Matilda – Sara Maria Serafini

Matilda – Sara Maria Serafini

Sara Maria Serafini

Matilda

Routine.

Matilda al mattino non si alza dal letto finché sua madre non apre la finestra. La stanza ingoia il buio e svela spaccati d’aria oltre il vetro. La luce schiarisce i volti delle bambole di pezza, tutte in fila, sugli scaffali.

Matilda ascolta la madre parlare dei frutti che daranno gli alberi. Annoiata, ordina le immagini nella memoria. Mela, limone, arancia. Fotografie piatte, senza profumi.

Si poggia con i gomiti sul letto, affonda nel piumone fino al mento.

«Ho fame!» dice, e quest’ordine giunge preciso, puntuale, uguale. Senza interruzioni, senza una curva.

Latte caldo macchiato appena.

Le piacciono le figure astratte che il caffè sa disegnare sulla superficie schiumosa di bolle.

Il gatto scioglie i muscoli da una posizione allacciata. Non è più nodo, ma coda, zampe, testa. Si stiracchia a lungo. Nel suo sbadiglio immobile si disperdono i sogni notturni.

Pazienza.

La madre le spazzola i capelli. Matilda la ferma con la mano perché deve decidere il colore dei nastri che fermeranno le trecce.

Ci pensa.

Il viola le ricorda la lavanda sul vialetto della casa per le vacanze, quell’odore che punge, senza permesso. Il vialetto il mare, una vasca enorme. Il mare galleggiare, quella sospensione bella, con i rumori che arrivano attutiti d’ovatta.

Fissa intensamente la sua scelta, attende che una mano paziente la raccolga.

 

Distrazione.

Matilda afferra una scatola di colori a tempera, la rovescia sul pavimento e ne scaglia uno contro la parete opposta.

«No Matilda!», la riprende la madre, ma lei la sfida e ne lancia un altro.

La madre, dopo anni di mani che danno senza ricevere, si ritrova a pensare un pensiero stupido. Fragile di stanchezza. Pensa che se sua figlia non agisse come una bambola viziata, forse, l’amerebbe di più.

Poi, prende una maglia da dentro all’armadio. Matilda solleva le braccia per lasciarsela infilare. Sulla maglia c’è una frase stampata con caratteri da bimba, come se fosse stata davvero scritta da lei.

Sono autistica, non avere paura di me.

 

 

(c) tratto dalla raccolta “Ingoia la notte”, Arpeggio Libero Editore

Foto (c) Luigi Cecchi, 2012.

Chicken

Chicken

Questa settimana per la nostra rassegna di microfiction e dissonanze cognitive, una microprosa di Chiara Lecito, che, in questo mese di ottobre appena passato, ha scritto dei brevissimi e fulminanti testi ispirandosi alla pratica dell’Inktober e proponendo ogni giorno un testo ispirato a un tema. Siamo davvero contenti di poter pubblicare questo microracconto sul nostro blog. Foto di copertina di Luigi Cecchi.

 

Chicken

di

Chiara Lecito

Conobbi Alberta una decina di anni fa, quando lavorammo insieme alla gestione di eventi per una fondazione, e la prima cosa che mi colpì di lei fu la spietatezza del suo regime etico: saponi fabbricati direttamente da lei, abbigliamento o vintage o in fibre naturali o proveniente da mercatini equo-solidale; la seconda cosa fu che in un contesto di veganesimo spinto e di astinenza totale da alimenti industriali, cibi lavorati, alcool, zuccheri, bevande eccitanti e sostanze rilassanti, Alberta mangiava pollo almeno una volta al giorno. E non polli allevati a terra con tutti i crismi biologici e salutisti, ma polli di allevamento, quelli che sono gonfiati e che soffrono, quelli rinchiusi nelle stive e gonfiati come palloni, polli che talvolta vengono nutriti altri polli.

Vedere Alberta mangiare il pollo era una cosa disgustosa, che lasciava il segno su chiunque; per quanto riguarda me, è stata la prima e unica volta che ho visto una persona mangiare per ODIO. I denti sembravano armi, la masticazione un supplizio, coltello e forchetta strumenti di tortura, e ogni boccone era un affronto e un oltraggio a tutto l’ordine dei galliformi; e l’espressione del viso era quella gaudente della soddisfazione di una vendetta coltivata e fantasticata per anni, di una rabbia segreta e implacabile, di una ferocia che nell’infierire sul nemico del momento avrebbe trovato soltanto un sollievo superficiale e di breve durata.

L’ultimo lavoro che facemmo insieme fu l’organizzazione della conferenza di Fabrizio Malvesti, un nutrizionista che aveva scritto un libro sul buon mangiare e che proponeva un approccio olistico-emotivo al rito del pasto. Furono due settimane terrificanti, fui praticamente solo io a tenere i rapporti con Malvesti, ma naturalmente non potei evitare che Alberta partecipasse alla conferenza. Non le tolsi gli occhi di dosso per tutto il tempo: sembrava seduta sui carboni ardenti, accavallava e scavallava le gambe, si devastava le mani, si torceva i capelli e si mordeva le labbra. Il suo sguardo esplodeva di obiezioni non proferite, il suo respiro diventava sempre più soffocato dallo strazio di trattenersi. Ma soprattutto sudava, sudava, sudava. A un certo punto non ce la fece più: quando l’uomo pronunciò (ed era inevitabile) il famoso motto di Feuerbach sul fatto che siamo ciò che mangiamo, Alberta si alzò di scatto, si girò e uscì dalla stanza.

Il giorno dopo girò la voce che Malvesti aveva dato buca a una presentazione. Due giorni dopo venimmo a sapere che Malvesti non si trovava più. Una settimana dopo Malvesti rientrava tra le persone scomparse. Ma questo ad Alberta non importava, perché era l’anniversario dell’associazione e lei si occupò della cena, tutta una serie di cosette finger-food a base di pollo a. Fu una cosa stranissima, perché tutti notammo che quella cena Alberta mangiava con particolare lentezza e gusto.
“Ho riflettuto molto su quello che ha detto” mi disse “L’ho elaborato molto a fondo, lo sto interiorizzando ancora adesso”
Io non toccai cibo.

© testo Chiara Lecito, 2018; © foto Luigi Cecchi, 2013

Dieci volumi di strisce – Drizzit – Letture rinfrescanti

Dieci volumi di strisce – Drizzit – Letture rinfrescanti

Dieci volumi di strisce

di Ilaria Troncacci

 

Da “Drizzit – Le migliori Pagine della mia Vita”

Quest’ultima Lettura Rinfrescante giunge in un clima meno torrido, ma in un tempo sempre più confuso, tanto da pensare che sarebbe meglio parlare di letture stabilizzanti. E allora, trattandosi di Drizzit, una serie che, giunta ormai al suo decimo volume, è riuscita a mantenere coerenza di stile e contenuti, l’idea di stabilità sembra ancora più calzante nella definizione di questo “consiglio di lettura”.

Andiamo con ordine. Drizzit di Luigi Cecchi è una striscia a fumetti che nasce come webcomic, ma che come ogni opera autentica sfugge a una categorizzazione univoca. Se infatti la “striscia” ha come tratto distintivo quello della chiusura e della possibilità quindi di essere un’unità narrativa autonoma, scopriamo presto che Drizzit è molto di più. Al di là della chiusura umoristica o ironica di ciascuna striscia, l’autore ci fa immergere vignetta dopo vignetta in un mondo coerente e credibile e in una storia dagli sviluppi coinvolgenti.

I personaggi, nelle strisce a fumetti, sono spesso maschere immutabili, basti pensare a Charlie Brown che non solo non cresce, ma è eternamente bloccato in una realtà in cui non riuscirà mai a parlare con la bambina dai capelli rossi e questo perché la riconoscibilità dei personaggi è strumentale alla riflessione o al funzionamento del meccanismo umoristico. In Drizzit invece non esistono maschere, ma relazioni che evolvono e personaggi che crescono e lentamente invecchiano, grazie soprattutto alle relazioni e non solo al susseguirsi di eventi avventurosi. L’elemento del tempo che trascorre è così palpabile nella narrazione che l’unica protagonista umana della serie, Katy, è continuamente incalzata dall’idea della morte e dalla finitezza della propria vita. Già, perché Drizzit è una striscia umoristica ambientata in un mondo fantasy e quindi gli umani sembrano fare da sfondo in un mondo popolato da esseri magici, demoni e popoli incredibilmente longevi. Un mondo in cui gli dei interagiscono con i propri seguaci e in cui l’aldilà è governato da una popolazione di burocrati.

Da “Le 16 Fatiche di Drizzit – La Sfida dell’Oste di Topple”

Fin dal principio capiamo che i personaggi rifiutano il proprio ruolo, l’autore ribalta i canoni e gli stereotipi del fantasy e ci invita ad andare più a fondo. Non è un caso che i personaggi sappiano di essere all’interno di un fumetto e che siano spesso apertamente in disaccordo con il proprio autore.

La credibilità delle situazioni che ci vengono proposte e la verosimiglianza dei personaggi, ci svela che ad essere parodizzate non sono certo le opere di R.A. Salvatore, a cui i nomi dei protagonisti e il titolo dell’opera si rifanno, ma il nostro mondo. Ed ecco che Drizzit, un elfo scuro che rifiuta di vivere secondo le regole di malvagità e violenza del suo popolo, è una bussola morale che ci accompagna per tutto il fumetto.

Da “Drizzit – Niente finisce davvero”

La caratteristica fondamentale di Drizzit, la maschera da cui il suo personaggio si sviluppa, è senza dubbio quella della bontà, continuamente comunicata e dimostrata al lettore. Partendo quindi dall’assunto che Drizzit è buono, l’autore declina l’idea di giustizia e bontà in modo tutt’altro che banale spingendo il lettore ad acquisire il punto di vista del suo protagonista e a porsi molte domande, eventualmente arrivando alla riflessione sul proprio agire quotidiano.

Per esempio, Drizzit sceglie consapevolmente di avere fiducia negli altri, anche a costo di risultare ingenuo, anche a costo di fare apparentemente la cosa sbagliata ed essere emarginato. Crede nella bontà delle persone e nella possibilità di cambiare, la sua dedizione ai rapporti diventa spesso motore per le avventure che si trova a vivere e fa della speranza di poter tirare fuori il buono anche dalla malvagia strega Baba Yaga una sua missione personale, di cui ancora non conosciamo l’esito.

Anche quando privato dell’amore (non in senso figurato, ma letterale: un’incantesimo potente toglie a  Drizzit il sentimento dell’amore) e anche tra le tante dissonanze che il lettore attento riesce a cogliere, il protagonista riesce comunque a mantenersi sulla strada giusta e a non tradire mai se stesso.

Le “avventure”, situazioni che il protagonista affronta, tecnicamente nella scia del classico romanzo epico, mettono in mostra l’assurdo e a volte il grottesco del nostro mondo. Non è strano infatti trovare Drizzit e il suo gruppo alle prese con una setta di cacciatori machisti, misogini e volgari o con un gruppo di intellettuali spocchiosi decisi a mettere al bando una lettera dell’alfabeto perché non ritenuta abbastanza meritevole.

Da “Le 16 Fatiche di Drizzit – Il Ritorno di Baba Yaga”

Nell’azione narrativa l’autore arma il lettore con l’ironia che non solo lo aiuta a decodificare il messaggio nel fumetto, ma lo aiuta a leggere il proprio mondo nella stessa ottica. Non si salva nulla, dalle idee della magia convogliate nei fantasy di serie c, ai corpi dismorfici degli eroi dell’immaginario contemporaneo… Davanti a situazioni grottesche e paradossali l’autore invita ad usare sempre l’ironia, soprattutto per sovvertire ingiustizie o brutture e per combattere l’ignoranza che spesso le genera. Uno dei punti di forza di questa serie sta proprio nell’essere, come il suo protagonista, fedele a se stessa. È una striscia a fumetti, e come tale non diventa mai inutilmente didascalica, non tradisce mai il suo intento umoristico e non dà risposte, ma prende sempre una posizione evidenziando i conflitti.

Da “Le 16 Fatiche di Drizzit – La Sfida dell’Oste di Topple”

Da sottolineare ancora è che Drizzit nasce e rimane un webcomic, le sue strisce sono cioè tutte fruibili gratuitamente online dalla pagina FB dedicata. Luigi Cecchi mostra consapevolezza e grande maturità nel gestire questo tipo di pubblicazione, caratteristiche che purtroppo a volte mancano a fumettisti che fanno il proprio esordio nel mondo dei social network. Non ha avuto bisogno, Luigi Cecchi – che è anche uno scrittore affermato e riconosciuto dalla critica – dell’aiuto di un editore per incanalare la propria creatività in senso artistico e per riuscire ad evitare, in quasi dieci anni, di rincorrere il gusto variabile di un pubblico sempre più ineducato – e anche nell’edizione cartacea le strisce restano immutate. L’autore dimostra anzi ogni giorno di conoscere il suo pubblico e, anziché cedere a facili logiche di mutuo compiacimento, striscia dopo striscia gioca con i lettori -persino facendoli entrare nelle scelte narrative- sfidandoli ogni volta a scendere più in profondità, a riconsiderare un punto di vista e a volte, a sospendere il giudizio e a prendere in considerazione realtà complesse e autentiche.

 

 

Tutti questi spunti ed espedienti narrativi e comunicativi, rendono profondità al fenomeno dei webcomic, perché giocano con il pubblico web che può interagire in tempo reale, ed evidenziano le possibilità di una lettura “aumentata”. Ma c’è di più citando la cultura pop dei libri game, giocando con il citazionismo e l’intertestualità, e, come nell’immagine qui presentata, utilizzando il “crossover” con i personaggi di altri suoi fumetti, Luigi Cecchi svela la labilità del confine tra la narrazione autobiografica del fumetto The Author – in cui l’autore ritrae se stesso nelle sue relazioni – e la striscia parodica di Drizzit, facendoci intuire collegamenti, somiglianze e differenze a livello profondo e quindi anche lavorando in senso metacritico sull’errore sempre più frequente di chi ritiene che esistano narrazioni solo “di verità” e narrazioni di finzione. Tutto questo intessuto in un fumetto che resta aperto a ogni pubblico, senza voler intercettare necessariamente un pubblico di “intellettuali”.

Drizzit è una striscia a fumetti praticamente unica nel suo genere, e l’autore è riuscito con dedizione e costanza a dimostrare che non esistono mezzi più degni di altri quando il messaggio che si vuole trasmettere è autentico.

Attesa in stazione – di Andrea Cabassi

 

Riprendiamo la pubblicazione di racconti brevissimi che aiutino a percepire le dissonanze. Anche nei laboratori appena tenuti alla LUMSA, di cui trovate notizia qui abbiamo avuto modo di osservare come l’importanza dell’acquisizione e della valorizzazione delle competenze linguistiche, euristiche e inferenziali e della capacità di analisi del microtesto letterario in particolare possano aiutare a riconoscere i “modi” manipolativi delle interazioni.  Oggi è la volta di un racconto breve di Andrea Cabassi: Attesa in stazione.

Attesa in stazione

Sono in stazione. La sto aspettando. L’altoparlante annuncia che il treno è in ritardo di trenta minuti. La cosa non mi infastidisce. Mi è sempre piaciuto vagabondare sulle banchine della stazione, vedere i treni arrivare, partire, passare. Lo faccio anche adesso mentre sono in attesa.

L’altoparlante annuncia di allontanarsi dai binari, c’è un treno in transito. Mi allontano. Un treno ad alta velocità sfreccia davanti a me senza rallentare. La banchina sembra sussultare, i capelli mi si scompigliano, i vetri del bar e della sala d’attesa tremano come se ci fosse una scossa di terremoto. Cerco di guardare nella direzione in cui va quel convoglio che sembra impazzito. Ho come l’impressione che sia finito in un tunnel del tempo e che stia per svanire come risucchiato da un buco nero. Non lo vedo più, ma sento ancora l’eco del suo passaggio.

Mi è sempre piaciuto vedere i treni passare. Da bambino, nelle domeniche di primavera e nei pomeriggi d’estate quando il frinire delle cicale sembrava un coro di voci dissonanti, mio padre mi accompagnava sui terrapieni della ferrovia o in prossimità dei passaggi a livello. Posavamo le nostre biciclette contro il tronco di un albero o le adagiavamo sull’erba, poi aspettavamo. Aspettavamo che arrivasse il Settebello. Sentivo il suo rumore quando era ancora distante. Le cicale smettevano di cantare, gli uccelli smettevano di cinguettare e volavano via. Tutto precipitava in un silenzio attonito e carico di attesa. Ecco che lo vedevo. Il suo frontale bombato ricordava quello di un aereo. Sembrava che avesse un viso arrabbiato, che volesse mordere i binari, aggredire la vegetazione intorno. Poi il Settebello transitava davanti a me. Sapevo che i vagoni erano pochi, ma ogni volta speravo che gliene avessero aggiunto qualcuno. Così il passaggio sarebbe durato molto di più e non si sarebbe consumato in un attimo: un lampo dopo una lunga attesa. Non avevo la medesima passione per i treni merci. Quelli sì, sembravano non terminare mai, ma non mi affascinavano perché non avevano passeggeri con i loro bagagli e con le loro storie su cui congetturavo all’infinito quando riuscivo a intravederne le sagome.

Il treno scompariva dall’orizzonte, come precipitato oltre la linea che ne segna il confine ed io avevo l’impressione che fosse stato fagocitato dal futuro, destinazione ignota. Era in quel momento che su di me scendeva una malinconia indefinita, un languore che non sarei mai stato in grado di mettere in parole. Non era tristezza, era una voluttuosa, inafferrabile malinconia.

Vedevo il treno allontanarsi sempre più anche se continuavo ad udire l’eco del suo sferragliare sui binari, nel silenzio della campagna. Immaginavo che fosse diretto verso uno sconosciuto Altrove, immaginavo località di villeggiatura, case sul mare di cui avrei saputo descrivere con la precisione di un cartografo le stanze, le finestre, la luce obliqua del sole che penetrava tra le persiane, i balconi pieni di fiori, anche se quelle case non le avevo mai viste e non le avevo mai abitate. Era una nostalgia per un passato che non avevo mai vissuto, per un futuro che non avrei mai vissuto.

Gironzolo come un flaneur sulla banchina. Rammento quando, anni addietro, doveva arrivare Magda. Era l’attesa il momento più bello, quello in cui immaginavo come sarebbe stato il nostro incontro, come sarebbe stata vestita, come sarebbe stato l’abbraccio e i baci che ci saremmo dati, tutte le cose che ci saremmo detti e che sarebbero diventate un ingorgo di parole. Rammento i crepuscoli dei nostri arrivederci quando, al tramonto, doveva ripartire. Albe degli arrivi, tramonti delle partenze. Poi ci eravamo lasciati e la stazione era diventato un luogo pellegrinaggio e di rimembranze.

Ma eccomi ancora qui, anche se Magda è scomparsa dalla mia vita. Eccomi ancora qui in attesa di una donna e guardare, per l’ennesima volta, i treni passare. Tutto torna in a circolarità perfetta, si dice. Non è vero. Tornano cose che si assomigliano, ma non sono le stesse. Non sono le stesse perché il mio corpo è invecchiato, la mia anima è invecchiata, i ricordi si affastellano sempre più numerosi e si confondono, i paesaggi che mi circondano hanno colori sbiaditi, la strada fatta è molto più lunga di quella che resta da fare. Niente è più uguale a prima.

L’altoparlante non ha annunciato nuovi ritardi. Si avvicina l’arrivo. Mi domando come farò a raccontarle trent’anni della mia vita, come farà lei a raccontarmi i suoi, lei che viene da così lontano, lei restituita dal tempo, così, senza preavviso, senza un segno che facesse presagire il suo ritorno. Si consumerà tutto nel giro di qualche ora. Riusciremo a resuscitare, almeno qualche frammento, di un passato tanto distante?

Mancano ormai pochi minuti. L’attesa è solo negli orli, in margini stretti ai quali mi aggrappo.

L’attesa è diversa dalla speranza, diceva un filosofo francese. Ma sto sperando qualcosa? Mi accorgo che mi tremano le gambe. Ho paura e non so di cosa.

L’altoparlante annuncia che il treno è in arrivo sul terzo binario. Come previsto.

Mi ravvio i capelli, mi sistemo la camicia, faccio un lungo sospiro. Mi dico, sono pronto, sono pronto.

Il treno arriva. Mentre frena e sferraglia scintillano le rotaie. Scende il capotreno, poi cominciano a scendere i passeggeri. Alcuni hanno ingombranti valigie, altri borse professionali. Alcuni sono turisti, altri pendolari.

Guardo con attenzione. Non riesco a scorgerla.

Mi domando se non ci sia stato qualche imprevisto. Fosse così avrebbe potuto avvisarmi, il numero del mio cellulare lo aveva. Se non fosse riuscita a prendere questo treno che, ora, sta ripartendo, avrebbe potuto telefonare o inviarmi un messaggio.

Sulla banchina rimane solo una persona. È una signora di una certa età. È poco più alta di me. È elegante ed ha movenze signorili. Ha i capelli bianchi raccolti sulla nuca in un chignon. Ha grandi occhi azzurri. Mi si sta avvicinando con il suo trolley sorridendo anche se io non la conosco.

 

Foto: Luigi Cecchi, 2011

Una mostra di mostri

Una mostra di mostri

Luigi Cecchi – Mostri e Di-Mostri

“Gli verrà detto che per lui le cose sarebbero più facili stando “tra quelli come lui” e così imparerà che la concezione che aveva di sé era sbagliata e che questo modo di essere, più limitativo, è quello reale” (E. Goffman)

Negli ultimi tempi molti artisti pop si sono confrontati con il tema della mostruosità, talvolta utilizzando il leitmotiv per rappresentare sentimenti negativi, talvolta paure, talvolta fantasie. In collaborazione con l’autore Luigi Cecchi, Laputa ha creato l’evento Mostri & Di-Mostri, un evento-mostra modulabile e che si arricchirà nel tempo di nuove riflessioni ed espressioni artistiche dell’autore. La mostra rappresenta anche l’ispirazione per uno dei possibili percorsi del nostro progetto per persone con fragilità “Fumetto, illustrazione e stigma”, che trovate qui. I testi qui riportati sono i testi illustrativi per la mostra, ideati appositamente per l’evento da Paola Del Zoppo. Ve la presentiamo in alcuni post, partendo da oggi, perché possiate fruire anche a distanza, seppure in forma ridotta, delle riflessioni e della sinergia tra testo e immagini della mostra.

 

Perché abbiamo creato mostri? Lo stigma, l’anomia, l’idea di “devianza” sono concetti che la società crea per difendere una propria stabilità. Il mostro è un mostro perché io lo ho reso tale per me, perché mi crea fatica gestire il conflitto in maniera creativa. Chi non ha un occhio è un mostro? Chi non riesce a camminare è un mostro? Chi è anziano, chi non è autonomo… Qui si rivela il grande inganno della società di oggi, la proposta di relazioni sempre più rarefatte. […] Invece di valorizzare le relazioni durature e autentiche, che rendono possibile andare oltre gli stigmi e accogliere la diversità come forma di unicità e bellezza, immersi nella manipolatoria concezione della superiorità di chi “impara a stare da solo” ci rendiamo sempre più deboli e vittime di un sistema di poteri piccoli e grandi che fa delle separazioni il suo punto di forza. Le relazioni non normalizzate non rappresentano identità sociale, e per contenerne l’evidente esistenza la società ha creato l’immagine riflessa di una libertà trasgressiva, riconducendo la trasgressione alla norma. Il percorso di regressione culturale e sociale ha staccato l’individuo dalla sua sfera emotiva, subordinando innanzitutto i sentimenti amorosi all’attrazione fisica ed eventualmente al raggiungimento di uno scopo sociale, come per esempio la dimostrazione di un avvenuto passaggio all’età adulta, che non ha rispondenze emotive e cognitive riscontrabili. Il messaggio degli uccisori di mostri arriva chiaro e inequivocabile: se si vuole essere felici, bisogna essere simili. Rivelare il limine sottile tra camuffamento e felicità indotta è compito dell’arte. (da P. Del Zoppo, Mostri e Di-mostri, p. 1; a lato: Mostro palloncino)

Luigi Cecchi ritaglia dalla sua mente i mostri delle condizioni marginali ed evidenzia la violenza della stigmatizzazione e la mostruosità del normale. Da alcuni spunti di Jacopo Masini, scrittore ed editore a sua volta, Luigi Cecchi ha ideato una serie di mostri quotidiani, che con ironia e coraggio mettono in risalto le contraddizioni di una società stanca e con pochi stimoli. I i testi di accompagnamento di Paola Del Zoppo svelano la profondità di uno sguardo che gioca sull’ingenuità per svelare connessioni talvolta inaspettate tra realtà e immaginazione, laddove la prima non solo è subordinata, ma viene rivelata come creazione della seconda. L’unico mondo che abbiamo è il mondo immaginato, è ciò che la camera oscura dell’anima proietta sul foglio bianco. Così l’immaginazione è un processo di formazione del sé che prende forme diverse, più autentiche del reale. I mostri sono dunque un linguaggio, innanzitutto, un sistema di segni artistici, in questo caso, che deve farci riflettere sulla nostra collocazione nella quotidianità.

“Quanti sono i mostri che abitano il nostro quotidiano? I mostri sono mutati o non mutati? La metamorfosi è del mostro o di chi non lo sembra? Queste sono solo alcune delle questioni su cui proponiamo di riflettere con una piccola mostra di un artista che si è interrogato sulla convenzionalità delle categorizzazioni, in un lungo percorso di reazione agli input del sociale. Sull’orlo del cedimento al mercato della reificazione dei corpi, una reazione estrema è lo sfogo della fantasia, che, sola, può mettere in discussioni i mostri della realtà. Può una creazione essere “mostruosa”? Se sì, ha quindi la creazione una pretesa morale? Se così è, l’unico spazio morale dell’arte è il superamento delle convenzioni, l’apertura di spazi di riflessione che vadano al di là delle concezioni stigmatizzanti o di stigma rovesciato, cioè di valorizzazione di ciò che appare normale.

(Da P. Del Zoppo, Mostri e Di-mostri, p. 1; a lato: Il mostro Ernesta)

 

Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana. Partendo da questa premessa, pratichiamo diverse specie di discriminazioni, grazie alle quali gli riduciamo, con molta efficacia anche se spesso inconsciamente, le possibilità di vita. Mettiamo in piedi una teoria dello stigma, una ideologia atta a spiegare la sua inferiorità e ci preoccupiamo di definire il pericolo che quella persona rappresenta talvolta razionalizzando un’animosità basata su altre differenze, come quella di classe […] L’individuo stigmatizzato tende ad avere le stesse credenze, riguardo all’identità, che abbiamo noi. Questo è un fatto fondamentale. Le sue più profonde convinzioni riguardo a ciò che egli è possono costituire il suo senso di essere una «persona normale», un essere umano come chiunque altro, una persona dunque che merita opportunità e riconoscimenti. In realtà, comunque si voglia dire, egli basa le sue richieste non su ciò che ritiene sia dovuto a tutti, ma solo a coloro che fanno parte di una categoria sociale di cui egli è membro, per esempio tutti quelli della sua età, sesso, professione e così via.” (E. Goffmann)

I mostri sono dunque un linguaggio, innanzitutto, un sistema di segni artistici, in questo caso, che svela connessioni talvolta inaspettate tra realtà e immaginazione, laddove la prima non solo è subordinata, ma viene rivelata come creazione della seconda. L’unico mondo che abbiamo è il mondo immaginato, è ciò che la camera oscura dell’anima proietta sul foglio bianco. Così l’immaginazione è un processo di formazione del sé che prende forme diverse, più autentiche del reale.” (da P. Del Zoppo, Mostri e Di-mostri, pag. 2)

Mostro Fuoriposto

Il percorso si pone in continuità con una serie di disegni che Luigi Cecchi ha preparato per i suoi fumetti parodistici – Drizzit in particolare (ed. Shockdom) – e per il gioco di ruolo associato al fumetto stesso (minig4m3s Studio), e lascia anche intravedere un problema di ricezione del fumetto e degli autori di fumetti. La collocazione di un prodotto può essere relegata a una fetta di mercato in maniera opportunistica, talvolta sminuendo gli autori stessi in favore della “vendibilità” a un pubblico che presto si esaurisce, e come invece sia più corretto ed efficace di-mostrare il valore di un’interpretazione artistica del reale e invitare il pubblico a rendersi autonomo nella sua ricezione, generando una reale attenzione alle forme artistiche come atti di comunicazione.  In un momento storico-culturale in cui l’essere engagé rischia troppo facilmente di diventare un voler stare dalla parte della ragione, e l’essere anti-intellettuale è un atto snob di esaltazione di sé, Cecchi rifiuta di indossare la maschera pirandelliana dell’artista impegnato, e sceglie un’idea di pubblico aperta e trasversale: la parodia, l’ironia disincantata e la satira sono intessute in un disegno e in una serie di pubblicazioni alla portata di tutti, perché si radichino nell’immaginario a decostruire le paure “convenzionali” per esaltare le contraddizioni della società di oggi.

La genesi: Mostri come mandala

“Per Carl Gustav Jung, oltre ad operare al fine di restaurare un ordinamento precedentemente in vigore, un mandala persegue anche la finalità creativa di dare espressione e forma a qualche cosa che tuttora non esiste, a qualcosa di nuovo e di unico. D’altro canto, Marie-Louise Von Franz, che di Jung era allieva, riconosce per prima che l’aspetto creativo è congiunto con quello ordinativo, ma è ancora più importante del primo poiché, nella maggior parte dei casi, ciò che vale a restaurare il vecchio ordine, comporta simultaneamente qualche nuovo elemento creativo.” (da P. Del Zoppo, Mostri e Di-mostri, p.3)

 

Questi mostri hanno preso vita da una conversazione a distanza tra Jacopo Masini e Luigi Cecchi, come raccontano gli autori:

Jacopo Masini: Mi piacciono i mostri. Mi sono sempre piaciuti. Potrei dire che ho iniziato davvero a leggere e a scrivere grazie ai mostri. Quelli di Lovecraft, King e Barker in particolare. La parola mostro viene dal latino monstrum, che significa prodigio, o ammonimento. La sua etimologia dipende dal tema del verbo monere, che significa ammonire, avvisare. I mostri sono un prodigioso avvertimento. Ci spiegano chi siamo davvero, chi abbiamo paura di diventare, cosa temiamo più di ogni altra cosa. La deformità, l’ignoto, la sofferenza e la regina di ogni paura: la morte. La loro duttilità – è possibile inventare mostri di ogni tipo, quasi all’infinito – è in grado di scatenare l’immaginazione di chiunque ne sia appassionato. Nel caso specifico la mia, che un giorno, chissà perché, ho iniziato a disegnarne una serie su un piccolo bloc notes e a postarli su facebook. Luigi Cecchi, cioè Bigio, dopo qualche giorno ha iniziato a disegnare i miei mostri come si deve. Lui è un vero disegnatore, io no, quindi è chiaro che a essere in mostra siano i suoi. La mostra è la moglie del mostro, come dicevamo da piccoli. Vero?” (a lato, “Il mostro investigatore”)

Luigi Cecchi: “Disegnare mostri è sempre molto rilassante. Quando si disegna un mostro, cose come l’anatomia o le proporzioni diventano trascurabili, e ci si può dedicare a definire con piacevole perizia dettagli grotteschi e forme bizzarre, come occhi smisurati, arti troppo lunghi o troppo corti, giunture che si piegano in modi in cui normalmente non dovrebbero. È ricercando un po’ di relax tra un fumetto e l’altro, che mi sono imbattuto nei primi disegni che Jacopo aveva pubblicato sul suo profilo di Facebook. Inchiostro su foglio di quaderno, probabilmente realizzati per svago, non mi feci troppe domande: semplicemente aprii il mio programma di disegno e iniziai a ridisegnarli, uno dopo l’altro. Nel giro di qualche settimana erano divenuti una dozzina, una collezione di weird people dall’aspetto inquietante che sembravano promettere una storia. Guardandoli uno dopo l’altro, sembrava quasi impossibile che non fossero i personaggi di un racconto del terrore, o di una spaventosa storia per ragazzi. Eppure il fatto che siano solo frutto di libera fantasia, forse, è ancora più interessante.”

Sopra: Luigi Cecchi: Studio di Alieno strisciante. “È una razza di alieni autoctoni sottomessa. Prima si muovevano camminando sulle mani, come ragni. Ora strisciano sui gomiti.”

La mostra “Mostri e Di-Mostri”, la cui realizzazione è stata finanziata da Laputa – Associazione culturale, si inserisce nel contesto dei progetti di educazione diffusa, di contrasto alla prepotenza, alla diffusa situazione aggressiva e passivo-aggressiva nei confronti della non conformità, di cui l’associazione si occupa fin dalla sua creazione. Laputa si propone di muovere il più possibile la mostra, presentarla in fiere, piccoli e grandi eventi, con il doppio intento di far riflettere su una tematica così importante e potenzialmente eversiva più persone possibile, (soprattutto il pubblico di eventi fumettistici di ampia portata, in cui si può intercettare una porzione di pubblico che non si soffermerebbe, altrimenti, su certe modalità di riflessione), e di far ragionare in maniera originale su un tipo di arte che non “pretende” di essere impegnata, ma che vuole essere davvero etica e politica. Questo può avvenire solo tramite una giusta sinergia di humour, semplicità, chiarezza e limpidezza dei messaggi, dunque anche tramite dei testi di accompagnamento pensati per un pubblico ampio, trasversale, che interessino persone colte, ma che non respingano mai chi curiosamente è disposto a porsi domande per intervenire nella società.

Per i testi e le immagini, Copyright Laputa 2018.  Per accogliere la mostra scrivere a:

ufficiostampa@lisolavolante.it

 

Lettera firmata – di Francesco D’Isa

Lettera firmata – di Francesco D’Isa

Continuiamo il nostro percorso sul microracconto, una forma letteraria che abbiamo molto valorizzato nei nostri progetti di educazione diffusa perché capace di far notare ineludibilmente discrasie e dissonanze  evidenziando la potenza dell’arte letteraria. Francesco D’Isa, scrittore e filosofo, magistralmente ci costringe un tuffo gelido in uno dei “generi” più classici della letteratura: la scrittura epistolare di finzione. (Foto di Luigi Cecchi)

 

Francesco D’Isa – Lettera firmata

Cari i miei cari, vi prego, non piangete per me: per lo più la vita mi faceva schifo. Anzitutto era piena di dolore, una cosa che non piace a nessuno. La felicità, invece, era in larga parte una fregatura, perché a ben vedere coincideva con il momentaneo sollievo di un desiderio inesauribile. A guardare ancor meglio, poi, era come il dolore: un pruritino dei nervi. Desiderio di cosa,  mi son sempre chiesto – non ho certo deciso io cosa desiderare! Pensare che il senso della vita sia un mistero è una bella sciocchezza. Cibo, riparo, sicurezza, riproduzione… basta poco per notare che ogni appetito si affanna contro il dolore della paura della morte. È il senso del senso della vita, piuttosto, a non avere alcun senso. Non ho stabilito io le regole del gioco, le ho trovate e basta. Non saprei nemmeno dirvi se fossero giuste o sbagliate, belle o brutte: qualunque decisione si prenda in merito alle norme, non può che seguirle.

C’era una parte della vita, a dire il vero, che era davvero buona, ma non saprei come descriverla. Mi capitava a dir tanto una volta all’anno e non era per nulla appariscente: io che poso una borsa della spesa, che apro le imposte della finestra, che spazzo via le briciole di pane dalla camicia, cose così. Ogni tanto, specie in tarda età, mi perdevo in questi ricordi; venivano in mente uno in fila all’altro, come se li accomunasse qualcosa che non capivo. Ora mi è chiaro di cosa si tratta: la consapevolezza che non avessero alcun senso. Ecco, se proprio devo dire cosa mi piaceva della vita, si tratta di questo. Adesso è tutto così, quindi non piangete per me, che sto benissimo, ora che non sto più.

A prestissimo,

Lettera firmata