Il più inattuale dei sentimenti

Il più inattuale dei sentimenti

Laputa è sempre stata, e dal 2019 sarà con più consapevolezza e più esplicitamente, un gruppo di ricerca intergenerazionale permanente, che congiunge fumetto, poesia e temi socioeducativi pressanti e di volta in volta vicini ai costituenti. Pubblicheremo con regolarità brani di testi che ci hanno ispirato e che riteniamo possano far riflettere sui temi a noi cari: Stigma, disagio relazionale, fragilità sociale e manipolazione affettiva sono i temi portanti su cui si è concentrato il lavoro degli ultimi due anni, e su cui si sono sviluppati i progetti di educazione diffusa. Non poteva mancare tra le nostre letture il testo di Graziella Priulla, Parole Tossiche – Cronache di ordinario sessismo (Settenove, 2014), di cui vi proponiamo oggi un capitolo che abbiamo sentito particolarmente importante: Il più inattuale dei sentimenti, in cui Graziella Priulla, con grande chiarezza, dialoga sul significato profondo del senso del pudore.

Il più inattuale dei sentimenti

di Graziella Priulla

La domanda «che cos’è volgare?» è delicata e difficile: poiché tocca la sfera delle credenze e delle convinzioni, può ricevere risposte disparate.

Per il linguista Raffaele Simone l’idea di volgarità si associa all’esibizione plateale di qualcosa che andrebbe evitato o tenuto riservato: questo qualcosa è fatto di discorsi e comportamenti che riguardano la sfera privata e non andrebbero esposti in pubblico. Insomma la volgarità sarebbe l’effetto che si ottiene con la pubblicazione di questioni private sensibili: la sua diffusione può essere una conseguenza dell’avvenuta trasformazione di ogni spazio privato in spazio potenzialmente pubblico.

Negli epistolari dell’800 espressioni crude e oscene costituivano una presenza tutt’altro che eccezionale, anche quando a firmare le lettere erano intellettuali raffinati: ma la destinazione e l’uso erano e dovevano restare privati.

Quali questioni private, esposte in pubblico, generano volgarità? Simone vi colloca i rapporti affettivi ed erotici tra le persone; le propensioni, le pratiche e i gusti sessuali; i temi attinenti l’aspetto fisico, la salute, l’intelligenza, il livello della famiglia, il successo nel lavoro, le capacità sessuali, le funzioni fisiologiche, i propri meriti a confronto con gli altrui demeriti; l’esibizione di nudità non giustificata da nessuna necessità (per esempio artistica o scientifica) e l’uso sprezzante o strumentale del corpo umano e in specie quello femminile. Ovviamente il grado di volgarità cresce con l’espandersi della platea in cui questi temi sono esposti[1].

Nella rivendicazione ostentata della trivialità c’è una violazione, oltre che della buona educazione e del buon gusto, del senso del pudore.

Il velo di pudore, nelle società di un tempo, serviva a coprire le pratiche sessuali e perfino i corpi, per non minare l’ordine dei costumi fondato su un matrimonio che imponeva sacrifici, rinunce e restrizioni. Con eccesso di zelo oggi lo si è trasformato in un valore risibile, rivelatore di sintomi patologici, indice di un’inibizione anormale e fuori posto:l’abolizione del pudore viene applaudita come manifestazione di schiettezza e di coraggio.

Abolito anche il senso etimologico di vergogna (che in realtà non significa aver fatto qualcosa di male, ma «temere la gogna», ossia l’esibizione pubblica) sono mutati i modi, i luoghi e i limiti della raffigurazione pubblica di se stessi: è impressionante quanti e quali particolari le persone siano disposte a raccontare delle proprie vite per essere al centro dell’attenzione. La definirei una «pornografia emotiva», che parte dai gossip sui vip e arriva ai signori Nessuno dei social network.

Cos’è pudore? Virtù o concetto, quest’ultimo termine è scomparso dal nostro diritto penale e appare desueto, quasi a evocare un mondo perduto per cui non provare nostalgia.

Monique Selz, psichiatra e psicoanalista francese, l’ha definito «un disagio di fronte a cose che vediamo e non dovremmo vedere o che mostriamo nostro malgrado». L’assenza di pudore «colpisce molto di più che non i soli rapporti sessuali: va a colpire le relazioni fra gli esseri umani in generale». Il tema presentato già nel Protagora di Platone come esperienza che custodisce l’umano: «Zeus, preoccupato che la stirpe umana si estinguesse, decise di mandare Ermes con due doni: il pudore e la giustizia, come base su cui edificare le loro città e comporre vincoli di amicizia reciproci». È una concezione che nella storia del pensiero occidentale si dipana fino al filosofo tedesco Max Scheler, che rilancia la concezione del pudore come custode dell’esistenza stessa di un soggetto e dunque come l’origine stessa della morale.[2]

Il vocabolo non induca a pensare dunque al moralismo o ai mutandoni della regina Vittoria. Intendiamo qualcosa di contrario e opposto alla pruderie con cui si è solitamente confuso. Si tratta di intuire che dietro lo schermo della liberalizzazione, dietro l’apparenza della spontaneità, dietro l’abbattimento illusorio del limite c’è la diffusione virale della cultura dell’eccesso, che considera misura un’amputazione e la sobrietà una colpa. La continua ricerca del troppo non solo non migliora la qualità della vita, ma spesso la rovina.

Oggi è la sobrietà a essere rivoluzionaria. Se è bene che ci sia un equilibrio nel possedere e nel correre, nel contaminare e nel costruire, nel mangiare e nel bere, perché non dovrebbe esserci una sorta di frugalità nel parlare? La costruzione dei limiti, che è tutt’uno con la costruzione delle regole, è una tappa ineludibile nei percorsi evolutivi: dei singoli come delle comunità. Contrariamente a ciò che il senso comune italiano ritiene, le regole non esistono per impedire comportamenti, per limitare la libertà degli individui: ma per agevolare gli uni e l’altra.

Innato o culturale che sia, il pudore è una delle dimensioni dell’autoconsapevolezza e dell’autoregolazione: è il sentimento dei confini della propria privatezza, connesso al bisogno o alla volontà di proteggere qualcosa di intimo (ossia ciò che «sta dentro», in senso sia fisico che spirituale) da intrusioni invasive, a tutela della propria identità. Lo spiegava Georg Simmel già nel 1901, con il saggio Sulla psicologia del pudore: non è questione di pudenda ma di vigilanza sui confini che decidono il grado reciproco di apertura e chiusura verso l’altro.

Qui si rintraccia la differenza tra l’ipocrisia (che nasconde gli aspetti della nostra personalità che non vogliamo mostrare) e il pudore (che non nasconde la parte peggiore di noi, ma ciò che decidiamo di preservare da sguardi indiscreti).

In materia sessuale il pudore non va confuso con la normativizzazione della sessualità, con la censura moraleggiante o con la negazione o la recinzione del corpo, proprio e altrui, con i centimetri di pelle esposta o con il numero dei rapporti: è piuttosto la ricerca di una più raffinata simbolizzazione degli sguardi, di contrasto alla sguaiataggine e al ciarpame del voyeurismo e dell’esibizionismo.

Il timore o l’imbarazzo sono reazioni pro-sociali. Uno stile di descrizione e di misura basato sul rispetto di sé e degli altri potrebbe definirsi ecologico, perché salvaguarda le relazioni umane e la vita in comune. Al contrario della violenza e della prevaricazione, che superano la soglia assumendo il non-rispetto dell’altro.

È questa la ragione per cui il confine tra le sfere lecite e le sfere proibite è vigilato dalla legge, dall’ambiente e dalla coscienza, ed è segnato da sanzioni normative (pena) e/o sociali (riprovazione) e/o psicologiche (senso di colpa). [3]

In epoche e in società diverse o in diverse fasi della vita, normalità di comportamento e superamento dei limiti appaiono non solo variamente identificati, ma persino capovolti. Spesso ciò che prima era morale diventa bigottismo, ciò che prima era rifiutato in nome della forma ora si accetta e si esalta in nome della sostanza. Accade che il confine si sposti pian piano e che poco per volta nessuno avverta più l’esigenza di una linea di demarcazione(al contrario, si scrivono manuali sul come liberarsi). Accade che si infrangano, per una volta, tutte le zone franche. Il linguaggio delle parole, dei gesti e delle immagini registra puntualmente queste rotture.

Oggi il rifiuto di ogni istanza etica viene regolarmente espresso con la domanda «che male c’è?». Di fronte a qualsiasi richiamo si decide che a sbagliare è chi formula l’osservazione, irriso come personaggio fuori dal tempo, bollato come persona che non capisce, che non è neppure autorizzata a richiamarsi a qualche principio, a qualche regola. Ogni riflessione che si interroghi sulla questione del limite o perfino sulla legalità è automaticamente tacciata di moralismo, epiteto che sa di esagerazione o di colpa.[4]

Chi lo fa è costretto a difendersi o a fare una premessa ( non sono moralista, ma…) che gli toglie chances in partenza e lo mette all’angolo. Diventa lui che deve giustificarsi. Nel meccanismo del «che male c’è?» interviene un meccanismo che colpisce al cuore il concetto stesso di opinione pubblica.

Se sfidare i limiti ha rappresentato a lungo un gesto di emancipazione, oggi sembra diventato un adeguamento al conformismo: siamo passati dall’ostracismo alla tolleranza al compiacimento. Sulla maggior parte delle aree interdette la forza d’interdizione è talmente diminuita da esser quasi scomparsa.

La società occidentale per secoli ha identificato il pudore con la salvaguardia della sfera sessuale e l’ha interpretato non come rispetto o protezione di sé, ma come inibizione del piacere. Ricordate il principe di Salina che confidava di aver avuto sette figli senza mai aver visto sua moglie nuda? «Oscenità», «osceno», sono le parole utilizzate a partire dall’epoca moderna per mettere «fuori scena», ossia fuori dalla vista comune, tutto ciò che risultava contrario ai dettami della morale vigente sulla sessualità.[5]

È accaduto infinite volte che poesie, romanzi, opere teatrali, quadri, film bollati come oscenità – e quindi ufficialmente sottratti alla fruizione del pubblico- fossero inglobati poi con gli anni nel patrimonio culturale collettivo.

È forse comprensibile che oggi, per reazione, il pudore sia osteggiato come forma di oscurantismo. Per questo i maggiori cambiamenti linguistici si avvertono nelle aree  legate agli organi e alle attività sessuali: il fenomeno è talmente macroscopico che viene percepito senza particolare analisi. Tuttavia, sarebbe sbrigativo collegarlo soltanto alla libertà espressiva e al piacere della sperimentazione in campo sessuale, diventati oggi l’imperativo culturale per affrancare dai tabù e per sostituire le repressioni del passato con il culto della perfezione fisica e della ricerca di sensazioni.

È insomma consolidato a tutti i livelli il regime biospettacolare della pornocrazia, paradigma di vasta portata. Il termine è stato coniato dal filoso francese Dany-Robert Dufour, che ne La cité perverse[6] sottolinea la nuova rilevanza politica di una società pornografica di massa, dove pornografia significa esibizione e messa in scena compiaciuta di ciò che normalmente non si espone in pubblico. Il costituzionalista Stefano Rodotà ha usato al riguardo il concetto lacaniano di extimitè, estroflessione del privato nell’interfaccia dello spettacolo.[7] Corpi e amplessi, ma anche sentimenti e affetti, come afflizioni, disgrazie, malattie, ossessioni, turbamenti.

Come i sociologi segnalano da tempo, ciò che caratterizza la tarda modernità è l’esibizione nella sfera pubblica di questioni tradizionalmente assegnate alla sfera privata.

Prima con la telecamera impietosa della tv e poi con la condivisione nel web, abbiamo ottenuto che tutto sia visibile, che tutto sia mostrato, che nulla sia più sacro, misterioso o intangibile. Vogliamo guardare ed essere guardati: sempre, dovunque e ad ogni costo.

Oggi chi prova un’emozione non può contenerla, non riesce a fare a meno di esporla in bella vista, per quanto sia intima, per quanto sia indefinita: scriviamo alla De Filippi, cerchiamo di essere invitati in uno show. Alla peggio postiamo su Facebook o tracciamo graffiti sul marciapiede in cambio di frammenti di notorietà. La visibilità ha sostituito la reputazione, sia come misura che come fonte del successo: la molla è il timore ossessivo di non esistere. I sentimenti sono denudati ed esibiti come merci; confessioni scabrose, sfoghi forsennati, trivellazione di vite, nulla rimane segreto: è lo stesso individuo, in preda al narcisistico desiderio di visibilità, a consegnare a milioni di spettatori la propria intimità, secondo tracciati di ostentazione e di spudoratezza corrispondenti a format televisivi omologanti che vengono acclamati come espressioni di sincerità.

In tutto questo c’è una coerenza: se il pudore è difesa dell’individualità, perché dovrebbe esistere in una società omologata nell’ossimoro stridente dell’«individualismo di massa»? La volgarità non è un incidente di percorso, diventa tratto costitutivo dei rapporti interpersonali se il nobile sentimento della libertà individuale si trasforma in un narcisismo patologico.

Le vignette sono Luigi Cecchi (serie “Questions”) – © Luigi Cecchi, 2019

Graziella Priulla è Sociologa e saggista, insegna all’Università di Catania nel Dipartimento di scienze politiche e sociali. Tra le sue pubblicazioni più recenti: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole (FrancoAngeli), I caratteri elementari della comunicazione (Laterza), L’Italia dell’ignoranza (FrancoAngeli).


[1]    Cfr. Maxima immoralia, in Micromega, 4, 2009, pp.55-67

[2]    M. Selz, Il pudore. Un luogo di libertà, Torino, Einaudi, 2005. Preoccupazioni analoghe, con amplificazioni antropologiche, sono presenti nel saggio di M. Appiani, Tabù: elogio del pudore, Milano, FrancoAngeli, 2004. Vedi anche M. Scheler, Pudore e sentimento del pudore, Udine, Mimesis, 2013.

[3]    Esso trova persino convenzioni tipografiche: già nel XIX secolo si sostituivano lettere di parole volgari con trattini e asterischi. Nelle vignette si chiamano obscenicon.

[4]    Su questo punto cfr. M. Viroli, L’Italia dei doveri, Rizzoli, Milano 2008

[5]    Sulla definizione di oscenità come «offesa al comune sentimento del pudore e alla pubblica decenza» si basa l’illegalità della pornografia, ribadita anche dall’articolo 21 della costituzione che protegge la libertà di stampa, ma esclude dalla protezione costituzionale la pubblicazione di materiali osceni.

[6]    Parigi, Gallimard 2012

[7]    Cfr. Micromega, 5/2009

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Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Riprendendo la trilogia sul linguaggio che abbiamo introdotto nella recensione condivisa di Pride, riportiamo le nostre riflessioni condivise su Un Anno, scritto da Jean David Morvan e disegnato da Jiro Taniguchi, pubblicato da Rizzoli Lizard nella traduzione di Elisabetta Tramacere.

Abbiamo affrontato questo percorso proprio partendo da questo fumetto perché questa breve narrazione mette perfettamente in scena questioni relazionali profondamente collegate al ruolo del linguaggio o ancor meglio di una pluralità di linguaggi che si sovrappongono.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Un anno – Primavera

Come prima da cosa c’è da notare che il volume letto è indicato come primo di una serie idealmente composta di 4 volumi ma rimasta incompiuta. Volume 1 – Primavera è stato l’unico ad essere scritto e pubblicato e questo pone senza dubbio il lettore davanti a una doppia opera: una ideale, immaginata e progettata dagli autori, e una reale unitaria e comunque compiuta.

Non sappiamo se la Primavera di cui abbiamo letto si riferisce alla “primavera” della vita della giovanissima protagonista, o a una primavera di un linguaggio ancora da definire, o anche la primavera di un mondo e di una società in cui, con questo primo capitolo, siamo introdotti passo a passo e sempre con grande delicatezza e discrezione, dimensioni, queste, che trovano uno specchio perfetto in un impianto grafico dai colori tenui e dai tratti puliti.

Fin dal principio siamo spinti a metterci in ascolto, le prime pagine di questo fumetto sono sostanzialmente silenziose e ci invitano a prendere il punto di vista della protagonista.

Un anno – Primavera

La piccola Capucine, protagonista di questa storia, è una bambina intelligente e sensibile, in grado di leggere ogni situazione e tensione emotiva con una lucidità e una precisione stupefacente. Ma per ciò che sente e capisce, non è in grado di trovare definizioni. La bambina è affetta da trisomia, una  particolare forma della sindrome di down che ha tra le caratteristiche peculiari quella di non avere effetto sull’aspetto della persona. Il riconoscimento della malattia per chi entra quindi in contatto con la persona che ne è affetta risulta quindi meno immediato. Gli autori giocano quindi fin da subito con la percezione della “normalità” e della “anormalità” invitando il lettore a rivedere i propri eventuali preconcetti.

Attraverso gli occhi della protagonista scopriamo che le parole possono essere inutili se non si è capaci di ridurre all’interno di esse ciò che si vuole esprimere, e quindi le sensazioni diventano mostri, le parole non servono a Capucine per esprimere il mondo che ha dentro, pieno di immagini e sensazioni, e quindi le sue azioni diventano un linguaggio non sempre comprensibile per chi le è accanto. Due sistemi, due mondi interpretativi si scontrano e non si comprendo, causando in ogni caso grande dolore. Da una parte il mondo del linguaggio codificato, perfettamente rappresentato dalla zia, che offende senza sapere di offendere senza pensare a tutte le sfaccettature della comunicazione; o dei genitori che parlano usando parole che credono incomprensibili per Capucine, ma che nella loro definizione sfocata sono comunque in grado di far sentire la bambina giudicata e umiliata. Dall’altra troviamo un sistema in cui relazione e comunicazione sono due dimensioni inestricabili, e che rimane incomprensibile per chi usa il linguaggio come un codice definito.

La questione centrale che a nostro avviso gli autori sono molto bravi a sciogliere e rovesciare è quella della gerarchia tra i due modelli. Alcuni degli adulti che incontriamo usano questa gerarchia per sminuire la dignità stessa di Capucine: lei non sarebbe in grado di comunicare in un modo che a loro risulti comprensibile, deve quindi essere necessariamente strana, inadatta, “ritardata”. Il padre si allontana da questo atteggiamento, ma non risulta essere meno violento. Lui infatti pone comunque a Capucine uno standard per lei impossibile da soddisfare, creando una costante frustrazione e facendole dubitare di sé stessa.

Ma il punto di vista del lettore ci sembra coincidere proprio con quello di Capucine, sono i suoi disegni, inseriti di tanto in tanto come didascalie, che ci fanno un racconto emotivo della storia che abbiamo davanti, come a volerci spiegare meglio ciò che vediamo, al di là dell’impinto grafico “tradizionale” o delle parole che lo corredano. Quindi leggendo ci si rivelano tutte le inadeguatezze e i timori di adulti posti davanti alla necessità di rinegoziare principi che ritengono fondamentali ma che noi, attraverso lo sguardo privo di malizia di Capucine, scopriamo essere solo meccanismi di difesa, barriere emotive e istanze autoconservative.

Quindi Capucine e gli autori attraverso di lei, ci spingono a rivedere le categorie di normale e anormale, sano e malato, libertà e impedimento e a riconsiderare in modo più aperto le sicurezze che costruiscono la nostra realtà, fosse anche la fiducia in una realtà fondativa come il linguaggio.

Due sono le riflessioni che, partendo da questa lettura, abbiamo condiviso riguardo al contesto in cui viviamo. La prima riguarda la scelta che la famiglia di Capucine si trova ad affrontare riguardo l’eventualità di inserire la bambina in una scuola più adatta alle sue esigenze. Ci siamo chiesti infatti quali possibilità la nostra realtà offrire ai bambini e ai ragazzi come Capucine. Quali possibilità di accoglienza e inserimento? In che modo è garantita la possibilità di superare un disagio e vivere una vita “normale” che tenga conto delle specificità di ciascuno e che non sia ghettizzante, che valorizzi amicizia, affetto, benessere delle conoscenze, della cultura e dell’arte per i ragazzi come Capucine, senza escluderli a priori consegnando il mondo ai forti, agli egoisti?

Questa riflessione ci ha condotti ad ampliare lo sguardo a forme di disagio più ampio e purtroppo sempre più riscontrabili. In una realtà in cui aggressività e violenza sono percepite come normali, le persone empatiche vengono spesso etichettate come troppo sensibili o in alcuni casi addirittura deboli. Che strumenti abbiamo quindi per rendere il nostro contesto più vivibile e accogliente per tutti? L’unica risposta che abbiamo trovato sembra essere non troppo paradossalmente nell’empatia stessa, in una forma di attenzione all’altro scevra dalla paura di perdere il sé, che anzi si rafforza in questa apertura.

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Sapienza e gratitudine – Auguri di Buon Anno

Sapienza e gratitudine – Auguri di Buon Anno

Laputa, fin da pochi mesi dopo la sua nascita, ha riflettuto sull’opportunità di creare un piccolo “diario delle microaggressioni”, che scaturiva dalla quotidiana osservazione della realtà e dal lavoro sul linguaggio, sugli atteggiamenti passivo aggressivi e sulla manipolazione che sono alla base dell’operare dell’Associazione contro la violenza diffusa. Il diario e il gruppo di lettura “Dialoghi a fumetti” sono stati, insieme all’attuazione di progetti di educazione diffusa in alcune scuole e università, il cuore dell’attività di Laputa nel 2018. Per il 2019, ci stiamo preparando a nuovi modi, ma intanto vi lasciamo con un augurio “a modo nostro”.

Nel gruppo di lettura Dialoghi a fumetti, prima attività lanciata da Laputa, si promuove ad ogni incontro un dialogo accogliente, e si è scelto di lavorare sul “minimo comune multiplo”, proponendolo come metodo di comunicazione: basterebbe che ciascuno di noi pensasse ogni giorno e in ogni comunicazione se il suo “modo” di comunicare tiene ogni volta conto della possibilità di ferire gli altri elementi coinvolti nella comunicazione, ecco che la relazione tornerebbe al centro delle comunicazioni, e non viceversa. In questo la prima connessione che ci viene in mente rispetto ai nostri progetti di educazione diffusa è con il luogo comune e il modo di dire, stereotipi, e in fin dei conti, habitus relazionali che mettono in secondo piano la percezione rispetto alle categorie, l’ascolto rispetto al giudizio, il bisogno di essere al centro della comunicazione rispetto al desiderio di essere per gli altri.

Nei nostri laboratori ci siamo infatti occupati spesso dei luoghi comuni, dei modi di dire, assimilati senza grande consapevolezza, riutilizzati per liberarsi con facilità di una conversazione che può risultare complicata, pesante. Le feste, la chiusura dell’anno, l’inizio di un nuovo anno, sono momenti di propositi per alcuni, di bilanci per altri. Chi ha subito durante l’anno tradimenti, offese, maltrattamenti – da atteggiamenti passivo-aggressivi, menzogne, incasellamenti – potrebbe far fatica a immaginare scenari futuri di rinascita, e i modi di dire soffocano talvolta gli immaginari o offrono strumenti di menzogna a chi cerca una ragione a buon mercato. Tra quelli che più ci colpiscono a fine anno ci sono “impara a lasciarti le cose alle spalle”, usato come sminuimento delle sensazioni di qualcuno rispetto a una violenza grande o piccola; o anche “pensa a te stesso e cerca di essere felice”, usato come augurio, che non solo sminuisce la persona, ma anche le sue capacità di aprirsi all’amicizia nel piccolo, alla società in senso più ampio. E ancora, instaura il binomio egoismo/individualismo=felicità, rendendo sempre più difficile riconoscere la generosità e la costanza nella cura come atteggiamenti positivi; un modo di dire che peraltro, rielaborato e assimilato da chi è più fragile, manipola il modo di percepire se stessi e stimola alla comunicazione violenta e alla negligenza relazionale, alla “libertà” intesa come “far ciò che ci pare” senza considerare i sentimenti di chi ci ha accompagnato per la via o ha accompagnato con dedizione chi ci è caro.

Una grande confusione tra l’attenzione e la cura di sé e delle relazioni autentiche e la sottomissione a relazioni manipolatorie sembra pervadere ogni ambito della società, e si concretizza spesso nell’opportunismo della mistificazione della gratitudine nella sua falsificazione riflessa di ricatto morale, che si presenta laddove si invoca la gratitudine in assenza di relazioni autentiche. Non è il “social network”, la festa passata tra una dipendenza e l’altra, non sono le “amicizie sbagliate”, piuttosto è una sorta di “mitologia dell’allontanamento” a creare la rarefazione degli affetti e l’abbandono che disattende un patto, rendendoci di fatto schiavi della menzogna moderna più diffusa: l’anticonformismo conformista. Com’è nostra consuetudine, ve ne parliamo lasciando raccontare un libro, stavolta però non di fumetti, e formuliamo così un invito a letture del mondo meno scontate, esprimendovi i nostri migliori auguri per un 2019 in cui ogni giorno conosciate qualcosa di nuovo e inaspettato. Crescere e conoscere è utile a preservare e conservare le relazioni autentiche e fondanti, restando umili e aperti al mondo.

Yang Jiaoai si immola in nome dell’amicizia

di Paola Del Zoppo

Nella storia di amicizia Yang Jiaoai si immola in nome dell’amicizia si narra di Jioai, che in una notte di pioggia accoglie Botao, in cammino verso il palazzo del re, condividendo con lui la sua poverissima capanna e il poco cibo. Si tratta della rielaborazione di una storia popolare basata su personaggi esistiti nell’epoca degli stati combattenti Zhanguo  (475-221 a.C., cfr. nota a p. 305).

La storia è inclusa nella raccolta Feng Menglong, Quattordici storie per istruire il mondo (Atmosphere libri, 2018, pp. 155-166, trad. di Antonio Liggiero), che raccoglie appunto 14 delle storie vernacolari della celebre serie Sanyan di dinastia Ming, compilate e adattate da Feng Menglong (1574-1646), fondamentali per lo sviluppo della narrativa vernacolare cinese. “Popolate da studiosi, imperatori, ministri, generali e una galleria di uomini e donne comuni nel loro ambiente quotidiano – mercanti e artigiani, prostitute e cortigiane, sensali e indovini, monaci e monache, servi e cameriere ladri e impostori – i racconti forniscono un vivido panorama del mondo della Cina imperiale prima della fine della dinastia Ming (1368-1644).”[1]

Feng Menlong

La storia di Botao e Jiaoai è una storia antica, dunque, che con tono colloquiale, intessendo credenze e saggezza popolare – ben diversa dal luogo comune – vuole “insegnare” il valore dell’amicizia con dolcezza e ottimismo e scardinando l’idea del sacrificio come atto eroico, portatore di “fama”, per riportarlo alla quotidianità della scelta di condividere il destino degli amici come valore che supera il raggiungimento di una “felicità individuale”.

Nata infatti l’amicizia fraterna dalla generosità, Botao, conversando tutta la notte con Jiaoai, riconosce l’acume del più giovane compagno, fino ad allora vissuto in condizioni estremamente miserevoli:

Jiaoai fece rimanere Botao a casa, lo servì come meglio poteva e fu così che diventarono fratelli. Botao era più grande di cinque anni, quindi Jioai iniziò a chiamarlo fratello maggiore. Dopo tre giorni la pioggia si fermò e le strade si asciugarono, quindi Botao disse: “Caro fratello, saresti capace di fare il primo ministro, abbracci la volontà dello stato, è un peccato che tu non abbia cercato la fortuna e sia rimasto qui nella foresta. – Non era che non volessi, è che non me ne è mai stata data la possibilità.

È la relazione di affetto e fiducia che ispira Yang Jiaoai a seguire Botao nel suo proposito: recarsi al cospetto dei funzionari del re per diventare egli stesso un funzionario nobile, e vivere una vita rispettabile. Botao “usa” l’amicizia per far uscire Jiaoai dall’isolamento, e proprio per il sentimento tra i due, desidera fortemente il successo dell’amico e la valorizzazione del suo ingegno in una cerchia sociale più ampia. I due si incamminano fianco a fianco, ma per la via il freddo, la fame e l’estrema povertà, non consentono a entrambi di giungere a destinazione. Botao, dopo molte difficoltà convince il “fratello” a lasciarlo morire di freddo sotto un albero, acconsentendo però a che Jiaoai torni per dargli una sepoltura dignitosa non appena si sarà sistemato. Di fatto, Botao dona a Jiaoai la possibilità che fino ad allora gli era stata negata, di far valere la propria sapienza e il proprio acume per raggiungere la nobiltà. Jiaoai giunge in città, viene notato dal funzionario preposto all’assunzione degli uomini sapienti che il re cerca per la sua estrema povertà, ma subito si distingue anche per il suo acume, progettando la migliore strategia per il sovrano. Ottiene dunque l’ambita posizione. Per prima cosa, allora, chiede il permesso torna a rendere onore al corpo dell’amico. Fin dalla prima notte dopo la sepoltura, però, il riposo eterno di Botao e con esso il riposo terreno di Jiaoai sono turbati dalla superbia di uno spirito “importante”: si tratta del famosissimo Jing Ke, che aveva attentato alla vita dell’imperatore, il quale non riconosce il valore del sacrificio di Botao, considerandosi, più in alto di lui: “Tu sei una persona morta di fame e di freddo, come osi costruire la bara sulle mie spalle e rovinare il mio Fengshui?”[2].

Jing Ke minaccia l’imperatore

È da questo rapporto con la storia eroica di Jing Ke che la storia di Jiaoai, apparentemente semplice, si svela non solo come exemplum di una scelta di amicizia, ma rovescia, nel rapporto di “marginalità”, di spostamento del punto di vista, la narrazione “di massa” dell’eroe. La giustizia è narrata dal punto di vista di chi non agisce per essere “grande”, ma per senso di autenticità. La storia sposa il punto di vista dei non-eroi, dei piccoli, di chi riesce a scegliere la dignità data non dalla fama, ma dalla relazione con l’altro nell’ambito di una vera conoscenza e di un vero senso di gratitudine, in constrasto con chi coltiva uno spirito eroico, ma poi cade nella trappola dell’autoreferenzialità. Nel rispecchiamento delle due figure di Jing Ke e di Jiaoai si approfondisce il senso della giustizia che non può essere realizzata se non vincolata all’autenticità, alla lealtà e al coltivare l’umiltà e la sapienza al servizio delle relazioni e del rispetto per gli altri.  

Tormentato da Jing Ke, lo spirito di Botao appare di notte all’amico e chiede aiuto. Jiaoai, tenta dapprima di risolvere la questione in maniera terrena, spostando la bara, ma rischia così di offendere gli spiriti e incontra l’opposizione degli abitati del luogo. La tomba di Jing Ke, si trova lì per un altro atto di amicizia, e per questo la sua posizione è sacra:

Questa persona venne uccisa perché aveva tentato di uccidere il re dei Qin, perché la sua tomba è qui? – E gli venne risposto: – Gao Jiangli è di queste parti, sapendo che Jing Ke era stato ucciso e il suo corpo abbandonato nella foresta, ha rubato il cadavere e l’ha sepolto qui, dove la sua anima fa sentire spesso la sua presenza.[3]

Jiaoi resta convinto però di essere nel giusto non solo per la questione in sé, ma per il modo: Jing Ke “pretende”, non chiede né mette in dubbio. Egli è presuntuoso: è convinto di essere superiore a Botao grazie alla propria fama, senza conoscere l’animo di chi gli giace di fianco nella morte. Jiaoai, allora, si rivolge prima allo spirito stesso di Jing Ke, nel tentativo di fargli comprendere l’ingiustizia, la sua errata considerazione della statura morale di Botao, inevitabilmente mettendo in moto il confronto tra l’eroe celebrato, di fatto un assassino che aveva voluto risolvere una sopraffazione con la violenza e con l’inganno, e la dignità di studioso dell’amico fraterno.

[…] iniziò a insultarlo: – Tu sei una persona qualunque di Yan, dopo aver ricevuto il sostegno del principe hai avuto per te concubine e tesori. Non hai pensato a un grande piano per meritare la fiducia degli altri, ma sei entrato nello stato di Qin e hai fatto quello che hai fatto, lì hai perso la vita e danneggiato il tuo paese! E ora vieni qui a spaventare il popolo, e richiedi che ti vengano fatti dei sacrifici! Mio fratello Zuo Botao è un grande studioso, benevolo e giusto, come osi attaccarlo?

Non ottenendo ascolto, Jiaoai cerca di guadagnare a Botao il riposo sereno con altri stratagemmi: obbedendo alla richiesta di Botao stesso gli costruisce dei guerrieri d’erba, compagni per la battaglia della notte. Ne fa in gran numero, ma essi si rivelano comunque insufficienti a battere il potente Jing Ke. Jiaoai comprende infine che è costretto a una scelta estrema. È nell’esaltazione del suo legame con l’amico che la forza dell’eroe-specchio può essere eguagliata, e la potenza guadagnata con la sopraffazione può essere rovesciata, da un atto di completa gratitudine che comunica al mondo il messaggio di una giustizia legata al riconoscimento del reale valore delle persone.

Dalla mostra “Laterna Magica” – Rätisches Museum, Chur, Photo PDZ.

Rendere onore a Botao eliminando il simbolo di Jing Ke non è a sua volta un atto di sopraffazione o violenza – come in un’ottica conformista si tenderebbe a leggere. Anzi, è proprio l’annullamento del “finto eroe” a consentire in un momento solo ristabilimento degli equilibri e l’atto di vera liberazione. La battaglia che si svolge tra gli spiriti è l’annullamento della violenza manipolatoria e non il suo contrario:

Tornato al santuario, scrisse al re di Chu: In passato Botao ha offerto a me i suoi cereali, per questo sono riuscito a vivere e incontrare Sua Maestà. Il titolo di nobiltà conferitomi mi basta per tutta la vita, e nella prossima vita ripagherò il favore con tutto il cuore. Le sue parole erano molto profonde. Diede il rapporto al servo, e poi arrivò sulla tomba di Botao, piangendo, quindi disse a chi lo seguiva: <Mio fratello è stato forzato dallo spirito di Jing Ke, ora non ha via di scampo e io non lo sopporto. Volevo bruciare il suo tempio e dissotterrare il suo cadavere, ma temo che questo vada contro la volontà degli abitanti, quindi ora vorrei diventare uno spirito dell’oltretomba, e aiutare mio fratello a combattere i suoi nemici. Potete seppellire il mio cadavere alla destra della bara di Botao, così la vita e la morte coesisteranno, tutto per ringraziare mio fratello che mi ha donato i suoi cereali. Tornate dal sovrano di Chu, pregatelo di accettare le mie parole, e di mantenere inalterata la topografia del territorio.> Finito di parlare, prese la sua spada e si uccise. I suoi servi non ebbero il tempo di salvarlo, quindi misero subito il corpo in una bara e lo seppellirono a lato di Botao.

Era la seconda guardia notturna, scoppiò una grande tempesta, tuoni e fulmini ovunque, con voci di soldati che gridavano: <Uccidi, uccidi!> che si udivano per decine di chilometri. All’alba si vide questo: la tomba di Jing Ke era stata dissotterrata, le sue ossa disseminate davanti a essa, il pino e il cipresso davanti alla bara avevano le radici tirate via. Il tempio prese improvvisamente fuoco, e bruciò la terra. Nel villaggio erano tutti sorpresi, e si misero a bruciare incenso davanti le tombe di Jiaoai e Botao. I servi tornarono nello stato di Chu, e raccontarono l’avvenuto al re Yuan, che comprese il forte senso di giustizia di Jiaoai e inviò un ufficiale a costruire un tempio davanti alle tombe; in seguito conferì a entrambi un titolo nobiliare postumo, chiamò il tempio Tempio della giustizia e appose una tavola commemorativa. […] C’è un’antica poesia che dice:

Nell’antichità la benevolenza e la giustizia riempivano il cielo, e si vedeva la loro influenza nel cuore delle persone.

Prima dell’autunno venne eretto un tempio per i due studiosi, il cui spirito spesso accompagnava il freddo e la luce della luna.



[1]Cfr. la pagina del sito di Atmosphere libri: www.atmospherelibri.it. Per approfondimenti,oltre alla sintetica e interessantissima postfazione del traduttore Antonio Leggiero, è possibile leggere online anche: A Reconsideration of Some Mysteries concerning Feng Menglong’s Authorship, di Pi-ching Hsu, in <Chinese Literature: Essays, Articles, Reviews> (CLEAR), Vol. 28 (Dec., 2006), pp. 159-183, online free su Jstor. Un saggio critico sulle sanyan è di Luca Stirpe: Echi d’amore. Le Sanyan di Feng Menglong e le fonti in cinese classico (Aracne,  2013), con una ricca anticipazione gratuita online.

[2] P. 163. Jing Ke (morto nel 227 a.C) nella cultura popolare è considerato un eroe: per reagire ai tentativi di unificazione dell’imperatore Qin Shihuangdi, si introduce a corte e tenta di ucciderlo. La sua storia viene narrata nel capitolo: “Biografia degli assassini”, nell’opera Shiji di Sima Qian (刺客列傳). Online si può leggere: FEINMAN, Gary, NICHOLAS, Linda M., HUI, Fang, The imprint of China’s first emperor on the distant realm of eastern Shandong, a cura di Joyce Marcus, University of Michigan, 2010. Nella cultura contemporanea, la storia di Jing Ke è costantemente oggetto di rielaborazioni: il film Wǔxiá L’imperatore e  l’assassino di Chen Kaige (con Gong Li) è ispirato alla storia di Jing Ke; anche il protagonista di Hero di Zhang Yimou (interpretato da Jet Li) è ricalcato sulla figura dell’eroe astuto e abile con la spada, che vuole difendere la diversità dei regni dall’unificazione sotto un unico potere. La storia riecheggia nell’anime Katanagatari (in uscita in inglese a novembre 2018). Nella letteratura contemporanea, una interessante rivisitazione è certamente Il cerchio dell’autore di fantascienza Cixin Liu riporta i valori dell’astuzia e della sapienza al centro della narrazione eroico/speculativa: Jing Ke, invece che attentare direttamente alla vita dell’imperatore si mette al suo servizio (soprattutto per ottenere il segreto della vita eterna cui egli in realtà ambisce). Per farlo, organizza i tre milioni di soldati dell’esercito in unità di calcolo binario. Disarmati e impegnati nella grandiosa operazione, i soldati vengono sterminati dall’esercito nemico, cui Jing Ke è rimasto sempre fedele. (Cfr. tra gli altri, il sussuntivo articolo di Maria Rita Masci su Cixin Liu sulla rivista <Gli asini>: http://gliasinirivista.org/2018/04/cina-la-fantascienza-in-un-paese-di-fantascienza/)

[3] Il “Gao Jianli” racconta della vicenda successiva al fallimento del tentato omicidio del Re di Qin da parte di Jing Ke; il protagonista, Gao Jianli, è un abile suonatore di zhu costretto a vivere in incognito come oste di una locanda poiché colpevole di essere l’amico dell’eroe Jing Ke. Tratto da documenti riportati nello Shiji e in altri testi classici, racconta di come cercherà di riscattare la propria libertà e la sconfitta dell’amico Jing Ke nonché la dignità di tutto il popolo sottomesso.

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ULISSE, STRANIERO E MIGRANTE

Di Andrea Cabassi

                                                            

 

“ … frontiere- quelle vecchie cuciture del mondo passato…”

Patrick Chamoiseau

 

“Sempre devi avere in mente Itaca–

Raggiungerla sia il pensiero costante”.

Costantino Kavafis

 

Sono qui, ritto sulla roccia del promontorio. Osservo le navi sconosciute che stanno veleggiando non tanto distante dalla costa. Mi liscio la barba ormai bianca e mi ravvio i capelli ormai canuti. Metto la mano sulla fronte per farmi ombra e vedere meglio. Il sole luccica sul mare, ma si è alzato un forte vento che spira da oriente.

Benché sia vecchio e i miei muscoli abbiano perso elasticità, gli Itacesi hanno voluto che restassi loro re.

Già da ieri qualcuno dei miei marinai aveva avvistato le navi anche se navigavano lontano, molto lontano. E si sono preoccupati. Mi sono consultato con mio figlio Telemaco e con la mia anziana sposa Penelope. Si è deciso di convocare un’assemblea. È stata una decisione giusta e saggia. All’adunanza tutti hanno partecipato. Tutti sono intervenuti. Qualcuno ha confidato che temeva per la sicurezza dell’isola, i pescatori si sono domandati se non fossero navi di pirati, predoni del mare. Alla fine, però, il parere dell’assemblea è stato che si dovevano rispettare le leggi dell’ospitalità perché da quando si ha memoria di Itaca, da quando c’è Itaca, da quanto gli antenati tramandano di Itaca, sempre lo si è fatto.

Le navi, sospinte dal vento, si stanno avvicinando. Riusciranno ad approdare? Ed è proprio qui che vogliono approdare? Non importa, noi dobbiamo essere preparati.

All’assemblea ho ricordato i miei viaggi, quando varcavo confini, scavalcavo frontiere in balia di venti e burrasche.

Io ospite, io ospitato, io migrante di terra in terra, sballottato sul mare procelloso, io accolto, io osteggiato dall’uomo da un occhio solo, io spaesato tra Lestrigoni e Lotofagi, tra Circe e Calipso, tra Scilla e Cariddi; io sempre tra le tempeste, con la tempesta dentro e Itaca nel cuore.

Io ospite. Ospite dei Feaci. Nausicaa e le sue ancelle mi accolsero sulla spiaggia, straniero e naufrago, con solo uno strato di foglie che copriva malamente le mie nudità. Mi accolsero senza sapere chi io fossi. Per loro ero nessuno. Lo stesso mi portarono alla reggia dove mi accolse Alcinoo, il re. Per Alcinoo ero nessuno, ma fu festa lo stesso, fu musica, fu danza, fu racconto. Con la cetra di Demodoco e le mie parole, ridivenni Ulisse, io che ero stato nessuno. Io, da Eumeo il porcaro non riconosciuto, e che a lui mi presentai come uno straniero dalle lacere vesti, eppure da lui accolto e ospitato come fossi un re anche se mi credeva un mendico.

Le navi sono ancora più vicine, il vento d’oriente non cessa di soffiare.

Ho dato ordine di apprestare viveri e doni.

E che si portino le cetre, sì, le cetre, le cetre.

E che gli aedi, ispirati dal Dio, le accordino all’unisono. E che note e parole si diffondano fra le case e gli orti, per gli uliveti e le spiagge, nella reggia dalle vaste e luminose sale della pietrosa Itaca.

Foto di Luigi Cecchi

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Fumetti, mostri e felicità diffusa

Fumetti, mostri e felicità diffusa

Tra le attività di Laputa spiccano i progetti di educazione diffusa, incentrati sull’alfabetizzazione letteraria, l’avviamento alla lettura dei fumetti e l’uso dell’illustrazione come mezzo comunicativo.

Ribadiamo che è necessario lavorare per “distinguere”, e mai per categorizzare. Distinguere un buon libro da un cattivo libro: perché un buon libro può fare da solo ciò che 50 cattivi libri non faranno mai. Distinguere un buon dialogo da un cattivo dialogo, una buona relazione da una cattiva relazione. Distinguere un buon prodotto artistico da un prodotto che permette di riadagiarsi nella propria comoda convenzionalità. Solo con la consuetudine con l’arte e la buona letteratura si può distinguere una notizia falsa da una vera, un consiglio di lettura capzioso da uno vero, un programma del cinema adeguato da uno condizionante. Cominciamo da questo, per tutti.

Tre dei progetti sono già stati messi in atto con scuole del territorio, e ci siamo particolarmente affezionati. Il primo, IL FUMETTO, COS’E’ E COME FUNZIONA, prevede un percorso di avviamento al fumetto, e ha permesso a ragazzi molto giovani quantomeno di chiedersi se non valga la pena impiegare il tempo in maniera “diversa” e cercare di non svolgere attività che svuotino continuamente di senso il tempo che ci è dato. Un percorso che tocca ognuno di noi, ormai assuefatti all’idea che il tempo sia qualcosa che ci è dovuto, e che tutto quello che viene impiegato per il “dovere” debba poi essere compensato da una uguale quantità di tempo impiegato per il “piacere”. La distinzione stessa ci fa rabbrividire, perché apre scenari di individualismo incontrollato e arriva fino a permettere. nell’esaltazione dell’egoismo e dell’egocentrismo di chi dice “per oggi ho dato”, il maltrattamento di chiunque altro, la scortesia, la maleducazione e quindi una situazione di microaggressività diffusa:

“Il progetto si propone di avvicinare i ragazzi a forme espressive lontane da quanto riconosciuto come norma. A nostro avviso il fumetto è un mezzo espressivo potente e multiforme, che rifiuta di essere incasellato in un sistema di generi e categorie il che lo porta il più delle volte ad essere frainteso o ignorato. Lungi dall’essere una cosa da bambini, come spesso viene definito, è invece uno mezzo che crea e favorisce dinamiche di dialogo.

Inoltre, la sua corretta interpretazione richiede una significativa dose di competenze letterarie, artistiche e relazionali che lo rende un perfetto oggetto di studio.

La grande rilevanza che il fumetto sta acquisendo sul mercato editoriale rende inoltre le professionalità ad esso collegate particolarmente ricercate. Riteniamo che quanti si propongono di avvicinarsi al mondo dell’editoria debbano riflettere attentamente sulle competenze richieste e soprattutto sulle responsabilità proprie di un mercato i cui prodotti sono innanzi tutto prodotti culturali e in quanto tali devono avere valore.”

Un altro progetto che incide significativamente sull’ambito microsociale è stato mutuato e ampliato da un nucleo originario ideato dalla prof.ssa Paola Del Zoppo per l’Associazione Libellula Morlupo, e agisce sul riconoscimento del bullismo e del cyberbullismo tramite l’acquisizione di una consuetudine con il linguaggio e con la letteratura. Laputa ha anche coadiuvato la prof. Del Zoppo nella realizzazione del progetto per conto dell’Università LUMSA di Roma, attuandolo con alcune modifiche (un focus sull’intercultura e uno sulla contraffazione e il diritto d’autore) con una classe di ragazzi del Liceo Dante di Roma.

“Il progetto, parte proprio dalle “intenzioni comunicative “veloci” contemporanee – chat, post in blog, Facebook, Twitter e altri tipi di comunicazione con testo e immagini – per proporre i primi input nel riconoscimento della violenza, della disparità e della manipolazione in molti ambiti di interazione. Si affronteranno temi quali sessismo, vittimismo, razzismo, passività aggressiva, rovesciamento delle posizioni e insulti celati. Sveleremo insieme i tranelli e i trabocchetti di linguaggi che coadiuvano l’affermazione di realtà fittizie e la manipolazione relazionale, allontanando da interazioni autentiche e immergendo in un mondo che talvolta non lascia possibilità di risalita. Alla base resta la concezione che il linguaggio sia di per sé “creatore di mondi” e la profonda e positiva convinzione che si possa interagire con esso plasmando mondi in cui la violenza sia assente.”

Infine, il progetto si coniugava con il nucleo di un bellissimo lavoro svolto dallo scrittore e fumettista Luigi Cecchi, che da uno spunto di Jacopo Masini (anche lui autore di successo), sviluppando un immaginario che gli è molto vicino, è riuscito a coniugare critica sociale e riconoscimento dell’aggressività del conformismo in quanto forma mentale, creando il materiale di una bellissima mostra, in cui sono stati inseriti alcuni lavori degli studenti del Liceo Dante di Roma. La Mostra Mostri & Di-mostri è stata presentata in anteprima in occasione della manifestazione sul volontariato del nostro territorio, e ha così iniziato un percorso che la porterà certo molto lontano, per il suo potenziale comunicativo, artistico e politico. Ecco perché noi di Laputa abbiamo deciso di fare anche di questo un progetto di educazione diffusa, che porti a riflettere sullo stigma sociale e la necessità di sentirsi autorizzati ad essere noi stessi. A qualunque età.

“Sull’orlo del cedimento al mercato della reificazione dei corpi, una reazione estrema è lo sfogo della fantasia, che, sola, può mettere in discussioni i mostri della realtà. Può una creazione essere “mostruosa”? Se sì, ha quindi la creazione una pretesa morale? Se così è, l’unico spazio morale dell’arte è il superamento delle convenzioni, l’apertura di spazi di riflessione che vadano al di là delle concezioni stigmatizzanti o di stigma rovesciato, cioè di valorizzazione di ciò che appare normale.” Il progetto si propone di lavorare attraverso la creatività sulla stigmatizzazione e le piccole e grandi manipolazioni del conformismo, per permettere ai partecipanti di esprimere giudizi sul conflitto sociale in un’ottica comunicativa.È un progetto particolarmente versatile perché si può attuare con tutte le fasce d’età, dalla scuola media inferiore in poi.”

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“We come in peace” – Happy Birthday Mr. Burton.

“We come in peace” – Happy Birthday Mr. Burton.

di Paola Del Zoppo

Nel 1999 usciva Il mistero di Sleepy Hollow. Ho un ricordo molto preciso della sera in cui andai al cinema con un gruppo di amici che non frequento più se non per un paio di persone. Al termine del film, uscendo, i commenti negativi erano del tenore di: “ma che scemenza”, “roba per ragazzini”, “ma che, manco faceva paura”. Il terrore che avevano ispirato in me alcune scene del film, la tristezza e l’ammirazione per quel racconto di consapevole rassegnazione alla malinconia, che solo può slittare nella speranza, nella consapevolezza di sé e nella volontà di reagire anche a ciò che sembra ovvio, evidentemente non erano stati compresi. Questo fu il mio pensiero sulle schermaglie amicali rispetto al film. Eppure, dopo tanto tempo e ripensando oggi a quella sera, forse perché di quegli amici non so quasi più nulla, mi viene in mente che il film l’avevano capito benissimo. Evidentemente in quegli occhi c’erano cortine contro il freddo dei colori e la sottile ironia dolorosa della maschera del cavaliere, tende oscuranti contro la rappresentazione rovesciata della fanciulla indifesa e della tangibilità del dolore e delle paure dell'”investigatore”, topos decostruito del campione simbolico della razionalità occidentale. Il mistero di Sleepy Hollow, come la maggior parte dei film di Burton, nella rielaborazione della riscrittura filmica si avvicina alla parodia: del gotico in generale, e del racconto a cui è ispirato in particolare, perché qui Ichabod “senza gloria” Crane sceglie di abbandonare la razionalità in favore della superstizione. Ecco che quel film quindi parlava proprio di ciò che stava accadendo al mondo occidentale in quel momento, evidenziava l’errore del cedere alla paura della perdita di controllo, che suggerisce sempre strategie imprecise per mantenere una integrità fittizia a scapito della compiutezza. Sleepy Hollow è annoverato tra i migliori film di Burton, e questo con buona pace di chi non colse la potenza di quella rappresentazione dei presupposti sbagliati su cui si fonda la borghesia occidentale. O meglio delle narrazioni occidentali falsate sulla necessità di una impostazione illuminista della società. Ma, soprattutto, di chi rifiutò l’emozione, la paura che con tutto questo era connessa, mancandogli il coraggio di superare nella vita reale l’empasse rappresentata con tanta finezza nelle sequenze più inquietanti.

Insidiati dai vari Beetlejuice, ma anche da chi non li vuole vedere, “bullizzati” come Edward Mani di forbice, denigrati e incompresi come Ed Wood, mantenere l’innocenza al giorno d’oggi come allora è “roba per ragazzini”, e le ferite che derivano dalle incomprensioni rischiano di allontanarci dalla capacità di percepire il mondo al di là delle sue quotidiane asperità. Forse incerto sul recepimento del messaggio, Burton ce lo ha spiegato quasi pedantemente, affinché fosse inequivocabile, nel piccolo capolavoro che è Big Fish. Se è vero che non c’è separazione tra il mondo fiabesco e la realtà, e che il racconto fantastico può essere una proiezione, un’ombra, o una distorsione e talvolta uno specchio utile a restituire immagini “ripulite” di ciò che potrebbe esistere, il disagio è generato dall’intuizione o dal sospetto  che la narrazione strana, unheimlich, semplicemente ritragga ciò che effettivamente è la quotidianità. Magari tramite una rappresentazione colorata e fiorita di ciò che il mondo borghese e i benpensanti degli ultimi cinquanta anni hanno lavorato per decostruire: il grande amore, la gioia della coscienza di sé, la fedeltà a un ideale, la possibilità di gestire la propria vita fuori dagli schemi di una democrazia indotta, sono improvvisamente, sullo schermo, ben reali e immediatamente relazionabili con un’esperienza personale. Incubo e sogno non sono definiti mai per opposizione, nel cinema di Burton, né lo sono la vita della fantasia e quella della ragione. Perché d’altro canto, la paura, la malinconia, la tristezza sono emozioni reali e relazionali, molto più fruttuose sebbene più faticose di una risata spensierata.

Ten fingers, ten toes,
he had plumbing and sight.
He could hear, he could feel,
but normal?
Not quite.
This unnatural birth, this canker, this blight,
was the start and the end and the sum of their plight.

D’altra parte, prima della discussione sul raffinato Sleepy Hollow, qualcuno nel mio gruppo di amici aveva già provato a comunicare l’intelligenza di Mars Attacks durante un cineforum di quelli di un tempo. La cosa singolare fu il rifiuto del film da parte di quegli amici engagé che rifiutavano Indipendence Day e Star Wars, e l’apprezzamento di chi invece era un patito di film “commerciali” di fantascienza e avventura. Il rifiuto raramente genera conoscenza, in effetti. Gli alieni di Burton sono cattivi quanto quelli di Emmerich, o meglio, sanno essere ancora più sadici, e mettono più inquietudine perché innegabilmente corporei. Se si suona un motivo country è facile fargli esplodere la testa, e il liquido verdastro e limaccioso che ne fuoriesce è esattamente come tutti ce lo immaginavamo. Ma c’è di più nel film: gli alieni sono dei guardoni che comprendono perfettamente le distorte ed estremizzate pulsioni sessuali del segretario di Stato Jerry Ross, sono vanesii e si fanno fotografare eccitati e sorridenti davanti ai grandi monumenti, prima di distruggerli e godere delle macerie. Il mostro e l’umano si somigliano moltissimo. Non hanno etica, non sono interessati ad avere uno scopo al di là dell’opera di distruzione e della momentanea allegria. Nel tripudio di colori il film scivola in un’atmosfera satanica, lasciandoci con la certezza di non poter sopravvivere a una invasione, e forse con il dubbio che sarebbe in effetti meglio non lasciar sopravvivere la razza umana, tra culto dell’autorità e miti dell’identità “culturale”, ma rimane la malinconia, la tenerezza per la commedia umana ritratta “sulla terra”, composta di esseri infinitesimali, accomunati da un male di vivere traslucido e inevitabile, che dalla satira vira al romanticismo dell’eroe minuscolo.

“Really, sweetheart,” she said

I don’t mean to make fun,

but something smells fishy

 and I think it’s our son

Lungi dall’essere solo un parametro per comprendere l’apertura mentale degli amici e la loro possibilità di proseguire un cammino al nostro fianco, i film di Tim Burton sono innanzitutto operazioni d’arte cinematografica in un’accezione oggi quasi retrò. Se si chiede ai cinefili e ai critici quale sia tra essi il loro film preferito indicheranno sempre gli stessi, per quella splendida coerenza di luce, colori, musica e messaggio, i primi “perché sono i primi”, poi Ed Wood, Mars Attacks, Sleepy Hollow, Big Fish, magari Sweeney Todd, qualcuno anche le animazioni in stop motion, i più coraggiosi almeno il secondo Batman. Ma se si chiede a chi va al cinema per emozionarsi, ogni persona indicherà un film diverso compresi Willy Wonka o Il pianeta delle scimmie, o persino Dark Shadows con i suoi sprazzi di genialità e qualcuno dirà forse “tutti”, probabilmente con un sorriso. “Tutti, o quasi tutti”, direi anche io, salvando persino i film meno riusciti, con quelle scene sopra le righe, il trucco banalizzato, il gioco dei colori infantilizzato. Caratteristiche che però non “sfuggono” alla regia volitiva di Burton, ma che anzi sembrano accentuate intenzionalmente, esasperate, nell’ultima fase della sua cinematografia. Burton gioca con la dissimulazione di sé per insistere nell’aprire i varchi oltre lo schermo. Ci lascia perplessi a osservare la natura progettuale di alcuni film, spesso facendoci propendere, come un tempo accadeva con quegli altri film poi riguadagnati poi alla critica, per la sciatteria o l’esagerazione, ma poi ci ricorda che siamo noi che amavamo Mars Attacks e Sleepy Hollow i suoi Ed Wood o Edward Bloom. E allora tutto si chiarisce. Perché è contro la determinazione insidiosa di uniformare lo sguardo, che Burton si permette a volte di banalizzare o di strafare, rivelando, ad esempio nella danza sconnessa e grottesca di Johnny Depp nel finale di Alice – ma non solo – la gratuità di una brutta scena, e le sfaccettature del giudizio di valore. Molti lo hanno fatto prima di lui, troppi non lo fanno più.

She railed at the doctor:
“He cannot be mine.
He smells of the ocean, of seaweed and brine.”

È un processo evolutivo coerente, a ben guardare, che partiva dalla volontà di non definire il suo possibile pubblico. Forse proprio adesso, allora, che i film vengono confezionati per un pubblico sempre più specifico (e purtroppo questo vale maggiormente per i film che si vogliono dire “engagé”) il linguaggio multiforme e sinestetico dei film di Burton meriterebbe grande attenzione sia nei recuperi dei film che hanno definito lo stile “burtoniano”, sia di quelli che lo tradiscono, di certo non senza consapevolezza del regista. Quanti modi ci sono per perdere l’innocenza e la purezza dello sguardo? Forse tanti quanti sono i film di Burton, che, ad una seconda analisi, rivelano sempre il livello metafilmico, talvolta forzando e rompendo la cortina di separazione con lo spettatore pur di ottenere una reazione, o almeno un dubbio sullo stato delle cose. Invece, più o meno con successo, Burton tenta ancora, ogni volta, di criticare una parte del suo stesso pubblico, e insieme la critica e il mondo cinematografico. Se ormai i film sono in pasto alla critica di tutti, alla superbia dell’ignoranza, è vero anche che si rischia sempre di più di andare al cinema – quando ancora ci si va – per dimostrare o poter raccontare di aver visto il dato film, per potersi dire cinefili in base a categorie prestabilite. Il rovescio del ricamo ben delineato dell’atteggiamento snob di chi rifiuta i prodotti “per intellettuali”.

Nessun regista è perfetto, e forse nessuna opera d’arte. Però si può sempre decidere come guardare ciò che vediamo. Quello che ci ha chiesto finora Tim Burton è di guardare alle cose con stupore, innocenza e quella sorta di coraggio che abbiamo solo se non fruiamo di un’opera per doverla raccontare, magari a qualcuno che ci giudicherà per il racconto.

As he picked up his son,
Sam dripped on his coat.
With the shell to his lips,
Sam slipped down his throat.

They burried him quickly in the sand by the sea
-sighed a prayer, wept a tear-
and they were back home by three.

NOTE:

Il testo in corsivo è tratto dalla poesia di Tim Burton The Melancholy Death of Oyster Boy. La versione italiana del libro che la contiene è ad opera di Nico Orengo per Einaudi (2006). Qui un link a una bella lettura del testo, voce di Drew Fuccillo, qui a una versione animata. 

L’immagine di copertina è un montaggio di Where Ever You Shall Go (S), (centro) Peek-a-boo and (D) Hope di Yasela Maldonado esposte alla East End Studio Gallery nella mostra “Crazy Reality” una Tim Burton Tribute Art Exhibition tenutasi nel 2016, di cui trovate notizie qui.

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