Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

 

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti

Sabato primo dicembre ci sarà l’evento-lancio del progetto ZerOmagazine 2019, progetto ideato dal Centro Libellula Morlupo, che ha visto congiungersi in maniera innovativa e del tutto trasversale istanze socioculturali che avevano davvero bisogno di essere riconnesse: intergenerazionalità, dialogo letterario, ricerca sociale, attenzione alle fragilità relazionali, a temi scottanti come bullismo, intercultura, manipolazione, sessismo, e che ha scelto, nella sua formula magazine, di dare a questi dialoghi dei contorni ben definiti affinché l’azione sociale sia davvero inclusiva. Questo anno a a venire, il progetto porta lo slogan #nessunoescluso e così vogliamo che sia. Laputa collabora in diversi modi, ma soprattutto con l’organizzazione di un evento cittadino in cui due “mastri fumettisti”, autori di acute parodie e significativa comunicazione a fumetti sul pensiero critico, interverranno per raccontarci di sé e della loro arte: Fran de Martino e Luigi Cecchi (Bigio). In attesa della presentazione pubblica del primo dicembre e dell’evento fumettistico di febbraio, pubblichiamo qui un articolo apparso nel numero 2 di ZerOmagazine, a firma di Paola Del Zoppo, che partendo da alcune implicazioni pedagogiche, congiunge fumetto, poesia e riflessione sociale, marginalità e centralità, tutti temi cari a Laputa, che aprono ai nuovi discorsi di quest’anno.

Oltre i pregiudizi, parole a fumetti, di Paola Del Zoppo

(Articolo apparso su ZerOmagazine 2018, pp. 4-5.)

I progetti sperimentali sull’alfabetizzazione letteraria si connettono alla scrittura poetica e allo sviluppo delle potenzialità degli alunni, e prima ancora al riconoscimento di queste potenzialità, spesso non valorizzate in altri ambiti. L’abilità di leggere e interpretare un testo o costruire un discorso, sono soft skills che si fa fatica a riportare al giusto grado di rilevanza, dopo alcuni decenni di decostruzione del valore delle capacità intellettuali (vedi Frank Furedi e Martha Nussbaum tra gli altri). Un esperimento del 2002 di “poetic literacy”, riportato in un articolo scientifico, puntava all’empowerment in classi di adolescenti. Uno dei partecipanti, al termine del corso, esclamava: “Now I believe If I can write I can do anything”.

Sulle capacità di gestione di sé, delle relazioni, delle visioni del mondo e delle proprie potenzialità si era già attivato a Morlupo il laboratorio gestito dall’Associazione Libellula con il progetto ZerOmagazine 2017, che, come testimoniato dal precedente numero di questa rivista, ha permesso agli alunni di entrare in contatto con delle possibilità di gestione della quotidianità e del sé che altrimenti sarebbero rimaste in ombra, avvicinando la scrittura e la consuetudine con la parola scritta a dei meccanismi di coping per un ampio spettro di situazioni. Il primo e fondamentale momento è stato, nel progetto ZerOmagazine come in molti progetti di alfabetizzazione letteraria di pari livello, un lavoro sulla parola, sul rapporto che abbiamo con le parole e con l’organizzazione del discorso e degli habitus discorsivi, per allontanare le parole stesse da una retorica che troppo spesso è solo strumento di manipolazione. Allora il compito del poeta e dell’insegnante di poesia è di restituire una nuova dimensione alle parole già troppo usate, come esprimeva Hilde Domin nella strofa centrale di un famoso componimento:

 

[…]Parola libertà che voglio irruvidire

ti voglio riempire di schegge di vetro

così è difficile tenerti sulla lingua

non diventi la palla di nessuno. […]

Questo nodo essenziale trova poi una piena realizzazione nel processo guidato di scrittura, che si tratti di scrittura poetica, narrativa o per immagini. La scrittura poetica in particolare offre l’occasione di scardinare i molti pregiudizi di cui la poesia e l’attività intellettuale in generale soffrono e insieme “godono” in Italia, dipendenti da una “gabbia” di status di arte/ competenza “difficile” e insieme legata a una retorica della spontaneità, o dell’idealismo staccato dalla “concretezza” (quotidiana, politica, socioeconomica). Per quanto riguarda in particolare la poesia, il pregiudizio è inoltre connesso con l’idea che la composizione poetica (o comunque la scrittura finzionale) sia una capacità “innata”, o anzi addirittura un’identità: “Poeti si nasce, non si diventa”. Si tratta anche qui di una maltrasmessa eredità idealistica e dell’associazione della poesia a un impeto emotivo, piuttosto che a un sorvegliato e complesso esercizio di rielaborazione mimetica e retorico-linguistica del pensiero, sia che si tratti di poesia originale, personale, “sperimentale” (e quindi di letteratura) o di un atto poetico che si presenta come epigonale. Ancora oggi i testi poetici (e poietici) più interessanti e forieri di significati restano quelli in cui oltre a un tema “oggetto” compare nel testo una riflessione sul fare creazione: la poesia e la letteratura tout court raggiungono livelli eccelsi quando riescono a coniugare la loro realizzazione con una riflessione sul loro oggetto che è associabile alla poesia.

Il “fumetto” viene –ancora ed erroneamente – assegnato a un ambito letterario diametralmente opposto alla poesia per quanto riguarda il canone “formativo” e lo status, ma nella sua considerazione di mezzo di espressione o trasmissione di saperi e narrazioni più “immediate”, soffre di molti pregiudizi associabili a quelli di cui si ammanta la composizione poetica: Come rileva la pedagogista Luciana Bellatalla nell’introduzione all’interessante volume di Anna Ranon Poeti sui banchi di scuola (2012) che analizza operati, potenzialità e proposte per un’analisi pedagogica dell’educazione alla poesia, i pregiudizi – sempre deleteri – possono offrire spunti di correzione e approfondimento: “a) la poesia è un moto spontaneo dell’animo ed un’effusione libera e piena di sentimenti; b) il poeta è, dunque, tale per una sorta di stato di grazia (spesso irripetibile), intimo ed immediato, che, per esprimersi, non richiede filtri sofisticati o strumenti particolari di natura tecnica e culturale; c) il bambino è poeta per eccellenza, giacché vive in una condizione emotivamente ed affettivamente privilegiata.” (p. 10). Per il fumetto potremmo giustapporre: a) il fumetto è immediatamente comprensibile e il pensare a fumetti più spontaneo; b) il disegnatore/ fumettista ha il “dono” del disegno, non ha affinato un artigianato; c) il fumetto è un’arte per bambini perché è divertente e più immediatamente comprensibile a livello anche non razionale. Quindi, sempre seguendo la linea decostruens di Bellatalla, se la poesia è: “una attività espressiva potenzialmente universale; va incoraggiata nei fanciulli; è un argine contro la dissoluzione del soggetto, la crisi dei valori e finisce per essere il mezzo salvifico dell’umanità, perché riporta l’uomo alla sua interiorità, alla “genuinità” dei sentimenti e, infine, alla dimensione della speranza e della libertà.” (ibd.), al fumetto, anche senza procedere punto per punto, riconosciamo simili potenzialità. Viene pertanto trattato alla stessa stregua nell’educazione scolastica e oltre. Inoltre, la decostruzione della figura dell’intellettuale e del pensatore artista in generale, cui si accennava sopra, opera inoltre in senso più profondo negli ambienti stessi di creatori ed editori di fumetti (come in tutto il mercato delle lettere) conducendo a una più ampia diffusione di ciò che corrisponde a quanto sopra e di ciò che, per questi pregiudizi o per ragioni ancor meno edificanti, è considerato o è più “vendibile”. La storia del fumetto come arte e come espressione letteraria non è ancora patrimonio comune occidentale. Inoltre, se come Lyotard ricordava, non siamo più in un’epoca di grandi narrazioni, è vero però che le grandi narrazioni del mercato influenzano le nostre valutazioni in maniera più o meno percettibile.

E il mercato ha per troppo tempo, e sicuramente negli ultimi 30 anni, ridotto nella cultura di massa il fumetto a componente voyeuristica e semplificatoria che ha rimpiazzato e depotenziato la sua natura eversiva. Il fumetto d’autore occupa di fatto ancora, o di nuovo, una nicchia del mercato. Saper riconoscere una buona sceneggiatura e un tratto originale e caratteristico, dunque stilisticamente e esteticamente valido, non è un atto di lettura o interpretazione meno strutturato rispetto al confronto con la letteratura o persino con la filosofia. Al contrario: la possibilità di decifrare e comunicare dei messaggi tramite la “traduzione” in forme d’arte, che rappresentano uno spazio ricettivo “positivo” e di base neutro, accogliente, ma non autoreferenziale, rende ai ragazzi più giovani un forte sentimento di autonomia nella lettura del mondo e nella sua rappresentazione, fornendo quindi un’ottima occasione di scardinamento di mentalità basate sull’autoritarismo, il paternalismo, la logica del più forte. È necessario però associare alla creatività una relazione, orizzontale con l’ambiente circostante, verticale nella stratificazione artistica. In questo un ruolo fondamentale (anche perché esterno alla narrazione del mercato) è svolto da Biblioteche e fondi librari. Tra questi, il Fondo librario di poesia di Morlupo, gestito e promosso dall’Associazione Libellula, rappresenta uno degli esperimenti più interessanti e riusciti degli ultimi anni, con una collezione di poesia e opere di pensiero poetico tra le più ricche d’Italia, offrendo la possibilità di confrontarsi con una memoria artistica che rende alla tradizione il giusto valore di exemplum.

Nella sua strutturazione e nella posizione “periferica” rispetto al centro della “grande città” italiana è in sé un nucleo di rielaborazione attiva di concetti spaziali gerarchici fuorvianti e legati a tutto ciò di cui si è scritto sopra (ad esempio il concetto di centro/ periferia) davvero poco utili al miglioramento della condizione umana contemporanea e nel contempo lontano dalle vuote retoriche sugli spazi fintamente democratici della rete 2.0, in cui le relazioni sono assenti e ben poco modificabili nel tempo. Il rapporto sfumato tra centro e periferia e il peso specifico differente che un’operazione socio culturale come quella di Libellula, coadiuvata quest’anno dall’associazione Laputa (non a caso anch’essa nata da esigenze di ricollocazione e rivalutazione culturale di una provincia che è ormai periferia) dà alle “narrazioni del margine” rappresenta oggigiorno un vero e proprio esperimento di impegno per l’utopia.

 

Testi citati

Hilde Domin, Ti voglio, in Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore, 2015 (trad. Ondina Granato).

Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali, Raffaello Cortina Editore, 2007

Martha Nussbaum, Coltivare l’umanità, Carocci, 1997

Anna Ranon, Poeti sui banchi di scuola, Franco Angeli, 2002

Angela M. Wiseman, “Now I believe if I write I can do anything”: Using poetry to create opportunities for engagement and learning in the language arts classroom, in <Journal of Language and Literacy Education>, n. 6 (2, 2010), 22-33.

La striscia è di Luigi Cecchi, in Le avventure di Ugi & Calebrina, Mini G4m3s Studio, 2018

 

Days di Luigi Cecchi – Perché tornare a parlare di “fumetti”.

Days di Luigi Cecchi – Perché tornare a parlare di “fumetti”.

Invece, nonostante il grande lavoro per emancipare il fumetto, difficilmente questo viene trattato e analizzato come una creazione significativa in sé e quindi degna di essere presa in considerazione e presentata al pubblico come un’opera letteraria compiuta.

 

FUMETTO: futuro prossimo di Ilaria Troncacci

Tra le molte possibilità che si offrono ad una realtà associativa come quella di Laputa, l’ipotesi di proporre prodotti editoriali era apparsa fin da subito come desiderabile. Il fatto di avere effettivamente l’occasione di esplorare questa dimensione in tempi tanto brevi è contemporaneamente emozionante e intimorente. Emozionante, perché ci permette di mostrare cosa per noi vuol dire davvero far fumetto in Italia oggi, e far sentire la propria voce in un momento in cui anche la grande editoria sta scoprendo il mondo del fumetto, mette inevitabilmente in dialogo con “i grandi”, qualunque cosa questo possa voler dire. Intimorente, perché il fumetto di Luigi Cecchi che presetiamo è un’ottima sintesi di tecnica, messaggio, contenuto e intertestualità, vera letteratura insomma. Non a caso l’autore è un autore a tutto tondo, scrittore, sceneggiatore, disegnatore. Questo ci carica di responsabilità, sia rispetto all’opera in sé, sia rispetto al modo in cui questa viene presentata.

Per questo abbiamo deciso di accompagnare i fumetti ad un testo critico di Paola Del Zoppo, esperta di letteratura e critica testuale e culturale. Purtroppo, infatti, solo raramente gli strumenti della critica letteraria e dell’accademia vengono “prestati” al fumetto. Fumetto e accademia, come fumetto e poesia, sono realtà che ancora difficilmente vengono poste in dialogo. Ma non esistono compartimenti stagni fra le arti o fra i saperi e non esiste una gerarchia tra di essi. Se un’opera è valida, è anche naturalmente e autonomamente in relazione con tutto il resto.

Invece, nonostante il grande lavoro per emancipare il fumetto, difficilmente questo viene trattato e analizzato come una creazione significativa in sé e quindi degna di essere presa in considerazione e presentata al pubblico come un’opera letteraria compiuta. La possibilità di avviare la nostra produzione editoriale con questo titolo è stata meditata a lungo e fortemente voluta, perché per noi l’impostazione di questo volume ha la funzione di un manifesto che risponde alla domanda:

“Che cos’è per Laputa il fumetto?”

In Italia, come accennato, il fumetto sta attirando l’attenzione di grandi case editrici, anche di “varia” come Feltrinelli o Mondadori, che hanno lanciato collane nuove interamente dedicate al panorama fumettistico, profittando degli sforzi di case editrici più piccole che per decenni hanno lavorato per ripulire l’immagine del fumetto e ricostruirne la dignità.

Dietro la nostra scelta di inserirci in questo panorama fiorente, apparentemente ricco di nuove proposte e di concorrenza, c’è la volontà di effettuare una lieve virata, perché ,di fatto, il rischio che vengano proposti fumetti di scarsa profondità è più elevato. Crediamo invece fermamente nel valore del fumetto come espressione artistica e riteniamo che nel generoso sforzo di restituire a questo mezzo una meritata posizione, si sia lavorato per molti anni per “difetto” (il fumetto non è…) mettendo da parte molte opere belle e degne. Si è rischiato così di tenere il fumetto ancorato ad un immaginario scomodo, con l’inevitabile conseguenza di limitarne il potenziale eversivo. Vorremmo che il fumetto uscisse dalla fase di transizione in cui per affermare sé stesso rischia di dover passare per l’essere qualcos’altro. Non ce ne voglia quindi chi, lavorando sodo per vedere riconosciuti i propri sforzi, ha fatto leva sull’idea di graphic novel per togliere dagli occhi e dalle menti delle persone il modello dei “giornalini per ragazzi”. Senza di loro non saremmo qui, e il nostro debito è grande, ma il nostro intento e forse la nostra ambizione sono quelli di scoprire, leggere, pubblicare e parlare di “fumetti”.

 

 

Non solo perché crediamo che riappropriarsi della propria identità autonoma sia un passaggio fondamentale, ma anche perché non tutti i bei fumetti possono rientrare sotto l’etichetta di graphic novel, così come non tutti i graphic novel sono dei bei fumetti. La definizione in sé d’altronde evidenzia la contraddizione. Esistono infatti bei romanzi e romanzi pessimi, allo stesso modo esistono romanzi grafici meravigliosi e altri dimenticabili, molti altri semplicemente non sono romanzi. D’altro canto anche “romanzo” non dice niente dell’opera in sé e rischia di categorizzare in modo ancor più vago e limitante. In tempi non sospetti Roberto De Angelis, in una bella introduzione ad una raccolta di Nathan Never, scriveva: “Il fumetto non è un genere. Il fumetto usa, invade, sminuzza, fagocita, analizza, rinnova, distrugge, rivisita, esalta la fantascienza, l’horror, il poliziesco ecc…”

Proprio questa libertà del fumetto ha messo in difficoltà chi ha cercato di inserirlo in un panorama editoriale sempre più votato alla vendibilità che alla qualità del prodotto artistico. Ad esserne uscite fortemente svalorizzate sono state soprattutto le produzioni seriali. Risulta quanto meno bizzarro, se non paradossale, che in un momento in cui la serialità in campo cinematografico e letterario sta guadagnando una posizione rilevante e va ad occupare lo spazio che una volta era forse occupato proprio dai romanzi “a puntate” pubblicati sui giornali, il mondo del fumetto rinneghi invece una dimensione che, soprattutto in Italia, era sua da sempre, prendendo le distanze da un tempo narrativo che porta ad un coinvolgimento emotivo e relazionale comparabile solo con le grandi saghe familiari proprie di altri tempi, e di cui evidentemente il nostro tempo sente di avere bisogno. La questione va però oltre: la maggior parte delle opere definite graphic novel, inteso come sinonimo di “opera autoriale”, non ha struttura e tempi narrativi collegabili al romanzo. Guardati attraverso quella lente i fumetti ne escono deformati.

 

Nel caso di questo fumetto, allora, si potrebbe più propriamente parlare di novelle a fumetti (che anglicizzato sarebbe un universale graphic tales): novelle, short stories, racconti – già di per sé generi ancora in discussione – perché hanno la struttura e l’andamento del racconto o dell’exemplum, e non del romanzo. Delle forme brevi ripropongono la complessità, la sintesi e un certo ermetismo che sfida il lettore ad andare oltre ciò che è raccontato per trovare una chiave di lettura che ne sveli la profondità. Come tutti i buoni racconti, i due fumetti proposti in questo volume giocano con la propria collocazione e categorizzazione, sia nei temi che nelle forme. I personaggi non sono ciò che ci aspettiamo sebbene a prima vista siano perfettamente riconoscibili e categorizzabili. L’autore ci sprona a guardare oltre e lo fa con ogni mezzo a sua disposizione. Ci sprona a far dialogare le sue opere con ciò che conosciamo e quindi a riguardare il nostro mondo attraverso le nuove chiavi di lettura che ci fornisce. Ci invita a decodificare ciò che viviamo e che inseriamo in categorie comode, ma pericolose. Questa è una sfida che raccogliamo volentieri e rilanciamo.

Una sfida che per noi parte appunto dal fumetto.

Incontri ravvicinati del miglior tipo – La cultura come risposta al disagio

Incontri ravvicinati del miglior tipo – La cultura come risposta al disagio

Laputa insiste sulla necessità di lavorare per “distinguere”, e mai per categorizzare. Distinguere un buon libro da un cattivo libro: perché un buon libro può fare da solo ciò che 50 cattivi libri non faranno mai. Distinguere un buon dialogo da un cattivo dialogo, una buona relazione da una cattiva relazione. Distinguere un buon prodotto artistico da un prodotto che permette di riadagiarsi nella propria comoda convenzionalità. Solo con la consuetudine con l’arte e la buona letteratura si può distinguere una notizia falsa da una vera, un consiglio di lettura capzioso da uno vero, un programma del cinema adeguato da uno condizionante. Cominciamo da questo, per tutti.
 
 
Si è svolto ieri sera il bell’incontro nell’ambito della Festa del Volontariato sulla cultura come risposta al disagio. Simona di Paolo, coordinatrice dell’ufficio del piano di Zona (che opera su 5 comuni) ha chiaramemente delineato una casistica di solitudine e carenze relazionali sia nei giovani che negli adulti, insistendo sulla necessità di un approccio sistemico, denunciando la cultura dell’aggressività e delle differenze di genere, delle disparità generazionali e della discriminazione delle “malattie”. Racconta, Simona Di Paolo, di giovani e meno giovani che in numero consistente, vivono situazioni di depressione maggiore o disturbi relazionali di vario tipo, con gravi casi di autolesionismo e di isolamento. 
Sono presenti anche Brunella Bassetti, volontaria Ibby Italia e esperta di processi culturali, Silvia Lechiancole, Presidente della consulta culturale di Oriolo, Marzia Zuccari, presidente dell’Associazione Guardiamo oltre e membro fondatore di Laputa. 
I ragazzi dell’Agesci di Bracciano, che stanno svolgendo da due anni un’indagine sulla “qualità della vita” sul territorio, hanno denunciato nettamente: i genitori preferiscono tenere i ragazzi in casa, piuttosto che stimolarli all’interazione sociale; la biblioteca non offre servizi adeguati a un livello adulto; non ci sono occasioni di “svago intellettuale”.
Noi di Laputa abbiamo insistito, come ci è proprio, sulla necessità di andare oltre il linguaggio aggressivo, di lavorare sulla possibilità di avere relazioni sane, di lavorare sulla capacità di dialogo, di espressione, e non solo nei giovani, bensì prevalentemente nella fascia d’età tra i 30 e i 50 anni, di uscire dalle categorie e dalle categorizzazioni.
Tra le buone pratiche, Brunella Bassetti racconta della condivisione culturale in un centro di accoglienza a Lampedusa, e ricorda quanto la “cultura del mare” sia una cultura di accoglienza e condivisione.
Silvia Lechiancole presenta l’iniziativa oriolese della biblioteca diffusa, con commercianti ed esercenti che si fanno “bibliotecari a tema”.
Marzia Zuccari ricorda la necessità della condivisione e il potenziale stressogeno dell’isolamento di chi vive situazioni di disagio mentale più o meno gravi.
Laputa insiste sulla necessità di lavorare per “distinguere”, e mai per categorizzare. Distinguere un buon libro da un cattivo libro: perché un buon libro può fare da solo ciò che 50 cattivi libri non faranno mai. Un buon dialogo da un cattivo dialogo, una buona relazione da una cattiva relazione. Distinguere un buon prodotto artistico da un prodotto che permette di riadagiarsi nella propria comoda convenzionalità.
Solo con la consuetudine con l’arte e la buona letteratura si può distinguere una notizia falsa da una vera, un consiglio di lettura capzioso da uno vero, un programma del cinema adeguato da uno condizionante. Cominciamo da questo, per tutti, soprattutto quando la denuncia e la polemica rischiano di prenderci la mano impedendoci di vedere chi abbiamo di fronte. 
Autorità e autorevolezza sono state parole chiave nell’incontro. La cultura permette di muoversi solo nell’ambito dell’autorevolezza, di essere in grado di rispondere e prima ancora di percepire i lievi sfasamenti di piani. Permette di distinguere l’ironia dall’aggressione, l’originalità dalla finta trasgressione, la voglia di emergere dall’intenzione di “fare per altri”, il bisogno di affermare la propria personalità tramite la polemica dalla volontà di creare una rete di relazioni autentiche. La buona letteratura, la buona scrittura, permette di uscire dalla relazione patemica e instaurare relazioni intellettuali, durature, basate sulla stima reciproca e sulla capacità di dialogare con l’altro di qualcosa anche al di fuori di sé. Un buon libro e un buon film permettono di riconoscere tutte quelle microaggressioni di cui siamo quotidianamente vittime. Nel lungo periodo, riuscire a distinguere chi parla male, chi pensa male, aiuta a non discriminare perché aiuta a non avere paura dell’altro. Se poi i libri sono vera letteratura, aiutano anche a essere liberi, e chissà, persino a capire l’importanza del dedicarsi agli altri.
Vignette di Luigi Cecchi per Laputa.
In vece di uno statuto, la Carta d’intenti di Laputa.

In vece di uno statuto, la Carta d’intenti di Laputa.

La lettura del rispetto

Se leggete solo libri che tutti gli altri stanno leggendo, state pensando solo ciò che chiunque altro sta pensando.

Haruki Murakami

 

L’ associazione Laputa nasce all’inizio del 2017 con l’intento di promuovere iniziative culturali che siano di stimolo al territorio, contribuendo a formare una società dinamica e non fossilizzata su categorie e stereotipi che interferiscono con un naturale e giusto progresso.
Miriamo a costruire un piccolo nucleo di positività nella realtà territoriale in cui sia favorito il confronto intersociale e intergenerazionale, nella speranza di contribuire ad abbattere le mille barriere che la società di una piccola cittadina – e forse non accade solo nelle piccole cittadine – tende a innalzare.
Obiettivo fondamentale è la creazione di una camera d’eco sottile che stimoli allo sviluppo del personale gusto della bellezza e dell’unitarietà tra etica e arte, e quindi all’impegno nell’affrontare le dissonanze cognitive, non con l’aderenza al mainstream, ma con una graduale presa di coscienza dell’autonomia del proprio giudizio. Crediamo che per raggiungere obiettivi duraturi che sappiano fare davvero la differenza sia fondamentale che le idee di confronto sereno, scambio aperto e paritario, e riconoscimento della ricchezza dell’altro, entrino a far parte del sentire comune e di una cultura condivisa. A questo fine, l’individuazione di un linguaggio nuovo, autentico e nonviolento è la chiave essenziale per stimolare una trasformazione culturale che abbia radici profonde.
Per rendere possibile tutto questo, riteniamo necessario favorire la creazione di un ambiente protetto da atteggiamenti poco accoglienti, autoritari o in ogni modo violenti, un luogo ordinato, in cui la trasparenza e la limpidezza di regole e ruoli condivisi aiutino e stimolino l’espressione. Crediamo altresì che favorire la creazione di un luogo protetto non sia sinonimo di esclusività o svilimento di chi non è parte di questa realtà, ma interpreti l’idea di inclusione e inclusività in senso più profondo, non come semplice partecipazione.
Siamo convinti che, vivendo esperienze positive, che siano queste esperienze di lettura condivisa o la scoperta e l’incontro con realtà sempre nuove, le persone imparino a discernere la bellezza e l’autenticità, e quindi a vivere meglio in generale, riconoscendo ciò che è artefatto o non-bello. Per poter garantire il raggiungimento di tale obiettivo è indispensabile riuscire a creare e mantenere all’interno dell’associazione e durante ogni iniziativa proposta, un clima aperto, accogliente e cortese, un luogo in cui a tutti sia data la possibilità di esprimere le proprie idee e in cui la ricchezza apportata dall’incontro con l’altro sia sempre considerata valore aggiunto.
Crediamo inoltre che agire politicamente voglia dire agire sulla cultura e con la cultura, per questo oltre a favorire l’individuazione di strumenti in grado di stimolare consapevolezza del singolo, intendiamo proporre iniziative in grado di ristabilire, sebbene con lentezza, gli equilibri di un mercato culturale troppo incentrato sul profitto a scapito della qualità, cosa che ha comportato inevitabilmente, nel tempo, lo svilimento del ruolo politico e di crescita sociale della lettura, della letteratura e dell’arte.
I soci fondatori
Presto o tardi, tutti i nostri giochi diventano Calvinball – ovvero – La letteratura orizzontale di Paola Del Zoppo

Presto o tardi, tutti i nostri giochi diventano Calvinball – ovvero – La letteratura orizzontale di Paola Del Zoppo

Proponiamo un testo di qualche tempo fa di Paola Del Zoppo, ringraziando SenzaZucchero e l’autrice per il permesso. Potete leggerlo oggi, per tanti motivi: Lo proponiamo anche noi per tanti motivi che ognuno intuirà, il più superficiale dei quali è che i fumetti sono letteratura. O non lo sono. Se non lo sono, e voi lo riconoscete, e qualcuno dice che lo sono, quel qualcuno sta mettendo in orizzontale cose oblique. A noi piace citare Watterson: “Presto o tardi, tutti i giochi diventano Calvinball”. Chi vuol leggere, sa leggere. Tra le righe, tra le linee, tra i ballon.

 

Letteratura orizzontale: istruzioni per l’uso – di Paola Del Zoppo

 

Istruzioni per l’uso: Letteratura orizzontale

di Paola Del Zoppo

La letteratura orizzontale è quella letteratura dei nostri giorni in cui nulla si solleva dal piano. È una letteratura che esiste da sempre, ma che adesso e da alcuni decenni ha le sue maggiori chance di successo. La letteratura orizzontale non è necessariamente letteratura di mass-market, anche se quella è la sua vocazione primaria: tale vocazione va sviluppata il più energicamente possibile per ottenere risultati significativi. La pubblicazione di letteratura orizzontale è altamente consigliata a tutti gli editori che vogliano stare al passo con il mercato e l’evoluzione dello stesso, ma soprattutto che vogliano stabilire un rapporto profondo e duraturo con il lettore.

Premessa: La letteratura orizzontale si può esprimere per comodità in una funzione che si collochi tutta nei reali, e non presenta asintoti verticali: un asintoto verticale esiste solo se ci sono dei candidati asintoti nel campo d’esistenza. La letteratura orizzontale è causa ed effetto dell’attaccamento al piano dei reali. La letteratura orizzontale spesso si sviluppa per quantità di pagine e non per profondità: f è derivabile e f’ (x) = 0, quindi f ha in x un punto stazionario (dove f ha la tangente parallela all’asse x).

Linee guida: L’editore che voglia accostarsi alla pubblicazione di questo genere di letteratura dovrà massimizzare le seguenti variabili:

  1. E [Egocentrismo]: la letteratura orizzontale non sperimenta, men che mai linguisticamente. Un linguaggio – appunto – piano, neutro, ne caratterizza ogni piega. Nella poesia, per sua natura “verticale”, l’orizzontalità è più complessa da raggiungere, e di solito lo scrittore-poeta si concentra su se stesso fino al punto da contrarre i testi all’orizzontalità.
    2. A [Autocompiacimento] la letteratura orizzontale, come si intuisce dal punto 1. è una letteratura in cui lo scrittore è il centro del testo. Massimi risultati si ottengono se questa centralità rimane celata e non dichiarata da diciture quali “autobiografia” o “relazione di” o “pensieri su”.
    3. P [Pruderie]: la letteratura orizzontale ammanta di significato eventi, relazioni, condizioni umane banali. Spesso le ammanta di eversività tramite la finta provocatorietà di tematiche che si coniugano con gli argomenti che insistono su quella pruderie in cui dalla fine dell’Ottocento in poi siamo immersi: tradimenti, sesso, maternità, sofferenze, sono tematiche care alla letteratura orizzontale. Bisogna però fare attenzione a non svilupparle mai nella loro complessità, mantenendo sempre una visione univoca e unilaterale di ogni sviluppo senza mai accentuare la complessità della realtà umana. È molto importante, al fine di attrarre e confortare anche il pubblico dei benpensanti, non forzare mai troppo gli argini del politically correct.
    4. L [Lusinga]: la letteratura orizzontale, soprattutto ai massimi valori di E, A e P, lusinga il lettore nelle sue capacità, non mettendolo in crisi ma confortandolo nelle sue conoscenze e velleità.
    5. G [Genere]: la letteratura orizzontale si giova delle definizioni di genere per collocare l’uno o l’altro testo a diversi valori di x.

Corollario al punto 5. Il genere è diventato, negli anni, non uno strumento di lettura ma uno strumento di scrittura. Il “genere” si insegna nelle scuole di scrittura. La voce dell’autore si subordina così al genere e non viceversa. Quando ciò accade, siamo di fronte a grandiosi capolavori di letteratura orizzontale.

  1. M [Morboso]:la letteratura orizzontale è morbosa.
  2. E [Ecosistema]: la letteratura orizzontale prolifera in tempi utili solo in un mondo letterario orizzontale. Case editrici orizzontali, che tengono la posizione ed evitano oscillazioni. Bisogna quindi impegnarsi a mantenere l’ecosistema e incoraggiare gli altri agenti dell’ecosistema a svilupparlo. Copertine orizzontali. Prefazioni o postfazioni orizzontali, ancor meglio se inutili. Critica letteraria e giornalismo culturale orizzontale.

Corollario al punto 7. Copertine e prefazioni possono servire, in casi estremi, a contenere slanci verticali che metterebbero in discussione la stabilità della funzione. Può essere molto utile, infatti, per rientrare nei canoni della letteratura orizzontale, associare a un libro verticale, un classico o un classico moderno, ad esempio, che rischi di spiazzare troppo il lettore, una prefazione di un autore mediocre ancorché conosciuto, o, in casi estremi, di cantanti o attori, o personaggi televisivi. Il lettore si sente confortato: la sua propensione all’orizzontalità è salva. La prefazione deve banalizzare il più possibile e possibilmente stabilire connessioni gratuite e superflue con la vita del prefatore o con le sue inclinazioni, meglio se condite di aneddotica. L’associazione tra prefatore e testo deve però essere labile e dettata da canoni riconoscibili tra i pilastri della letteratura orizzontale: avremo così prefazioni di “romanzi di letteratura femminile” assegnate a mediocri scrittrici di mass-market molto note al pubblico, o a personaggi del mondo dello spettacolo che rappresentino una femminilità “libera” e autonoma, un’ideale evoluzione dei personaggi protagonisti dei libri. Un buon esempio di operazione editoriale orizzontale potrebbe essere Emma di Jane Austen con prefazione di Paris Hilton, Persuasione si assegnerebbe con proprietà a Oprah Winfrey. Grande impatto hanno prefazioni e introduzioni di cantanti e musicisti. Stesso discorso per le copertine. Si immagini dunque un libro di letteratura a pericolosa tendenza verticale, che rischia di sfuggire alla categorizzazione di genere. È possibile, nella gran parte dei casi, soffocare gli slanci eccessivi di tale tipo di libri avvolgendoli in copertine patinate e ammiccanti. Per il Robinson Crusoe si prediligerà allora un Chris Hemsworth a torso nudo, per Lady Roxana, perché no, una seducente immagine sadomaso di Scarlett Johansson che ammicca sbucando da un sipario. Un altro tipo di copertina che ben si coniuga con la letteratura orizzontale è la copertina-specchio: immagine a tutta pagina di un volto che guarda il lettore o un luogo lontano e indefinito, producendo “immediata immedesimazione”, come molti esperti ricordano. Il critico letterario e la stampa culturale orizzontale che sappiano svolgere davvero il proprio lavoro si concentreranno con attenzione solo su questi elementi paratestuali, piuttosto che sul libro stesso – per evitare lo sconcerto nel lettore che lo allontanerebbe dall’opera – e prediligeranno la pubblicazione di estratti di prefazioni dei suddetti idoli e/o immagini di copertine a tutta pagina. L’editore deve incoraggiare questo trend.

  1.  S [Sciatteria]:termine abusato da un certo tipo di critica intellettuale, e dunque rigettato, è invece da rivalutare nell’ambito della produzione di buona letteratura orizzontale. Il lavoro della casa editrice non interessa affatto al lettore, che, come menzionato sopra, è più attratto da fattori confortanti come la confidenza con il prefatore o la riconoscibilità della copertina. Anzi, eventuali sviste, e soprattutto la percezione che l’editore è “uno come noi”, aiutano e incoraggiano il lettore nel suo rapporto con il libro. Dunque, è bene lasciare i testi a tratti male editati o male assemblati, puntando sulla tenerezza del fruitore.
    9. A [Assenza]: la letteratura orizzontale manca totalmente di fantasia. Tutte le situazioni descritte devono essere assimilabili al reale (vedi premessa). Un libro di letteratura rosa orizzontale deve essere talmente banalmente reale da sfiorare la funzione delle agenzie matrimoniali.
    10. C [Canone]: la letteratura orizzontale ha un suo canone in antichi capolavori novecenteschi come Il gabbiano Jonathan Livingstone o Il Piccolo Principe o Siddharta. Volumetti a larga fruizione con ricette per ogni lettore. Utili anche e soprattutto per esercitare il citazionismo, di cui poi si nutrirà tanta altra letteratura orizzontale.

Corollario al punto 10: non è necessario che un libro nasca come letteratura orizzontale per diventare un classico della letteratura orizzontale. Può svilupparsi in tal senso, come già visto, tramite paratesti e confezione, talvolta tramite le dinamiche di ricezione. È bene che l’editore che si accosta a questo tipo di letteratura ne padroneggi il canone e ne tragga ispirazione.

Noi di Laputa ci associamo così:

Il testo è stato pubblicato su senzazuccheroblog:

Letteratura orizzontale: istruzioni per l’uso – di Paola Del Zoppo

 

Di nomi e identità (2a parte)

Di nomi e identità (2a parte)

Di nomi e identità. Seconda puntata.

 

L’isola volante di Laputa è stata ripresa e citata in innumerevoli romanzi, racconti, opere artistiche, teatrali e cinematografiche, e va dunque considerata come un vero e proprio archetipo letterario fantastico, particolarmente significativo nell’ambito di fantascienza e fiction speculativa, nonché come richiamo satirico e parodico in opere di più intensa intenzione di contestazione sociale.

Illustrazioni: Jason CourtneyCC BY-NC-SA 2.0.

Una delle citazioni più celebri dell’isola lapuziana nell’ambito della letteratura fantascientifica è nel celebre testo Straniero in terra straniera (Stranger in a Strange Land) di Robert Heinlein, in cui un bambino, unico sopravvissuto di una spedizione su Marte, viene cresciuto ed educato dai marziani: Una volta adulto torna sulla terra e si trova al centro di un intrigo politico e un giornalista e un’infermiera cercano di salvarlo. Anche se tutto ciò che accade sulla terra va oltre la sua comprensione, Smith si sforza continuamente di capire e comprendere anche cose che sono lontane dal suo universo cognitivo. La narrazione di lunghi brani è affidata a Jubal Harshaw, un eccezionale anziano scrittore, alter ego dell’autore (espediente che Heinlein usa anche in altre opere) che in tono didattico esprime e chiarisce le dissonanze cognitive e accentua il realismo aspro dell’opera.

Proprio in apertura viene nominata la società lapuziana dei viaggi di Gulliver, richiamando all’attenzione i “flapper”, quei servitori che a Laputa hanno il compito di parlare per i loro padroni muovendo “effettivamente” la bocca. Heinlein fa notare che i flapper del tempo in cui scrive sono i rappresentanti di nuovi mestieri, in cui iniziativa e sviluppo delle capacità personali sono secondari rispetto alla capacità di adeguarsi alla volontà e alle necessità di un padrone, e ubbidiscono alla regola della “velocità”. Contrariamente a questi, i marziani non hanno concetti come “assistente esecutivo” e neanche un assimilabile concetto di fretta. Anche se comprendono i concetti di velocità e accelerazione, si limitano alla concezione matematica, senza trasporli nelle loro scelte di vita. Il libro di Heinlein, deliberatamente provocatorio, generò all’uscita molte controversie. Nel libro uno dei pilastri narrativi è l’esistenza della Chiesa di tutti i mondi (The Church of All Worlds) in cui le relazioni sentimentali e la vita quotidiana erano ispirate ai concetti di amore libero. Heinlein intendeva attaccare il moralismo dell’epoca, e nel corso della storia usa il personaggio principale per esprimere critiche e ridefinizioni di istituzioni quali la religione, il denaro, la monogamia. Per questo, il libro fu escluso dalla lista dei libri di lettura nelle scuole. Il testo però fu anche accolto in maniera tiepida dalla critica letteraria, che lo giudicò poco coerente e fastidiosamente artificioso. Nonostante ciò, Stranger in a Strange Land vinse l’Hugo Award per il miglior romanzo nel 1962 e divenne così il primo romanzo di fantascienza a entrare nelle classifiche del New York Times. Nel 2012, è stato inserito nella lista della Library of Congress “Books that Shaped America”.

Prendendo spunto dalla vicenda critica e di pubblico di Straniero in terra straniera, di nuovo vivace in questi ultimi tempi anche per l’avvicinarsi dell’uscita di una serie ispirata al romanzo, ci si sofferma sulla eterna questione della “leggerezza”, di quanto siano svincolabili da una forma necessaria di impegno politico i libri di “genere”, in questo caso fantascienza e fiction speculativa. Stranger in a Strange Land è stato infatti di recente anche accusato di presentare troppe sfumature sessiste ed eteronormative. La distanza temporale, però, rende necessaria una contestualizzazione e alcuni studiosi di Gender e Queer Studies hanno ravvisato una attitudine queer nell’equiparazione delle letture di un fenomeno considerato esecrabile quale il cannibalismo, in un confronto in cui si arriva alla considerazione dei bias cognitivi culturalmente determinati e in particolare si ammette che la sessualità non normata non è necessariamente da condannare eticamente. Inoltre l’accusa di omofobia legata ad alcune esternazioni dei personaggi, sarebbe da ridimensionare. Nel libro, sebbene non ci siano scene apertamente omosessuali, ci sono diverse scene di amore tra persone dello stesso sesso, in cui sono presenti anche baci e carezze. Considerando che la sessualità, nel mondo “straniero” di Heinlein, è una questione altamente spirituale, si può assolvere il testo dall’accusa di omofobia. Di certo però oggigiorno non affatto è facile leggere ancora il testo come una “bibbia dell’amore libero”, come un tempo veniva considerato, e la qualità estetico-letteraria non è al pari di altre grandi opere di fantascienza, sebbene resti comunque sempre sorprendente la possibilità dello stile (se non genere) fantascientifico di sezionare la realtà e offrirne visioni multifocali. È una riflessione importante che riguarda la letteratura di genere in quanto tale, il mainstream e la fantascienza in particolare, e che spesso ha connessioni non solo con gli sviluppi del fantastico in generale, ma anche, nello specifico con le derive del fumetto contemporaneo.

 

Straniero in terra straniera resta nella lista di must read di grandi autori come David Forster Wallace, ed è tra le opere di Heinlein più lette. La penetrazione culturale è stata tale da condurre all’assimilazione di un neologismo ricavato da un termine del testo: Grok, con cui si intende “comprendere, unire il proprio pensiero a quello di un altro, essere uno con”, e che si è diffusa al punto di far parte di canzoni, come raccontato in Can you Grok this Playlist?. Da Magnetic Field, ai Police a David Bowie (fortemente legato alla fantascienza e a Heinlein nel suo immaginario artistico, come si ricorda qui), una serie di interconnessioni dirette e indirette che dimostrano la diffusione intraculturale del testo di Heinlein.

 

Non manca all’appello delle citazioni importanti e rappresentative di Laputa una delle scrittrici più in voga nell’ultimo anno. Margaret Atwood, che in alcuni ambiti accademici veniva affrontata, letta, analizzata già nei primi anni Novanta, ed è ora nel canone mainstream grazie alla resa televisiva di uno dei suoi libri più celebri: Il racconto dell’ancella (The Handmaid’s Tale), in cui si decostruisce, sullo sfondo di una distopica società teocratica e guerrafondaia, la ruolizzazione della donna nei vari campi dell’esistenza. Di Margaret Atwood consigliamo di leggere almeno anche La donna da mangiare (The Edible Woman), L’assassino cieco (The Blind Assassin), L’altra Grace (da cui è stata tratta una serie che verrà trasmessa su CBC dal 25 settembre prossimo e poi su Netflix dal 2 novembre) e infine Oryx and Crake, in italiano reso con il titolo L’ultimo degli uomini, il primo testo di una trilogia detta MaddAddam Trilogy, un romanzo di attualissimo impegno civile.

L’ultimo degli uomini racconta di “Uomo delle nevi” apparentemente unico sopravvissuto a una apocalisse epidemica e della sua lotta quotidiana contro la fame, l’ambiente ostile e i “mostri” animali, risultati di esperimenti genetici – quali ad esempio i “proporci” (pigoons) – in grado di fornire all’uomo organi di ricambio. Jimmy vive su un albero vicino al mare, e non sa che ore sono “da nessuna parte c’è qualcuno che sappia più che ore sono esattamente”. La sua vita è fatta di ricerca di cibo e medicine e di riflessioni su cosa abbia portato al tracollo l’umanità, frammiste a ricordi più personalmente vincolati, e scandita da alcuni incontri con i “bambini” da una “tribù” di mutanti caratterizzata da una innata innocenza simile a quella infantile. Si tratta di un popolo a cui Jimmy si rapporta in maniera complicata, e a cui tenta di spiegare com’era la vita prima della catastrofe, e come potrebbe essere. A causa del loro sviluppo intellettivo e cognitivo limitato, è costretto a usare termini semplici e concetti facilmente comprensibili. Di fatto, la lotta per la sopravvivenza nell’ambiente postapocalittico è più ardua per Jimmy stesso, meno per il popolo di mutanti, che sono resistenti alle radiazioni solari, erbivori e soprattutto risultano repellenti per gli animali carnivori. Nelle analessi aperte da ricordi e riflessioni di Jimmy si aprono finestre sulla società preapocalittica, in cui gli umani vivevano divisi in due classi sociali e inseriti in due ambienti diversi: le plebopoli e le enclavi, destinate ai più abbienti, dove si sviluppa il distacco dall’umanità in maniera più evidente.

Grazie a un gioco di punti di vista e agli incastri dei continui e ritmati flashback, Margaret Atwood imbastisce una storia più ampia della tale di un solo personaggio, collegando passato e presente-futuro. Qui l’elaborazione illustrata di una timeline del testo. Jimmy/Uomo delle nevi pensa spesso a una donna enigmatica, silenziosa, l’ex prostituta-bambina Oryx, che, simbolo della critica al turismo sessuale occidentale (qui generalizzato attraverso il porno) è considerata dal popolo postapocalittico alla stregua di una divinità. Sempre da pensieri e ricordi di Jimmy veniamo a conoscenza della storia dello scienziato pazzo Crake, che è stato insieme il distruttore del mondo e il creatore di una nuova umanità frutto della sua mente insana. Crake non credeva né in Dio, né nella Natura, resta dunque simbolo del sovversivo per eccellenza e però anche della sterilità disumana della sovversione slegata dalla relazione con il mondo: lo scienziato ha modificato l’ordine biologico dell’umanità convinto che un vero ordine non sia mai esistito né possa esistere, e influenzato nella visione del mondo come quella di un grande esperimento abbandonato a se stesso, in perenne mutazione; e al tempo stesso finisce per deificarsi, rendendosi creatore di una nuova specie umana.

Fin dalla prima frase (qui una lettura di Atwood delle prime pagine) Jimmy/ Uomo delle nevi si presenta come un Robinson di nuovissima fattura, vive isolato, ha costruito un suo rifugio e si copre ala bell’e meglio con un lenzuolo. Ma fin dal primo incontro con i “bambini” riconosciamo che contiene in sé sia il ricordo del coraggio e dell’idea di sviluppo individuale, che la sua parodia e così riconosciamo il legame immediato con la citazione in epigrafe tratta da I Viaggi di Gulliver: tutto il mondo del libro è un richiamo al testo di Swift e a una concezione satirica del fantastico e dei libri di avventure. I racconti di Gulliver delle terre di Laputa e degli Houynhnhnms si riversano capillarmente nelle avventure multiformi del testo, con l’aggiunta di una traccia sentimentale e una serie di subplots. Come per il “fantastico” di Swift, il fantascientifico di Atwood si sfrangia in direzione della letteratura di critica sociale, talvolta demitizzando il genere stesso, in una fortissima connessione con l’attualità che porta a leggere il libro in maniera molto realistica. L’ultimo degli uomini usciva nel 2003, negli anni dei primi animali modificati geneticamente in commercio, delle clonazioni, delle grandi discussioni sulle problematiche legate alla riproduzione asessuata e al patrimonio cellulare. Margaret Atwood ha puntualizzato più volte, e in particolare alla pubblicazione dell’Ultimo degli uomini, di non scrivere fantascienza, ma forse fiction speculativa, sebbene la distinzione sia labile – come possiamo ascoltare anche in una bella conferenza tenuta dalla Atwood con l’amica e collega Ursula K. Le Guin (qui) – basandosi sta nella concezione che la fantascienza non deve avere necessariamente alcuna radice realistica (avvicinandosi al concetto di fantastico meraviglioso) mentre la fiction speculativa descrive cose che “potrebbero davvero accadere”. Se la “scienza” rappresentata può chiaramente essere ricondotta alle difficoltà di un progresso umano contemporaneo nella genetica, l’autrice fa largo uso dei tropi del genere fantascientifico amplificando la risonanza critica grazie al paradigma della riappropriazione parodica. Ecco allora che l’efficacia e gli effetti di L’ultimo degli uomini sono in gran parte legati al concetto di allegoria e parodia, al confine con la riscrittura. Troviamo nomi faceti e arguzie linguistiche, una grottesca reductio ad absurdum delle ossessioni dei nostri giorni, su tutte YouTube e la pubblicazione di esperienze e filmati senza altro scopo che un bisogno di essere parte di qualcosa tramite il cedimento al voyerismo contemporaneo, il vivere in un mondo assolutamente scollato dalla realtà, proprio come gli scienziati di Laputa.

 

La riappropriazione dei canoni di genere letterario e modi della narrazione, tipica della letteratura femminile socialmente critica, ha nella fantascienza e nella fiction speculativa scritta da donne, e ancor più in particolare nella costruzione di distopie rivelatrici, una delle sue declinazioni più interessanti. In L’ultimo degli uomini, i momenti più grotteschi e satirici sono le riflessioni sulla società preapocalittica, tratteggiata come una società in cui il progresso non è per l’umanità, e si rovescia evidentemente in involuzione perché assolutamente privo di senso. Se quella di Swift era una satira piuttosto feroce sulla società a lui contemporanea, altrettanto efficace si rivela il meccanismo parodico (intensificato nei seguenti due testi della trilogia) proprio nel rapporto con la storia della cultura, che sembra dimenticarsi di se stessa non sul lungo, ma persino sul periodo relativamente breve.

Testo a cura di Paola Del Zoppo per la redazione di L’isola volante.

Un consiglio dalla redazione: non perdetevi il viaggio fra i link proposti. Leggere è anche esplorazione.