Sognare gigli bianchi

Sognare gigli bianchi

Ieri a L’Orto dei libri, a Ostia, ci siamo incontrati per parlare di fumetti e libri. 8 marzo in Medio Oriente era il titolo dell’incontro che è iniziato con un breve e chiaro resoconto di Giorgio Galli, libraio dell’Orto dei libri ed ex responsabile nazionale di Amnesty per la zona della Siria. Abbiamo parlato di due fumetti in particolare: Voci dal buio di Sarah Glidden, di cui Ilaria Troncacci ha messo in risalto l’attenzione all’etica nel giornalismo, e L’arabo del futuro di Riad Sattouf, una storia autobiografica dallo stile estremamente coerente, tra tratto, uso dei colori, argomento e personaggi. Sono stati presentati anche due libri di narrativa. Paola Del Zoppo ha scelto di parlare brevemente del testo di Sumia Sukkar, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, in cui Adam, un ragazzo con una sindrome Asperger che introietta la realtà trasformandola in disegni e leggendone i colori, e raccontando così il conflitto da un punto di vista del tutto personale, e La mia casa a Damasco di Diana Darke, che congiunge racconto, guida turistica con una visione bifocale, interna ed esterna della città.

Al termine dell’incontro è stato nominato Mahmoud Darwish, poeta palestinese di grande fama, scomparso nel 2008, presente nell’antologia Poesia e pace.

Foto di Luigi Cecchi, 2012

Il soldato che sognava gigli bianchi

Sognava gigli bianchi
un ulivo, un ramo
il seno di lei, la sera nel fogliame.
Sognava, mi ha detto, di un uccello
e di fiori d’arancio,
non ragionava molto sul suo sogno e non comprendeva le cose
se non come le sentiva… le aveva sentite
egli aveva capito, mi ha detto, che la patria
è sorseggiare il caffè della madre, è rientrare la sera…
 
Io gli chiesi: e la terra?
Mi disse: non la conosco granché
E non ho mai sentito, come si sostiene nei poemi,
che essa fosse la mia pelle e il mio sangue.
 
D’improvviso io la vidi
Come si vedono dei chioschi… delle strade… e delle gazzette.
Io gli domandai: tu… l’ami?
Il mio amore è una breve ballata,
un bicchiere di vino o una scappatella
mi rispose
– Moriresti-tu per lei?
– Assolutamente no!
Ho con lei come unico legame
un dialogo… punto infernale.
Mi è stato insegnato a venerare il suo amore
e non ho mai sentito mio il suo cuore
nemmeno annusato il suo pascolo, le sue radici e i suoi rami
– e come fu il suo amore
mordeva come dei soli… o come la nostalgia al risveglio?
 
In combattimento, mi rispose:
il mio mezzo di amare è un fucile
il ritorno dalle feste delle vecchie rovine
il silenzio di una statua antica, senza tempo né identità.
 
Egli mi raccontò un momento dell’addio
e di come sua madre
silenziosamente piangeva
quando fu condotto da qualche parte sul fronte
e dalla voce agitata di sua madre
che imprimeva sulla sua pelle un ultimo augurio:
se le colombe fossero passate al ministero della difesa
se le colombe fossero passate…
 
Fumò, poi mi disse
come se fuggisse da uno stagno di sangue:
io ho sognato dei gigli bianchi,
un ulivo, un ramo,
un uccello che abbraccia il mattino
su un ramo d’arancio.
 
– E che cosa hai visto?
– Ho visto la mia prodezza.
Un rovo rosso
che ho fatto esplodere nella sabbia… nei petti… e nei ventri.
E quanti ne hai ammazzati?
– È difficile fare un calcolo, ma non ho avuto che una sola decorazione.
Io gli domandai torturandomi:
descrivimi dunque un solo ucciso.
 
Egli si raddrizzò e accarezzò il giornale piegato
e mi disse come se canticchiasse:
Come una tenda, egli scomparve tra i calcinacci
ed abbracciò le stelle infrante.
Sulla sua larga fronte, un diadema di sangue
e il suo petto senza medaglie
perché aveva mal guerreggiato.
Sembrava un contadino, un venditore ambulante o un operaio.
Come una tenda, scomparve tra i calcinacci… e morì.
 
Le sue braccia erano tese
come due ruscelli in secca
e quando ho cercato il suo nome
nelle sue tasche ho trovato due fotografie
una… di sua moglie
una… di sua figlia.
 
Ne sei stato rattristato?
Gli chiesi.
Egli mi interruppe dicendo: O Mahmoud, amico mio
la tristezza è un uccello bianco
che non si avvicina al campo di battaglia
d’altronde i soldati commettono un peccato nell’esser tristi.
 
Laggiù io ero una macchina che sputava fuoco e morte
trasformando lo spazio in un uccello nero.
 
Mi parò del suo primo amore
e poi
di strade lontane
e delle reazioni successive alla guerra
dell’eroismo della radio e dei giornali
e quando soffocò la tosse nel fazzoletto
gli chiesi: ci rivedremo?
Rispose: in una città lontana.
 
Quando ebbi riempito il suo quarto bicchiere
gli rinfacciai scherzando: tu parti… e la patria?
Mi rispose: lasciami…
io sto sognando gigli bianchi
una strada piena di voci e una casa illuminata.
Vorrei un cuore mite e non l’imbottitura di un fucile.
Vorrei un giorno soleggiato e non un momento di vittoria
pazzo… fascista.
Vorrei un bambino allegro sorridente al giorno
e non pezzo di un apparecchio di guerra.
Io sono venuto a vivere il sorgere dei soli
e non il loro tramonto.
 
Egli mi disse addio perché… cercava i gigli bianchi
un uccello che accogliesse il giorno
su un ramo di ulivo
perché non comprendeva le cose
se non come le sentiva… come le aveva sentite.
Egli aveva compreso – mi ha detto – che la patria
è sorseggiare il caffè della madre,
è rientrare tranquillamente la sera.


Traduzione di Elisa Parisotto dalla versione francese di Thouria Ikbal in Poesia e pace (a cura di Serse Cardellini e Elisa Parisotto), THAUMA Edizioni, Pesaro, 2010, pp. 418-421.

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Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

 

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti

Sabato primo dicembre ci sarà l’evento-lancio del progetto ZerOmagazine 2019, progetto ideato dal Centro Libellula Morlupo, che ha visto congiungersi in maniera innovativa e del tutto trasversale istanze socioculturali che avevano davvero bisogno di essere riconnesse: intergenerazionalità, dialogo letterario, ricerca sociale, attenzione alle fragilità relazionali, a temi scottanti come bullismo, intercultura, manipolazione, sessismo, e che ha scelto, nella sua formula magazine, di dare a questi dialoghi dei contorni ben definiti affinché l’azione sociale sia davvero inclusiva. Questo anno a a venire, il progetto porta lo slogan #nessunoescluso e così vogliamo che sia. Laputa collabora in diversi modi, ma soprattutto con l’organizzazione di un evento cittadino in cui due “mastri fumettisti”, autori di acute parodie e significativa comunicazione a fumetti sul pensiero critico, interverranno per raccontarci di sé e della loro arte: Fran de Martino e Luigi Cecchi (Bigio). In attesa della presentazione pubblica del primo dicembre e dell’evento fumettistico di febbraio, pubblichiamo qui un articolo apparso nel numero 2 di ZerOmagazine, a firma di Paola Del Zoppo, che partendo da alcune implicazioni pedagogiche, congiunge fumetto, poesia e riflessione sociale, marginalità e centralità, tutti temi cari a Laputa, che aprono ai nuovi discorsi di quest’anno.

Oltre i pregiudizi, parole a fumetti, di Paola Del Zoppo

(Articolo apparso su ZerOmagazine 2018, pp. 4-5.)

I progetti sperimentali sull’alfabetizzazione letteraria si connettono alla scrittura poetica e allo sviluppo delle potenzialità degli alunni, e prima ancora al riconoscimento di queste potenzialità, spesso non valorizzate in altri ambiti. L’abilità di leggere e interpretare un testo o costruire un discorso, sono soft skills che si fa fatica a riportare al giusto grado di rilevanza, dopo alcuni decenni di decostruzione del valore delle capacità intellettuali (vedi Frank Furedi e Martha Nussbaum tra gli altri). Un esperimento del 2002 di “poetic literacy”, riportato in un articolo scientifico, puntava all’empowerment in classi di adolescenti. Uno dei partecipanti, al termine del corso, esclamava: “Now I believe If I can write I can do anything”.

Sulle capacità di gestione di sé, delle relazioni, delle visioni del mondo e delle proprie potenzialità si era già attivato a Morlupo il laboratorio gestito dall’Associazione Libellula con il progetto ZerOmagazine 2017, che, come testimoniato dal precedente numero di questa rivista, ha permesso agli alunni di entrare in contatto con delle possibilità di gestione della quotidianità e del sé che altrimenti sarebbero rimaste in ombra, avvicinando la scrittura e la consuetudine con la parola scritta a dei meccanismi di coping per un ampio spettro di situazioni. Il primo e fondamentale momento è stato, nel progetto ZerOmagazine come in molti progetti di alfabetizzazione letteraria di pari livello, un lavoro sulla parola, sul rapporto che abbiamo con le parole e con l’organizzazione del discorso e degli habitus discorsivi, per allontanare le parole stesse da una retorica che troppo spesso è solo strumento di manipolazione. Allora il compito del poeta e dell’insegnante di poesia è di restituire una nuova dimensione alle parole già troppo usate, come esprimeva Hilde Domin nella strofa centrale di un famoso componimento:

 

[…]Parola libertà che voglio irruvidire

ti voglio riempire di schegge di vetro

così è difficile tenerti sulla lingua

non diventi la palla di nessuno. […]

Questo nodo essenziale trova poi una piena realizzazione nel processo guidato di scrittura, che si tratti di scrittura poetica, narrativa o per immagini. La scrittura poetica in particolare offre l’occasione di scardinare i molti pregiudizi di cui la poesia e l’attività intellettuale in generale soffrono e insieme “godono” in Italia, dipendenti da una “gabbia” di status di arte/ competenza “difficile” e insieme legata a una retorica della spontaneità, o dell’idealismo staccato dalla “concretezza” (quotidiana, politica, socioeconomica). Per quanto riguarda in particolare la poesia, il pregiudizio è inoltre connesso con l’idea che la composizione poetica (o comunque la scrittura finzionale) sia una capacità “innata”, o anzi addirittura un’identità: “Poeti si nasce, non si diventa”. Si tratta anche qui di una maltrasmessa eredità idealistica e dell’associazione della poesia a un impeto emotivo, piuttosto che a un sorvegliato e complesso esercizio di rielaborazione mimetica e retorico-linguistica del pensiero, sia che si tratti di poesia originale, personale, “sperimentale” (e quindi di letteratura) o di un atto poetico che si presenta come epigonale. Ancora oggi i testi poetici (e poietici) più interessanti e forieri di significati restano quelli in cui oltre a un tema “oggetto” compare nel testo una riflessione sul fare creazione: la poesia e la letteratura tout court raggiungono livelli eccelsi quando riescono a coniugare la loro realizzazione con una riflessione sul loro oggetto che è associabile alla poesia.

Il “fumetto” viene –ancora ed erroneamente – assegnato a un ambito letterario diametralmente opposto alla poesia per quanto riguarda il canone “formativo” e lo status, ma nella sua considerazione di mezzo di espressione o trasmissione di saperi e narrazioni più “immediate”, soffre di molti pregiudizi associabili a quelli di cui si ammanta la composizione poetica: Come rileva la pedagogista Luciana Bellatalla nell’introduzione all’interessante volume di Anna Ranon Poeti sui banchi di scuola (2012) che analizza operati, potenzialità e proposte per un’analisi pedagogica dell’educazione alla poesia, i pregiudizi – sempre deleteri – possono offrire spunti di correzione e approfondimento: “a) la poesia è un moto spontaneo dell’animo ed un’effusione libera e piena di sentimenti; b) il poeta è, dunque, tale per una sorta di stato di grazia (spesso irripetibile), intimo ed immediato, che, per esprimersi, non richiede filtri sofisticati o strumenti particolari di natura tecnica e culturale; c) il bambino è poeta per eccellenza, giacché vive in una condizione emotivamente ed affettivamente privilegiata.” (p. 10). Per il fumetto potremmo giustapporre: a) il fumetto è immediatamente comprensibile e il pensare a fumetti più spontaneo; b) il disegnatore/ fumettista ha il “dono” del disegno, non ha affinato un artigianato; c) il fumetto è un’arte per bambini perché è divertente e più immediatamente comprensibile a livello anche non razionale. Quindi, sempre seguendo la linea decostruens di Bellatalla, se la poesia è: “una attività espressiva potenzialmente universale; va incoraggiata nei fanciulli; è un argine contro la dissoluzione del soggetto, la crisi dei valori e finisce per essere il mezzo salvifico dell’umanità, perché riporta l’uomo alla sua interiorità, alla “genuinità” dei sentimenti e, infine, alla dimensione della speranza e della libertà.” (ibd.), al fumetto, anche senza procedere punto per punto, riconosciamo simili potenzialità. Viene pertanto trattato alla stessa stregua nell’educazione scolastica e oltre. Inoltre, la decostruzione della figura dell’intellettuale e del pensatore artista in generale, cui si accennava sopra, opera inoltre in senso più profondo negli ambienti stessi di creatori ed editori di fumetti (come in tutto il mercato delle lettere) conducendo a una più ampia diffusione di ciò che corrisponde a quanto sopra e di ciò che, per questi pregiudizi o per ragioni ancor meno edificanti, è considerato o è più “vendibile”. La storia del fumetto come arte e come espressione letteraria non è ancora patrimonio comune occidentale. Inoltre, se come Lyotard ricordava, non siamo più in un’epoca di grandi narrazioni, è vero però che le grandi narrazioni del mercato influenzano le nostre valutazioni in maniera più o meno percettibile.

E il mercato ha per troppo tempo, e sicuramente negli ultimi 30 anni, ridotto nella cultura di massa il fumetto a componente voyeuristica e semplificatoria che ha rimpiazzato e depotenziato la sua natura eversiva. Il fumetto d’autore occupa di fatto ancora, o di nuovo, una nicchia del mercato. Saper riconoscere una buona sceneggiatura e un tratto originale e caratteristico, dunque stilisticamente e esteticamente valido, non è un atto di lettura o interpretazione meno strutturato rispetto al confronto con la letteratura o persino con la filosofia. Al contrario: la possibilità di decifrare e comunicare dei messaggi tramite la “traduzione” in forme d’arte, che rappresentano uno spazio ricettivo “positivo” e di base neutro, accogliente, ma non autoreferenziale, rende ai ragazzi più giovani un forte sentimento di autonomia nella lettura del mondo e nella sua rappresentazione, fornendo quindi un’ottima occasione di scardinamento di mentalità basate sull’autoritarismo, il paternalismo, la logica del più forte. È necessario però associare alla creatività una relazione, orizzontale con l’ambiente circostante, verticale nella stratificazione artistica. In questo un ruolo fondamentale (anche perché esterno alla narrazione del mercato) è svolto da Biblioteche e fondi librari. Tra questi, il Fondo librario di poesia di Morlupo, gestito e promosso dall’Associazione Libellula, rappresenta uno degli esperimenti più interessanti e riusciti degli ultimi anni, con una collezione di poesia e opere di pensiero poetico tra le più ricche d’Italia, offrendo la possibilità di confrontarsi con una memoria artistica che rende alla tradizione il giusto valore di exemplum.

Nella sua strutturazione e nella posizione “periferica” rispetto al centro della “grande città” italiana è in sé un nucleo di rielaborazione attiva di concetti spaziali gerarchici fuorvianti e legati a tutto ciò di cui si è scritto sopra (ad esempio il concetto di centro/ periferia) davvero poco utili al miglioramento della condizione umana contemporanea e nel contempo lontano dalle vuote retoriche sugli spazi fintamente democratici della rete 2.0, in cui le relazioni sono assenti e ben poco modificabili nel tempo. Il rapporto sfumato tra centro e periferia e il peso specifico differente che un’operazione socio culturale come quella di Libellula, coadiuvata quest’anno dall’associazione Laputa (non a caso anch’essa nata da esigenze di ricollocazione e rivalutazione culturale di una provincia che è ormai periferia) dà alle “narrazioni del margine” rappresenta oggigiorno un vero e proprio esperimento di impegno per l’utopia.

 

Testi citati

Hilde Domin, Ti voglio, in Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore, 2015 (trad. Ondina Granato).

Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali, Raffaello Cortina Editore, 2007

Martha Nussbaum, Coltivare l’umanità, Carocci, 1997

Anna Ranon, Poeti sui banchi di scuola, Franco Angeli, 2002

Angela M. Wiseman, “Now I believe if I write I can do anything”: Using poetry to create opportunities for engagement and learning in the language arts classroom, in <Journal of Language and Literacy Education>, n. 6 (2, 2010), 22-33.

La striscia è di Luigi Cecchi, in Le avventure di Ugi & Calebrina, Mini G4m3s Studio, 2018

 

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How I Met your Friends on Mars – di Gianluigi Bodi

How I Met your Friends on Mars – di Gianluigi Bodi

di Gianluigi Bodi

Fu Chandler a venirmi a trovare per primo. Si era avvicinato al letto allargando le braccia, incassando di sbieco la testa tra le spalle. Siamo ancora qui, mi disse. Mise un mazzo di fiori in un vaso e poi mi raccontò che aveva preso anche una scatola di cioccolatini, ma Joey li aveva mangiati tutti. Joey che doveva girare una pubblicità per una marca di occhiali da sole e ora aveva un brufolo in mezzo alla fronte grande come un’oliva. Chandler mi disse che fuori c’erano anche gli altri, che se volevo vederli li avrebbe fatti entrare. A patto che fossi abbastanza in forze. Annuii, avevo voglia di vederli. Me li trovai tutti ai piedi del letto. Avevano le facce di chi ha preso un bello spavento, ma ora è fuori pericolo. Ross e Rachel erano abbracciati, era da un po’ che stavano assieme, ma non sapevo se la cosa sarebbe durata. In passato avevo avuto una cotta per Rachel, ma non glielo avevo mai detto. Joey mi fissava e anche il suo brufolo. Non riusciva a dire nulla. Sembrava sull’orlo del pianto. Joey, non il brufolo. Phoebe aveva un sorriso sincero. Sembrava davvero contenta di vedermi vivo. I dottori ci hanno detto che avrai dolori alla schiena per un bel po’, disse Ross. Gli risposi che in effetti erano già iniziati. Phoebe saltò su come una molla, uh uh, alzò la mano come se fosse a scuola. Posso farti dei massaggi io, disse. Mi sembrò una buona idea.

Confessai di non ricordare nulla della sera precedente. Rachel mi raccontò che ero uscito dal Central Perk con Ted, eravamo diretti al MacLaren. Poi avevano ricevuto una telefonata da Robin che li aveva avvertiti dell’incidente. Si erano tutti dati il cambio per non lasciarmi mai solo. Phoebe aveva portato anche la chitarra, ma le infermiere non volevano che si esibisse in una corsia d’ospedale. Forse l’avevano sentita cantare al Central Perk. Dopo una settimana mi dimisero. Tornai a lavorare alla Goliath National Bank con Barney e Marshall, ma per alcuni giorni tutto mi sembrò irreale e senza importanza. Non mi spaventai più di tanto, credetti che l’essere scampato alla morte avesse improvvisamente rimescolato la mia scala di valori.

All’improvviso capii perché Ted cercasse con così tanta dedizione l’anima gemella. Capii anche perché invidiavo così tanto il rapporto tra Lily e Marshall. Volevo anche io una cosa come quella che avevano loro, ma più in generale sentivo la perfezione dei legami che quelle persone avevano creato tra di loro. Sembrava che non ci fosse nulla che non potesse essere sistemata, i litigi duravano lo spazio di qualche ora. Era come se fosse tutto programmato con precisione e anche nei momenti di caos si intravedesse la luce dell’equilibrio.

Comunque non so perché lo fecero, immagino che avessero capito che non me la stavo passando troppo bene. Una sera Ted mi accompagnò sul tetto del suo appartamento con la scusa di voler fare due chiacchiere in tranquillità e lì trovai una quarantina di persone che erano arrivate da ogni parte del paese per stare con me. C’era gente che non vedevo da secoli, non capivo nemmeno come fossero riusciti a rintracciarli. Parlammo e bevemmo per tutta la sera. Credo di essermi scolato da solo una bottiglia di Whisky, ma non ero certamente ubriaco, non mi ero mai sentito così bene in vita mia. Ero lì assieme ai miei migliori amici. Quello che dicevo, per loro, aveva importanza. Mi ascoltavano sul serio, mi capivano davvero. Poi forse l’alcol iniziò ad avere la meglio, non ero sbronzo, ma il mio cervello iniziò ad elaborare pensieri che implicavano che io uscissi dall’attimo che stavo vivendo. Iniziai a pensare al futuro, a quando saremmo diventati vecchi e forse ci saremmo persi di vista. Ross, Barney, Chandler, Robin e gli altri erano lì con me, ma lo sarebbero stati per sempre? Mi resi subito conto che la malinconia si stava impossessando di me. E infatti è rimasta a farmi compagnia anche molto tempo dopo che i dottori mi fecero uscire dal coma farmacologico indotto.

(foto di Luigi Cecchi, 2014)

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Lo santissimo uffizio de la Noia et de la cattiva digestione  di Angelo Orlando Meloni

Lo santissimo uffizio de la Noia et de la cattiva digestione di Angelo Orlando Meloni

Nella notte della feria d’agosto una microprosa satirica di Angelo Orlando Meloni. Da leggere tutta d’un fiato e poi rileggere.

Lo santissimo uffizio de la Noia et de la cattiva digestione.

Essendo che tu fosti denunziato in questo S.o Off.o, che tenevi come vera la falsa dottrina ch’i libri siano oggetto di piacere et de bramosa luxuria e che la Sant.a Letteratura habbia da usarsi con lascivia per lo personale sollazzo; ch’avevi clienti nello tuo negotio di libri et libelli a Siracusa, a’ quali insegnavi la medesima sozzura; che circa l’istessa tenevi corrispondenza con scribacchini disoccupati et perdigiorno di niun successo né reputatio; che tu avevi ascritto a le reti sodàli alcuni status, ne’ quali spiegavi l’istessa dottrina come vera. Volendo per ciò questo S.cro Tribunale provedere al disordine che di qui scaturiva con pregiudizio della S.ta Fede nelle Patrie Lettere, furono individuate le tue blasfemie: “i libri non sono importanti, i libri al limite sono belli”; “la letteratura non insegna niente, non serve a niente, non contiene informazioni, tutt’al più è una figata, se becchi il libro giusto”; “ci avete rotto le palle per una vita con l’idea che la saggistica debba essere appassionante come un romanzo e ora venite fuori con l’idea che i romanzi debbano essere noiosi come la saggistica”; “se un uomo ti dice che la letteratura è importante e la matematica divertente, non ti fidare di lui”; “leggere è un piacere e non un dovere”; “il postmodernismo è una cagata pazzesca”.

Esse proposizioni sono assurde e false in filosofia, e formalmente eretiche, per essere contrarie al Sacro Tedio che infonde se stesso profondissimo in vertute ne lo spirito de lo lettore che rifugge il sollazzo et ricerca l’ascesi et lo supplizio con li importanti contenuti che ripuliscono l’anima de li mali che in essa alberghano et da lo peccato che tutti insozza. Accioché questi errori fossero abiurati et dimenticati fu decretato nella Sacra Congre.ne degli Scassapagghiari che scrivono su le nobilerrime riviste tenuta avanti ai letterati di Facebook che tu dovessi omninamente lasciar detta opinione falsa e che non potessi insegnarla ad altri né difenderla né trattarne. Ma essendo ricomparso qua un vecchio libro, stampato in Roma, la cui inscrizione mostrava che tu ne fosse l’autore, dicendo il titolo Io non ci volevo venire qui di Angelo Orlando Meloni; fu il detto libro diligentemente considerato, e in esso scoperta la transgressione del predetto precetto, avendo tu nel medesmo libro difesa la detta opinione già dannata e da te dichiarata più volte con varii ragiri, non potendo in niun modo esser possibile un’opinione difìnita per contraria alla Noia de la Santissima Letteratura Importante. Che perciò d’ordine nostro fosti chiamato a questo S. Off.o degli intellettuali su Facebook, nel quale confessasti che la scrittura di detto libro è in più luoghi distesa in tal forma, ch’il lettore potrebbe formar concetto che gl’argomenti portati fossero in tal guisa pronunziati per diletto, soddisfazione et vile sollazzo, che più tosto per la loro importanza et giustezza a infondere alati insegnamenti ne lo comune uomo, bisognoso di elevarsi dalla moltitudo. Pertanto, siamo venuti contro di te alla diffinitiva sentenza. Ti sei reso sospetto d’eresia, d’aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alla Noia e ti condaniamo alla rilettura a lo contrario e ne la originale favella de lo sacro tomo Infinite ciospa di messer David Foste Fallace e t’imponiamo per tre anni di recitarlo una volta a settimana ne la sala mensa.

Così diciamo, pronunziamo, sentenziamo, dichiariamo, ordiniamo, predichiamo, mal razzoliamo, grufoliamo, paraponziponziponziamo et reservamo in questo e in ogni altro meglior modo e forma che di ragione potemo e dovemo ne la società dei magnaccioni che amano i classici, però non sono entrati una volta in libreria negli ultimi trent’anni.

Foto di Luigi Cecchi (2010 – 2012)

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Dio è un procione di nome Viko – Luigi Cecchi

Dio è un procione di nome Viko – Luigi Cecchi

Da oggi e speriamo per qualche tempo L’Isola volante ospiterà microracconti. Tutti nello stile di Laputa, per riflettere, sorridere, avvertire le dissonanze del mondo che ci circonda o che ci abita nel profondo. Iniziamo – ovviamente – con un microracconto inedito di Luigi Cecchi.

Racconto e fotografia © Luigi Cecchi 2017

Dio è un procione di nome Viko

Ci sono alcune giornate che cominciano male, ma che finiscono con l’impressione che tanto ce ne saranno così tante, che forse non vale la pena preoccuparsene. Ecco, era una di quelle giornate. E chissà come sarebbe proseguita. Era la quarta volta che Viko posizionava con cura la piccola noce al centro della superficie levigata e quasi orizzontale di una roccia. Poi, sollevando un’altra roccia più piccolina ma non meno solida, per quattro volte aveva tentato di aprirla sbattendocela sopra. Era difficile: con le sue manine pelosette non riusciva a mantenere la presa per molto tempo, e poi le sue piccole braccia non erano in grado di sostenere il peso del sasso troppo a lungo.

Dopotutto, era solo un procione.

Tentò un’ultima volta, dopodiché avrebbe lasciato perdere. Ne aveva mangiate tantissime di noci, nella sua vita. Aveva mangiato anche noci che ora non esistevano più, che si erano estinte, evolute in uno dei diversi tipi di noci che esistono adesso. E in futuro, avrebbe mangiato noci che sarebbero state l’evoluzione delle noci odierne. Non c’era bisogno di infuriarsi solo perché non riusciva ad aprire una cazzo di fottuta noce di merda. «Apriti, cazzo!» Gridò, abbattendo sul piccolo guscio il masso che aveva sollevato in aria con fatica per la quinta volta. Nel frattempo, un uragano sconvolse le Filippine. Stavolta la pietra colpì con forza la noce, che anziché schizzare via come aveva già fatto le volte precedenti, si spappolò in mille pezzettini assai poco adatti ad essere separati e ingeriti, giacché impastati in mezzo ai detriti del guscio duro.

Viko tirò un calcio alla pietra, imprecando. Una valanga travolse alcuni alpinisti, in Piemonte. Lui non ottenne altro che ferirsi la zampetta. Si rotolò a terra, continuando a imprecare. Un terremoto in Cile, magnitudine 6.8 con trecento feriti.

«È una di quelle giornate, Viko?» Gli fece Zilpa il leprotto strabico, passando di lì con l’asciugamano in spalla e una borsetta sotto braccio. Probabilmente tornava dal bagno al fiume.

«Credo proprio di sì.» Brontolò Viko, rialzandosi.

«Vieni, ti offro la colazione. In tana ho un paio di pannocchie, metto su una tisana.» Viko annuì, poi saltellò appresso al leprotto cercando di non appoggiare la zampetta ferita.

«Ti sei fatto molto male?» Gli chiese Zilpa.

«Solo nell’orgoglio. La zampa guarirà in pochi minuti, come al solito. Ma cazzo sono due miliardi di anni che esisto e ancora non ho imparato a spaccare una noce.»

«A parte il fatto che le noci come quella che stavi spaccando esistono solo da qualche milione di anni, – gli fece notare il leprotto, mentre tentava di infilare con imbarazzante difficoltà una grossa chiave in un altrettanto grosso buco di una serratura. – ma poi, come dire… sei un procione! Ma che pretendi?» La porta di legno si aprì cigolando si vecchi cardini ossidati. Zilpa saltò in avanti per raggiungere il cassetto dove teneva le pietre focaie. A quel punto Viko schioccò le dita e accese tutte le candele della stanza. Le ovaie di una sessantenne, in Germania, ripresero a funzionare.

«Non è che posso dare la colpa della mia incapacità sempre al mio pollice scarsamente opponibile, o al fatto che sono alto sessanta centimetri… quando mi siedo in verticale intendo… insomma sono pur sempre Genova!»

«Semmai Jehova. Genova ora è una città e sta in Italia.» Gli fece notare Zilpa.

«Sì, vabbé, Genova, Buddha, Oriside… chissenefrega.»

«Osiride. E comunque ormai Osiride non lo prega più nessuno.»

«Quello che voglio dire è che potrei schioccare le dita e aprirla, quella cazzo di noce. Proprio come ho acceso adesso le candele. Ma poi… non sarebbe stata la stessa cosa! Non sarei stato coerente con me stesso. Sai tutti i discorsi che faccio sempre, sulla durezza della vita? Bisogna starci dentro per capirla, mica è roba facile, sai?» Zilpa stava sollevando con le zampine una tazza di latta, per agganciarla a un piccolo perno che l’avrebbe sospesa sopra una delle candele accese.

«Certo… eccome se ti capisco. Tutta un’altra cosa fare le cose con le proprie zampe. Cioè, vuoi mettere? Guarda quella scultura di legno vicino alla cappelliera, laggiù. L’ho fatta io con i miei denti. Ti piace?»

«Cos’è, un carciofo?»

«Una rosa.»

«Uhm. beh, dai, ci somiglia.»

Zilpa appese un’altra tazza su un’altra candela, poi saltellò verso un angolo della stanza dove erano ammucchiate diverse pile di sacchetti di stoffa contenenti foglie e frutta secca. Mentre le annusava per decidere quale tisana preparare, proseguì il discorso.

«Però non è che si può fare tutto a mano, eh. Non sono uno di quelli che dice che devi involverti, impatto universale zero, decrescita sostenibile, divinità a margine e cose del genere. No, no, no. L’onnipotenza va usata quando fa comodo, quando si ha fretta… o quando proprio non se ne può fare a meno. Senza sentirsi in colpa.»

«Già… – fece Viko sedendosi su un sasso vicino alla sua tazza di acqua calda quasi fumante. – Non credo che tu ti sia messo a raccogliere la cera e a ungere gli stoppini per fare tutte queste candele, dico bene?»

«Certo che no! Come potrei? Sono una lepre. E non ci vedo neppure tanto bene. Però non abuso delle capacità che mi hai gentilmente concesso. Vedi? Cerco di sperimentare il più possibile la durezza della vita, come dici tu. Le cose che riesco a fare coi denti e con le zampe, le faccio sempre coi denti e con le zampe. Hard life!»

«Sempre, hard life!» Lo assecondò Viko inarcando le sopracciglia con orgoglio.

«Sempre.» Ripeté Zilpa tornando da lui con un paio di sacchetti pronti da immergere nelle tazze. Si avvicinò al tavolo di legno e cercò con le zampine di afferrare la tazza sospesa sulla candela, ma finì per bruciarsi il pelo della mano e fece cadere la tazza a terra, rovesciando tutta l’acqua calda.

«Oh, no. Che peccato.» Mormorò, massaggiandosi la bruciatura.

«Non fa niente, non fa niente.» Lo rassicurò il procione, e allungò la zampina verso l’amico leprotto. In men che non si dica la bruciatura era scomparsa, il pelo era ricresciuto, e la tazza era di nuovo sul tavolo, piena della sua acqua calda. Nel frattempo l’ultima tigre del Bengala femmina, con in grembo due cuccioli, sopravvisse alla fucilata di un cacciatore di frodo.

«Beh… Grazie Viko. Ce lo vuoi un po’ di miele?»

«Hai del miele? Davvero?» Viko sgranò gli occhi. Quanto tempo che non assaggiava del miele!

«Sì, dovrei averne… – Zilpa si voltò verso la mensola alla sua destra. – Ah, no. L’ho finito ieri, sui toast. Mi dispiace.» Viko sospirò.

«Fa niente. La bevo amara. È buona lo stesso.»

«Hard life!» Esclamò Zilpa sollevando un pugno, sorridente.

«Sì… hard life.» Ripeté Viko. E mandò giù un paio di sorsi dell’intruglio verde.

 

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Il fato, la morte, i corpi – Paola Del Zoppo su Days di Luigi Cecchi

Il fato, la morte, i corpi – Paola Del Zoppo su Days di Luigi Cecchi

“Uno dei nodi principali resta il rapporto con l’altro, qui donna e poi mostro. L’altro è ovunque, è qualcosa che avvolge l’universo di Gawain e che lo illude della sua stessa libertà. Senza rompere alcuno schema Gawain è condannato fin dal principio. Il gioco metaletterario solleva sipari nascosti: la morte e la paura del futuro, la possibilità di essere liberi solo in uno schema (e dunque la violenza e la contraddizione in sé di dover scegliere una non-libertà per poter essere liberi), l’inganno. Il fumetto lavora direttamente sugli archetipi per raggiungere capillarmente la quotidianità.”

 

 

IL FATO, LA MORTE, I CORPI di Paola Del Zoppo

Pubblichiamo qui la postfazione di Paola Del Zoppo al volume Days di Luigi Cecchi.

Scritto tra il VII e il IX secolo d.C., di autore anonimo, il poema epico Beowulf narra il conflitto tra mondo umano e mondo mostruoso. Si tratta della prima apparizione nel mondo anglogermanico di un archetipo narrativo, che possiamo ritrovare in tutte le lotte dei cavalieri contro potenti draghi. Il poema ha una trama lineare, in quanto primus del suo genere: l’eroe scandinavo Beowulf giunge nelle terre dei Geati a soccorrere il re di Danimarca Hrōđgār e il suo popolo dal terrificante mostro Grendel, nonché, in seguito, dalla madre del mostro, assetata di vendetta. Dopo l’impresa, Beowulf, celebrato come eroe, torna nella sua terra e diviene poi a sua volta re dei Geati, per concludere le sue imprese con l’uccisione di un drago, che, nella battaglia finale, lo ferisce a morte. I tre episodi principali sono inframmezzati da varie digressioni, spesso introdotte da aedi di corte durante i banchetti, che raccontano episodi e battaglie di celebri condottieri scandinavi, e che lasciando intravedere dei tratti della struttura narrativa “a cornice”, evidenziano il senso più profondo del testo: il vero conflitto non è quello tra Beowulf e Grendel, né tra Beowulf e i mostri: non si tratta di un singolo uomo e un singolo mostro alla volta, ma di due interi mondi. Il primo è quello umano, fatto di feste, banchetti, ma soprattutto di un’idea di valori feudali solidi e positivi, il secondo, “l’altro”, il mondo che si intromette, è quello dei mostri, esseri alienati, che possono essere sconfitti solo con un intervento altrettanto “soprannaturale” di un eroe caratterizzato da una sorta di estremismo del sentire, dotato di una “umana mostruosità”: “[…] fra tutti i re di questo mondo/ il più gentile con i suoi e il più cortese/ il migliore 3 con la sua gente, e il più smanioso di gloria” (Beowulf, vv. 3180-82, vers. di chi scrive). In una chiara simbologia cristiana Beowulf è consapevole del suo ruolo e però anche compenetrato dalla hybris della propria sovraumanità, di cui vuole fare uso, diversamente da Gesù morente sulla Croce: “Non porterei la spada contro il Serpente, o un’arma se solo sapessi in quale altro modo potrei lottare con quel mostro, e vantarmene come ho già fatto con Grendel. Ma qui mi aspetto la guerra del suo fuoco rovente, del fiato, del veleno” […] “questa non è un’impresa per voi, non è a misura d’uomo, ma solo alla mia, confrontare le forze col Mostro, fare apparire la propria nobiltà” (Beowulf, trad. L. Koch, Einaudi 1987, vv. 2518-22; vv. 2532-35).

Questo peccato di hybris è ciò che più si evidenzia anche nel testo di Luigi Cecchi, che gioca con gli archetipi senza farne mistero. Il suo debito con Beowulf e con Sir Gawain e il cavaliere verde, è così esplicito da far riflettere sull’episodio proprio come se fosse uno dei canti degli aedi, e dunque è anche una parodia. Tutto ciò che ci aspettiamo dalla trama viene disatteso e insieme confermato, e in questi lievi slittamenti di senso si legge tutto lo sviluppo del mondo contemporaneo, sia nella sua accezione di realismo quotidiano e di critica sociale e sociopsicologica, ben rielaborata nell’elemento fantastico (con particolari tinte fantasy), sia nel corretto intreccio tra questi elementi e la loro rielaborazione narrativa a livello metatestuale (come ad esempio nella chiara ridefinzione dei tratti antieroici come hybris). Ma quello del poema Beowulf è un titanismo che va anche al di là della forza fisica, e arriva fino alla consapevolezza interiore della wyrd (fato, ma anche destino attivo): è proprio l’assunzione di questo fondamentale valore germanico che manifesta la complessità intellettuale del poema.

 

 

La figura di Gawain in DRain ci appare fragile, non eroica, fin dai primi momenti, evidenziata da una vanità nevrotica, eppure perfettamente “confondibile” con i canoni narrativi liminali tra eroe e antieroe, dunque tra assunzione di responsabilità e risconoscimento di un senso e autoreferenzialità. Il lettore è libero di identificarsi, a questo punto della narrazione, con uno o l’altro stereotipo del cavaliere, anche grazie all’ambientazione che dal fantasy scivola nella fantascienza più classica: “Immagino volessi sentirmi piccolo e insignificante”, e: “Nello spazio si riacquista la giusta dimensione di ogni cosa, ogni nostro dolore si riduce di fronte al fatto che siamo infinitamente piccoli”. Già nel presentare le sue “esigenze emotive” Gawain si fa critica alla concezione letteraria di genere che attribuisce un destino percepibile a ogni personaggio. Qui però non siamo di fronte a un titanico riconoscimento della wyrd, ma a un ripiegamento su stesso dell’eroe, di cui abbiamo già avuto un indizio nella sua accettazione acritica della “compagnia” di Doralice. Solo apparentemente lontano dalla concezione valoriale dell’amor cortese, Gawain fa ciò che gli appare necessario per qualificarsi agli occhi dei suoi “datori di lavoro” come cavaliere, come uomo adatto alla battaglia per cui si è proposto.

Anche qui, il gioco intertestuale ci porta lontano. Sir Gawain delle saghe nordiche è un eroe in parte diverso da Beowulf, animato dalla brama di gloria. Gawain vive nel bisogno o nella convinzione di dover “nutrire” la sua anima immortale. Si tratta però, sia nel precristiano Beowulf, sia nell’eroe cristiano Gawain, di preoccupazioni “religiose” connesse alla morale e alla possibilità di essere dopo la morte, laddove Sir Gawain ha a che fare con uno sviluppo diverso delle questioni morali, delineate in maniera più terrena. Deve preoccuparsi di una purezza non data solo da un vago statuto di “colui che sconfigge il mostro”, ma di questioni più umane, la castità come purezza di mente e cuore, la lealtà a un ideale o a un codice, che potrebbe porsi in un ambito ancora più alto del suo signore e re. I mostri da combattere sono più sottili e meglio camuffati, e, anche qui, il recipiente del pericolo diventa “l’altro” per antonomasia. Gawain è un uomo e deve continuamente dimostrare di esserlo, e nella sua duplice “manhood”, cioè di uomo e di umano, deve confrontarsi con la duplice alterità di “donna” e “non umano”, in un gioco degli opposti che avrà sviluppi anche nefasti per certe stereotipizzazioni delle figure femminili nella letteratura fantastica e non. Le donne dei cavalieri e della saga di Gawain, sono simboli di purezza e bontà e anche però esseri tentatori. La vita di un cavaliere, dice Gawain, sarebbe molto più semplice se le donne non stessero lì a cercare di intrappolare “continuamente i loro puri cavalieri” (Sir Gawain and the Green Knight, v. 2413).

 

 

Gawain, che qui sembra giustificato nella sua visione della donna dalla recente visita al regno di Morgan le Fay, non vede però che il suo essere cavaliere è concesso proprio da quelle “trappole”. Per noi lettori, in una perfetta mise en abyme, la sua esistenza in senso di archetipo di purezza e coraggio sarebbe ridotta, senza “trappole”, all’ottusa quotidianità di un’assenza di significato. Riducendosi a vittima, Gawain ricorda di essere carnefice ed offre un appiglio per uscire dalla dicotomia “And one and all fall pray/ to women they had used” (Sir Gawain and the Green Knight, vv. 2425-26) che la letteratura cortese non ha sviluppato, preferendo l’idealizzazione di una fantomatica donna pura, che però era anche una donna “adultera”: il matrimonio era una questione d’affari e per dar vita a un vero amore, questo andava cercato e vissuto altrove. Luigi Cecchi gioca con tutto questo sapere occidentale. Uno dei nodi principali resta il rapporto con l’altro, qui donna e poi mostro. L’altro è ovunque, è qualcosa che avvolge l’universo di Gawain e che lo illude della sua stessa libertà. Senza rompere alcuno schema Gawain è condannato fin dal principio. Il gioco metaletterario solleva sipari nascosti: la morte e la paura del futuro, la possibilità di essere liberi solo in uno schema (e dunque la violenza e la contraddizione in sé di dover scegliere una non-libertà per poter essere liberi), l’inganno. Il fumetto lavora direttamente sugli archetipi per raggiungere capillarmente la quotidianità. Gawain avrebbe una sola possibilità di salvarsi, che è quella da cui con attenzione manipolativa Doralice lo allontana: la libertà di tornare indietro, in un luogo antecedente il proprio malessere che lui dichiara al principio della storia, di cui noi lettori non possiamo sapere nulla. La libertà e insieme la liberazione, cioè, di riconoscere il mostro dove è celato veramente e trovare un’identità al di là del vagare. Doralice vigila su questa possibilità, neutralizzandone la potenza tramite lo stereotipo: così, nel confermare il suo “essere cavaliere” Gawain sceglie la morte di sé. La sua consapevolezza forse non è completa (o non è dato al letore saperlo), mentre la spinta del “mondo”, mostro totale, è voluta ed evidente, addirittura apertamente menzognera quando Doralice gli fa intravedere una parentesi di serenità possibile a fronte di un ritorno che lei già sa che non avverrà. Le “trappole” della donna, che è “l’altro” della letteratura cavalleresca, qui sono quindi anche le trappole dell’autore, che culla il lettore nelle illusioni dell’universo fantastico a lui consueto, per denunciare il soffocamento dell’illusione di un progresso dato dagli abbandoni dei tanti sé che convivono nelle contraddizioni dell’umano. Eppure, a ben vedere, Doralice non è una “donna” se non nelle sue caratterizzazioni già metaletterarie: è un mezzo narrativo necessario all’autore per farci riconoscere in lei “l’altro”, e il suo essere “sacerdotessa” serve a farci incanalare questa visione nell’altro “puro”, proprio come nella saga di Gawain accade con l’immagine della vergine Maria. In verità Doralice non è che un emissario, che ha il solo compito di reindirizzare Gawain, tramite una tecnica di rispecchiamento simile a quelle della psicanalisi, verso la morte per mezzo delle illusioni a lui riconoscibili, prime fra tutte, l’illusione di se stesso, l’illusione dell’amore e l’illusione del progresso di sé.

 

Chiusa a questo progresso autentico sembra anche Luna, la protagonista del secondo fumetto La morte non è niente. Anche qui, il gioco di specchi e di rispecchiamenti di illusioni tra autore esplicito, implicito, narratore e destinatario svela le contraddizioni della quotidianità e soprattutto la violenza soffocante della finta libertà. Qui l’intertesto di riferimento esplicito è Annabel Lee di Edgar Allan Poe, dato che l’autore ne cita alcuni versi: “Ma il nostro amore era molto, molto più saldo/ dell’amore dei più vecchi di noi,/ e di molti di noi assai più saggi:/ Né gli angeli, in cielo, lassù,/ né i demoni, là sotto, in fondo al mare/ mai potranno separare la mia anima/ dall’anima di Annabel Lee.” Nella poesia, il narratore descrive il suo amore per Annabel Lee, nato molti anni prima in un “reame vicino al mare”, un amore che “nonostante la loro giovane età” era così potente da rendere invidiosi gli angeli. La voce poetica è dunque convinta che la morte della giovane Annabel sia stata provocata dai serafini. La rabbia e il dolore sono solo lievemente mitigati dalla connessione delle due anime. Il loro amore va oltre la morte e oltre la tomba. La notte, il narratore sogna Annabel Lee e vede i suoi occhi brillare nelle stelle, giacendo accanto alla tomba di lei vicino al mare. In La morte non è niente l’impotenza del narratore è evidenziata dalla totale ininfluenza dei suoi pensieri negli eventi. In un gioco di balzi tra narrazione onnisciente e intradiegetica, Luigi Cecchi racconta – apparentemente – l’impotenza delle narrazioni di fronte alla quotidianità della violenza. Luna scrive e racconta Mashhit, il distruttore, l’angelo della morte, che non si salva e non la salva da una quotidianità insoddisfacente, che non la eleva né la solleva dai dolori della solitudine e dell’aridità. Quella di Mashhit è una scelta condizionata, non può sottrarvisi a meno di cedere la sua identità, il suo ruolo, e anche lui si fa vittima e carnefice di sé e di altri, di corpi e di anime. Ma la sua morte, la sua violenza, si muovono su diversi livelli narrativi, di cui due vanno necessariamente evidenziati: il primo, in cui la tragedia dell’attualità, del terrorismo, della guerra mondiale non dichiarata tocca le vite di tutti, più o meno da vicino, impedendo per prima cosa lo sviluppo delle relazioni ridotte a “conoscenze”; la seconda, in cui si riconosce il rovesciamento dell’assunto pessimistico e isolante del racconto di Luna: la poesia e la creazione sono ancora salvifiche, esistono proprio nel momento in cui la violenza si riunisce con una violenza archetipica, con la cacciata dal Paradiso, con l’invidia del superumano per l’umano. Il dolore per la morte di Annabel Lee rende visibile l’ampiezza dell’amore che causa l’invidia degli angeli, e per questo è degno di essere vissuto e sentito anche senza un corrispondente terreno.

Annabel Lee non si tocca, non si riduce a corpo, ma arriva a essere ovunque, avvolge il narratore ed è solo la poesia che motiva e giustifica l’insano ritorno di lui notte dopo notte, alla tomba dell’amata.

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