante ospiterà microracconti. Tutti nello stile di Laputa, per riflettere, sorridere, avvertire le dissonanze del mondo che ci circonda o che ci abita nel profondo. Iniziamo – ovviamente – con un microracconto inedito di Luigi Cecchi.

Racconto e fotografia © Luigi Cecchi 2017

Dio è un procione di nome Viko

Ci sono alcune giornate che cominciano male, ma che finiscono con l’impressione che tanto ce ne saranno così tante, che forse non vale la pena preoccuparsene. Ecco, era una di quelle giornate. E chissà come sarebbe proseguita. Era la quarta volta che Viko posizionava con cura la piccola noce al centro della superficie levigata e quasi orizzontale di una roccia. Poi, sollevando un’altra roccia più piccolina ma non meno solida, per quattro volte aveva tentato di aprirla sbattendocela sopra. Era difficile: con le sue manine pelosette non riusciva a mantenere la presa per molto tempo, e poi le sue piccole braccia non erano in grado di sostenere il peso del sasso troppo a lungo.

Dopotutto, era solo un procione.

Tentò un’ultima volta, dopodiché avrebbe lasciato perdere. Ne aveva mangiate tantissime di noci, nella sua vita. Aveva mangiato anche noci che ora non esistevano più, che si erano estinte, evolute in uno dei diversi tipi di noci che esistono adesso. E in futuro, avrebbe mangiato noci che sarebbero state l’evoluzione delle noci odierne. Non c’era bisogno di infuriarsi solo perché non riusciva ad aprire una cazzo di fottuta noce di merda. «Apriti, cazzo!» Gridò, abbattendo sul piccolo guscio il masso che aveva sollevato in aria con fatica per la quinta volta. Nel frattempo, un uragano sconvolse le Filippine. Stavolta la pietra colpì con forza la noce, che anziché schizzare via come aveva già fatto le volte precedenti, si spappolò in mille pezzettini assai poco adatti ad essere separati e ingeriti, giacché impastati in mezzo ai detriti del guscio duro.

Viko tirò un calcio alla pietra, imprecando. Una valanga travolse alcuni alpinisti, in Piemonte. Lui non ottenne altro che ferirsi la zampetta. Si rotolò a terra, continuando a imprecare. Un terremoto in Cile, magnitudine 6.8 con trecento feriti.

«È una di quelle giornate, Viko?» Gli fece Zilpa il leprotto strabico, passando di lì con l’asciugamano in spalla e una borsetta sotto braccio. Probabilmente tornava dal bagno al fiume.

«Credo proprio di sì.» Brontolò Viko, rialzandosi.

«Vieni, ti offro la colazione. In tana ho un paio di pannocchie, metto su una tisana.» Viko annuì, poi saltellò appresso al leprotto cercando di non appoggiare la zampetta ferita.

«Ti sei fatto molto male?» Gli chiese Zilpa.

«Solo nell’orgoglio. La zampa guarirà in pochi minuti, come al solito. Ma cazzo sono due miliardi di anni che esisto e ancora non ho imparato a spaccare una noce.»

«A parte il fatto che le noci come quella che stavi spaccando esistono solo da qualche milione di anni, – gli fece notare il leprotto, mentre tentava di infilare con imbarazzante difficoltà una grossa chiave in un altrettanto grosso buco di una serratura. – ma poi, come dire… sei un procione! Ma che pretendi?» La porta di legno si aprì cigolando si vecchi cardini ossidati. Zilpa saltò in avanti per raggiungere il cassetto dove teneva le pietre focaie. A quel punto Viko schioccò le dita e accese tutte le candele della stanza. Le ovaie di una sessantenne, in Germania, ripresero a funzionare.

«Non è che posso dare la colpa della mia incapacità sempre al mio pollice scarsamente opponibile, o al fatto che sono alto sessanta centimetri… quando mi siedo in verticale intendo… insomma sono pur sempre Genova!»

«Semmai Jehova. Genova ora è una città e sta in Italia.» Gli fece notare Zilpa.

«Sì, vabbé, Genova, Buddha, Oriside… chissenefrega.»

«Osiride. E comunque ormai Osiride non lo prega più nessuno.»

«Quello che voglio dire è che potrei schioccare le dita e aprirla, quella cazzo di noce. Proprio come ho acceso adesso le candele. Ma poi… non sarebbe stata la stessa cosa! Non sarei stato coerente con me stesso. Sai tutti i discorsi che faccio sempre, sulla durezza della vita? Bisogna starci dentro per capirla, mica è roba facile, sai?» Zilpa stava sollevando con le zampine una tazza di latta, per agganciarla a un piccolo perno che l’avrebbe sospesa sopra una delle candele accese.

«Certo… eccome se ti capisco. Tutta un’altra cosa fare le cose con le proprie zampe. Cioè, vuoi mettere? Guarda quella scultura di legno vicino alla cappelliera, laggiù. L’ho fatta io con i miei denti. Ti piace?»

«Cos’è, un carciofo?»

«Una rosa.»

«Uhm. beh, dai, ci somiglia.»

Zilpa appese un’altra tazza su un’altra candela, poi saltellò verso un angolo della stanza dove erano ammucchiate diverse pile di sacchetti di stoffa contenenti foglie e frutta secca. Mentre le annusava per decidere quale tisana preparare, proseguì il discorso.

«Però non è che si può fare tutto a mano, eh. Non sono uno di quelli che dice che devi involverti, impatto universale zero, decrescita sostenibile, divinità a margine e cose del genere. No, no, no. L’onnipotenza va usata quando fa comodo, quando si ha fretta… o quando proprio non se ne può fare a meno. Senza sentirsi in colpa.»

«Già… – fece Viko sedendosi su un sasso vicino alla sua tazza di acqua calda quasi fumante. – Non credo che tu ti sia messo a raccogliere la cera e a ungere gli stoppini per fare tutte queste candele, dico bene?»

«Certo che no! Come potrei? Sono una lepre. E non ci vedo neppure tanto bene. Però non abuso delle capacità che mi hai gentilmente concesso. Vedi? Cerco di sperimentare il più possibile la durezza della vita, come dici tu. Le cose che riesco a fare coi denti e con le zampe, le faccio sempre coi denti e con le zampe. Hard life!»

«Sempre, hard life!» Lo assecondò Viko inarcando le sopracciglia con orgoglio.

«Sempre.» Ripeté Zilpa tornando da lui con un paio di sacchetti pronti da immergere nelle tazze. Si avvicinò al tavolo di legno e cercò con le zampine di afferrare la tazza sospesa sulla candela, ma finì per bruciarsi il pelo della mano e fece cadere la tazza a terra, rovesciando tutta l’acqua calda.

«Oh, no. Che peccato.» Mormorò, massaggiandosi la bruciatura.

«Non fa niente, non fa niente.» Lo rassicurò il procione, e allungò la zampina verso l’amico leprotto. In men che non si dica la bruciatura era scomparsa, il pelo era ricresciuto, e la tazza era di nuovo sul tavolo, piena della sua acqua calda. Nel frattempo l’ultima tigre del Bengala femmina, con in grembo due cuccioli, sopravvisse alla fucilata di un cacciatore di frodo.

«Beh… Grazie Viko. Ce lo vuoi un po’ di miele?»

«Hai del miele? Davvero?» Viko sgranò gli occhi. Quanto tempo che non assaggiava del miele!

«Sì, dovrei averne… – Zilpa si voltò verso la mensola alla sua destra. – Ah, no. L’ho finito ieri, sui toast. Mi dispiace.» Viko sospirò.

«Fa niente. La bevo amara. È buona lo stesso.»

«Hard life!» Esclamò Zilpa sollevando un pugno, sorridente.

«Sì… hard life.» Ripeté Viko. E mandò giù un paio di sorsi dell’intruglio verde.

 

“Ma tu la sai la storia della serpe e il carbone?” – Il mondo di Filippo Biagianti

“Ma tu la sai la storia della serpe e il carbone?” – Il mondo di Filippo Biagianti

 

Nel documentario una cosa che cerco sempre di evitare è quella di dare delle risposte, preferisco cercare di creare dei punti di domanda, dei dubbi, delle inquietudini, dei momenti di empatia.

Intervista di Ilaria Troncacci.

Durante il festival Animavì di cui abbiamo già scritto qui e qui, abbiamo avuto modo di assistere alla proiezione di alcuni cortometraggi del documentarista Filippo Biagianti, tratti dal ciclo Memorie Vive. Abbiamo approfittato della sua disponibilità per poterlo intervistare e l’occasione si è trasformata in un viaggio attraverso storie inattese e sorprendenti. Filippo Biagianti si è rivelato anche di persona un eccellente cantastorie, capace di entrare veramente in relazione con le persone che incontra ed in grado quindi di riportare le molte storie di cui è affollata la sua strada in modo autentico ed affascinante. Attraverso i suoi racconti ci ha accompagnato in giro per l’Italia, per l’Europa e oltre dipingendo un quadro politico e sociale a volte drammatico ma sempre onesto e partecipato. Abbiamo cercato di far risaltare la grande capacità di Filippo di mettere in relazione la forza, la tenerezza e la fragilità del mondo, dell’umanità, la grande apertura della sua visione che esce da molte categorie per “raccontare” come a ogni latitudine ci siano storie degne di essere raccontate, storie che è etico raccontare nella maniera più limpida possibile.

Prima dell’intervista, abbiamo avuto l’occasione di assistere in anteprima alla proiezione del corto Basilio, un documentario che riprende la narrazione di un anziano signore sardo che nel raccontare un sogno racconta di sé, della sua storia e della Storia con la S maiuscola. L’interno della casa di Basilio, un’ambientazione scarna e realistica, acquista ancor più profondità nel montaggio con riprese della natura e immagini della presenza dell’uomo in quella natura. Una presenza impressa, non disegnata, a sua volta naturale. Basilio è parte di un nuovo progetto che raccoglie i racconti dei sogni di abitanti ultranovantenni dell’entroterra sardo. Così, da questo siamo partiti nell’intervista.

Foto ©Luigi Cecchi 2012

Come nasce questo progetto?

Il progetto nasce in collaborazione con il dottor Alessandro Coni, psichiatra e appassionato della cultura millenaria sarda, dalla sua intuizione in certo senso azzeccata di andare a cercare le storie attraverso i sogni di queste persone. Perché il racconto di Basilio nasce da una domanda: “Cosa sogni? Ma non da bambino, cosa sogni ora, da centenario.” Lui ha iniziato a raccontare partendo da Mussolini, delle immagini che tornano nei suoi sogni di un discorso fatto ai minatori. Ma poi da lì scavando un po’ più a fondo, parlando di sogni è venuta fuori tutta la storia dei debiti del padre, della paura, della fatica e infine l’orto, l’acqua. Elementi che sono emersi in tutti i sogni degli altri. Tutti sognano che gli vengano portate via le cose, la casa, l’acqua, la terra. Con la terra in particolare dimostrano di avere un legame unico, è davvero come se fosse un secondo sangue. Questo perché ovviamente, come dice anche Basilio, non avere più l’orto significava la morte, la morte per fame. Non c’erano alternative, certo c’era una mutualità tra compaesani, un reciproco aiuto che poteva però fino a un certo punto perché la situazione della Sardegna continentale agli inizi del Novecento era terribile, come tornare a trecento anni prima. In queste zone è arrivata l’elettricità negli anni ’50. Sono realtà molto dure e la famiglia di Basilio era una delle più povere in una condizione di povertà assoluta. Ora è una famiglia normale, vive in un condominio, in una casa propria nello stesso paese di cui racconta nel cortometraggio e in cui tutt’ora è praticamente autonomo. Basilio e la moglie vivono soli nel proprio appartamento, figli e nipoti vivono nello stesso palazzo. Ovviamente parliamo di paesini del centro della Sardegna, i termini palazzo e condominio sono relativi, si tratta in realtà di palazzetti in cui le famiglie nel corso degli anni costruiscono il piano di sopra e poi quello sopra ancora, così che nello stesso palazzo trovi la prima generazione e poi la seconda, insomma tutta la famiglia.

Abbiamo iniziato a girare con Basilio e abbiamo fatto altre 10 interviste, non tutte hanno la forza della storia che Basilio ci racconta, ma tutte sono importanti. Ad esempio intervistando persone più ricche e istruite ci siamo trovati proiettati in un mondo differente. Abbiamo intervistato un professore e una ricca signora, le esperienze sono diverse, raccontano della scuola, della barca, della pesca. All’improvviso scompare tutto, loro vivono già in un mondo proiettato nel futuro, Basilio e il suo mondo non ci sono più. Si tratta però di una minoranza. Alessandro quindi ci aveva visto lungo, perché per lo più nei sogni compaiono dei temi ricorrenti l’acqua, la terra, i morti che tornano sempre sotto forma di amici, nemici, consiglieri.

La linea narrativa che vorrei dare è quella di ricostruire il sogno in modo semplice, anche frammentario, se necessario. Nel caso di Basilio è stato un montaggio più elaborato perché una storia così doveva essere in qualche modo sostenuta da degli accostamenti, da delle immagini evocative che accompagnassero le belle parole del racconto, anche perché poi i sardi quando parlano italiano usano un eloquio perfetto, con delle parole anche antiche che ti spiazzano.

È un lavoro complesso e faticoso perché il materiale è tantissimo, ci trovi in mezzo delle pepite ma ci sono anche tante cose che non si possono raccontare, storie di cronaca terribili di cui si ha ancora memoria e che segnano ancora molte vite. Tutto questo dovrà poi essere mediato da Alessandro perché io posso raccontare le storie ma come lui interpreterà è tutto da vedere, in che modo vorrà trarre le conclusioni. Quello che a me piacerebbe fare è ricostruire questo mondo onirico attraverso le immagini che avete visto. L’Ogliastra è un mondo pieno di suggestioni, usate con un minimo di cognizione potrebbero da sole raccontare grandi storie.

Anche a partire da queste suggestioni, che cosa è per te la poesia e che ruolo ha nei tuoi lavori?

 Io credo che, come diceva Fofi quando l’ho intervistato qualche giorno fa, se la poesia viene ricercata a tutti i costi, stanca e allora è meglio la prosa. Mi è capitato di vedere cose che vanno forzatamente alla ricerca della poesia e alla fine ottengono esattamente l’opposto. Quando mi confronto con una storia da raccontare, devo trovare il modo di raccontarla senza scadere nell’ovvio o nel didascalico. Nel documentario una cosa che cerco sempre di evitare è quella di dare delle risposte, preferisco cercare di creare dei punti di domanda, dei dubbi, delle inquietudini, dei momenti di empatia.

La poesia per me è il saper raccontare il reale in una maniera onesta ed efficace. Io credo che nel mondo, nella vita di tutti i giorni ci siano tante cose poetiche che però non vengono notate perché non c’è mai il tempo di fermarsi a guardarle, spesso si tratta di cose che possono ad un primo sguardo sembrare fuori posto. 

Ad esempio ora sto facendo un cortometraggio con dei rifugiati di un centro d’accoglienza, con estrema difficoltà, perché entrare in un centro per rifugiati con la videocamera è praticamente impossibile, un sacco di storie dalla questura. Insomma sto girando in questo albergo, i famosi alberghi in cui vengono ospitati i rifugiati. Un albergo in disuso di proprietà della Chiesa che è stato adibito ad ospitare questi rifugiati che sono famiglie, ragazzi. Sono pakistani, ivoriani, maliani, nigeriani. Uno di questi ragazzi ha imparato subito l’italiano e lo hanno assunto. Nell’albergo c’è una cucina dove lui fa da cameriere e da barista. Vicino a questo albergo c’è un monastero che stanno ampliando ora con una sala congressi, quindi la squadra di operai che si sta occupando di questi lavori si ferma spesso a mangiare nel ristorante gestito dai rifugiati. Mentre giravo un giorno sono arrivati gli operari si sono seduti al tavolo e questo ragazzo è andato a servirli. Io li ho osservati per capire in che modo si sarebbero comportati, temendo delle brutte reazioni da parte loro e invece si sono messi a scherzare si sono un po’ presi in giro. Insomma una scena bellissima e sono dei momenti che se tu riesci a restituire in maniera onesta diventano da soli più forti di tanti artifici poetici.

Insegnando in accademia ho visto un effetto pratico di questa insensata ricerca della poesia a tutti i costi, alcuni miei allievi ci cadono rincorrendo il già visto, il rifatto, lo slow motion che rischia di rimanere un artefatto fine a se stesso. E talvolta purtroppo anche i registi che ricevono premi e che hanno grandi mezzi cadono in questo meccanismo. A me piacerebbe avere disponibilità tecniche per poter dire: “fammi quell’inquadratura, muovi quella camera”, mi piacerebbe anche che rimanesse comunque pieno di senso. I nostri anni di Daniele Gaglione è un esempio perfetto di questa cosa, secondo me è uno dei più bei film sulla Resistenza, insieme alla Notte di San Lorenzo dei fratelli Taviani. La storia è semplice, ma è il modo in cui è raccontata e soprattutto come è messo in scena, è lo “sporco” che vedi sulla pellicola che ha una forza inarrivabile. Ci sono invece dei film con un approccio molto hollywoodiano dal punto di vista della fotografia o della narrazione, che però anche se tecnicamente ben fatti rimangono poco credibili e non ti lasciano niente.

Penso che almeno per quanto riguarda il documentario la poesia vada ricercata nelle cose semplici, nella capacità di riportare la realtà in maniera umile e semplice. Un esempio che mi è capitato tra le mani è stato grazie al mio amico Ruben Lagattolla che è stato ad Aleppo, poco prima che nascesse l’Isis nel 2014 (l’Isis nasce a giugno del 2014), quando ancora ad Aleppo erano rimasti gli ultimi baluardi di tentativi democratici di gestire una possibile rinascita che però son stati subito debellati. Lui ha filmato il suo viaggio che è poi diventato un film Young Syrian Lenses. Nel girato c’era una scena che poi nel montaggio finale è rimasta esattamente così come era, abbiamo aggiunto solo una sura del corano cantata da una bambina. Fermi ad un check point in attesa che i soldati spiegassero loro come e dove attraversare per via dei cecchini, vedono uscire dal nulla una bambina vestita con un completino blu e rosso in pendant con la cartella. Si ferma lì, i miliziani continuano a parlare tra loro. Lei è piccolissima, li guarda dal basso aspettando di capire quello che deve fare. Poi all’improvviso uno la guarda, senza dire nulla si incammina e lei gli va dietro. C’è questa lunghissima carrellata di questa bambina che continua a camminare con il miliziano davanti che l’accompagna per dirle eventualmente di farmarsi o di andare via. L’accompagna finché arrivano in un punto in cui lei sa evidentemente come proseguire da sola, inizia a correre e sparisce dall’inquadratura e chissà che fine ha fatto. In questa sequenza c’è tutto quello che ci deve essere. La bambina è completamente fuori luogo, sembrava impossibile che una ragazzina così potesse uscire in una situazione del genere, in una città assediata eppure è così. La realtà delle volte è più poetica di qualsiasi poesia. Questo è quello che si dovrebbe ricercare secondo me. Voi avete visto Fuocoammare di Rosi, lui ha fatto un’operazione stupefacente, mettendo sullo schermo l’orrore più orrore, ma con una forza lirica incredibile. L’inquadratura fissa della stiva della nave in cui c’è un intreccio di cadaveri assolutamente identico a quello che si vede ad Auschwitz, un’inquadratura che dura diversi secondi, e nonostante le critiche sterili che ha suscitato alla sua uscita, quella scena è perfetta, è onesta e potente. È poesia, proprio perché racconta in maniera del tutto onesta quello che effettivamente succede nel Mediterraneo, gli ha dato una forza incredibile.

Come nasce la tua scelta del documentario come modalità espressiva?

Con il documentario puoi lavorare in autonomia, non hai bisogno di attori, non hai bisogno di chissà quali mezzi tecnici. A me piacerebbe trovare una storia e riuscire a sceneggiarla, ma da solo non puoi farlo. Mentre con il documentario posso semplicemente ascoltare e quando capisco che c’è qualcosa che mi interessa cerco di andargli dietro e di rubare il più possibile. È anche vero che è un lavoro ingrato perché segui una storia anche per mesi, investi tempo e energie e poi ti accorgi che non funziona. È capitato, si parte con le migliori intenzioni e poi non funziona perché ad un certo punto la storia non è più vera, non funziona più. O magari funziona ma semplicemente cambiano le realtà. Il documentario di cui parlavo, quello sulla Siria, che rimane un bel documentario molto forte, fatto bene, ora non funziona più. Ruben era stato bravo a recuperare i momenti di vita quotidiana, non di guerra, la guerra è lo sfondo ma tu vedi la vita delle persone, la scuola i bambini. Ora però non esiste più, Aleppo non c’è più, la Siria che si vede in quel documentario non esiste più. Dei ragazzi intervistati in quel documentario, uno è entrato nell’Isis, uno è scappato in Olanda, uno fa il fotografo e credo sia tutt’ora in ballo tra la Siria e la Turchia. Gli altri non so. Ma ad Aleppo non ci è rimasto nessuno. E adesso che la narrazione mediatica ha altre priorità nessuno si preoccupa del fatto che ci sono 12 milioni di Siriani 4 dentro e 7 fuori che da qualche parte devono finire, nessuno dice che tutto l’integralismo islamico si è spostato nei Balcani, che vai in Kosovo e vedi le bandiere nere dell’Isis che prima erano a Raqqa e ora si sono spostate dall’altra parte dell’adriatico. Il documentario è anche questo, riprendi la realtà, poi la realtà cambia e tu ti ritrovi con una cosa ben fatta ma che non racconta più la verità, è solo un’altra storia. Però è chiaro che questa cosa che ho, questa voglia di raccontare, di mettere su schermo le storie, lo puoi fare più facilmente con il documentario. Io faccio il giornalista per la provincia di Pesaro mi occupo di tante cose, ora seguo Animavì, ma mi può capitare di andare a fare le foto ad una frana o l’inaugurazione di una scuola. Oramai un la gente sa quello che faccio e grazie a questo mi capitano delle storie incredibili.

Ad esempio tempo fa stavo facendo un lavoro sull’enogastronomia, sui piatti tipici e mi serviva qualcuno che mi riportasse indietro nel tempo, nel bosco di 50 anni fa. C’era questo signore a Rapecchio, Leonello, già il nome è tutto un programma, sapeva che faccio interviste legate alla memoria, alla storia queste cose qui. Quindi mi è venuto a cercare e mi ha detto: “Io sono uno storico e voglio fare l’intervista.” Mi ha detto cose molto belle, ma a un certo punto siccome gli avevo detto che per un periodo ero stato tra i carbonai per delle riprese, lui mi dice: “Ma tu la sai la storia della serpe e il carbone?” E inizia a raccontare questa storia pazzesca: ad Apecchio c’era una famiglia molto particolare, viveva in una casa senza elettricità e senza acqua tanto è vero che il comune gli mandava ogni tanto il messo comunale a controllare che fossero vivi o che comunque non ci fossero grandi problemi a livello igienico. Il messo raccontava che tutte le volte che andava a trovare questa famiglia si spaventava perché sull’uscio di casa c’era sempre una biscia acciottolata. Lui ogni volta cercava di mandare via il serpente e ogni volta la donna usciva di casa e lo rimproverava “Non mi toccare il cocco mio” diceva. Pare che questa fosse una tradizione dei carbonai. I carbonai passavano infatti diversi giorni nei boschi e dovevano quindi portarsi dietro il cibo, solitamente pane e polenta che facilmente attirano i topi. Di certo non potevano portarsi dietro i gatti che vanno dove gli pare e che per fame mangiano quello che trovano. Quindi prendevano queste bisce da piccole, le allevavano e le tenevano lì. I serpenti non hanno bisogno di niente, pane e polenta non ne mangiano, mangiano solo i topi, così allo stesso modo la donna aveva il serpente anziché il gatto per tenere la casa pulita dai topi. E questo è un esempio, di storie così ne ho trovate tantissime. Incontri gente e tutti hanno storie da raccontare alcune sono più vere e potenti di altre ma comunque le persone sono miniere.

Pannoni, che è un grande documentarista e che ho avuto la fortuna di conoscere quando è venuto a Pesaro per fare un workshop durante la mostra del cinema, ha fatto tutti i suoi documentari nel suo territorio, mi ricordo che ci disse proprio: “Io non ho bisogno di andare in Amazzonia per girare i documentari, io ho Roma.”  E il bello del documentario è questo che ti permette di andare a prendere le storie sotto casa, ma poi devi saperle raccontare. Il problema vero è che queste storie queste produzioni spesso rimangono nel limbo. Questo io lo dico praticamente da mister nessuno, ma la situazione purtroppo è comune. Ho fatto un’intervista a Manfredo Manfredi il primo giorno di festival e anche lui era amareggiato riguardo alla situazione del cinema di animazione in Italia. Mi ha raccontato che negli anni ’70, quando lui era all’inizio della carriera, c’erano dei bandi governativi per il finanziamento di opere cinematografiche documentarie e di animazione. E lui diceva che questi bandi erano vincolati a una proiezione prima dei film in sala. Gli esercenti delle sale cinematografiche in Italia, già negli anni ’70 preferivano pagare la multa che proiettare i corti, figuriamoci ora che con la moda dei multisala prima dei film ci sono almeno 15 minuti di pubblicità. Lo Stato dovrebbe immaginare un piano culturale diverso, per esempio fare un progetto in collaborazione con i cineasti, trovare un modo per proiettare un cortometraggio prima dei film, che sia un documentario, un film d’animazione o qualunque altra cosa.

Ma in questo paese è estremamente difficile trovare dei finanziamenti o dei produttori che siano interessati a raccontare queste storie, se non impossibile a meno che non sei dentro un certo tipo di circuito. Mentre all’estero non è così. Nel resto d’Europa non è così perché, ad esempio, negli altri paesi d’Europa si va al cinema molto di più. C’è un approccio diverso, i documentari vengono distribuiti e non la stessa ostilità ottusa che hanno invece gli italiani verso i sottotitoli. Ci sono una marea di film che in Italia non vengono distribuiti, ma non perché in Italia non avrebbero un riscontro solo perché non vengono doppiati. Se un film non viene doppiato non viene distribuito perché nessuno lo va a vedere con i sottotitoli, ed è assurdo perché per essere doppiato un film deve avere già in partenza un budget molto alto e quindi ci troviamo in sala solo film che hanno alle spalle una capacità distributiva importante.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Uno dei miei prossimi progetti vorrei fosse su Andrea Pazienza, perché ho avuto la fortuna di conoscerlo. Lui è morto a Montepulciano. Io sono di Montepulciano e quando andavo al liceo veniva a prendere il caffè al bar dove passavamo noi per andare a scuola. Io avevo degli amici disegnatori e appassionati di fumetto, e una volta mi dissero: “Ma lo sai chi è quello? È Andrea Pazienza, quello che fa fumetti.” Non ricordo per quale motivo iniziò a parlarmi, mi chiedeva della pallacanestro, e mi salutava sempre, lo incontravo quasi tutti i giorni quando andavo a scuola e lui passeggiava con il suo bassotto. Io avevo 14 anni quando l’ho conosciuto ed è morto nell’88 quando io facevo la quarta liceo. Lui frequentava delle persone che tutt’ora io conosco e frequento, negli anni le differenze di età si assottigliano, la mia idea sarebbe proprio quella di ricostruire Andrea Pazienza attraverso il ricordo delle persone che lo hanno conosciuto a Montepulciano, lontano dal mondo del fumetto. Sono tanti che conservano disegni, aneddoti e momenti di vita. So che alcuni erano con lui la notte che è morto. Lì è rimasto quel fantasma. Ed è anche vero che Andrea Pazienza è Montepulciano perché è lì che ha iniziato a lavorare con gli editori del Grifo e con altre riviste.

Sto facendo anche un lavoro, per cui devo iniziare a fare almeno un trailer, che racconta di un viaggio che ho fatto con un a carovana umanitaria in Grecia. Qualche anno fa ho conosciuto un ragazzo di Pesaro di etnia Rom, lui scappò dalla guerra dei Balcani negli anni ’90 insieme alla famiglia e per i primi 10 anni in Italia si è fatto i campi nomadi, si è preso le sassate, le botte, le bombe Molotov finché la famiglia si è stanziata. Dopo che ha iniziato a lavorare come metalmeccanico ha deciso che avrebbe impiegato le ferie per aiutare i profughi. Così da sei anni verso aprile inizia a raccogliere soldi, cibo, materiale e in estate parte per andare a dare una mano. Ha visto gran parte dei campi profughi dei Balcani e della Grecia, e già questa sarebbe una storia da raccontare.

Durante il mio primo viaggio abbiamo fatto una settimana nel campo profughi di Kyos, dove prevalentemente c’erano siriani, afgani, iracheni, curdi, una settantina di eritrei e nigeriani. E lì ti raccontano qualunque cosa, c’è una grandissima voglia di raccontare le storie da parte di tutti. E ti trovi in situazioni complicate, alla fine di un paio di interviste mi sono trovato a dire “ma io che posso fare?”

Mi sentivo in colpa, ero lì facevo domande ma poi per le persone nel pratico non potevo fare nulla. E a qualcuno lo dicevo. In particolare mi è rimasto impresso un signore che mi ha raccontato delle cose tragicissime, pesantissime e alla fine mi rincuorava “Io sono contento che sei qua e raccogli la testimonianza e hai passato del tempo con me per ascoltare quello che ho da raccontare.” E questa situazione si ripete sempre, tutte le volte. Incontri famiglie, laureati in biologia, architetti, stilisti, tutti costretti in questo limbo in una situazione assurda. Ho conosciuto Assan, un signore di Aleppo che è dovuto fuggire in seguito ai bombardamenti, è scappato a Kobane e l’hanno bombardata, poi ad Afrin e hanno bombardato anche lì. È fuggito in Turchia ed è stato arrestato con tutta la famiglia e deportato in Grecia. Erano tre volte che gli respingevano il permesso di soggiorno, non ha voluto essere fotografato né intervistato, lui è uno stilista, vorrebbe venire in Italia per lavorare nella moda, potrebbe fare qualunque cosa perché ha un’altissima professionalità e invece è bloccato lì. Sono tutti bloccati lì, gente con una dignità pazzesca.

Nel campo hanno messo in piedi una cucina autogestita che è provvidenziale perché le condizioni altrimenti sarebbero disastrose. Perché oltre a non far entrare nessun giornalista nel campo profughi, l’UNHCR fa anche distribuzione di cibo, a volte cose non facilmente assimilabili, la gente è costretta a mangiare questa roba che la fa ammalare, specialmente i bambini. Così queste persone si sono organizzate e cucinano per lo più piatti vegetariani, così tutti possono mangiare, e li portano nelle case del campo, tutto gestito da profughi siriani. Quando ci siamo presentati lì, Constance, il responsabile, non ci ha chiesto niente, ci ha indicato il tavolo, ci ha portato da mangiare e ci ha detto: “Mangiate e dopo parliamo”.  E noi abbiamo mangiato lì con Constance e sua moglie, dall’altra parte della strada c’era il mare e al di là si vedeva la Turchia.  Perché vengono tutti da lì e raccontano tutti storie di abusi terribili. Un ragazzo nigeriano mi ha raccontato che è scappato dall’Africa e dopo mille peripezie è arrivato in Turchia. Gli erano rimasti 2000 dollari dopo tutto quanto aveva speso per il viaggio e mentre era a Istanbul, per i fatti suoi, la polizia lo ha preso e derubato di tutto. Lo hanno arrestato, picchiato, tenuto otto giorni in carcere sotto continua minaccia finché ha rinunciato a tutto, ha dichiarato di non rivolere indietro i soldi, a quel punto lo hanno fatto uscire e deportato in Grecia. Ma le storie sono tutte così. Due ragazzine curde, sempre sorridenti, mi hanno raccontato: “Noi abbiamo preso l’autobus dal Kurdistan, siamo arrivate in Turchia e ci hanno arrestato subito appena hanno visto i documenti curdi.” Anche loro qualche giorno di galera e poi fuori dai piedi in Grecia. Ed Erdogan si prende 3-4miliardi di euro per gestire l’emergenza degli immigrati.

E lavorando nel centro di accoglienza qui in Italia mi accorgo che le storie sono simili ovunque. I racconti che mi ha fatto Abou della Libia ad esempio. Mi ha raccontato che se arrivi in Libia e sei nero tempo tre o quattro ore e ti hanno già arrestato. Chiunque ti può arrestare perché chiunque ha la sua prigione privata. Ti prendono, ti mettono dentro, poi quando trovano un posto dove metterti ti vendono a qualcuno. Abou si è fatto 8 mesi così tra carcere e lavori forzati, praticamente in schiavitù. E lui è stato fortunato perché spesso capita che il giro sia fatto 3 o 4 volte. Ti arrestano, ti rivendono a qualcuno per cui lavori da schiavo per ottenere il passaggio sulla nave che ti porta in Italia, parti e arriva la guardia costiera che ti riporta a terra, ti riarrestano e ricominci il ciclo. E in questo momento sembra che a nessuno interessi o meglio sembra che tutti ascoltino la stessa campana. Ma è disumano e anche un po’ ridicolo. Abou quando ha letto le dichiarazioni di Salvini sulla Libia si è fatto grandi risate. Salvini dice di aver visto i campi con i letti e le coperte elettriche e Abou continuava a ridere perché lui che ha diciannove anni ma di cose ne ha viste, lo capisce che è ridicolo, una messa in scena, come quando Hitler portava i dignitari delle ambasciate a vedere la cittadina finta con gli ebrei che avevano tutto perfettamente funzionante.

E fare documentari vuol dire anche questo. Vedi realtà terribili, incontri gente che ha passato l’inferno e che porta dentro una leggerezza e una poesia incredibile. Questo Abou un giorno mi ha detto: “Io ero convinto che Lampedusa fosse il nome antico dell’Italia.” Questo è il prossimo lavoro che dovrebbe uscire un cortometraggio che spero di riuscire a finire e fare uscire a breve. Vorrei che fosse come questa frase, semplice e poetico. E anche vero, che offra una prospettiva diversa.

 

L’intervista si è tenuta nel pomeriggio del 14 luglio a Pergola (PU).

Filippo Biagianti è nato a Montepulciano (SI) il 27 aprile del 1971. Finiti gli studi superiori si trasferisce ad Urbino, dove nel 1999 si laurea in Scienze Geologiche. Dopo un’esperienza come geologo nel campo dell’estrazione petrolifera in Angola e Austria, nel 2001 comincia a collaborare come progettista multimediale con lo Studio Immagina di Urbino. Iniziano le prime esperienze con la telecamera ed il montaggio video. Con lo Studio Immagina realizza numerosi video clip musicali, cortometraggi e reportage. Nel 2003 viene assunto dalla Provincia di Pesaro e Urbino. Dal 2007 lavora all’Ufficio Stampa dello stesso Ente come operatore video e fotografo, curando la documentazione video delle attività politico-istituzionali e culturali. Dal 2010 è iscritto come fotoreporter e cineoperatore all’Albo dei Giornalisti Pubblicisti delle Marche e sempre dal 2010, insegna montaggio video presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino. Qui la pagina dell’Italian Documentary Directory, e qui la pagina di IMDB con i suoi lavori.

Le fotografie di paesaggio sono di Luigi Cecchi ©2012, per gentile concessione.

Batman, The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland

Batman, The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland

La recensione condivisa di Dialoghi a fumetti

Riprendiamo in estate la pubblicazioni delle nostre “recensioni condivise”. Il nostro gruppo di lettura, Dialoghi a fumetti, nasce proprio con l’intenzione di creare un luogo di lettura condivisa, in cui le riflessioni di tutti si concentrano affinché gli spunti e gli stimoli racchiusi in un fumetto riescano a innestarsi nei mondi di ciascuno.

Il fumetto, sceneggiato da Alan Moore e disegnato e colorato da Brian Bolland, edito dalla DC Comics, in Italia grazie a RW Edizioni. Abbiamo letto la ristampa del 2008, pubblicata in occasione del ventennale dall’uscita, completamente ricolorata dallo stesso Brian Bolland.

I protagonisti di questa vicenda sono il “vigilante mascherato” Batman e il suo più celebre nemico Joker. Ostinato a dimostrare all’intera Gotham come la follia è più vicina di quanto sembri, il pagliaccio rapirà l’uomo più integro della città, James Gordon, per procurargli “una brutta giornata”, che ad avviso di Joker, è il confine che separa tutti dalla psicopatia.

L’intera vicenda viene svolta su piani paralleli. Nel suo agire Joker ricorda l’evento che lo condusse alla follia, presentando ai lettori la persona dietro il sorriso malato. Una serie di flashback presentano un uomo emotivamente fragile nel suo vissuto, ma distaccato dal suo passato, nella degenerazione di una nevrosi da inadeguatezza. Ne sono un esempio grafico nel fumetto le espressioni facciali nelle sue rievocazioni; la fisionomia psicologica del personaggio viene rappresentata nella contrazione dei tratti del volto. Nella dolorosa rievocazione del trauma, il rapporto intensissimo con la moglie è fatto di dialoghi rarefatti spesso interrotti da un semplice sorriso. Ogni aggressione e ogni mancanza sentita come propria  si riflette in modo negativo su un uomo fragile, empatico, emotivo e insicuro. Una offerta di guadagno pericolosa, una grande perdita, lo scontro con Batman, il viso sfigurato: una “brutta giornata”.

Ma è davvero così che è nato il criminale? La verità è incerta. Lo stesso Joker afferma all’interno del fumetto che del suo passato non ha certezza: i ricordi variano in quelli che lui definisce “una scelta multipla”. Quindi ciò che conosciamo potrebbe essere una di queste tante possibilità. Nel discutere il fumetto si è notato come la copertina dello presenti Joker intento a scattare una fotografia, raffigurazione non presente nell’opera, ma creata appositamente. L’idea del personaggio che scatta immagini ha fatto riflettere il gruppo su come tutta la vicenda sia dal suo punto di vista, facendo mettere in dubbio l’attendibilità de narratore.

Batman entra in azione in seguito all’evasione di Joker: “È un po’ che ci penso. A me e a te. A quello che ci succederà, alla fine. Finiremo per ucciderci l’un l’altro, vero?” è un quesito che lo farà riflettere sul suo rapporto con questo nemico. Il racconto pone i due personaggi sullo stesso livello, mostrando quanto questi siano simili nella loro mentalità. L’idea di un sorvegliante mascherato da animale che protegge una intera città, per quanto eroico possa essere, è di per sé una alienazione dal mondo paragonabile alla follia del pagliaccio criminale.

Quali sono i fattori che avvicinano e allontanano questi due personaggi?

Sono entrambi iper-razionalizzanti, con un amore per la nemesi, confinati in un ambiente distopico come Gotham City. Un luogo continuamente cupo, dall’estetica architettonica ai cittadini che lo compongono, forse così rappresentato per una proiezione dei protagonisti. La solarità e la vita comune sono aspetti qui molto distanti. Un esempio ne è Arkham: a Gotham non ci sono prigioni, ma solo un enorme manicomio.

La consapevolezza del proprio trauma e la reazione che il soggetto presenta sono anch’essi elementi fondamentali.

Joker non riesce a far fronte al trauma, tant’è che finirà per comprendere e abbracciare il suo stato di follia. Ma è incline a trovare una continua giustificazione. Batman invece riesce in qualche modo a far fronte alla sua frattura, soprattutto perché Bruce Wayne ha qualcuno accanto, vive delle relazioni più autentiche. Un esempio ne è il fidato maggiordomo Alfred. La lotta al crimine e la salvaguardia della città sono per Bruce sfogo delle sue nevrosi. La dissociazione dalla realtà è simbolicamente una dimostrazione del suo grado di vicinanza con la sua nemesi.

Anche lo status sociale dei due soggetti influisce sulla loro crescita. Uno è di ricca famiglia, e sceglie di utilizzare la sua ricchezza come mezzo di integrazione nella società, mentre Joker è povero e sconosciuto, sorretto emotivamente solo da se stesso e dal suo terribile disagio.

A livello stilistico il fumetto Batman – The Killing Joke esprime con evidenza le caratteristiche dei protagonisti, sa nei tratti del disegno, sia nella struttura del fumetto. Le tavole precise e squadrate creano uno schema di griglie che suggerisce evocativamente l’idea di iper-razionalità.

In chiusura, molti quesiti restano aperti. La pioggia copre tutto, facendo scomparire ogni maschera, per poi iniziare da capo. Dall’inseguimento all’incontro.