ULISSE, STRANIERO E MIGRANTE

Di Andrea Cabassi

                                                            

 

“ … frontiere- quelle vecchie cuciture del mondo passato…”

Patrick Chamoiseau

 

“Sempre devi avere in mente Itaca–

Raggiungerla sia il pensiero costante”.

Costantino Kavafis

 

Sono qui, ritto sulla roccia del promontorio. Osservo le navi sconosciute che stanno veleggiando non tanto distante dalla costa. Mi liscio la barba ormai bianca e mi ravvio i capelli ormai canuti. Metto la mano sulla fronte per farmi ombra e vedere meglio. Il sole luccica sul mare, ma si è alzato un forte vento che spira da oriente.

Benché sia vecchio e i miei muscoli abbiano perso elasticità, gli Itacesi hanno voluto che restassi loro re.

Già da ieri qualcuno dei miei marinai aveva avvistato le navi anche se navigavano lontano, molto lontano. E si sono preoccupati. Mi sono consultato con mio figlio Telemaco e con la mia anziana sposa Penelope. Si è deciso di convocare un’assemblea. È stata una decisione giusta e saggia. All’adunanza tutti hanno partecipato. Tutti sono intervenuti. Qualcuno ha confidato che temeva per la sicurezza dell’isola, i pescatori si sono domandati se non fossero navi di pirati, predoni del mare. Alla fine, però, il parere dell’assemblea è stato che si dovevano rispettare le leggi dell’ospitalità perché da quando si ha memoria di Itaca, da quando c’è Itaca, da quanto gli antenati tramandano di Itaca, sempre lo si è fatto.

Le navi, sospinte dal vento, si stanno avvicinando. Riusciranno ad approdare? Ed è proprio qui che vogliono approdare? Non importa, noi dobbiamo essere preparati.

All’assemblea ho ricordato i miei viaggi, quando varcavo confini, scavalcavo frontiere in balia di venti e burrasche.

Io ospite, io ospitato, io migrante di terra in terra, sballottato sul mare procelloso, io accolto, io osteggiato dall’uomo da un occhio solo, io spaesato tra Lestrigoni e Lotofagi, tra Circe e Calipso, tra Scilla e Cariddi; io sempre tra le tempeste, con la tempesta dentro e Itaca nel cuore.

Io ospite. Ospite dei Feaci. Nausicaa e le sue ancelle mi accolsero sulla spiaggia, straniero e naufrago, con solo uno strato di foglie che copriva malamente le mie nudità. Mi accolsero senza sapere chi io fossi. Per loro ero nessuno. Lo stesso mi portarono alla reggia dove mi accolse Alcinoo, il re. Per Alcinoo ero nessuno, ma fu festa lo stesso, fu musica, fu danza, fu racconto. Con la cetra di Demodoco e le mie parole, ridivenni Ulisse, io che ero stato nessuno. Io, da Eumeo il porcaro non riconosciuto, e che a lui mi presentai come uno straniero dalle lacere vesti, eppure da lui accolto e ospitato come fossi un re anche se mi credeva un mendico.

Le navi sono ancora più vicine, il vento d’oriente non cessa di soffiare.

Ho dato ordine di apprestare viveri e doni.

E che si portino le cetre, sì, le cetre, le cetre.

E che gli aedi, ispirati dal Dio, le accordino all’unisono. E che note e parole si diffondano fra le case e gli orti, per gli uliveti e le spiagge, nella reggia dalle vaste e luminose sale della pietrosa Itaca.

Foto di Luigi Cecchi

Fumetti, mostri e felicità diffusa

Fumetti, mostri e felicità diffusa

Tra le attività di Laputa spiccano i progetti di educazione diffusa, incentrati sull’alfabetizzazione letteraria, l’avviamento alla lettura dei fumetti e l’uso dell’illustrazione come mezzo comunicativo.

Ribadiamo che è necessario lavorare per “distinguere”, e mai per categorizzare. Distinguere un buon libro da un cattivo libro: perché un buon libro può fare da solo ciò che 50 cattivi libri non faranno mai. Distinguere un buon dialogo da un cattivo dialogo, una buona relazione da una cattiva relazione. Distinguere un buon prodotto artistico da un prodotto che permette di riadagiarsi nella propria comoda convenzionalità. Solo con la consuetudine con l’arte e la buona letteratura si può distinguere una notizia falsa da una vera, un consiglio di lettura capzioso da uno vero, un programma del cinema adeguato da uno condizionante. Cominciamo da questo, per tutti.

Tre dei progetti sono già stati messi in atto con scuole del territorio, e ci siamo particolarmente affezionati. Il primo, IL FUMETTO, COS’E’ E COME FUNZIONA, prevede un percorso di avviamento al fumetto, e ha permesso a ragazzi molto giovani quantomeno di chiedersi se non valga la pena impiegare il tempo in maniera “diversa” e cercare di non svolgere attività che svuotino continuamente di senso il tempo che ci è dato. Un percorso che tocca ognuno di noi, ormai assuefatti all’idea che il tempo sia qualcosa che ci è dovuto, e che tutto quello che viene impiegato per il “dovere” debba poi essere compensato da una uguale quantità di tempo impiegato per il “piacere”. La distinzione stessa ci fa rabbrividire, perché apre scenari di individualismo incontrollato e arriva fino a permettere. nell’esaltazione dell’egoismo e dell’egocentrismo di chi dice “per oggi ho dato”, il maltrattamento di chiunque altro, la scortesia, la maleducazione e quindi una situazione di microaggressività diffusa:

“Il progetto si propone di avvicinare i ragazzi a forme espressive lontane da quanto riconosciuto come norma. A nostro avviso il fumetto è un mezzo espressivo potente e multiforme, che rifiuta di essere incasellato in un sistema di generi e categorie il che lo porta il più delle volte ad essere frainteso o ignorato. Lungi dall’essere una cosa da bambini, come spesso viene definito, è invece uno mezzo che crea e favorisce dinamiche di dialogo.

Inoltre, la sua corretta interpretazione richiede una significativa dose di competenze letterarie, artistiche e relazionali che lo rende un perfetto oggetto di studio.

La grande rilevanza che il fumetto sta acquisendo sul mercato editoriale rende inoltre le professionalità ad esso collegate particolarmente ricercate. Riteniamo che quanti si propongono di avvicinarsi al mondo dell’editoria debbano riflettere attentamente sulle competenze richieste e soprattutto sulle responsabilità proprie di un mercato i cui prodotti sono innanzi tutto prodotti culturali e in quanto tali devono avere valore.”

Un altro progetto che incide significativamente sull’ambito microsociale è stato mutuato e ampliato da un nucleo originario ideato dalla prof.ssa Paola Del Zoppo per l’Associazione Libellula Morlupo, e agisce sul riconoscimento del bullismo e del cyberbullismo tramite l’acquisizione di una consuetudine con il linguaggio e con la letteratura. Laputa ha anche coadiuvato la prof. Del Zoppo nella realizzazione del progetto per conto dell’Università LUMSA di Roma, attuandolo con alcune modifiche (un focus sull’intercultura e uno sulla contraffazione e il diritto d’autore) con una classe di ragazzi del Liceo Dante di Roma.

“Il progetto, parte proprio dalle “intenzioni comunicative “veloci” contemporanee – chat, post in blog, Facebook, Twitter e altri tipi di comunicazione con testo e immagini – per proporre i primi input nel riconoscimento della violenza, della disparità e della manipolazione in molti ambiti di interazione. Si affronteranno temi quali sessismo, vittimismo, razzismo, passività aggressiva, rovesciamento delle posizioni e insulti celati. Sveleremo insieme i tranelli e i trabocchetti di linguaggi che coadiuvano l’affermazione di realtà fittizie e la manipolazione relazionale, allontanando da interazioni autentiche e immergendo in un mondo che talvolta non lascia possibilità di risalita. Alla base resta la concezione che il linguaggio sia di per sé “creatore di mondi” e la profonda e positiva convinzione che si possa interagire con esso plasmando mondi in cui la violenza sia assente.”

Infine, il progetto si coniugava con il nucleo di un bellissimo lavoro svolto dallo scrittore e fumettista Luigi Cecchi, che da uno spunto di Jacopo Masini (anche lui autore di successo), sviluppando un immaginario che gli è molto vicino, è riuscito a coniugare critica sociale e riconoscimento dell’aggressività del conformismo in quanto forma mentale, creando il materiale di una bellissima mostra, in cui sono stati inseriti alcuni lavori degli studenti del Liceo Dante di Roma. La Mostra Mostri & Di-mostri è stata presentata in anteprima in occasione della manifestazione sul volontariato del nostro territorio, e ha così iniziato un percorso che la porterà certo molto lontano, per il suo potenziale comunicativo, artistico e politico. Ecco perché noi di Laputa abbiamo deciso di fare anche di questo un progetto di educazione diffusa, che porti a riflettere sullo stigma sociale e la necessità di sentirsi autorizzati ad essere noi stessi. A qualunque età.

“Sull’orlo del cedimento al mercato della reificazione dei corpi, una reazione estrema è lo sfogo della fantasia, che, sola, può mettere in discussioni i mostri della realtà. Può una creazione essere “mostruosa”? Se sì, ha quindi la creazione una pretesa morale? Se così è, l’unico spazio morale dell’arte è il superamento delle convenzioni, l’apertura di spazi di riflessione che vadano al di là delle concezioni stigmatizzanti o di stigma rovesciato, cioè di valorizzazione di ciò che appare normale.” Il progetto si propone di lavorare attraverso la creatività sulla stigmatizzazione e le piccole e grandi manipolazioni del conformismo, per permettere ai partecipanti di esprimere giudizi sul conflitto sociale in un’ottica comunicativa.È un progetto particolarmente versatile perché si può attuare con tutte le fasce d’età, dalla scuola media inferiore in poi.”

“We come in peace” – Happy Birthday Mr. Burton.

“We come in peace” – Happy Birthday Mr. Burton.

di Paola Del Zoppo

Nel 1999 usciva Il mistero di Sleepy Hollow. Ho un ricordo molto preciso della sera in cui andai al cinema con un gruppo di amici che non frequento più se non per un paio di persone. Al termine del film, uscendo, i commenti negativi erano del tenore di: “ma che scemenza”, “roba per ragazzini”, “ma che, manco faceva paura”. Il terrore che avevano ispirato in me alcune scene del film, la tristezza e l’ammirazione per quel racconto di consapevole rassegnazione alla malinconia, che solo può slittare nella speranza, nella consapevolezza di sé e nella volontà di reagire anche a ciò che sembra ovvio, evidentemente non erano stati compresi. Questo fu il mio pensiero sulle schermaglie amicali rispetto al film. Eppure, dopo tanto tempo e ripensando oggi a quella sera, forse perché di quegli amici non so quasi più nulla, mi viene in mente che il film l’avevano capito benissimo. Evidentemente in quegli occhi c’erano cortine contro il freddo dei colori e la sottile ironia dolorosa della maschera del cavaliere, tende oscuranti contro la rappresentazione rovesciata della fanciulla indifesa e della tangibilità del dolore e delle paure dell'”investigatore”, topos decostruito del campione simbolico della razionalità occidentale. Il mistero di Sleepy Hollow, come la maggior parte dei film di Burton, nella rielaborazione della riscrittura filmica si avvicina alla parodia: del gotico in generale, e del racconto a cui è ispirato in particolare, perché qui Ichabod “senza gloria” Crane sceglie di abbandonare la razionalità in favore della superstizione. Ecco che quel film quindi parlava proprio di ciò che stava accadendo al mondo occidentale in quel momento, evidenziava l’errore del cedere alla paura della perdita di controllo, che suggerisce sempre strategie imprecise per mantenere una integrità fittizia a scapito della compiutezza. Sleepy Hollow è annoverato tra i migliori film di Burton, e questo con buona pace di chi non colse la potenza di quella rappresentazione dei presupposti sbagliati su cui si fonda la borghesia occidentale. O meglio delle narrazioni occidentali falsate sulla necessità di una impostazione illuminista della società. Ma, soprattutto, di chi rifiutò l’emozione, la paura che con tutto questo era connessa, mancandogli il coraggio di superare nella vita reale l’empasse rappresentata con tanta finezza nelle sequenze più inquietanti.

Insidiati dai vari Beetlejuice, ma anche da chi non li vuole vedere, “bullizzati” come Edward Mani di forbice, denigrati e incompresi come Ed Wood, mantenere l’innocenza al giorno d’oggi come allora è “roba per ragazzini”, e le ferite che derivano dalle incomprensioni rischiano di allontanarci dalla capacità di percepire il mondo al di là delle sue quotidiane asperità. Forse incerto sul recepimento del messaggio, Burton ce lo ha spiegato quasi pedantemente, affinché fosse inequivocabile, nel piccolo capolavoro che è Big Fish. Se è vero che non c’è separazione tra il mondo fiabesco e la realtà, e che il racconto fantastico può essere una proiezione, un’ombra, o una distorsione e talvolta uno specchio utile a restituire immagini “ripulite” di ciò che potrebbe esistere, il disagio è generato dall’intuizione o dal sospetto  che la narrazione strana, unheimlich, semplicemente ritragga ciò che effettivamente è la quotidianità. Magari tramite una rappresentazione colorata e fiorita di ciò che il mondo borghese e i benpensanti degli ultimi cinquanta anni hanno lavorato per decostruire: il grande amore, la gioia della coscienza di sé, la fedeltà a un ideale, la possibilità di gestire la propria vita fuori dagli schemi di una democrazia indotta, sono improvvisamente, sullo schermo, ben reali e immediatamente relazionabili con un’esperienza personale. Incubo e sogno non sono definiti mai per opposizione, nel cinema di Burton, né lo sono la vita della fantasia e quella della ragione. Perché d’altro canto, la paura, la malinconia, la tristezza sono emozioni reali e relazionali, molto più fruttuose sebbene più faticose di una risata spensierata.

Ten fingers, ten toes,
he had plumbing and sight.
He could hear, he could feel,
but normal?
Not quite.
This unnatural birth, this canker, this blight,
was the start and the end and the sum of their plight.

D’altra parte, prima della discussione sul raffinato Sleepy Hollow, qualcuno nel mio gruppo di amici aveva già provato a comunicare l’intelligenza di Mars Attacks durante un cineforum di quelli di un tempo. La cosa singolare fu il rifiuto del film da parte di quegli amici engagé che rifiutavano Indipendence Day e Star Wars, e l’apprezzamento di chi invece era un patito di film “commerciali” di fantascienza e avventura. Il rifiuto raramente genera conoscenza, in effetti. Gli alieni di Burton sono cattivi quanto quelli di Emmerich, o meglio, sanno essere ancora più sadici, e mettono più inquietudine perché innegabilmente corporei. Se si suona un motivo country è facile fargli esplodere la testa, e il liquido verdastro e limaccioso che ne fuoriesce è esattamente come tutti ce lo immaginavamo. Ma c’è di più nel film: gli alieni sono dei guardoni che comprendono perfettamente le distorte ed estremizzate pulsioni sessuali del segretario di Stato Jerry Ross, sono vanesii e si fanno fotografare eccitati e sorridenti davanti ai grandi monumenti, prima di distruggerli e godere delle macerie. Il mostro e l’umano si somigliano moltissimo. Non hanno etica, non sono interessati ad avere uno scopo al di là dell’opera di distruzione e della momentanea allegria. Nel tripudio di colori il film scivola in un’atmosfera satanica, lasciandoci con la certezza di non poter sopravvivere a una invasione, e forse con il dubbio che sarebbe in effetti meglio non lasciar sopravvivere la razza umana, tra culto dell’autorità e miti dell’identità “culturale”, ma rimane la malinconia, la tenerezza per la commedia umana ritratta “sulla terra”, composta di esseri infinitesimali, accomunati da un male di vivere traslucido e inevitabile, che dalla satira vira al romanticismo dell’eroe minuscolo.

“Really, sweetheart,” she said

I don’t mean to make fun,

but something smells fishy

 and I think it’s our son

Lungi dall’essere solo un parametro per comprendere l’apertura mentale degli amici e la loro possibilità di proseguire un cammino al nostro fianco, i film di Tim Burton sono innanzitutto operazioni d’arte cinematografica in un’accezione oggi quasi retrò. Se si chiede ai cinefili e ai critici quale sia tra essi il loro film preferito indicheranno sempre gli stessi, per quella splendida coerenza di luce, colori, musica e messaggio, i primi “perché sono i primi”, poi Ed Wood, Mars Attacks, Sleepy Hollow, Big Fish, magari Sweeney Todd, qualcuno anche le animazioni in stop motion, i più coraggiosi almeno il secondo Batman. Ma se si chiede a chi va al cinema per emozionarsi, ogni persona indicherà un film diverso compresi Willy Wonka o Il pianeta delle scimmie, o persino Dark Shadows con i suoi sprazzi di genialità e qualcuno dirà forse “tutti”, probabilmente con un sorriso. “Tutti, o quasi tutti”, direi anche io, salvando persino i film meno riusciti, con quelle scene sopra le righe, il trucco banalizzato, il gioco dei colori infantilizzato. Caratteristiche che però non “sfuggono” alla regia volitiva di Burton, ma che anzi sembrano accentuate intenzionalmente, esasperate, nell’ultima fase della sua cinematografia. Burton gioca con la dissimulazione di sé per insistere nell’aprire i varchi oltre lo schermo. Ci lascia perplessi a osservare la natura progettuale di alcuni film, spesso facendoci propendere, come un tempo accadeva con quegli altri film poi riguadagnati poi alla critica, per la sciatteria o l’esagerazione, ma poi ci ricorda che siamo noi che amavamo Mars Attacks e Sleepy Hollow i suoi Ed Wood o Edward Bloom. E allora tutto si chiarisce. Perché è contro la determinazione insidiosa di uniformare lo sguardo, che Burton si permette a volte di banalizzare o di strafare, rivelando, ad esempio nella danza sconnessa e grottesca di Johnny Depp nel finale di Alice – ma non solo – la gratuità di una brutta scena, e le sfaccettature del giudizio di valore. Molti lo hanno fatto prima di lui, troppi non lo fanno più.

She railed at the doctor:
“He cannot be mine.
He smells of the ocean, of seaweed and brine.”

È un processo evolutivo coerente, a ben guardare, che partiva dalla volontà di non definire il suo possibile pubblico. Forse proprio adesso, allora, che i film vengono confezionati per un pubblico sempre più specifico (e purtroppo questo vale maggiormente per i film che si vogliono dire “engagé”) il linguaggio multiforme e sinestetico dei film di Burton meriterebbe grande attenzione sia nei recuperi dei film che hanno definito lo stile “burtoniano”, sia di quelli che lo tradiscono, di certo non senza consapevolezza del regista. Quanti modi ci sono per perdere l’innocenza e la purezza dello sguardo? Forse tanti quanti sono i film di Burton, che, ad una seconda analisi, rivelano sempre il livello metafilmico, talvolta forzando e rompendo la cortina di separazione con lo spettatore pur di ottenere una reazione, o almeno un dubbio sullo stato delle cose. Invece, più o meno con successo, Burton tenta ancora, ogni volta, di criticare una parte del suo stesso pubblico, e insieme la critica e il mondo cinematografico. Se ormai i film sono in pasto alla critica di tutti, alla superbia dell’ignoranza, è vero anche che si rischia sempre di più di andare al cinema – quando ancora ci si va – per dimostrare o poter raccontare di aver visto il dato film, per potersi dire cinefili in base a categorie prestabilite. Il rovescio del ricamo ben delineato dell’atteggiamento snob di chi rifiuta i prodotti “per intellettuali”.

Nessun regista è perfetto, e forse nessuna opera d’arte. Però si può sempre decidere come guardare ciò che vediamo. Quello che ci ha chiesto finora Tim Burton è di guardare alle cose con stupore, innocenza e quella sorta di coraggio che abbiamo solo se non fruiamo di un’opera per doverla raccontare, magari a qualcuno che ci giudicherà per il racconto.

As he picked up his son,
Sam dripped on his coat.
With the shell to his lips,
Sam slipped down his throat.

They burried him quickly in the sand by the sea
-sighed a prayer, wept a tear-
and they were back home by three.

NOTE:

Il testo in corsivo è tratto dalla poesia di Tim Burton The Melancholy Death of Oyster Boy. La versione italiana del libro che la contiene è ad opera di Nico Orengo per Einaudi (2006). Qui un link a una bella lettura del testo, voce di Drew Fuccillo, qui a una versione animata. 

L’immagine di copertina è un montaggio di Where Ever You Shall Go (S), (centro) Peek-a-boo and (D) Hope di Yasela Maldonado esposte alla East End Studio Gallery nella mostra “Crazy Reality” una Tim Burton Tribute Art Exhibition tenutasi nel 2016, di cui trovate notizie qui.

Days di Luigi Cecchi – Perché tornare a parlare di “fumetti”.

Days di Luigi Cecchi – Perché tornare a parlare di “fumetti”.

Invece, nonostante il grande lavoro per emancipare il fumetto, difficilmente questo viene trattato e analizzato come una creazione significativa in sé e quindi degna di essere presa in considerazione e presentata al pubblico come un’opera letteraria compiuta.

 

FUMETTO: futuro prossimo di Ilaria Troncacci

Tra le molte possibilità che si offrono ad una realtà associativa come quella di Laputa, l’ipotesi di proporre prodotti editoriali era apparsa fin da subito come desiderabile. Il fatto di avere effettivamente l’occasione di esplorare questa dimensione in tempi tanto brevi è contemporaneamente emozionante e intimorente. Emozionante, perché ci permette di mostrare cosa per noi vuol dire davvero far fumetto in Italia oggi, e far sentire la propria voce in un momento in cui anche la grande editoria sta scoprendo il mondo del fumetto, mette inevitabilmente in dialogo con “i grandi”, qualunque cosa questo possa voler dire. Intimorente, perché il fumetto di Luigi Cecchi che presetiamo è un’ottima sintesi di tecnica, messaggio, contenuto e intertestualità, vera letteratura insomma. Non a caso l’autore è un autore a tutto tondo, scrittore, sceneggiatore, disegnatore. Questo ci carica di responsabilità, sia rispetto all’opera in sé, sia rispetto al modo in cui questa viene presentata.

Per questo abbiamo deciso di accompagnare i fumetti ad un testo critico di Paola Del Zoppo, esperta di letteratura e critica testuale e culturale. Purtroppo, infatti, solo raramente gli strumenti della critica letteraria e dell’accademia vengono “prestati” al fumetto. Fumetto e accademia, come fumetto e poesia, sono realtà che ancora difficilmente vengono poste in dialogo. Ma non esistono compartimenti stagni fra le arti o fra i saperi e non esiste una gerarchia tra di essi. Se un’opera è valida, è anche naturalmente e autonomamente in relazione con tutto il resto.

Invece, nonostante il grande lavoro per emancipare il fumetto, difficilmente questo viene trattato e analizzato come una creazione significativa in sé e quindi degna di essere presa in considerazione e presentata al pubblico come un’opera letteraria compiuta. La possibilità di avviare la nostra produzione editoriale con questo titolo è stata meditata a lungo e fortemente voluta, perché per noi l’impostazione di questo volume ha la funzione di un manifesto che risponde alla domanda:

“Che cos’è per Laputa il fumetto?”

In Italia, come accennato, il fumetto sta attirando l’attenzione di grandi case editrici, anche di “varia” come Feltrinelli o Mondadori, che hanno lanciato collane nuove interamente dedicate al panorama fumettistico, profittando degli sforzi di case editrici più piccole che per decenni hanno lavorato per ripulire l’immagine del fumetto e ricostruirne la dignità.

Dietro la nostra scelta di inserirci in questo panorama fiorente, apparentemente ricco di nuove proposte e di concorrenza, c’è la volontà di effettuare una lieve virata, perché ,di fatto, il rischio che vengano proposti fumetti di scarsa profondità è più elevato. Crediamo invece fermamente nel valore del fumetto come espressione artistica e riteniamo che nel generoso sforzo di restituire a questo mezzo una meritata posizione, si sia lavorato per molti anni per “difetto” (il fumetto non è…) mettendo da parte molte opere belle e degne. Si è rischiato così di tenere il fumetto ancorato ad un immaginario scomodo, con l’inevitabile conseguenza di limitarne il potenziale eversivo. Vorremmo che il fumetto uscisse dalla fase di transizione in cui per affermare sé stesso rischia di dover passare per l’essere qualcos’altro. Non ce ne voglia quindi chi, lavorando sodo per vedere riconosciuti i propri sforzi, ha fatto leva sull’idea di graphic novel per togliere dagli occhi e dalle menti delle persone il modello dei “giornalini per ragazzi”. Senza di loro non saremmo qui, e il nostro debito è grande, ma il nostro intento e forse la nostra ambizione sono quelli di scoprire, leggere, pubblicare e parlare di “fumetti”.

 

 

Non solo perché crediamo che riappropriarsi della propria identità autonoma sia un passaggio fondamentale, ma anche perché non tutti i bei fumetti possono rientrare sotto l’etichetta di graphic novel, così come non tutti i graphic novel sono dei bei fumetti. La definizione in sé d’altronde evidenzia la contraddizione. Esistono infatti bei romanzi e romanzi pessimi, allo stesso modo esistono romanzi grafici meravigliosi e altri dimenticabili, molti altri semplicemente non sono romanzi. D’altro canto anche “romanzo” non dice niente dell’opera in sé e rischia di categorizzare in modo ancor più vago e limitante. In tempi non sospetti Roberto De Angelis, in una bella introduzione ad una raccolta di Nathan Never, scriveva: “Il fumetto non è un genere. Il fumetto usa, invade, sminuzza, fagocita, analizza, rinnova, distrugge, rivisita, esalta la fantascienza, l’horror, il poliziesco ecc…”

Proprio questa libertà del fumetto ha messo in difficoltà chi ha cercato di inserirlo in un panorama editoriale sempre più votato alla vendibilità che alla qualità del prodotto artistico. Ad esserne uscite fortemente svalorizzate sono state soprattutto le produzioni seriali. Risulta quanto meno bizzarro, se non paradossale, che in un momento in cui la serialità in campo cinematografico e letterario sta guadagnando una posizione rilevante e va ad occupare lo spazio che una volta era forse occupato proprio dai romanzi “a puntate” pubblicati sui giornali, il mondo del fumetto rinneghi invece una dimensione che, soprattutto in Italia, era sua da sempre, prendendo le distanze da un tempo narrativo che porta ad un coinvolgimento emotivo e relazionale comparabile solo con le grandi saghe familiari proprie di altri tempi, e di cui evidentemente il nostro tempo sente di avere bisogno. La questione va però oltre: la maggior parte delle opere definite graphic novel, inteso come sinonimo di “opera autoriale”, non ha struttura e tempi narrativi collegabili al romanzo. Guardati attraverso quella lente i fumetti ne escono deformati.

 

Nel caso di questo fumetto, allora, si potrebbe più propriamente parlare di novelle a fumetti (che anglicizzato sarebbe un universale graphic tales): novelle, short stories, racconti – già di per sé generi ancora in discussione – perché hanno la struttura e l’andamento del racconto o dell’exemplum, e non del romanzo. Delle forme brevi ripropongono la complessità, la sintesi e un certo ermetismo che sfida il lettore ad andare oltre ciò che è raccontato per trovare una chiave di lettura che ne sveli la profondità. Come tutti i buoni racconti, i due fumetti proposti in questo volume giocano con la propria collocazione e categorizzazione, sia nei temi che nelle forme. I personaggi non sono ciò che ci aspettiamo sebbene a prima vista siano perfettamente riconoscibili e categorizzabili. L’autore ci sprona a guardare oltre e lo fa con ogni mezzo a sua disposizione. Ci sprona a far dialogare le sue opere con ciò che conosciamo e quindi a riguardare il nostro mondo attraverso le nuove chiavi di lettura che ci fornisce. Ci invita a decodificare ciò che viviamo e che inseriamo in categorie comode, ma pericolose. Questa è una sfida che raccogliamo volentieri e rilanciamo.

Una sfida che per noi parte appunto dal fumetto.

Incontri ravvicinati del miglior tipo – La cultura come risposta al disagio

Incontri ravvicinati del miglior tipo – La cultura come risposta al disagio

Laputa insiste sulla necessità di lavorare per “distinguere”, e mai per categorizzare. Distinguere un buon libro da un cattivo libro: perché un buon libro può fare da solo ciò che 50 cattivi libri non faranno mai. Distinguere un buon dialogo da un cattivo dialogo, una buona relazione da una cattiva relazione. Distinguere un buon prodotto artistico da un prodotto che permette di riadagiarsi nella propria comoda convenzionalità. Solo con la consuetudine con l’arte e la buona letteratura si può distinguere una notizia falsa da una vera, un consiglio di lettura capzioso da uno vero, un programma del cinema adeguato da uno condizionante. Cominciamo da questo, per tutti.
 
 
Si è svolto ieri sera il bell’incontro nell’ambito della Festa del Volontariato sulla cultura come risposta al disagio. Simona di Paolo, coordinatrice dell’ufficio del piano di Zona (che opera su 5 comuni) ha chiaramemente delineato una casistica di solitudine e carenze relazionali sia nei giovani che negli adulti, insistendo sulla necessità di un approccio sistemico, denunciando la cultura dell’aggressività e delle differenze di genere, delle disparità generazionali e della discriminazione delle “malattie”. Racconta, Simona Di Paolo, di giovani e meno giovani che in numero consistente, vivono situazioni di depressione maggiore o disturbi relazionali di vario tipo, con gravi casi di autolesionismo e di isolamento. 
Sono presenti anche Brunella Bassetti, volontaria Ibby Italia e esperta di processi culturali, Silvia Lechiancole, Presidente della consulta culturale di Oriolo, Marzia Zuccari, presidente dell’Associazione Guardiamo oltre e membro fondatore di Laputa. 
I ragazzi dell’Agesci di Bracciano, che stanno svolgendo da due anni un’indagine sulla “qualità della vita” sul territorio, hanno denunciato nettamente: i genitori preferiscono tenere i ragazzi in casa, piuttosto che stimolarli all’interazione sociale; la biblioteca non offre servizi adeguati a un livello adulto; non ci sono occasioni di “svago intellettuale”.
Noi di Laputa abbiamo insistito, come ci è proprio, sulla necessità di andare oltre il linguaggio aggressivo, di lavorare sulla possibilità di avere relazioni sane, di lavorare sulla capacità di dialogo, di espressione, e non solo nei giovani, bensì prevalentemente nella fascia d’età tra i 30 e i 50 anni, di uscire dalle categorie e dalle categorizzazioni.
Tra le buone pratiche, Brunella Bassetti racconta della condivisione culturale in un centro di accoglienza a Lampedusa, e ricorda quanto la “cultura del mare” sia una cultura di accoglienza e condivisione.
Silvia Lechiancole presenta l’iniziativa oriolese della biblioteca diffusa, con commercianti ed esercenti che si fanno “bibliotecari a tema”.
Marzia Zuccari ricorda la necessità della condivisione e il potenziale stressogeno dell’isolamento di chi vive situazioni di disagio mentale più o meno gravi.
Laputa insiste sulla necessità di lavorare per “distinguere”, e mai per categorizzare. Distinguere un buon libro da un cattivo libro: perché un buon libro può fare da solo ciò che 50 cattivi libri non faranno mai. Un buon dialogo da un cattivo dialogo, una buona relazione da una cattiva relazione. Distinguere un buon prodotto artistico da un prodotto che permette di riadagiarsi nella propria comoda convenzionalità.
Solo con la consuetudine con l’arte e la buona letteratura si può distinguere una notizia falsa da una vera, un consiglio di lettura capzioso da uno vero, un programma del cinema adeguato da uno condizionante. Cominciamo da questo, per tutti, soprattutto quando la denuncia e la polemica rischiano di prenderci la mano impedendoci di vedere chi abbiamo di fronte. 
Autorità e autorevolezza sono state parole chiave nell’incontro. La cultura permette di muoversi solo nell’ambito dell’autorevolezza, di essere in grado di rispondere e prima ancora di percepire i lievi sfasamenti di piani. Permette di distinguere l’ironia dall’aggressione, l’originalità dalla finta trasgressione, la voglia di emergere dall’intenzione di “fare per altri”, il bisogno di affermare la propria personalità tramite la polemica dalla volontà di creare una rete di relazioni autentiche. La buona letteratura, la buona scrittura, permette di uscire dalla relazione patemica e instaurare relazioni intellettuali, durature, basate sulla stima reciproca e sulla capacità di dialogare con l’altro di qualcosa anche al di fuori di sé. Un buon libro e un buon film permettono di riconoscere tutte quelle microaggressioni di cui siamo quotidianamente vittime. Nel lungo periodo, riuscire a distinguere chi parla male, chi pensa male, aiuta a non discriminare perché aiuta a non avere paura dell’altro. Se poi i libri sono vera letteratura, aiutano anche a essere liberi, e chissà, persino a capire l’importanza del dedicarsi agli altri.
Vignette di Luigi Cecchi per Laputa.
In vece di uno statuto, la Carta d’intenti di Laputa.

In vece di uno statuto, la Carta d’intenti di Laputa.

La lettura del rispetto

Se leggete solo libri che tutti gli altri stanno leggendo, state pensando solo ciò che chiunque altro sta pensando.

Haruki Murakami

 

L’ associazione Laputa nasce all’inizio del 2017 con l’intento di promuovere iniziative culturali che siano di stimolo al territorio, contribuendo a formare una società dinamica e non fossilizzata su categorie e stereotipi che interferiscono con un naturale e giusto progresso.
Miriamo a costruire un piccolo nucleo di positività nella realtà territoriale in cui sia favorito il confronto intersociale e intergenerazionale, nella speranza di contribuire ad abbattere le mille barriere che la società di una piccola cittadina – e forse non accade solo nelle piccole cittadine – tende a innalzare.
Obiettivo fondamentale è la creazione di una camera d’eco sottile che stimoli allo sviluppo del personale gusto della bellezza e dell’unitarietà tra etica e arte, e quindi all’impegno nell’affrontare le dissonanze cognitive, non con l’aderenza al mainstream, ma con una graduale presa di coscienza dell’autonomia del proprio giudizio. Crediamo che per raggiungere obiettivi duraturi che sappiano fare davvero la differenza sia fondamentale che le idee di confronto sereno, scambio aperto e paritario, e riconoscimento della ricchezza dell’altro, entrino a far parte del sentire comune e di una cultura condivisa. A questo fine, l’individuazione di un linguaggio nuovo, autentico e nonviolento è la chiave essenziale per stimolare una trasformazione culturale che abbia radici profonde.
Per rendere possibile tutto questo, riteniamo necessario favorire la creazione di un ambiente protetto da atteggiamenti poco accoglienti, autoritari o in ogni modo violenti, un luogo ordinato, in cui la trasparenza e la limpidezza di regole e ruoli condivisi aiutino e stimolino l’espressione. Crediamo altresì che favorire la creazione di un luogo protetto non sia sinonimo di esclusività o svilimento di chi non è parte di questa realtà, ma interpreti l’idea di inclusione e inclusività in senso più profondo, non come semplice partecipazione.
Siamo convinti che, vivendo esperienze positive, che siano queste esperienze di lettura condivisa o la scoperta e l’incontro con realtà sempre nuove, le persone imparino a discernere la bellezza e l’autenticità, e quindi a vivere meglio in generale, riconoscendo ciò che è artefatto o non-bello. Per poter garantire il raggiungimento di tale obiettivo è indispensabile riuscire a creare e mantenere all’interno dell’associazione e durante ogni iniziativa proposta, un clima aperto, accogliente e cortese, un luogo in cui a tutti sia data la possibilità di esprimere le proprie idee e in cui la ricchezza apportata dall’incontro con l’altro sia sempre considerata valore aggiunto.
Crediamo inoltre che agire politicamente voglia dire agire sulla cultura e con la cultura, per questo oltre a favorire l’individuazione di strumenti in grado di stimolare consapevolezza del singolo, intendiamo proporre iniziative in grado di ristabilire, sebbene con lentezza, gli equilibri di un mercato culturale troppo incentrato sul profitto a scapito della qualità, cosa che ha comportato inevitabilmente, nel tempo, lo svilimento del ruolo politico e di crescita sociale della lettura, della letteratura e dell’arte.
I soci fondatori