Presto o tardi, tutti i nostri giochi diventano Calvinball – ovvero – La letteratura orizzontale di Paola Del Zoppo

Presto o tardi, tutti i nostri giochi diventano Calvinball – ovvero – La letteratura orizzontale di Paola Del Zoppo

Proponiamo un testo di qualche tempo fa di Paola Del Zoppo, ringraziando SenzaZucchero e l’autrice per il permesso. Potete leggerlo oggi, per tanti motivi: Lo proponiamo anche noi per tanti motivi che ognuno intuirà, il più superficiale dei quali è che i fumetti sono letteratura. O non lo sono. Se non lo sono, e voi lo riconoscete, e qualcuno dice che lo sono, quel qualcuno sta mettendo in orizzontale cose oblique. A noi piace citare Watterson: “Presto o tardi, tutti i giochi diventano Calvinball”. Chi vuol leggere, sa leggere. Tra le righe, tra le linee, tra i ballon.

 

Letteratura orizzontale: istruzioni per l’uso – di Paola Del Zoppo

 

Istruzioni per l’uso: Letteratura orizzontale

di Paola Del Zoppo

La letteratura orizzontale è quella letteratura dei nostri giorni in cui nulla si solleva dal piano. È una letteratura che esiste da sempre, ma che adesso e da alcuni decenni ha le sue maggiori chance di successo. La letteratura orizzontale non è necessariamente letteratura di mass-market, anche se quella è la sua vocazione primaria: tale vocazione va sviluppata il più energicamente possibile per ottenere risultati significativi. La pubblicazione di letteratura orizzontale è altamente consigliata a tutti gli editori che vogliano stare al passo con il mercato e l’evoluzione dello stesso, ma soprattutto che vogliano stabilire un rapporto profondo e duraturo con il lettore.

Premessa: La letteratura orizzontale si può esprimere per comodità in una funzione che si collochi tutta nei reali, e non presenta asintoti verticali: un asintoto verticale esiste solo se ci sono dei candidati asintoti nel campo d’esistenza. La letteratura orizzontale è causa ed effetto dell’attaccamento al piano dei reali. La letteratura orizzontale spesso si sviluppa per quantità di pagine e non per profondità: f è derivabile e f’ (x) = 0, quindi f ha in x un punto stazionario (dove f ha la tangente parallela all’asse x).

Linee guida: L’editore che voglia accostarsi alla pubblicazione di questo genere di letteratura dovrà massimizzare le seguenti variabili:

  1. E [Egocentrismo]: la letteratura orizzontale non sperimenta, men che mai linguisticamente. Un linguaggio – appunto – piano, neutro, ne caratterizza ogni piega. Nella poesia, per sua natura “verticale”, l’orizzontalità è più complessa da raggiungere, e di solito lo scrittore-poeta si concentra su se stesso fino al punto da contrarre i testi all’orizzontalità.
    2. A [Autocompiacimento] la letteratura orizzontale, come si intuisce dal punto 1. è una letteratura in cui lo scrittore è il centro del testo. Massimi risultati si ottengono se questa centralità rimane celata e non dichiarata da diciture quali “autobiografia” o “relazione di” o “pensieri su”.
    3. P [Pruderie]: la letteratura orizzontale ammanta di significato eventi, relazioni, condizioni umane banali. Spesso le ammanta di eversività tramite la finta provocatorietà di tematiche che si coniugano con gli argomenti che insistono su quella pruderie in cui dalla fine dell’Ottocento in poi siamo immersi: tradimenti, sesso, maternità, sofferenze, sono tematiche care alla letteratura orizzontale. Bisogna però fare attenzione a non svilupparle mai nella loro complessità, mantenendo sempre una visione univoca e unilaterale di ogni sviluppo senza mai accentuare la complessità della realtà umana. È molto importante, al fine di attrarre e confortare anche il pubblico dei benpensanti, non forzare mai troppo gli argini del politically correct.
    4. L [Lusinga]: la letteratura orizzontale, soprattutto ai massimi valori di E, A e P, lusinga il lettore nelle sue capacità, non mettendolo in crisi ma confortandolo nelle sue conoscenze e velleità.
    5. G [Genere]: la letteratura orizzontale si giova delle definizioni di genere per collocare l’uno o l’altro testo a diversi valori di x.

Corollario al punto 5. Il genere è diventato, negli anni, non uno strumento di lettura ma uno strumento di scrittura. Il “genere” si insegna nelle scuole di scrittura. La voce dell’autore si subordina così al genere e non viceversa. Quando ciò accade, siamo di fronte a grandiosi capolavori di letteratura orizzontale.

  1. M [Morboso]:la letteratura orizzontale è morbosa.
  2. E [Ecosistema]: la letteratura orizzontale prolifera in tempi utili solo in un mondo letterario orizzontale. Case editrici orizzontali, che tengono la posizione ed evitano oscillazioni. Bisogna quindi impegnarsi a mantenere l’ecosistema e incoraggiare gli altri agenti dell’ecosistema a svilupparlo. Copertine orizzontali. Prefazioni o postfazioni orizzontali, ancor meglio se inutili. Critica letteraria e giornalismo culturale orizzontale.

Corollario al punto 7. Copertine e prefazioni possono servire, in casi estremi, a contenere slanci verticali che metterebbero in discussione la stabilità della funzione. Può essere molto utile, infatti, per rientrare nei canoni della letteratura orizzontale, associare a un libro verticale, un classico o un classico moderno, ad esempio, che rischi di spiazzare troppo il lettore, una prefazione di un autore mediocre ancorché conosciuto, o, in casi estremi, di cantanti o attori, o personaggi televisivi. Il lettore si sente confortato: la sua propensione all’orizzontalità è salva. La prefazione deve banalizzare il più possibile e possibilmente stabilire connessioni gratuite e superflue con la vita del prefatore o con le sue inclinazioni, meglio se condite di aneddotica. L’associazione tra prefatore e testo deve però essere labile e dettata da canoni riconoscibili tra i pilastri della letteratura orizzontale: avremo così prefazioni di “romanzi di letteratura femminile” assegnate a mediocri scrittrici di mass-market molto note al pubblico, o a personaggi del mondo dello spettacolo che rappresentino una femminilità “libera” e autonoma, un’ideale evoluzione dei personaggi protagonisti dei libri. Un buon esempio di operazione editoriale orizzontale potrebbe essere Emma di Jane Austen con prefazione di Paris Hilton, Persuasione si assegnerebbe con proprietà a Oprah Winfrey. Grande impatto hanno prefazioni e introduzioni di cantanti e musicisti. Stesso discorso per le copertine. Si immagini dunque un libro di letteratura a pericolosa tendenza verticale, che rischia di sfuggire alla categorizzazione di genere. È possibile, nella gran parte dei casi, soffocare gli slanci eccessivi di tale tipo di libri avvolgendoli in copertine patinate e ammiccanti. Per il Robinson Crusoe si prediligerà allora un Chris Hemsworth a torso nudo, per Lady Roxana, perché no, una seducente immagine sadomaso di Scarlett Johansson che ammicca sbucando da un sipario. Un altro tipo di copertina che ben si coniuga con la letteratura orizzontale è la copertina-specchio: immagine a tutta pagina di un volto che guarda il lettore o un luogo lontano e indefinito, producendo “immediata immedesimazione”, come molti esperti ricordano. Il critico letterario e la stampa culturale orizzontale che sappiano svolgere davvero il proprio lavoro si concentreranno con attenzione solo su questi elementi paratestuali, piuttosto che sul libro stesso – per evitare lo sconcerto nel lettore che lo allontanerebbe dall’opera – e prediligeranno la pubblicazione di estratti di prefazioni dei suddetti idoli e/o immagini di copertine a tutta pagina. L’editore deve incoraggiare questo trend.

  1.  S [Sciatteria]:termine abusato da un certo tipo di critica intellettuale, e dunque rigettato, è invece da rivalutare nell’ambito della produzione di buona letteratura orizzontale. Il lavoro della casa editrice non interessa affatto al lettore, che, come menzionato sopra, è più attratto da fattori confortanti come la confidenza con il prefatore o la riconoscibilità della copertina. Anzi, eventuali sviste, e soprattutto la percezione che l’editore è “uno come noi”, aiutano e incoraggiano il lettore nel suo rapporto con il libro. Dunque, è bene lasciare i testi a tratti male editati o male assemblati, puntando sulla tenerezza del fruitore.
    9. A [Assenza]: la letteratura orizzontale manca totalmente di fantasia. Tutte le situazioni descritte devono essere assimilabili al reale (vedi premessa). Un libro di letteratura rosa orizzontale deve essere talmente banalmente reale da sfiorare la funzione delle agenzie matrimoniali.
    10. C [Canone]: la letteratura orizzontale ha un suo canone in antichi capolavori novecenteschi come Il gabbiano Jonathan Livingstone o Il Piccolo Principe o Siddharta. Volumetti a larga fruizione con ricette per ogni lettore. Utili anche e soprattutto per esercitare il citazionismo, di cui poi si nutrirà tanta altra letteratura orizzontale.

Corollario al punto 10: non è necessario che un libro nasca come letteratura orizzontale per diventare un classico della letteratura orizzontale. Può svilupparsi in tal senso, come già visto, tramite paratesti e confezione, talvolta tramite le dinamiche di ricezione. È bene che l’editore che si accosta a questo tipo di letteratura ne padroneggi il canone e ne tragga ispirazione.

Noi di Laputa ci associamo così:

Il testo è stato pubblicato su senzazuccheroblog:

Letteratura orizzontale: istruzioni per l’uso – di Paola Del Zoppo

 

Di nomi e identità (2a parte)

Di nomi e identità (2a parte)

Di nomi e identità. Seconda puntata.

 

L’isola volante di Laputa è stata ripresa e citata in innumerevoli romanzi, racconti, opere artistiche, teatrali e cinematografiche, e va dunque considerata come un vero e proprio archetipo letterario fantastico, particolarmente significativo nell’ambito di fantascienza e fiction speculativa, nonché come richiamo satirico e parodico in opere di più intensa intenzione di contestazione sociale.

Illustrazioni: Jason CourtneyCC BY-NC-SA 2.0.

Una delle citazioni più celebri dell’isola lapuziana nell’ambito della letteratura fantascientifica è nel celebre testo Straniero in terra straniera (Stranger in a Strange Land) di Robert Heinlein, in cui un bambino, unico sopravvissuto di una spedizione su Marte, viene cresciuto ed educato dai marziani: Una volta adulto torna sulla terra e si trova al centro di un intrigo politico e un giornalista e un’infermiera cercano di salvarlo. Anche se tutto ciò che accade sulla terra va oltre la sua comprensione, Smith si sforza continuamente di capire e comprendere anche cose che sono lontane dal suo universo cognitivo. La narrazione di lunghi brani è affidata a Jubal Harshaw, un eccezionale anziano scrittore, alter ego dell’autore (espediente che Heinlein usa anche in altre opere) che in tono didattico esprime e chiarisce le dissonanze cognitive e accentua il realismo aspro dell’opera.

Proprio in apertura viene nominata la società lapuziana dei viaggi di Gulliver, richiamando all’attenzione i “flapper”, quei servitori che a Laputa hanno il compito di parlare per i loro padroni muovendo “effettivamente” la bocca. Heinlein fa notare che i flapper del tempo in cui scrive sono i rappresentanti di nuovi mestieri, in cui iniziativa e sviluppo delle capacità personali sono secondari rispetto alla capacità di adeguarsi alla volontà e alle necessità di un padrone, e ubbidiscono alla regola della “velocità”. Contrariamente a questi, i marziani non hanno concetti come “assistente esecutivo” e neanche un assimilabile concetto di fretta. Anche se comprendono i concetti di velocità e accelerazione, si limitano alla concezione matematica, senza trasporli nelle loro scelte di vita. Il libro di Heinlein, deliberatamente provocatorio, generò all’uscita molte controversie. Nel libro uno dei pilastri narrativi è l’esistenza della Chiesa di tutti i mondi (The Church of All Worlds) in cui le relazioni sentimentali e la vita quotidiana erano ispirate ai concetti di amore libero. Heinlein intendeva attaccare il moralismo dell’epoca, e nel corso della storia usa il personaggio principale per esprimere critiche e ridefinizioni di istituzioni quali la religione, il denaro, la monogamia. Per questo, il libro fu escluso dalla lista dei libri di lettura nelle scuole. Il testo però fu anche accolto in maniera tiepida dalla critica letteraria, che lo giudicò poco coerente e fastidiosamente artificioso. Nonostante ciò, Stranger in a Strange Land vinse l’Hugo Award per il miglior romanzo nel 1962 e divenne così il primo romanzo di fantascienza a entrare nelle classifiche del New York Times. Nel 2012, è stato inserito nella lista della Library of Congress “Books that Shaped America”.

Prendendo spunto dalla vicenda critica e di pubblico di Straniero in terra straniera, di nuovo vivace in questi ultimi tempi anche per l’avvicinarsi dell’uscita di una serie ispirata al romanzo, ci si sofferma sulla eterna questione della “leggerezza”, di quanto siano svincolabili da una forma necessaria di impegno politico i libri di “genere”, in questo caso fantascienza e fiction speculativa. Stranger in a Strange Land è stato infatti di recente anche accusato di presentare troppe sfumature sessiste ed eteronormative. La distanza temporale, però, rende necessaria una contestualizzazione e alcuni studiosi di Gender e Queer Studies hanno ravvisato una attitudine queer nell’equiparazione delle letture di un fenomeno considerato esecrabile quale il cannibalismo, in un confronto in cui si arriva alla considerazione dei bias cognitivi culturalmente determinati e in particolare si ammette che la sessualità non normata non è necessariamente da condannare eticamente. Inoltre l’accusa di omofobia legata ad alcune esternazioni dei personaggi, sarebbe da ridimensionare. Nel libro, sebbene non ci siano scene apertamente omosessuali, ci sono diverse scene di amore tra persone dello stesso sesso, in cui sono presenti anche baci e carezze. Considerando che la sessualità, nel mondo “straniero” di Heinlein, è una questione altamente spirituale, si può assolvere il testo dall’accusa di omofobia. Di certo però oggigiorno non affatto è facile leggere ancora il testo come una “bibbia dell’amore libero”, come un tempo veniva considerato, e la qualità estetico-letteraria non è al pari di altre grandi opere di fantascienza, sebbene resti comunque sempre sorprendente la possibilità dello stile (se non genere) fantascientifico di sezionare la realtà e offrirne visioni multifocali. È una riflessione importante che riguarda la letteratura di genere in quanto tale, il mainstream e la fantascienza in particolare, e che spesso ha connessioni non solo con gli sviluppi del fantastico in generale, ma anche, nello specifico con le derive del fumetto contemporaneo.

 

Straniero in terra straniera resta nella lista di must read di grandi autori come David Forster Wallace, ed è tra le opere di Heinlein più lette. La penetrazione culturale è stata tale da condurre all’assimilazione di un neologismo ricavato da un termine del testo: Grok, con cui si intende “comprendere, unire il proprio pensiero a quello di un altro, essere uno con”, e che si è diffusa al punto di far parte di canzoni, come raccontato in Can you Grok this Playlist?. Da Magnetic Field, ai Police a David Bowie (fortemente legato alla fantascienza e a Heinlein nel suo immaginario artistico, come si ricorda qui), una serie di interconnessioni dirette e indirette che dimostrano la diffusione intraculturale del testo di Heinlein.

 

Non manca all’appello delle citazioni importanti e rappresentative di Laputa una delle scrittrici più in voga nell’ultimo anno. Margaret Atwood, che in alcuni ambiti accademici veniva affrontata, letta, analizzata già nei primi anni Novanta, ed è ora nel canone mainstream grazie alla resa televisiva di uno dei suoi libri più celebri: Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale), in cui si decostruisce, sullo sfondo di una distopica società teocratica e guerrafondaia, la ruolizzazione della donna nei vari campi dell’esistenza. Di Margaret Atwood consigliamo di leggere almeno anche La donna da mangiare (The Edible Woman), L’assassino cieco (The Blind Assassin), L’altra Grace (da cui è stata tratta una serie che verrà trasmessa su CBC dal 25 settembre prossimo e poi su Netflix dal 2 novembre) e infine Oryx and Crake, in italiano reso con il titolo L’ultimo degli uomini, il primo testo di una trilogia detta MaddAddam Trilogy, un romanzo di attualissimo impegno civile.

L’ultimo degli uomini racconta di “Uomo delle nevi” apparentemente unico sopravvissuto a una apocalisse epidemica e della sua lotta quotidiana contro la fame, l’ambiente ostile e i “mostri” animali, risultati di esperimenti genetici – quali ad esempio i “proporci” (pigoons) – in grado di fornire all’uomo organi di ricambio. Jimmy vive su un albero vicino al mare, e non sa che ore sono “da nessuna parte c’è qualcuno che sappia più che ore sono esattamente”. La sua vita è fatta di ricerca di cibo e medicine e di riflessioni su cosa abbia portato al tracollo l’umanità, frammiste a ricordi più personalmente vincolati, e scandita da alcuni incontri con i “bambini” da una “tribù” di mutanti caratterizzata da una innata innocenza simile a quella infantile. Si tratta di un popolo a cui Jimmy si rapporta in maniera complicata, e a cui tenta di spiegare com’era la vita prima della catastrofe, e come potrebbe essere. A causa del loro sviluppo intellettivo e cognitivo limitato, è costretto a usare termini semplici e concetti facilmente comprensibili. Di fatto, la lotta per la sopravvivenza nell’ambiente postapocalittico è più ardua per Jimmy stesso, meno per il popolo di mutanti, che sono resistenti alle radiazioni solari, erbivori e soprattutto risultano repellenti per gli animali carnivori. Nelle analessi aperte da ricordi e riflessioni di Jimmy si aprono finestre sulla società preapocalittica, in cui gli umani vivevano divisi in due classi sociali e inseriti in due ambienti diversi: le plebopoli e le enclavi, destinate ai più abbienti, dove si sviluppa il distacco dall’umanità in maniera più evidente.

Grazie a un gioco di punti di vista e agli incastri dei continui e ritmati flashback, Margaret Atwood imbastisce una storia più ampia della tale di un solo personaggio, collegando passato e presente-futuro. Qui l’elaborazione illustrata di una timeline del testo. Jimmy/Uomo delle nevi pensa spesso a una donna enigmatica, silenziosa, l’ex prostituta-bambina Oryx, che, simbolo della critica al turismo sessuale occidentale (qui generalizzato attraverso il porno) è considerata dal popolo postapocalittico alla stregua di una divinità. Sempre da pensieri e ricordi di Jimmy veniamo a conoscenza della storia dello scienziato pazzo Crake, che è stato insieme il distruttore del mondo e il creatore di una nuova umanità frutto della sua mente insana. Crake non credeva né in Dio, né nella Natura, resta dunque simbolo del sovversivo per eccellenza e però anche della sterilità disumana della sovversione slegata dalla relazione con il mondo: lo scienziato ha modificato l’ordine biologico dell’umanità convinto che un vero ordine non sia mai esistito né possa esistere, e influenzato nella visione del mondo come quella di un grande esperimento abbandonato a se stesso, in perenne mutazione; e al tempo stesso finisce per deificarsi, rendendosi creatore di una nuova specie umana.

Fin dalla prima frase (qui una lettura di Atwood delle prime pagine) Jimmy/ Uomo delle nevi si presenta come un Robinson di nuovissima fattura, vive isolato, ha costruito un suo rifugio e si copre ala bell’e meglio con un lenzuolo. Ma fin dal primo incontro con i “bambini” riconosciamo che contiene in sé sia il ricordo del coraggio e dell’idea di sviluppo individuale, che la sua parodia e così riconosciamo il legame immediato con la citazione in epigrafe tratta da I Viaggi di Gulliver: tutto il mondo del libro è un richiamo al testo di Swift e a una concezione satirica del fantastico e dei libri di avventure. I racconti di Gulliver delle terre di Laputa e degli Houynhnhnms si riversano capillarmente nelle avventure multiformi del testo, con l’aggiunta di una traccia sentimentale e una serie di subplots. Come per il “fantastico” di Swift, il fantascientifico di Atwood si sfrangia in direzione della letteratura di critica sociale, talvolta demitizzando il genere stesso, in una fortissima connessione con l’attualità che porta a leggere il libro in maniera molto realistica. L’ultimo degli uomini usciva nel 2003, negli anni dei primi animali modificati geneticamente in commercio, delle clonazioni, delle grandi discussioni sulle problematiche legate alla riproduzione asessuata e al patrimonio cellulare. Margaret Atwood ha puntualizzato più volte, e in particolare alla pubblicazione dell’Ultimo degli uomini, di non scrivere fantascienza, ma forse fiction speculativa, sebbene la distinzione sia labile – come possiamo ascoltare anche in una bella conferenza tenuta dalla Atwood con l’amica e collega Ursula K. Le Guin (qui) – basandosi sta nella concezione che la fantascienza non deve avere necessariamente alcuna radice realistica (avvicinandosi al concetto di fantastico meraviglioso) mentre la fiction speculativa descrive cose che “potrebbero davvero accadere”. Se la “scienza” rappresentata può chiaramente essere ricondotta alle difficoltà di un progresso umano contemporaneo nella genetica, l’autrice fa largo uso dei tropi del genere fantascientifico amplificando la risonanza critica grazie al paradigma della riappropriazione parodica. Ecco allora che l’efficacia e gli effetti di L’ultimo degli uomini sono in gran parte legati al concetto di allegoria e parodia, al confine con la riscrittura. Troviamo nomi faceti e arguzie linguistiche, una grottesca reductio ad absurdum delle ossessioni dei nostri giorni, su tutte YouTube e la pubblicazione di esperienze e filmati senza altro scopo che un bisogno di essere parte di qualcosa tramite il cedimento al voyerismo contemporaneo, il vivere in un mondo assolutamente scollato dalla realtà, proprio come gli scienziati di Laputa.

 

La riappropriazione dei canoni di genere letterario e modi della narrazione, tipica della letteratura femminile socialmente critica, ha nella fantascienza e nella fiction speculativa scritta da donne, e ancor più in particolare nella costruzione di distopie rivelatrici, una delle sue declinazioni più interessanti. In L’ultimo degli uomini, i momenti più grotteschi e satirici sono le riflessioni sulla società preapocalittica, tratteggiata come una società in cui il progresso non è per l’umanità, e si rovescia evidentemente in involuzione perché assolutamente privo di senso. Se quella di Swift era una satira piuttosto feroce sulla società a lui contemporanea, altrettanto efficace si rivela il meccanismo parodico (intensificato nei seguenti due testi della trilogia) proprio nel rapporto con la storia della cultura, che sembra dimenticarsi di se stessa non sul lungo, ma persino sul periodo relativamente breve.

Testo a cura di Paola Del Zoppo per la redazione di L’isola volante.

Un consiglio dalla redazione: non perdetevi il viaggio fra i link proposti. Leggere è anche esplorazione.

Le attività di Laputa

Le attività di Laputa

Come si legge un fumetto? Insieme!

Perché dare il via ad un gruppo di lettura di fumetti?

Crediamo che tanti siano i preconcetti che riguardano i fumetti, è facile sentirli etichettati di volta in volta come “roba da bambini” o al contrario come materiale per soli adulti, ma al di là del target assegnato loro, rimane opinione diffusa che siano una sorta di libri con le figure, adatti a chi è troppo pigro per leggere.

Da quando poi, negli ultimi anni, i manga (fumetti giapponesi) sono arrivati al grande pubblico e hanno iniziato ad essere di tendenza, il fumetto ha subito il destino riservato ai trend: tutti ne hanno sentito parlare ma pochi sanno di cosa si tratta.

Quindi quale momento migliore per saperne qualcosa di più?

Questo è a tutti gli effetti un periodo fiorente del mercato del fumetto ed è molto facile ritrovarsi spaesati di fronte un’offerta colossale. Come riconoscere o anche solo individuare opere valide tra la marea di fumetti che inonda il mercato letteralmente ogni giorno?

Cosa rende un fumetto davvero bello e originale? Ma soprattutto cosa è lecito aspettarsi quando ci si accinge a leggere un fumetto?

Questo e altro cercheremo di capire insieme durante gli incontri di Dialoghi a Fumetti.

Noi crediamo che un bel fumetto debba essere in grado di stimolare fantasia, creatività e riflessioni in un modo che sia unico, come un’esperienza unica è accostarsi a un bel libro, a un quadro o a un’installazione.

Negli ultimi anni ha preso piede il termine graphic novel per identificare un tipo di fumetto che ha una sua unità narrativa e una certa profondità di approccio a personaggi e tematiche, per non parlare di un disegno di solito molto lontano dalle stereotipizzazioni tipiche del fumetto seriale.

Graphic novel, letteralmente romanzo grafico, richiama apertamente all’idea della letteratura e dell’arte visiva, ma uniti insieme scrittura e disegno danno vita a una forma d’espressione tutta nuova, capace di stimolare in modo unico la riflessione.

Non si tratta di romanzi, non si tratta di quadri narranti.

Per questo noi preferiamo invece usare il termine fumetto nonostante i pregiudizi che si porta dietro, crediamo infatti che abbia una dignità propria e che non debba guadagnare autorevolezza strizzando l’occhio a forme di arte o di comunicazione più affermate o meglio riconosciute.

Nel fumetto la storia viene narrata attraverso dialoghi e didascalie, attraverso espressioni, colori o assenza di colori e per essere decifrato, interpretato e compreso richiede quindi specifiche competenze.

Il progetto ambisce, attraverso l’incontro con esperti del settore e alla condivisione di idee e punti di vista, a individuare strumenti adatti ad acquisire queste competenze e stimolare la sensibilità dei partecipanti.

A questo fine abbiamo selezionato e selezioneremo opere significative e originali, grazie anche alla collaborazione di case editrici attente che ricercano e selezionano lavori di spessore, come per esempio Bao Publishing, Tunuè, Renoir.

Ma un gruppo di lettura oltre ad avere un oggetto è innegabilmente soggetto, questo vuol dire che è innanzi tutto un gruppo.

Obiettivo niente affatto secondario è quindi quello di offrire un’occasione di incontro, socializzazione e scambio. Il fumetto è per sua natura forma di espressione adatto a diverse fasce d’età lo riteniamo quindi adatto alla promozione del dialogo intergenerazionale. In modo più ampio riteniamo che più ci sia varietà tra i partecipanti più l’occasione si dimostrerà arricchente, aspiriamo quindi a formare un gruppo che dia valore alla diversità, perché crediamo che nella varietà dei punti di vista stia la vera ricchezza della condivisione.

Ilaria Troncacci

Di nomi e identità

Di nomi e identità

Laputa è un’isola archetipica, che vola perché deve essere vista da tutte le angolazioni possibili. Noi ne abbiamo focalizzate alcune nel dialogare sull’identità dell’associazione culturale, sugli intenti, sulla cultura e l’umanità e ovviamente sui nostri interessi. Iniziamo dal principio: Laputa, prima puntata.

 

Travels into Several Remote Nations of the World, in Four Parts. By Lemuel Gulliver, First a Surgeon, and then a Captain of Several Ships.

“L’autore parla in succinto della propria nascita, della propria famiglia e dei motivi che primieramente lo indussero a viaggiare, e come, avendo fatto naufragio, si salvasse a nuoto arrivando al paese di Lilliput, dove venne fatto prigioniero e trasportato nell’interno. Mio padre era un piccolo possidente della contea di Nottingham, ed io ero il terzo dei suoi cinque figli. Avevo quattordici anni quando fui mandato a Cambridge, nel Collegio Emmanuele, ove studiai con molta diligenza. Ma dopo qualche tempo la mia famiglia non poté sostenere la spesa, tuttoché modesta, della mia pensione, sicché dovetti lasciare il collegio e sistemarmi a Londra presso il celebre chirurgo Giacomo Bates, dal quale rimasi quattro anni come apprendista. Ma io sentivo che il mio destino m’avrebbe portato a viaggiare per mare, sì che ogni piccola somma che mio padre buon’anima ogni tanto mi mandava, io l’impiegavo nello studio delle matematiche e della navigazione. Infine riuscii a cavar di sotto a mio padre, a mio zio e a qualche altro parente una quarantina di sterline, oltre alla promessa d’una pensione di trenta sterline all’anno, e con questi mezzi mi recai a Leida per laurearmi in medicina; ciò che feci dopo due anni e mezzo, ripromettendomene gran profitto nei miei futuri viaggi di lungo corso.”[1]

 

Laputa, l’isola volante degli scienziati pazzi, è un luogo immaginario descritto nel romanzo I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift (Dublino, 1667 – 1745). Nel testo il Dr. Lemuel Gulliver ci riporta dei suoi viaggi e delle avventure presso popoli curiosi e sconosciuti, con intento parodico rispetto sia ai viaggi di moda in quel periodo, sia nei confronti delle narrazioni di viaggio, spesso infarcite di particolari inesatti e ovviamente ancora mediate da una visione “eurocentrica” del mondo. I viaggi di Gulliver pubblicato alcuni anni dopo lo straordinario successo del Robinson Crusoe di Daniel Defoe (pubblicato nel 1719), che è a sua volta da molti considerato il capostipite del moderno romanzo d’avventura. I due libri sono oggi considerati soprattutto letteratura per ragazzi, e presentati spesso in edizioni per bambini, ridotte o integrali. Si tratta ovviamente di due romanzi di grande valore letterario e in cui si ravvisa con chiarezza l’intento critico nei confronti della società dell’epoca, così come il richiamo alla possibilità di utopie di diversa natura. Travels into Several Remote Nations of the World, in Four Parts. By Lemuel Gulliver, First a Surgeon, and then a Captain of Several Ships, noto semplicemente come Gulliver’s Travels, è del 1726. Nel testo, la feroce critica alla società del tempo si coniuga splendidamente con gli stilemi del fantastico e della satira. Nei quattro viaggi abbiamo una chiara allegoria dei “paesi-guida” del Settecento (Inghilterra, Francia, in parte alcune regioni tedesche, benché la Germania non esistesse come nazione) e dei vizi dell’animo umano. Ciascun viaggio è un pretesto per irridere un elemento del sistema politico-culturale: il sistema giudiziario, i meccanismi del potere, la politica bellicistica e il progresso a scapito delle virtù umane. Gulliver si trova su Laputa nel suo terzo viaggio, dopo aver incontrato i lillipuziani e i giganti e prima del mondo dei cavalli pensanti.

 

“La “commedia umana” di Swift procede in senso inverso alla Divina Commedia. Il capolavoro dantesco s’inizia col tetro abisso dell’Inferno e progressivamente se ne allontana pei gradi del Purgatorio, fino alla radiosa serenità del Paradiso […] Il capolavoro di Swift s’inizia con l’allegretto dei lillipuziani, e via via si fa più fosco attraverso le esperienze grottesche e nauseabonde di Gulliver nel paese dei giganti, attraverso quella rassegna dell’umana stoltezza e vanità che è il viaggio a Laputa e a Lagado, specie di “elogio della follia”, fino alla disperazione delle ultime parti, la visita agli immortali e la scoperta dell’uomo primitivo ed elementare nella razza degli ya­hoos»” (Mario Praz, Letteratura inglese, da LiberLiber)

 

Laputa è un’isola, o per meglio dire una concrezione rocciosa volante di esattamente 4,5 miglia di diametro, con una base di adamante, manovrata dai suoi abitanti utilizzando un gigantesco magnete. La popolazione dell’isola consiste principalmente di gente erudita nella tecnologia, nell’astronomia, nella matematica e nella musica, ma che non ha alcun interesse a mettere al servizio della vita quotidiana le proprie conoscenze, e vive nella paura che il sole possa “cadere” e distruggere il mondo conosciuto. Le relazioni umane sull’isola sono rarefatte, l’organizzazione è a conduzione maschile, le donne possono chiedere il permesso di allontanarsi dall’isola, permesso che tuttavia non viene quasi mai accordato perché in effetti tendono a non farvi ritorno. Gli scienziati di Laputa scoprono, secondo il racconto di Swift, due lune di Marte che all’epoca erano sconosciute – all’epoca, i due satelliti Deimos e Fobos non erano ancora noti, furono scoperti circa 150 anni dopo – ma sono del tutto incapaci di gestire le proprie vite e le loro relazioni più intime. Le loro mogli, ad esempio, hanno ovviamente tutte relazioni extraconiugali, ma gli abitanti di Laputa non se ne accorgono e in ogni caso non provano sentimenti autentici per altri esseri umani.

 

“Sembra che codesta gente [i laputiani] sia tanto immersa nelle sue profonde meditazioni da trovarsi in uno stato di perpetua distrazione, dimodoché nessuno può parlare né udire i discorsi altrui se qualche impressione esterna non viene a scuotere i suoi organi vocali o uditivi. Perciò le persone benestanti hanno sempre seco un domestico battitore (o climénole, come essi lo chiamano) il quale ne risveglia l’attenzione: né escono mai di casa senza di lui.”

 

Tra case con angoli impossibili e “sbagliati”, vestiti fuori misura e senso estetico quantomeno dubbio, gli abitanti di Laputa vivono in un universo del tutto autoreferenziale, concentrati su se stessi, il che consente a un re tiranno di agire a proprio piacimento.

 

“Il primo accademico [dell’accademia di Lagado] che visitai aveva il volto magro e spaurito da far compassione, la barba e i capelli incolti, la pelle color tabacco, e gli abiti e la camicia del colore stesso della pelle. Egli da otto anni si perdeva dietro un progetto consistente nell’estrarre i raggi del sole dalle zucche, affinché fosse possibile, dopo averli chiusi in boccette ermeticamente tappate, di servirsene per riscaldare l’aria nelle stagioni fredde e umide. Mi disse che sperava, entro i prossimi otto anni, di fornire ai giardini del governatore dei raggi solari a un prezzo conveniente. Si lamentò però d’esser povero, e mi chiese qualche soldo a guisa d’incoraggiamento, tanto più che le zucche erano piuttosto care quell’anno.”

 

[2]

 

L’insegnamento di Swift è feroce e molto chiaro: nulla ha senso, se non è aderente a un’idea di elevazione umana prima che economica e tecnologica. Dove sia l’umanità, lo ricaviamo ex-negativo dalle storture degli abitanti dei luoghi di fantasia.

 

Per chi non conoscesse il testo, su Liber Liber si trova una curata edizione in diversi formati (tra cui un ottimo audiolibro) del testo integrale nella traduzione di Aldo Valori, apparsa nella collana Classici del ridere dell’editore modenese Formìggini, nel 1921. Come ricorda la pagina di Liber Liber dedicata la testo, la collana presentava diverse “prime traduzioni integrali italiane”, “alcune delle quali restano memorabili, perché colmarono incredibili lacune secolari della nostra editoria: Gulliver, appunto, pubblicato la prima volta nel 1913, Gargantua e Pantagruel e Tristram Shandy. Ovviamente sono traduzioni datate, come lo è ogni cosa e persona; ma sono tanto fresche e appassionate, da competere vantaggiosamente ancor oggi con altre traduzioni più recenti.” Nel Catalogo Vegetti della letteratura fantastica si trovano indicazioni sulle diverse edizioni del testo.

 

Sempre su Liber Liber trovate dei suggerimenti di ascolto musicale, con cui potete immergervi nell’atmosfera fantastica del testo, tra cui le splendide sonate per violino di Bach eseguite da Jasha Heifetz, du cui qui trovate delle esecuzioni su youtube. E per arricchire lo sguardo, sul sito Gulliver’s Travels trovate le scansioni dell’opera in lingua originale con delle affascinanti illustrazioni, è un’esperienza di lettura da non perdere. In un sol colpo, presentiamo e confermiamo alcune piccole nostre idee. Non è vero che ci vogliono molti soldi per godere di profondità e bellezza, non è vero che leggere è dispendioso ed evidentemente non è vero che la grande letteratura è difficile e inaccessibile: la fantasia, l’ingegno e la creatività sono la sostanza dell’essere umano… se non si dimentica di dover essere per gli umani.

 

Testo a cura di PDZ per la redazione di L’isola volante.

 

[1] I brani sono tratti dalla versione di Valori del 1921, gratuitamente disponibile online su LiberLiber.

[2] Bellissimo repertorio di immagini: https://www.fulltable.com/vts/p/prb/prb/morten/b.htm

Carta d’intenti – Associazione culturale Laputa

Carta d’intenti – Associazione culturale Laputa

 

“Se leggete solo libri che tutti gli altri stanno leggendo, state pensando solo ciò che
chiunque altro sta pensando.”

Haruki Murakami

 

L’ associazione Laputa nasce con l’intento di promuovere iniziative culturali che siano di stimolo al territorio contribuendo a formare una società dinamica e non fossilizzata su categorie e stereotipi che interferiscono con un naturale e giusto progresso.

Miriamo a costruire un piccolo nucleo di positività nella realtà territoriale, in cui il confronto intersociale e intergenerazionale sia favorito, nella speranza di contribuire ad abbattere le mille barriere che la società di una piccola cittadina – e forse non accade solo nelle piccole cittadine – tende a innalzare.

Obiettivo fondamentale è la creazione di una camera d’eco sottile che stimoli allo sviluppo del personale gusto della bellezza e dell’unitarietà tra etica e arte, e quindi all’impegno nell’affrontare le dissonanze cognitive non con l’aderenza al mainstream ma con una graduale presa di coscienza dell’autonomia del proprio giudizio. Crediamo che per raggiungere obiettivi duraturi che sappiano fare davvero la differenza sia fondamentale che le idee di confronto sereno, scambio aperto e paritario e riconoscimento della ricchezza dell’altro entrino a far parte del sentire comune e di una cultura condivisa. A questo fine, l’individuazione di un linguaggio nuovo, autentico e nonviolento è la chiave essenziale per stimolare una trasformazione culturale che abbia radici profonde.

Per rendere possibile tutto questo, riteniamo necessario favorire la creazione di un ambiente protetto da atteggiamenti poco accoglienti, autoritari, o in ogni modo violenti, un luogo ordinato, in cui la trasparenza e la limpidezza di regole e ruoli condivisi aiutino e stimolino l’espressione. Crediamo altresì che favorire la creazione di un luogo protetto non sia sinonimo di esclusività o svilimento di chi non è parte di questa realtà, ma che interpreti l’idea di inclusione e inclusività in senso più profondo, non come semplice partecipazione. Siamo convinti che, vivendo esperienze positive, che siano queste esperienze di lettura condivisa o la scoperta e l’incontro con realtà sempre nuove, le persone imparino a discernere la bellezza e l’autenticità, e quindi a vivere meglio in generale, riconoscendo ciò che è artefatto o non-bello. Per poter garantire il raggiungimento di tale obiettivo è indispensabile riuscire a creare e mantenere all’interno dell’associazione e durante ogni iniziativa proposta, un clima aperto, accogliente e cortese, un luogo in cui a tutti sia data la possibilità di esprimere le proprie idee e in cui la ricchezza apportata dall’incontro con l’altro sia sempre considerata valore aggiunto.

Crediamo inoltre che agire politicamente voglia dire agire sulla cultura e con la cultura, per questo oltre a favorire l’individuazione di strumenti in grado di stimolare consapevolezza del singolo, intendiamo proporre iniziative in grado di ristabilire sebbene con lentezza, gli equilibri di un mercato culturale troppo incentrato sul profitto a scapito della qualità, il che ha comportato inevitabilmente, nel tempo, lo svilimento del ruolo politico e di crescita sociale della lettura, della letteratura e dell’arte.