Il coraggio di vivere l’umanità: Nikopol di Enki Bilal

Il coraggio di vivere l’umanità: Nikopol di Enki Bilal

Qualche tempo prima che Enki Bilal tornasse agli onori della cronaca con il suo inserimento nella giuria del festival di Cannes abbiamo letto insieme uno dei suoi testi più famosi, Nikopol. Abbiamo avuto modo di vedere sia l’edizione di Alessandro Editore che quella dei Classici del fumetto di Repubblica, uscita nel 2005 e che contiene una storia in più di una trilogia più recente (La tetralogia del mostro).

Leggere insieme un caposaldo della letteratura a fumetti come Nikopol di Enki Bilal è stato per noi di Dialoghi a fumetti un esercizio interessante, anche se a tratti faticoso.

Doversi confrontare con un classico ha richiesto uno sforzo maggiore proprio perché per molti di noi Nikopol aveva segnato un punto di svolta nella formazione del gusto estetico in merito al fumetto. Abbiamo accettato la sfida di riscoprire pagina dopo pagina i molti messaggi e le tante suggestioni che l’autore ci offre.

Le prime due storie della trilogia si presentano come il canone del fumetto francese, l’autore sta alle regole con una precisione da scolaro, o forse definisce ciò che diviene per noi canone e regola, dialoga con il mezzo che ha a disposizione e dimostra di saperlo usare con competenza. Nell’ultima storia lascia maggior spazio alle attitudini personali e dimostra così di saper giocare con le tavole in modo sempre più sperimentale. Le griglie diventano meno metodiche e si adeguano al ritmo della narrazione che si fa meno regolarmente cadenzato.

Lo stile è e rimane per l’intera opera consapevolmente cinematografico, l’autore con l’attenzione del regista svolge la narrazione attraverso un susseguirsi di campi e controcampi e di sequenze adatte ad essere riprese da una macchina da presa. I tanti richiami a film coevi, tra tutti i più evidenti sono apparsi quelli a Blade Runner, non fanno che insistere sul concetto. I tratti grotteschi e inespressivi dei personaggi hanno reso la lettura impegnativa, più per la portata del messaggio che per una vera e propria questione di fruibilità dell’opera.

La storia ci trascina verso una terra in cui il protagonista si fa largo tra personaggi bizzarri e disumani, lui stesso, un essere fuoriuscito, per essere riammesso nella normalità della società è costretto a cedere parte di sé. Sarà l’incontro con alieni autodefinitisi dèi che gli darà il modo per inserirsi in una società a cui è estraneo e che non lo affascina. Un personaggio solo, apparentemente adulto, senza direzione e senza progetto, diventerà facilmente strumento di questi dèi incredibilmente bravi nel plagio e fuorvianti, anche se meno nelle sembianze. Gli dèi infatti ci appaiono da subito estranei e familiari, da una parte rappresentati con le sembianze di divinità egizie e quindi lontane, mostrano atteggiamenti molto umani e una moralità terrena. Le loro passioni, la noia, l’avidità, le motivazioni, tutto ci appare quotidiano, più umano di quanto non sembrino gli umani stessi. Gli déi sembrano comunque i soli non assuefatti al grottesco, mentre gli uomini siano governanti o sudditi sembrano tutti parte della stessa assurda commedia. Sembra invece impossibile entrare in empatia con gli umani che disegnati con tratti inquietanti e disumanizzati ci appaiono tristi e senza scopo che non sia quello di mantenere strenuamente la propria posizione per misera che sia, cercando di non sprecare l’occasione di fare qualche passo avanti nella scala sociale a discapito di chiunque altro. Se c’è umanità in loro è un’umanità respingente in cui nessuno vorrebbe rivedersi.

Nikopol si muove in questo contesto cercando di adattarsi, non ha una direzione e anche lui cerca di ottenere il meglio con il minimo sforzo. Il suo rapporto con Horus, dio irrequieto non rassegnato ad occupare eternamente un ruolo assegnatogli da altri, gli offrirà una consapevolezza che Nikopol non saprà gestire e che lo condurrà alla follia.

Non c’è un percorso per Nikopol che sia però davvero consapevole, si rimetterà infatti in sesto sempre mosso solo da un desiderio edonistico e autoreferenziale: nell’incapacità di diventare adulto sarà l’inquietudine a spingerlo, per questo anche il fumetto sembra cambiare ambientazione in modo del tutto casuale passando dal grottesco distopico, al noir, al film d’autore francese. Ogni passaggio è un tentativo in più di Nikopol di fuggire da sé stesso. Eppure non c’è scampo per lui che fino alla fine abdicherà alla sua vita lasciando il suo doppio, suo figlio, vivere per lui.

L’autore a nostro avviso muove una critica durissima nei confronti di una società che spinge ad essere per essere parte, per essere riconosciuti, tanto più riguardo ai circoli esclusivi e chiusi che fingendosi alternativi creano regole rigide a cui attenersi per essere parte e fanno di chi è fuori un vero e proprio reietto. Ci è parso che Nikopol sia il personaggio perfetto per rappresentare la tendenza a crearsi dei “centri” (di pensiero, di influenza…) a cui aspirare, ma a cui si sa, non si verrà mai ammessi. Questi centri creano periferie di vigliacchi e approfittatori, periferie di disperati disposti a tutto pur di toccare il centro anche solo per un istante. L’unica via di salvezza, ci dice Nikopol, è il margine. È solo rifiutando la dinamica e ponendo delle vere distanze che si può costruire un sé solido e autonomo. Il margine è scomodo e non concede compromessi o distrazioni, e Nikopol nella sua parabola distruttiva dimostra quanto sia facile fallire, anche quando, o soprattutto quando, tutto potrebbe andare per il meglio.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Nikopol di Enki Bilal
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Il giudice Sisamnes

Il giudice Sisamnes

Occuparsi di educazione per noi di Laputa è sempre stato naturale, sia per attitudini personale dei membri dell’Associazione, sia come strumento programmatico condiviso per agire nella società. Conoscere e comprendere i fumetti è un modo per imparare a leggere la realtà con attenzione, profondità e senza pregiudizi. Imparare a riconoscere e a coltivare relazioni paritarie, solide e non aggressive vuol dire imparare a riconoscere le prepotenze e non assecondarle. Riconoscere al più presto i conflitti e agire all’interno di essi senza timore e in ottica di de-escalation, vuol dire operare politicamente con consapevolezza, metodo e lungimiranza. Ecco, tutto questo per noi di Laputa è educazione, che molto ha a che fare con la Politica. Accompagnare i più giovani, accompagnarsi tutti nel percorso dei riconoscimenti, è atto per noi sommamente politico. Gli studenti e gli alunni sono già cittadini (e non “saranno”) e per questo hanno diritto ad essere trattati con la dignità che meritano. Per molti, anni invece abbiamo sentito ripetere che i ragazzi non devono essere influenzati da discorsi politici, religiosi, morali. È un discorso palesemente ipocrita. L’adulto ha il dovere di essere limpido e dialogare con il ragazzo anche e soprattutto a partire dai propri valori, tanto più se l’adulto ha un qualche ruolo educativo nei confronti del ragazzo. Dialogare vuol dire innanzitutto posizionarsi, poi entrare in relazione, poi eventualmente camminare insieme in nuove direzioni che non siano dell’uno o dell’altro, ma ormai frutto di condivisione.

E di cos’altro si dovrebbe discutere con i giovani se non di valori e della loro vita nella società, nella polis? Tutto il resto sono disimpegno e disinteresse facilmente confusi, maliziosamente, con imparzialità. Schierarsi dalla parte del disimpegno è invece altrettanto politico e antisociale, e lascia spazio di azione a chi usa la prepotenza e l’ignoranza come armi.

Agire in ottica di de-escalation come si diceva, vuol dire quindi non evitare il conflitto, bensì agire nel conflitto in modo costruttivo evitando, ad esempio di alimentare polemiche sterili, i famosi “flame” su FB e i social e di banalizzare semplificando o prendendo posizioni semplificatorie.

Non significa però non prendere posizione quando lontano dai circoli di potere e dai tanti casi mediatici vediamo riproporsi dinamiche violente e denigratorie. Prendiamo posizione in favore, allora, e non contro, in favore di un dialogo libero e aperto. In favore di un dibattito politico che non dipenda dalla voce del personaggio del momento, ma dalle voci dei tanti che quotidianamente agiscono contro le tante forme di violenza e contro tutte le forme di fascismo, che sono inevitabilmente attacchi alla democrazia. E’ proprio la fiducia nella possibilità di migliorare tramite il dialogo e l’educazione che ci fa schierare inevitabilmente dalla parte dei ragazzi, dalla parte della loro dignità, intelligenza e libertà, e dalla parte di chi vuole metterli in condizione di avere un pensiero critico e consapevole, da cittadini di oggi e di domani.

(in copertina: Gerard David, Judgement of Cambyses and the Flaying of Sisamnes.

Vignetta di Luigi Cecchi
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Microaggressioni: Work in progress

Microaggressioni: Work in progress

Questo diario ha ormai raccolto un buon numero di microaggressioni e nonostante la lunga pausa nelle attività, ha iniziato a riscuotere un buon successo. Molte sono le persone raggiunte e molte sono le microaggressioni ricevute dai lettori. Questo ovviamente intristisce da un lato ma dall’altro ci sembra un segnale positivo. Una microaggressione riconosciuta, per quanto in ogni caso spiacevole, è più probabile che rimanga inerte e che non inneschi il meccanismo trasformativo dell’identità o della percezione dell’identità dell’individuo, cosa assai probabile lì dove le microaggressioni rimangono non riconosciute.

In ogni caso per celebrare questo momento che riteniamo positivo, abbiamo deciso di dare spazio ad un piccolo approfondimento.

Abbiamo visto che è molto facile che le microaggressioni si presentino sottoforma di pubblicità, di forme distorte di marketing e in generale in tutti quegli ambiti in cui creare insicurezze e fragilità diventa funzionale al raggiungimento di interessi economici, politici o di potere. Queste forme di manipolazione sono spesso più facilmente riconoscibili perché sebbene parlino all’emotività delle persone non si innestano su un livello relazionale più intimo, mentre non è così per quanto riguarda l’arte che invece tende inevitabilmente a creare questa relazione.

Negli incontri che Laputa svolge nelle scuole ci siamo trovati molto spesso a chiedere ai ragazzi di individuare in quali occasioni si può dire di un poeta, che mente. Non mente quando racconta di fantasmi o elfi, di viaggi nel tempo o nello spazio, mente quando ci racconta qualcosa che sa che piacerà al suo pubblico. Mente quando blandisce gli osservatori per farli sentire compresi, parte di qualcosa o migliori in qualche modo (più colti, più intelligenti, più furbi). Facendo questo crede o spera di accrescere la sua fama, il suo “potere” o più banalmente il suo ego o il suo conto in banca, non accorgendosi spesso di essere anche lui vittima di un meccanismo mistificatorio che lascia credere che la vera arte non paghi né in termini economici né di riconoscimento.

Facendo questo l’artista agisce per categorie e sulle categorie, e oltre a mancare al suo ruolo rischia di dare adito a contenuti violenti o microaggressivi, è su questo che vorremmo concentrarci in questo breve articolo.

Le microaggressioni sono strettamente legate alle categorizzazioni e alla gerarchizzazione delle categorie applicate. Da quando l’esperienza del diario ha preso il via abbiamo notato quanto sia facile che il ricorso alla categorizzazione abbia a che fare con il rapporto uomo-donna e con il sessimo. È stato facile raccogliere episodi di maschilismo più o meno esplicito, nessuno degli episodi che abbiamo ricevuto riguardava invece l’aggressione di uomini in quanto tali. Questo è senz’altro specchio di un maschilismo ancora capillarmente intessuto nella mentalità comune, ma ciò che salta all’occhio osservando con attenzione è che gli uomini fanno più fatica a riconoscersi vittime o a raccontare un’aggressione subita, e questo è senza dubbio l’altra faccia della medaglia.

In questo piccolo approfondimento abbiamo quindi deciso di concentrarci sulla rappresentazione artistica del sessismo. Due iniziative internazionali, entrambe collegate strettamente al mondo del fumetto, possono essere usate come riferimento, non prese come parametro assoluto, ma senza dubbio come strumento utile ad orientare lo sguardo. La prima iniziativa, forse più famosa, è conosciuta in internet come “The Bechdel Test”. Alison Bechdel, fumettista americana, pubblicò nel 1985 all’interno della sua striscia umoristica “Dykes to Watch Out For”, tre semplici regole per misurare la presenza di personaggi femminili nei film di Hollywood, per monitorarne il ruolo e la profondità. Le tre semplici regole sono:

  1. La presenza di almeno due donne all’interno del film
  2. Le due donne presenti devono parlare tra loro
  3. I dialoghi tra le due donne non devono riguardare un uomo.
The Rule – Dykes to Watch out for, Alison Bechdel

È incredibile constatare che molti film, allora come oggi, non riescano a soddisfare questi tre semplici requisiti.

Ovviamente non si giudica in questo modo il valore intrinseco del film, ma non far comparire personaggi femminili all’interno di un film, o attribuire a questi ruoli relativi esclusivamente alla definizione di un personaggio maschile, racconta una storia molto precisa riguardo ciò che gli anglofoni chiamano “Underrepresentation” e che da qualche anno è divenuto un tema sensibile per Hollywood, sia in materia di diversità di generi sia dal punto di vista delle etnie. Il Bechdel test è stato infatti adattato anche dal punto di vista della presenza di personaggi non caucasici .

Questo tipo di mistificazione ha sempre i due risvolti più banalmente stereotipizzati: uno per le donne, relegate ad un ruolo subordinato di eterne comprimarie, l’altro per gli uomini spinti ad un protagonismo a tutti i costi in cui il bisogno dell’altro è debolezza e le relazioni devono sempre rimanere strumentali. Sarebbe interessante creare un sistema di regole per monitorare la rappresentazione mistificatoria degli uomini all’interno di film e fumetti, monitorare in quanti casi siano loro a subire violenza senza che sia riconosciuta come tale. Lungi dal riproporre una narrazione in cui sono gli uomini ad essere i protagonisti, potrebbe avere il doppio effetto di togliere alla donna il ruolo predefinito della vittima e di liberare l’immaginario collettivo dagli stereotipi del maschile.

La seconda esperienza di cui raccontare riguarda di nuovo il mondo del fumetto, è meno diffusa e meno canonizzata, ma a nostro avviso altrettanto interessante, si tratta della cosiddetta Hawkeye Initiative.

L’iniziativa nasce su una piattaforma social, Tumblr, piuttosto diffusa tra gli adolescenti anglofoni, e mira a svelare l’atteggiamento microaggressivo e maschilista nascosto nella rappresentazione di molti dei personaggi femminili nei fumetti americani supereroistici. Le donne presentate come forti, vengono spesso disegnate in abiti improbabili e volgari, inoltre pose giudicate provocanti ma che appaiono spesso innaturali sono praticamente onnipresenti.

Hawkeye punta a svelare la violenza sfidando gli utenti a considerare l’immagine del personaggio femminile e ridisegnare un personaggio maschile nella stessa posa e con degli abiti simili (con una predilezione per il personaggio di Occhio di Falco, ritenuto un eroe non abbastanza “macho”, un umano devoto e fedele agli amici e alla famiglia, che preferisce il ruolo di comprimario e che per questo, secondo i promotori dell’iniziativa, sembra non riscuotere grande successo). Il risultato la maggior parte delle volte è assolutamente ridicolo.

Hawkeye Initiative:
The Comics Magazine #34  by Jim Balent

L’assunto è che se un personaggio maschile che assume una determinata posa risulta ridicolo mentre la controparte femminile risulta “provocante”, il disegno del personaggio femminile sta rimandando un’immagine di una donna “diminuita” rispetto all’uomo, ipersessualizzata, e in ogni caso artificiosa.

Perché il tema della rappresentazione sta diventando tanto importante?

Banalmente, l’arte è un punto di riferimento nella formazione dell’identità del singolo. Abbiamo bisogno di miti, di simboli e di personaggi da cui imparare e a cui aspirare, o al contrario che ci aiutino a riconoscere i comportamenti non desiderabili, stigmatizzati e stigmatizzanti.

Secondo noi c’è un passo in più da fare. Proprio come le microaggressioni che ci accompagnano ogni giorno, una costante rappresentazione mistificante di determinate categorie, a lungo andare modifica il pensiero del singolo, che sia esso parte della categoria “dominante” o di quella “subordinata”, e mantiene lo status quo da cui è generato, anziché creare crescita e progresso. In questo senso l’arte manca al suo compito più importante e quindi l’artista, tradendo se stesso, mente.

Come diario di microaggressioni, come associazione culturale Laputa, vorremmo continuare ad essere vigili in questo senso ma sfuggendo qualunque tipo di atteggiamento categorico. E’ ovvio che Via col vento, presenti delle questioni legate quanto meno al razzismo (anche se nella versione originale Mammy, parla con lo stesso accento dei personaggi di Black Panther e questo dovrebbe dirla lunga riguardo al grande parlare che si fa oggi sul tema della rappresentatività, perdendo spesso di vista il senso più profondo), così come i primi (ma non solo) James Bond, oltre ad sollevare questioni circa il razzismo, ne solleva moltissime sul sessismo. Ma questo non vuol dire che siano film da demonizzare.

Nell’ambito dei fumetti anche quelli che secondo noi sono dei capolavori, come Blacksad scivolano a tratti nella rappresentazione strumentale del corpo femminile. Questo di per sé non li rende meno degni di essere letti. È importante però, che le microviolenze e le mistificazioni vengano riconosciute e giustamente ricollocate nel tessuto artistico o narrativo. Avere strumenti ci aiuta a far suonare dei campanelli, possiamo decidere di ignorarli o possono infastidirci a tal punto di non permetterci di apprezzare l’opera, ma in ogni caso svelano l’inganno e quindi ci danno potere e ci danno modo di allenare la sensibilità e fare un passo in più verso la possibilità di ambienti in cui essere “sensibili”, non sia un limite ma una preziosa risorsa.

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Mostri al Museo

Mostri al Museo

Mercoledì 20 marzo Laputa ha partecipato con un’attività di allestimento e analisi della “mostruosità” a un incontro dei MUCIV di Roma nell’ambito del corso per insegnanti “L’invenzione della razza”. L’intervento è avvenuto al Museo Pigorini, nel corso della lezione della prof.ssa Paola Del Zoppo sul tema delle discriminazioni e categorizzazioni.

Si è parlato di interazioni linguistiche, analisi dei testi, di avere la possibilità e la capacità di creare spazi di interazione sani e liberi, insistendo sull’autonomia di analisi delle parole e del linguaggio, sul creare linguaggi condivisi, e sulla capacità di distinguere un ambiente o un’azione aggressiva, passivo aggressiva, manipolativa.

Luigi Cecchi – Mostro Pinocchio

Mappe e strumentazione: lo spazio sano.

“Ogni definizione va presa con senso critico, ricordando che il linguaggio usato ci può liberare o imprigionare, per quanto riguarda la comprensione della realtà. Infatti i concetti che usiamo non sono la realtà, ma una sua descrizione e il rapporto tra concetti e realtà è simile al rapporto tra una mappa e il relativo territorio. Perciò conviene costruirsi delle buone mappe.” (Roberto Tecchio)

Nel corso della lezione, svolta con modalità attiva e partecipata, gli insegnanti hanno avuto modo di sperimentare tecniche di dialogo nonviolento. Per questo, siamo intervenuti anche con una breve riflessione sulla possibilità di gestire in maniera positiva i conflitti, di riconoscere e lavorare sulla de-escalation, e sulla libertà – e il dovere – di leggere criticamente la realtà che ci circonda.

Una modalità di acquisizione di strumenti di “azione” nei conflitti è allenarsi a riconoscere al più presto i comportamenti passivo aggressivi e manipolatori, che portano o a una gestione violenta del conflitto con una vera e propria deflagrazione, o all’adattamento di una delle parti coinvolte, a un plagio, una perdita della propria identità.

Luigi Cecchi, Il sognatore

Per questo, durante l’incontro abbiamo lavorato sul concetto di microaggressione e ci siamo esercitati a descrivere i conflitti e le aggressioni leggere, viste o subite in prima persona, senza alcuna “violenza” linguistica, evidenziando come anche nella narrazione di una violenza, si può incorrere in altra violenza, contribuendo pur senza volerlo all’escalation. Una narrazione nonviolenta di un torto subito o riconosciuto può invece contribuire a svelare il meccanismo aggressivo senza entrare nella spirale della moltiplicazione dell’aggressività. Uno degli strumenti mostrati è stato il nostro “Diario delle microaggressioni”:

A lungo andare il subire lievi o meno lievi aggressioni può condurre alla volontà di assimilazione da parte dell’aggredito nei confronti dell’aggressore (in senso micro- o macrosociale). E’ questo uno dei modi di creare mostruosità, esseri innaturali, persone poco autentiche e anche sofferenti della loro inautenticità, costantemente disilluse nella loro idea di avvicinamento all’altro, perché vittime di una menzogna recepita e autogenerata, quella secondo cui “le cose sarebbero più facili stando “tra quelli come lui”, fino ad arrivare a percepire “la concezione che aveva di sé era sbagliata e che questo modo di essere, più limitativo, è quello reale.” (E. Goffman)

Qui si rivela infatti uno dei grandi inganni della società di oggi, la proposta di relazioni sempre più rarefatte. Di chi è “disabile”, si sente dire “poverino, non può fare le cose da solo”. E chi potrebbe, d’altronde, fare da solo? Può o deve essere una persona essere tutto cervello? Tutto occhio, tutto bocca?

L’inganno è nel non rovesciare mai la visione: non è forse bello poter fare le cose insieme, potersi dividere le fatiche? Non è forse bello avere degli amici per la vita, dei rapporti coltivati e duraturi? Non arrendersi alla facilità delle relazioni, non cedere ai vittimismi e restare vicini alle persone più piene di attenzioni per gli altri e solide?  

Invece spesso una persona può adattarsi agli altri, spesso proprio tramite dinamiche di adattamento in quelle che Freud, in Psicologia delle masse e analisi dell’io, diceva essere “tradizionalmente le relazioni preferenziali di analisi della psiche individuale: genitori e fratelli, l’oggetto amato, il maestro, il dottore”, e adattandosi, lasciarsi rendere un mostro. Ma se cominciassimo con il cambiare il focus delle relazioni obbligate? Adattarsi al microscopico mondo evocato e riflesso da chi ci circonda, magari per sentirsi meno mostruosi, può arrivare a rovesciare la percezione delle relazioni.

Invece di valorizzare le relazioni durature e autentiche, che rendono possibile andare oltre gli stigmi e accogliere la diversità come forma di unicità e bellezza, immersi nella manipolatoria concezione della superiorità di chi “impara a stare da solo” ci rendiamo sempre più deboli e vittime di un sistema di poteri piccoli e grandi che fa delle separazioni il suo punto di forza. Il messaggio degli uccisori di mostri arriva chiaro e inequivocabile: se si vuole essere felici, bisogna essere simili, tralasciare la lealtà, la fedeltà, l’integrità, a favore del successo e della “felicità a breve termine”. Ma allora essere “buoni” e credere nella bontà oggi ci rende mostri, esseri poco normali e normati?

A questo si è dunque collegata la riflessione su cosa è mostruoso e cosa non lo è in relazione al concetto di stigma.

Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana. Partendo da questa premessa, pratichiamo diverse specie di discriminazioni, grazie alle quali gli riduciamo, con molta efficacia anche se spesso inconsciamente, le possibilità di vita. Mettiamo in piedi una teoria dello stigma, una ideologia atta a spiegare la sua inferiorità e ci preoccupiamo di definire il pericolo che quella persona rappresenta talvolta razionalizzando un’animosità basata su altre differenze, come quella di classe. […] (E. Goffmann)

Una mostra modulabile per le scuole e la riflessione sociale

Con i materiali della nostra Mostri&DiMostri, abbiamo dunque riflettuto sulle domande essenziali:

Quanti sono i mostri che abitano il nostro quotidiano? I mostri sono mutati o non mutati? E soprattutto: La metamorfosi è del mostro o di chi non lo sembra?

E se ci mutiamo: come arriviamo a cambiare idea su di noi?

Partendo dall’idea che la possibilità di stigmatizzare è nelle mani di chi ha un potere – comunicativo, di leadership, politico, di categoria sociale, o anche di riconoscimento nella relazione – es. lui/ lei è il mio/ la mia ragazza, ha quindi più diritti dei miei amici, del mio/ della mia ex e così via, in una sorta di supremazia della “instant relationship” – abbiamo quindi accennato alla necessità di costruirsi una strumentazione per il riconoscimento di questi poteri e soprattutto delle disparità che a questi poteri danno forza. Che succede quando il potente non è così facile da individuare o se la disparità non dipende da un potente riconoscibile? L’effetto del potere potrebbe essere sottile e diffuso. Importante è dunque allenarsi a leggere testi e sottotesti, e soprattutto a riconoscere le relazioni autoritarie e che tendono a mantenere lo squilibrio. Mantenere o creare uno squilibrio, mettere le persone le une contro le altre, è infatti un altro tipo di relazione manipolatoria, utile a mantenere il potere nelle mani di chi aizza gli animi.

L’ironia contro la falsificazione

Una possibile strategia di rovesciamento del potere è certamente l’ironia: L’ironia dà fiducia a chi ascolta: gioca con l’intelligenza del destinatario; ridicolizza e dissacra: riporta persone e situazioni ad una dimensione in cui un dialogo paritario è possibile; mette in luce ipocrisie e falsità.

Ovviamente in ogni interazione ironia e derisione potrebbero confondersi, le parole sono uno specchio con cui decifrare ogni forma di manipolazione e rovesciamento. Per questo, si è riflettuto sulla connessione tra ironia e riconoscimento delle microaggressioni, per creare un buon terreno per lavorare su un ambiente sano, di vita e di apprendimento. Alcune domande possono essere utili a distinguere tra ironia e microaggressione:

  • Sto deridendo qualcuno? Chi derido?
  • Su chi faccio battute? Che tipo di battute?
  • Le battute mettono in imbarazzo di fronte ad altri? (es. su FB bisogna stare molto attenti).

Una volta stabilito che il mostro è un mostro perché io lo ho reso tale per me, perché mi sono lasciato convincere dagli altri che lo è, e perché mi crea fatica gestire il conflitto in maniera creativa, abbiamo creato dei mostri esercitando anche la discussione collaborativa, e poi i partecipanti hanno strutturato e allestito la loro mostra con i materiali di Laputa, i pannelli descrittivi elaborati dalla stessa prof.ssa Paola Del Zoppo, e i disegni dei mostri creati da Luigi Cecchi su concept di Jacopo Masini. La mostra, mobile e rimodulabile all’infinito, ha permesso di ragionare, seppur brevemente, sulla potenzialità dell’utilizzo didattico dell’arte come spazio morale del superamento delle convenzioni, di apertura di spazi di riflessione che vadano al di là delle concezioni stigmatizzanti o di stigma rovesciato, cioè di valorizzazione di ciò che appare normale. Vi presentiamo qui le bellissime foto della mostra realizzata dai partecipanti al corso.

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Con ali estese – L’approdo di Shaun Tan.

Con ali estese – L’approdo di Shaun Tan.

L’approdo di Shaun Tan (Tunuè) è l’ultimo fumetto facente parte del percorso sul linguaggio che abbiamo affrontato durante i nostri incontri di Dialoghi a Fumetti e finalmente ne scriviamo una recensione condivisa, con una bella immagine omaggio di Luigi Cecchi.

Come i precedenti due (Un Anno e Pride of Baghdad) abbiamo scelto questo fumetto oltre che per la sua indubbia qualità, per la sua peculiarità dal punto di vista del linguaggio. In questo caso il fumetto è muto, e attraverso la tecnica del silent book, l’autore ci conduce all’interno di un mondo in cui sono le immagini a parlare e a presentarci un mondo al tempo stesso straniante e avvolgente.

Le immagini, realizzate a matita e carboncino e rielaborate al computer, sono incredibilmente dettagliate e piene di sfumature: riusciamo a seguire un dialogo solo leggendo i mutamenti delle espressioni del protagonista. Ci troviamo in poche pagine all’interno di un mondo distante nel tempo e nello spazio. Gli unici elementi “familiari” sono portati dal protagonista e dai suoi parenti. Riconosciamo il suo mondo, il suo abbigliamento e potremmo essere in grado di attribuirgli un luogo e un tempo, ma quando lui con molti altri suoi simili si mette in viaggio e sbarca in un nuovo mondo, siamo spinti a vivere e affrontare lo spaesamento insieme a lui. L’ambiente che vediamo non ha più i contorni rassicuranti di una casa riconoscibile, anche i colori mutano. Se nell’incipit del libro troviamo un’atmosfera da vecchie fotografie o da dipinto di inizio Novecento europeo (il Quarto stato di Pellizza da Volpedo viene subito alla mente) sia nel tema che nello stile – man mano che ci addentriamo nel nuovo mondo slittiamo invece, come in una galleria d’arte, verso le prime avanguardia europee, il dadaismo, l’espressionismo e poi a saltare alla mente sono i quadri tra l’onirico e l’inquietante di Fernand Khnopff. 

La tecnica del libro muto in questo caso fa da contraltare alle immagini respingenti e stranianti. Da una parte ciò che vediamo ci è alieno, dall’altra l’assenza di dialoghi e parole lascia al lettore grande spazio di interpretazione e grande responsabilità, è la sua voce a dare forma alla storia.

Seguendo quindi quasi da protagonisti il percorso di un uomo costretto a lasciare la sua terra spinto da un’oscura minaccia, ci affacciamo ad una realtà completamente estranea. Come il protagonista della storia, non siamo in grado di decifrare ciò che vediamo, non sappiamo leggere il linguaggio rappresentato, non ci è familiare niente, dalla fauna al paesaggio, persino il cibo ci riesce indefinibile. L’incontro con questo nuovo mondo è permeato dalla sensazione che qualcosa di brutto stia sempre per accadere, ma ogni volta le aspettative di chi legge sono smentite. Il protagonista vive in due mondi e sfugge così ad ogni categoria, soprattutto a quelle che noi gli attribuiamo.

Con il protagonista, facciamo infatti incontri fortunati, insieme a lui riusciamo a decifrare senza fatica volti e atteggiamenti e le relazioni diventano la chiave per decifrare quel mondo che si fa man mano meno inquietante e sempre più bello, le relazioni diventano garanzia che nulla di male può davvero avvenire. Questo diventa palese quando l’autore ci mette davanti ad alcune tra le tavole più belle dell’intera opera, quelle che ritraggono una bellissima giornata di sole trascorsa in compagnia a coltivare relazioni che svelano le meraviglie proprie di quel mondo. E noi rimaniamo altrettanto stupefatti davanti a tavole maestose, piene di particolari bizzarri e bellissimi e di colori e luci inaspettati.

Le persone che accolgono e sono accolte dal protagonista a loro volta sono state messe in fuga da qualcosa di terribile, hanno perso qualcosa e hanno dovuto faticare per trovare di nuovo il proprio posto. E questo non intacca la loro dignità, anzi, la magnifica. L’autore in nessun modo vuole suscitare pietà in chi legge, ma attirare l’attenzione su quella dignità che viene messa in pericolo dall’assurdità di guerre e ingiustizie, e che non ne esce mai sconfitta proprio perché autentica. E sta a noi decifrare questo messaggio, siamo chiamati all’empatia verso il prossimo e alla sospensione del giudizio nei confronti di quanti incontriamo e di cui non conosciamo le storie. Siamo chiamati a relativizzare i nostri vissuti, le nostre piccole tragedie, perché ciascuno affronta le proprie, e solo guardando oltre le proprie miserie è possibile leggere il mondo e vederne la bellezza. Anche di più. Il libro ci invita ad esaltare quella bellezza e a prenderci la responsabilità di mostrarla agli altri. Questo bellissimo libro ci è sembrato particolarmente significativo e importante in un momento in cui si sbandierano disimpegno e indifferenza come vessilli di grandezza, e non solo relativamente alla scena politica più sfacciata, ma anche nel vissuto quotidiano di ciascuno. E neanche il mondo del fumetto, o della narrativa in generale, sfugge a queste logiche. È infatti sempre più facile che i messaggi di bontà e ottimismo vengano bollati come semplicistici o infantili, mentre Shaun Tan non teme la categoria, la sfida e la sconfigge, ci racconta senza timori una storia molto vera e quindi intessuta di una malinconia sottile ma comunque ottimista, piena di speranza e di fiducia.

Come ad ogni incontro di lettura, abbiamo messo in relazione il fumetto con una poesia, in questo caso, Domenica Mattina (Sunday Morning) di Wallace Stevens.

Domenica Mattina

Wallace Stevens (trad. di Massimo Bacigalupo

I

Compiacenze dell’accappatoio, caffè e arance,
a tarda mattina su una sedia al sole,
e la libertà verde di un cacatua
sul tappeto si coniugano per dissipare
la sospensione religiosa del sacrificio antico.
Lei sogna un poco, sente l’oscuro
peso dell’antica catastrofe, quasi
una bonaccia che oscura luci d’acqua.
Le arance pungenti e le ali luminose, verdi,
paiono oggetti in una processione di morti,
che s’inoltra su acque ampie, senza suono.
Il giorno è un’acqua ampia, senza suono,
calmata perché lei vada coi piedi sognanti
sopra i mari verso la silenziosa Palestina,
dominio del sangue e del sepolcro.

II

Perché dovrebbe dare le sue sostanze ai morti?
Cos’è la divinità se giunge solo
nei sogni e in ombre silenziose?
Non troverà forse nel conforto del sole,
In frutti pungenti e ali verdi, luminose,
o in ogni balsamo e bellezza della terra
Cose da amare come il pensiero del cielo?
La divinità vivrà dentro di lei:
passioni di piogge, umori di nevicate,
dolori in solitudine o esaltazioni incontrollate
quando il bosco è in boccio; folate d’emozioni
su strade roride nelle notti autunnali;
tutti i piaceri e le pene, ricordando
la fronda estiva e il ramo dell’inverno.
Queste le misure destinate a lei, all’anima.

III

Giove ebbe un parto inumano fra le nuvole.
Nessuna madre l’allattò, né terra dolce diede
movenze ampie alla sua mente mitica.
Passò fra noi, come un re bofonchiante,
magnifico, passerebbe fra i vassalli,
finché il nostro sangue, unendosi, virgineo,
al cielo esaudì il desiderio a tal punto
che anche i vassalli lo videro, in una stella.
Fallirà il nostro sangue? O diverrà
sangue del paradiso? E sembrerà
la terra tutto il paradiso che sapremo?
Il cielo sarà molto più amichevole che ora,
parte fatica e parte anche pena,
secondo in gloria all’amore duraturo:
non questo blu indifferente e divisorio.

IV

Lei dice: « Sono paga se uccelli ridesti
prima del volo, saggiano la realtà
dei campi nebbiosi con interrogazioni dolci;
ma svaniti gli uccelli, per sempre partiti
i loro campi caldi, dov’è il paradiso? »
Non c’è nessun luogo profetico,
Nessuna vecchia chimera della tomba,
Nessun eliso dorato, o isola
melodiosa, dove spiriti hanno stanza,
nessun sud visionario, né palma nuvolosa
remota sulla collina del cielo, che sia
duratura quanto il verde d’aprile, o durerà
come il ricordo ch’essa ha degli uccelli ridesti,
o il desiderio del giugno e della sera, segnata
dal culminare delle ali della rondine.

V

Poi dice: « Nell’appagamento provo pur sempre
il bisogno di una felicità imperitura ».
La morte è madre di bellezza: dunque solo
da essa verrà la realizzazione dei nostri sogni
e desideri. Per quanto essa sparga le foglie
di una cancellazione sicura sulla nostra via
– La via presa dal dolore malato, le molte vie
su cui il trionfo intonò note stentoree,
o l’amore sussurrò un poco per tenerezza –
essa fa trepidare al sole il salice
per fanciulle abituate a sedere e guardare
l’erba, abbandonata ai loro piedi; spinge
i ragazzi ad ammonticchiare prugne e pere nuove
su vassoi trascurati. Le fanciulle le gustano
e procedono appassionate fra le foglie sparse.

VI

Non c’è mutamento di morte in paradiso?
La frutta matura non vi cade mai? O i rami
sono sempre carichi in quel cielo perfetto,
immutabili, eppure simili alla nostra terra peritura,
con fiumi come i nostri che cercano mari
che non trovano mai, le stesse coste lontananti
che non toccano mai con una fitta inespressa?
Perché porre la pera sugli argini di quei fiumi
o profumare quelle coste con le prugne?
Ahi se portassero i nostri colori lassù,
le tessiture seriche dei nostri pomeriggi,
e pizzicassero le corde dei nostri liuti insipidi!
La morte è madre della bellezza, mistica,
nel cui seno infuocato intravediamo
le nostre madri terrestri in attesa, insonni.

VII

Agile e turbolento, un cerchio d’uomini
canterà orgiastico un mattino d’estate
la sua devozione impavida per il sole,
non come un dio, come un dio dovrebbe essere,
nudo fra loro, come una fonte nuda.
Il loro canto sarà di paradiso, uscito
dal loro sangue, ritornato al cielo;
e nel canto entrerà, voce per voce, il lago
ventoso onde il loro signore gode,
gli alberi come serafini e le colline echeggianti,
che fra di sé intonano un coro prolungato.
Essi conosceranno bene la celeste compagnia
degli uomini perituri e della mattina estiva.
E d’onde vengono e dove si recheranno
la rugiada ai loro piedi manifesterà.

VIII

Lei ode, su quell’acqua senza suono,
una voce che annuncia: « La tomba in Palestina
non è un chiostro di spiriti indugianti,
ma la tomba di Gesù, in cui egli giacque ».
Viviamo in un vecchio caos del sole,
o vecchia dipendenza di giorno e notte,
o solitudine insulare, senza sostegni, libera,
da quell’acqua ampia, inevitabile.
Cervi passano sui nostri monti, le quaglie
fischiano intorno gridi sotterranei;
bacche dolci maturano nella boscaglia;
e nell’isolamento del cielo, a sera
stormi casuali di colombi compiono
ondulazioni ambigue mentre affondano
giù nell’oscurità, con ali estese.

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Sognare gigli bianchi

Sognare gigli bianchi

Ieri a L’Orto dei libri, a Ostia, ci siamo incontrati per parlare di fumetti e libri. 8 marzo in Medio Oriente era il titolo dell’incontro che è iniziato con un breve e chiaro resoconto di Giorgio Galli, libraio dell’Orto dei libri ed ex responsabile nazionale di Amnesty per la zona della Siria. Abbiamo parlato di due fumetti in particolare: Voci dal buio di Sarah Glidden, di cui Ilaria Troncacci ha messo in risalto l’attenzione all’etica nel giornalismo, e L’arabo del futuro di Riad Sattouf, una storia autobiografica dallo stile estremamente coerente, tra tratto, uso dei colori, argomento e personaggi. Sono stati presentati anche due libri di narrativa. Paola Del Zoppo ha scelto di parlare brevemente del testo di Sumia Sukkar, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, in cui Adam, un ragazzo con una sindrome Asperger che introietta la realtà trasformandola in disegni e leggendone i colori, e raccontando così il conflitto da un punto di vista del tutto personale, e La mia casa a Damasco di Diana Darke, che congiunge racconto, guida turistica con una visione bifocale, interna ed esterna della città.

Al termine dell’incontro è stato nominato Mahmoud Darwish, poeta palestinese di grande fama, scomparso nel 2008, presente nell’antologia Poesia e pace.

Foto di Luigi Cecchi, 2012

Il soldato che sognava gigli bianchi

Sognava gigli bianchi
un ulivo, un ramo
il seno di lei, la sera nel fogliame.
Sognava, mi ha detto, di un uccello
e di fiori d’arancio,
non ragionava molto sul suo sogno e non comprendeva le cose
se non come le sentiva… le aveva sentite
egli aveva capito, mi ha detto, che la patria
è sorseggiare il caffè della madre, è rientrare la sera…
 
Io gli chiesi: e la terra?
Mi disse: non la conosco granché
E non ho mai sentito, come si sostiene nei poemi,
che essa fosse la mia pelle e il mio sangue.
 
D’improvviso io la vidi
Come si vedono dei chioschi… delle strade… e delle gazzette.
Io gli domandai: tu… l’ami?
Il mio amore è una breve ballata,
un bicchiere di vino o una scappatella
mi rispose
– Moriresti-tu per lei?
– Assolutamente no!
Ho con lei come unico legame
un dialogo… punto infernale.
Mi è stato insegnato a venerare il suo amore
e non ho mai sentito mio il suo cuore
nemmeno annusato il suo pascolo, le sue radici e i suoi rami
– e come fu il suo amore
mordeva come dei soli… o come la nostalgia al risveglio?
 
In combattimento, mi rispose:
il mio mezzo di amare è un fucile
il ritorno dalle feste delle vecchie rovine
il silenzio di una statua antica, senza tempo né identità.
 
Egli mi raccontò un momento dell’addio
e di come sua madre
silenziosamente piangeva
quando fu condotto da qualche parte sul fronte
e dalla voce agitata di sua madre
che imprimeva sulla sua pelle un ultimo augurio:
se le colombe fossero passate al ministero della difesa
se le colombe fossero passate…
 
Fumò, poi mi disse
come se fuggisse da uno stagno di sangue:
io ho sognato dei gigli bianchi,
un ulivo, un ramo,
un uccello che abbraccia il mattino
su un ramo d’arancio.
 
– E che cosa hai visto?
– Ho visto la mia prodezza.
Un rovo rosso
che ho fatto esplodere nella sabbia… nei petti… e nei ventri.
E quanti ne hai ammazzati?
– È difficile fare un calcolo, ma non ho avuto che una sola decorazione.
Io gli domandai torturandomi:
descrivimi dunque un solo ucciso.
 
Egli si raddrizzò e accarezzò il giornale piegato
e mi disse come se canticchiasse:
Come una tenda, egli scomparve tra i calcinacci
ed abbracciò le stelle infrante.
Sulla sua larga fronte, un diadema di sangue
e il suo petto senza medaglie
perché aveva mal guerreggiato.
Sembrava un contadino, un venditore ambulante o un operaio.
Come una tenda, scomparve tra i calcinacci… e morì.
 
Le sue braccia erano tese
come due ruscelli in secca
e quando ho cercato il suo nome
nelle sue tasche ho trovato due fotografie
una… di sua moglie
una… di sua figlia.
 
Ne sei stato rattristato?
Gli chiesi.
Egli mi interruppe dicendo: O Mahmoud, amico mio
la tristezza è un uccello bianco
che non si avvicina al campo di battaglia
d’altronde i soldati commettono un peccato nell’esser tristi.
 
Laggiù io ero una macchina che sputava fuoco e morte
trasformando lo spazio in un uccello nero.
 
Mi parò del suo primo amore
e poi
di strade lontane
e delle reazioni successive alla guerra
dell’eroismo della radio e dei giornali
e quando soffocò la tosse nel fazzoletto
gli chiesi: ci rivedremo?
Rispose: in una città lontana.
 
Quando ebbi riempito il suo quarto bicchiere
gli rinfacciai scherzando: tu parti… e la patria?
Mi rispose: lasciami…
io sto sognando gigli bianchi
una strada piena di voci e una casa illuminata.
Vorrei un cuore mite e non l’imbottitura di un fucile.
Vorrei un giorno soleggiato e non un momento di vittoria
pazzo… fascista.
Vorrei un bambino allegro sorridente al giorno
e non pezzo di un apparecchio di guerra.
Io sono venuto a vivere il sorgere dei soli
e non il loro tramonto.
 
Egli mi disse addio perché… cercava i gigli bianchi
un uccello che accogliesse il giorno
su un ramo di ulivo
perché non comprendeva le cose
se non come le sentiva… come le aveva sentite.
Egli aveva compreso – mi ha detto – che la patria
è sorseggiare il caffè della madre,
è rientrare tranquillamente la sera.


Traduzione di Elisa Parisotto dalla versione francese di Thouria Ikbal in Poesia e pace (a cura di Serse Cardellini e Elisa Parisotto), THAUMA Edizioni, Pesaro, 2010, pp. 418-421.

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