Il più inattuale dei sentimenti

Il più inattuale dei sentimenti

Laputa è sempre stata, e dal 2019 sarà con più consapevolezza e più esplicitamente, un gruppo di ricerca intergenerazionale permanente, che congiunge fumetto, poesia e temi socioeducativi pressanti e di volta in volta vicini ai costituenti. Pubblicheremo con regolarità brani di testi che ci hanno ispirato e che riteniamo possano far riflettere sui temi a noi cari: Stigma, disagio relazionale, fragilità sociale e manipolazione affettiva sono i temi portanti su cui si è concentrato il lavoro degli ultimi due anni, e su cui si sono sviluppati i progetti di educazione diffusa. Non poteva mancare tra le nostre letture il testo di Graziella Priulla, Parole Tossiche – Cronache di ordinario sessismo (Settenove, 2014), di cui vi proponiamo oggi un capitolo che abbiamo sentito particolarmente importante: Il più inattuale dei sentimenti, in cui Graziella Priulla, con grande chiarezza, dialoga sul significato profondo del senso del pudore.

Il più inattuale dei sentimenti

di Graziella Priulla

La domanda «che cos’è volgare?» è delicata e difficile: poiché tocca la sfera delle credenze e delle convinzioni, può ricevere risposte disparate.

Per il linguista Raffaele Simone l’idea di volgarità si associa all’esibizione plateale di qualcosa che andrebbe evitato o tenuto riservato: questo qualcosa è fatto di discorsi e comportamenti che riguardano la sfera privata e non andrebbero esposti in pubblico. Insomma la volgarità sarebbe l’effetto che si ottiene con la pubblicazione di questioni private sensibili: la sua diffusione può essere una conseguenza dell’avvenuta trasformazione di ogni spazio privato in spazio potenzialmente pubblico.

Negli epistolari dell’800 espressioni crude e oscene costituivano una presenza tutt’altro che eccezionale, anche quando a firmare le lettere erano intellettuali raffinati: ma la destinazione e l’uso erano e dovevano restare privati.

Quali questioni private, esposte in pubblico, generano volgarità? Simone vi colloca i rapporti affettivi ed erotici tra le persone; le propensioni, le pratiche e i gusti sessuali; i temi attinenti l’aspetto fisico, la salute, l’intelligenza, il livello della famiglia, il successo nel lavoro, le capacità sessuali, le funzioni fisiologiche, i propri meriti a confronto con gli altrui demeriti; l’esibizione di nudità non giustificata da nessuna necessità (per esempio artistica o scientifica) e l’uso sprezzante o strumentale del corpo umano e in specie quello femminile. Ovviamente il grado di volgarità cresce con l’espandersi della platea in cui questi temi sono esposti[1].

Nella rivendicazione ostentata della trivialità c’è una violazione, oltre che della buona educazione e del buon gusto, del senso del pudore.

Il velo di pudore, nelle società di un tempo, serviva a coprire le pratiche sessuali e perfino i corpi, per non minare l’ordine dei costumi fondato su un matrimonio che imponeva sacrifici, rinunce e restrizioni. Con eccesso di zelo oggi lo si è trasformato in un valore risibile, rivelatore di sintomi patologici, indice di un’inibizione anormale e fuori posto:l’abolizione del pudore viene applaudita come manifestazione di schiettezza e di coraggio.

Abolito anche il senso etimologico di vergogna (che in realtà non significa aver fatto qualcosa di male, ma «temere la gogna», ossia l’esibizione pubblica) sono mutati i modi, i luoghi e i limiti della raffigurazione pubblica di se stessi: è impressionante quanti e quali particolari le persone siano disposte a raccontare delle proprie vite per essere al centro dell’attenzione. La definirei una «pornografia emotiva», che parte dai gossip sui vip e arriva ai signori Nessuno dei social network.

Cos’è pudore? Virtù o concetto, quest’ultimo termine è scomparso dal nostro diritto penale e appare desueto, quasi a evocare un mondo perduto per cui non provare nostalgia.

Monique Selz, psichiatra e psicoanalista francese, l’ha definito «un disagio di fronte a cose che vediamo e non dovremmo vedere o che mostriamo nostro malgrado». L’assenza di pudore «colpisce molto di più che non i soli rapporti sessuali: va a colpire le relazioni fra gli esseri umani in generale». Il tema presentato già nel Protagora di Platone come esperienza che custodisce l’umano: «Zeus, preoccupato che la stirpe umana si estinguesse, decise di mandare Ermes con due doni: il pudore e la giustizia, come base su cui edificare le loro città e comporre vincoli di amicizia reciproci». È una concezione che nella storia del pensiero occidentale si dipana fino al filosofo tedesco Max Scheler, che rilancia la concezione del pudore come custode dell’esistenza stessa di un soggetto e dunque come l’origine stessa della morale.[2]

Il vocabolo non induca a pensare dunque al moralismo o ai mutandoni della regina Vittoria. Intendiamo qualcosa di contrario e opposto alla pruderie con cui si è solitamente confuso. Si tratta di intuire che dietro lo schermo della liberalizzazione, dietro l’apparenza della spontaneità, dietro l’abbattimento illusorio del limite c’è la diffusione virale della cultura dell’eccesso, che considera misura un’amputazione e la sobrietà una colpa. La continua ricerca del troppo non solo non migliora la qualità della vita, ma spesso la rovina.

Oggi è la sobrietà a essere rivoluzionaria. Se è bene che ci sia un equilibrio nel possedere e nel correre, nel contaminare e nel costruire, nel mangiare e nel bere, perché non dovrebbe esserci una sorta di frugalità nel parlare? La costruzione dei limiti, che è tutt’uno con la costruzione delle regole, è una tappa ineludibile nei percorsi evolutivi: dei singoli come delle comunità. Contrariamente a ciò che il senso comune italiano ritiene, le regole non esistono per impedire comportamenti, per limitare la libertà degli individui: ma per agevolare gli uni e l’altra.

Innato o culturale che sia, il pudore è una delle dimensioni dell’autoconsapevolezza e dell’autoregolazione: è il sentimento dei confini della propria privatezza, connesso al bisogno o alla volontà di proteggere qualcosa di intimo (ossia ciò che «sta dentro», in senso sia fisico che spirituale) da intrusioni invasive, a tutela della propria identità. Lo spiegava Georg Simmel già nel 1901, con il saggio Sulla psicologia del pudore: non è questione di pudenda ma di vigilanza sui confini che decidono il grado reciproco di apertura e chiusura verso l’altro.

Qui si rintraccia la differenza tra l’ipocrisia (che nasconde gli aspetti della nostra personalità che non vogliamo mostrare) e il pudore (che non nasconde la parte peggiore di noi, ma ciò che decidiamo di preservare da sguardi indiscreti).

In materia sessuale il pudore non va confuso con la normativizzazione della sessualità, con la censura moraleggiante o con la negazione o la recinzione del corpo, proprio e altrui, con i centimetri di pelle esposta o con il numero dei rapporti: è piuttosto la ricerca di una più raffinata simbolizzazione degli sguardi, di contrasto alla sguaiataggine e al ciarpame del voyeurismo e dell’esibizionismo.

Il timore o l’imbarazzo sono reazioni pro-sociali. Uno stile di descrizione e di misura basato sul rispetto di sé e degli altri potrebbe definirsi ecologico, perché salvaguarda le relazioni umane e la vita in comune. Al contrario della violenza e della prevaricazione, che superano la soglia assumendo il non-rispetto dell’altro.

È questa la ragione per cui il confine tra le sfere lecite e le sfere proibite è vigilato dalla legge, dall’ambiente e dalla coscienza, ed è segnato da sanzioni normative (pena) e/o sociali (riprovazione) e/o psicologiche (senso di colpa). [3]

In epoche e in società diverse o in diverse fasi della vita, normalità di comportamento e superamento dei limiti appaiono non solo variamente identificati, ma persino capovolti. Spesso ciò che prima era morale diventa bigottismo, ciò che prima era rifiutato in nome della forma ora si accetta e si esalta in nome della sostanza. Accade che il confine si sposti pian piano e che poco per volta nessuno avverta più l’esigenza di una linea di demarcazione(al contrario, si scrivono manuali sul come liberarsi). Accade che si infrangano, per una volta, tutte le zone franche. Il linguaggio delle parole, dei gesti e delle immagini registra puntualmente queste rotture.

Oggi il rifiuto di ogni istanza etica viene regolarmente espresso con la domanda «che male c’è?». Di fronte a qualsiasi richiamo si decide che a sbagliare è chi formula l’osservazione, irriso come personaggio fuori dal tempo, bollato come persona che non capisce, che non è neppure autorizzata a richiamarsi a qualche principio, a qualche regola. Ogni riflessione che si interroghi sulla questione del limite o perfino sulla legalità è automaticamente tacciata di moralismo, epiteto che sa di esagerazione o di colpa.[4]

Chi lo fa è costretto a difendersi o a fare una premessa ( non sono moralista, ma…) che gli toglie chances in partenza e lo mette all’angolo. Diventa lui che deve giustificarsi. Nel meccanismo del «che male c’è?» interviene un meccanismo che colpisce al cuore il concetto stesso di opinione pubblica.

Se sfidare i limiti ha rappresentato a lungo un gesto di emancipazione, oggi sembra diventato un adeguamento al conformismo: siamo passati dall’ostracismo alla tolleranza al compiacimento. Sulla maggior parte delle aree interdette la forza d’interdizione è talmente diminuita da esser quasi scomparsa.

La società occidentale per secoli ha identificato il pudore con la salvaguardia della sfera sessuale e l’ha interpretato non come rispetto o protezione di sé, ma come inibizione del piacere. Ricordate il principe di Salina che confidava di aver avuto sette figli senza mai aver visto sua moglie nuda? «Oscenità», «osceno», sono le parole utilizzate a partire dall’epoca moderna per mettere «fuori scena», ossia fuori dalla vista comune, tutto ciò che risultava contrario ai dettami della morale vigente sulla sessualità.[5]

È accaduto infinite volte che poesie, romanzi, opere teatrali, quadri, film bollati come oscenità – e quindi ufficialmente sottratti alla fruizione del pubblico- fossero inglobati poi con gli anni nel patrimonio culturale collettivo.

È forse comprensibile che oggi, per reazione, il pudore sia osteggiato come forma di oscurantismo. Per questo i maggiori cambiamenti linguistici si avvertono nelle aree  legate agli organi e alle attività sessuali: il fenomeno è talmente macroscopico che viene percepito senza particolare analisi. Tuttavia, sarebbe sbrigativo collegarlo soltanto alla libertà espressiva e al piacere della sperimentazione in campo sessuale, diventati oggi l’imperativo culturale per affrancare dai tabù e per sostituire le repressioni del passato con il culto della perfezione fisica e della ricerca di sensazioni.

È insomma consolidato a tutti i livelli il regime biospettacolare della pornocrazia, paradigma di vasta portata. Il termine è stato coniato dal filoso francese Dany-Robert Dufour, che ne La cité perverse[6] sottolinea la nuova rilevanza politica di una società pornografica di massa, dove pornografia significa esibizione e messa in scena compiaciuta di ciò che normalmente non si espone in pubblico. Il costituzionalista Stefano Rodotà ha usato al riguardo il concetto lacaniano di extimitè, estroflessione del privato nell’interfaccia dello spettacolo.[7] Corpi e amplessi, ma anche sentimenti e affetti, come afflizioni, disgrazie, malattie, ossessioni, turbamenti.

Come i sociologi segnalano da tempo, ciò che caratterizza la tarda modernità è l’esibizione nella sfera pubblica di questioni tradizionalmente assegnate alla sfera privata.

Prima con la telecamera impietosa della tv e poi con la condivisione nel web, abbiamo ottenuto che tutto sia visibile, che tutto sia mostrato, che nulla sia più sacro, misterioso o intangibile. Vogliamo guardare ed essere guardati: sempre, dovunque e ad ogni costo.

Oggi chi prova un’emozione non può contenerla, non riesce a fare a meno di esporla in bella vista, per quanto sia intima, per quanto sia indefinita: scriviamo alla De Filippi, cerchiamo di essere invitati in uno show. Alla peggio postiamo su Facebook o tracciamo graffiti sul marciapiede in cambio di frammenti di notorietà. La visibilità ha sostituito la reputazione, sia come misura che come fonte del successo: la molla è il timore ossessivo di non esistere. I sentimenti sono denudati ed esibiti come merci; confessioni scabrose, sfoghi forsennati, trivellazione di vite, nulla rimane segreto: è lo stesso individuo, in preda al narcisistico desiderio di visibilità, a consegnare a milioni di spettatori la propria intimità, secondo tracciati di ostentazione e di spudoratezza corrispondenti a format televisivi omologanti che vengono acclamati come espressioni di sincerità.

In tutto questo c’è una coerenza: se il pudore è difesa dell’individualità, perché dovrebbe esistere in una società omologata nell’ossimoro stridente dell’«individualismo di massa»? La volgarità non è un incidente di percorso, diventa tratto costitutivo dei rapporti interpersonali se il nobile sentimento della libertà individuale si trasforma in un narcisismo patologico.

Le vignette sono Luigi Cecchi (serie “Questions”) – © Luigi Cecchi, 2019

Graziella Priulla è Sociologa e saggista, insegna all’Università di Catania nel Dipartimento di scienze politiche e sociali. Tra le sue pubblicazioni più recenti: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole (FrancoAngeli), I caratteri elementari della comunicazione (Laterza), L’Italia dell’ignoranza (FrancoAngeli).


[1]    Cfr. Maxima immoralia, in Micromega, 4, 2009, pp.55-67

[2]    M. Selz, Il pudore. Un luogo di libertà, Torino, Einaudi, 2005. Preoccupazioni analoghe, con amplificazioni antropologiche, sono presenti nel saggio di M. Appiani, Tabù: elogio del pudore, Milano, FrancoAngeli, 2004. Vedi anche M. Scheler, Pudore e sentimento del pudore, Udine, Mimesis, 2013.

[3]    Esso trova persino convenzioni tipografiche: già nel XIX secolo si sostituivano lettere di parole volgari con trattini e asterischi. Nelle vignette si chiamano obscenicon.

[4]    Su questo punto cfr. M. Viroli, L’Italia dei doveri, Rizzoli, Milano 2008

[5]    Sulla definizione di oscenità come «offesa al comune sentimento del pudore e alla pubblica decenza» si basa l’illegalità della pornografia, ribadita anche dall’articolo 21 della costituzione che protegge la libertà di stampa, ma esclude dalla protezione costituzionale la pubblicazione di materiali osceni.

[6]    Parigi, Gallimard 2012

[7]    Cfr. Micromega, 5/2009

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Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Riprendendo la trilogia sul linguaggio che abbiamo introdotto nella recensione condivisa di Pride, riportiamo le nostre riflessioni condivise su Un Anno, scritto da Jean David Morvan e disegnato da Jiro Taniguchi, pubblicato da Rizzoli Lizard nella traduzione di Elisabetta Tramacere.

Abbiamo affrontato questo percorso proprio partendo da questo fumetto perché questa breve narrazione mette perfettamente in scena questioni relazionali profondamente collegate al ruolo del linguaggio o ancor meglio di una pluralità di linguaggi che si sovrappongono.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Un anno – Primavera

Come prima da cosa c’è da notare che il volume letto è indicato come primo di una serie idealmente composta di 4 volumi ma rimasta incompiuta. Volume 1 – Primavera è stato l’unico ad essere scritto e pubblicato e questo pone senza dubbio il lettore davanti a una doppia opera: una ideale, immaginata e progettata dagli autori, e una reale unitaria e comunque compiuta.

Non sappiamo se la Primavera di cui abbiamo letto si riferisce alla “primavera” della vita della giovanissima protagonista, o a una primavera di un linguaggio ancora da definire, o anche la primavera di un mondo e di una società in cui, con questo primo capitolo, siamo introdotti passo a passo e sempre con grande delicatezza e discrezione, dimensioni, queste, che trovano uno specchio perfetto in un impianto grafico dai colori tenui e dai tratti puliti.

Fin dal principio siamo spinti a metterci in ascolto, le prime pagine di questo fumetto sono sostanzialmente silenziose e ci invitano a prendere il punto di vista della protagonista.

Un anno – Primavera

La piccola Capucine, protagonista di questa storia, è una bambina intelligente e sensibile, in grado di leggere ogni situazione e tensione emotiva con una lucidità e una precisione stupefacente. Ma per ciò che sente e capisce, non è in grado di trovare definizioni. La bambina è affetta da trisomia, una  particolare forma della sindrome di down che ha tra le caratteristiche peculiari quella di non avere effetto sull’aspetto della persona. Il riconoscimento della malattia per chi entra quindi in contatto con la persona che ne è affetta risulta quindi meno immediato. Gli autori giocano quindi fin da subito con la percezione della “normalità” e della “anormalità” invitando il lettore a rivedere i propri eventuali preconcetti.

Attraverso gli occhi della protagonista scopriamo che le parole possono essere inutili se non si è capaci di ridurre all’interno di esse ciò che si vuole esprimere, e quindi le sensazioni diventano mostri, le parole non servono a Capucine per esprimere il mondo che ha dentro, pieno di immagini e sensazioni, e quindi le sue azioni diventano un linguaggio non sempre comprensibile per chi le è accanto. Due sistemi, due mondi interpretativi si scontrano e non si comprendo, causando in ogni caso grande dolore. Da una parte il mondo del linguaggio codificato, perfettamente rappresentato dalla zia, che offende senza sapere di offendere senza pensare a tutte le sfaccettature della comunicazione; o dei genitori che parlano usando parole che credono incomprensibili per Capucine, ma che nella loro definizione sfocata sono comunque in grado di far sentire la bambina giudicata e umiliata. Dall’altra troviamo un sistema in cui relazione e comunicazione sono due dimensioni inestricabili, e che rimane incomprensibile per chi usa il linguaggio come un codice definito.

La questione centrale che a nostro avviso gli autori sono molto bravi a sciogliere e rovesciare è quella della gerarchia tra i due modelli. Alcuni degli adulti che incontriamo usano questa gerarchia per sminuire la dignità stessa di Capucine: lei non sarebbe in grado di comunicare in un modo che a loro risulti comprensibile, deve quindi essere necessariamente strana, inadatta, “ritardata”. Il padre si allontana da questo atteggiamento, ma non risulta essere meno violento. Lui infatti pone comunque a Capucine uno standard per lei impossibile da soddisfare, creando una costante frustrazione e facendole dubitare di sé stessa.

Ma il punto di vista del lettore ci sembra coincidere proprio con quello di Capucine, sono i suoi disegni, inseriti di tanto in tanto come didascalie, che ci fanno un racconto emotivo della storia che abbiamo davanti, come a volerci spiegare meglio ciò che vediamo, al di là dell’impinto grafico “tradizionale” o delle parole che lo corredano. Quindi leggendo ci si rivelano tutte le inadeguatezze e i timori di adulti posti davanti alla necessità di rinegoziare principi che ritengono fondamentali ma che noi, attraverso lo sguardo privo di malizia di Capucine, scopriamo essere solo meccanismi di difesa, barriere emotive e istanze autoconservative.

Quindi Capucine e gli autori attraverso di lei, ci spingono a rivedere le categorie di normale e anormale, sano e malato, libertà e impedimento e a riconsiderare in modo più aperto le sicurezze che costruiscono la nostra realtà, fosse anche la fiducia in una realtà fondativa come il linguaggio.

Due sono le riflessioni che, partendo da questa lettura, abbiamo condiviso riguardo al contesto in cui viviamo. La prima riguarda la scelta che la famiglia di Capucine si trova ad affrontare riguardo l’eventualità di inserire la bambina in una scuola più adatta alle sue esigenze. Ci siamo chiesti infatti quali possibilità la nostra realtà offrire ai bambini e ai ragazzi come Capucine. Quali possibilità di accoglienza e inserimento? In che modo è garantita la possibilità di superare un disagio e vivere una vita “normale” che tenga conto delle specificità di ciascuno e che non sia ghettizzante, che valorizzi amicizia, affetto, benessere delle conoscenze, della cultura e dell’arte per i ragazzi come Capucine, senza escluderli a priori consegnando il mondo ai forti, agli egoisti?

Questa riflessione ci ha condotti ad ampliare lo sguardo a forme di disagio più ampio e purtroppo sempre più riscontrabili. In una realtà in cui aggressività e violenza sono percepite come normali, le persone empatiche vengono spesso etichettate come troppo sensibili o in alcuni casi addirittura deboli. Che strumenti abbiamo quindi per rendere il nostro contesto più vivibile e accogliente per tutti? L’unica risposta che abbiamo trovato sembra essere non troppo paradossalmente nell’empatia stessa, in una forma di attenzione all’altro scevra dalla paura di perdere il sé, che anzi si rafforza in questa apertura.

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Le parole del bullismo

Le parole del bullismo

Uno dei focus dell’associazione Laputa è il lavoro di riconoscimento e prevenzione delle situazioni di “bullismo”. Sulla pagina dedicata del Liceo Ignazio Vian di Bracciano l’associazione Laputa sta mettendo a disposizione dei materiali relativi al nostro progetto, che nei prossimi mesi sarà attuato nella scuola e di cui trovate le linee principali qui.

Il progetto parte proprio dalle “intenzioni comunicative “veloci” contemporanee – chat, post in blog, Facebook, Twitter e altri tipi di comunicazione con testo e immagini – per proporre i primi input nel riconoscimento della violenza, della disparità e della manipolazione in molti ambiti di interazione. Si ragione “insieme” con modalità di interazione laboratoriale, per svelare i tranelli e i trabocchetti di linguaggi che coadiuvano l’affermazione di realtà fittizie e la manipolazione relazionale, allontanando da interazioni autentiche e immergendo in un mondo che talvolta non lascia possibilità di risalita. Per esempio uoghi comuni “lasciarsi andare, lasciar andare”, “lasciarsi il passato alle spalle”, “pensare a se stessi”, “la minestra riscaldata”, sono depotenzianti, e non solo allontanano da una concezione complessa e dunque realistica di qualsiasi interazione sociale, ma impediscono di fatto la costruzione o la ricostruzione di rapporti soprattutto dopo situazioni di disagio, difficoltà o manipolazioni relazionali più o meno gravi. Alla base resta quindi la concezione che il linguaggio sia di per sé “creatore di mondi” e la profonda e positiva convinzione che si possa interagire con esso plasmando mondi in cui la violenza sia assente.

Se uno degli strumenti principali del progetto è l’avvicinamento all’arte come guida nella decodifica dei messaggi impliciti ed espliciti della comunicazione, in modalità attiva, il progetto si sta sviluppando anche tramite un piccolo “glossario”, una serie di documenti che raccolgono spunti per l’analisi autonoma di situazioni, dinamiche, problematiche. Il primo testo della serie “le parole del bullismo” mette in relazione “Bullismo e manipolazione”. Questo perché la violenza può rivelarsi tramite atti fisici (più facili da riconoscere, ma non sempre raccontati) o atti che possiamo chiamare “psicologici” (talvolta molto difficili da riconoscere). In entrambi i casi le strategie migliori sono legate alle relazioni con gli altri. Da una parte, è fondamentale che chi subisce prepotenze fisiche o psicologiche venga aiutato ad esprimersi, e che abbia dei rapporti in cui si sente “al sicuro”. Non si intendono con questo solo i rapporti familiari, ma anzi soprattutto dei rapporti amicali di reciproca cura e affetto e di costanza. Questo tipo di rapporti vanno riconosciuti e incoraggiati dalle famiglie, che dovrebbero aprirsi il più possibile a coadiuvare e apprezzare i rapporti paritari e amicali tra i figli e i coetanei, senza insistere sul controllo e senza sentirsi minacciata in un’idea gerarchica di rapporti relazionali che porta al conformismo e apre alla prepotenza del giudizio degli altri (prima la “ragazza/o”, poi gli amici, prima la “famiglia” poi gli amici). Da tener presente che vale anche il contrario: i manipolatori agiscono sempre decostruendo i rapporti sani, al di là della loro tipologia, perché hanno bisogno di isolarvi per avervi sotto controllo.

Ecco dunque le due basilari parole presentate nel primo file: Bullismo e manipolazione.

Il bullismo – Bullismo è una parola “copiata” dall’inglese. Bullying vuol dire “sopraffare”, trattare con prepotenza, umiliare. La cosa grave è quando questi brutti comportamenti ci fanno sentire inferiori o, se siamo noi a trattar male gli altri, ci fanno perdere di vista quello che davvero vorremmo. Anche, per esempio, reagire alla violenza con la violenza è qualcosa che ci cambia, nella percezione degli altri e nella percezione che gli altri hanno di noi Tutti i comportamenti legati al bullismo hanno quindi a che fare con una forma di “manipolazione”: “induco qualcuno a fare qualcosa o a essere in un modo in cui non vuole essere”.

La manipolazione – Una delle più frequenti tecniche di “violenza psicologica” è la manipolazione volta al controllo e all’abbassamento dell’autostima della vittima. A volte l’azione è riconoscibile, altre volte meno. L’unica strategia possibile, come in tutti i fenomeni di prepotenza, è costruire relazioni e quotidianità sane e autentiche, che almeno possono aiutare a riconoscere o denunciare le fasi in cui il manipolare allontana la vittima dalla sua realtà. La manipolazione, nonostante sia un fenomeno sempre più diffuso, è spesso sottovalutato e difficilmente riconoscibile, e si può manifestare in tutte le relazioni con coinvolgimento emotivo: nelle relazioni sentimentali, nei rapporti di lavoro, nelle amicizie, nei rapporti familiari. Questo a prescindere dalla condizione psicologica di partenza delle persone coinvolte. È vero però che le persone più empatiche, con insicurezze relazionali e personali, che nella vita hanno vissuto questo tipo di relazioni in famiglia, ad esempio, o anche meno allenate al pensiero critico sono più facilmente vittime di queste situazioni. Per esempio, quindi, avere la possibilità di abituarsi a discutere le proprie conoscenze e convinzioni, stabilire rapporti di dialogo, abituarsi a stare in un gruppo di amici che passa il tempo libero con attività culturali o comunque costruttive, mette al riparo da molti tranelli dei manipolatori. Anche leggere molto e studiare, imparare ad apprezzare e a godere della propria conoscenza, sono attività che stimolano il pensiero critico e il dubbio.

 

 

Da una parte, è importante riconoscere i manipolatori, dall’altra sarebbe importante riconoscere nella persona che subisce violenza psicologica i sintomi della dinamica manipolativa. Per convenzione, chi ha studiato la manipolazione per trarne indicazioni o manuali di autoaiuto, ha riconosciuto che si attraversano alcune fasi distinguibili di “caduta”, nelle quali sarebbe bene interagire nella maniera più consona per liberare la persona coinvolta.

Altra cosa da tener presente è che, se molto spesso si associa questa dinamica alla relazione di coppia, e di recente ancor più si focalizza sulla manipolazione dell’uomo nei confronti della donna, dato che di recente si indaga meglio sulla situazione diffusa di violenza contro le donne, in realtà, la dinamica manipolativa può instaurarsi anche tra gruppetti di persone, tra due amiche o tra due amici, o anche in famiglia o tra insegnanti e alunni, e non solo “dal più grande” al più piccolo. Ecco perché altre parole che sviscereremo nei file futuri sono infatti “autoritarismo”, “sessismo”, “razzismo”, “vittimismo”, “opportunismo” e così via. Nel file già presente sul sito del Liceo Vian – e che potete tutti scaricare gratuitamente – si elencano perciò i tratti più salienti delle fasi che possono aiutarvi a capire se qualcuno a voi vicino sta vivendo una brutta situazione

In generale i rapporti sani e autentici, gli amici più vicini, sono una vera cartina di tornasole. Se gi amici di sempre dubitano del rapporto con una persona o con un gruppetto di amici, con più o meno energia, è un segnale. E se talvolta questo porta a litigare con gli amici “veri”, c’è da tener presente che avere il coraggio di dire a qualcuno che sta vivendo una situazione di manipolazione è un modo per cercare di ristabiire una situazione di verità e dunque aiutare. Un buon dialogo e rapporti sinceri di amicizia, possibilmente con persone con cui si è condiviso un percorso di vita, possono arrivare a scardinare la dinamica e a “staccare” la persona da chi lo controlla, o gli fa vedere le cose solo dal suo punto di vista. Amicizia è anche fare fatica.

I file sono corredati delle belle vignette di Luigi Cecchi, alcune preparate per ZerOmagazine 2016, altre create per i nostri progetti, come le vignette della serie “Questions” qui presentate (©Luigi Cecchi 2018 per Laputa – Associazione culturale). Potete scaricare il file completo sulla pagina dedicata al bullismo e cyberbullismo del Liceo Vian.

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Le parole sono importanti – Laputa contro la manipolazione

Le parole sono importanti – Laputa contro la manipolazione

L’associazione culturale Laputa e Luigi Cecchi collaborano alla realizzazione di due workshop alla Notte europea dei ricercatori all’università LUMSA di Roma, per un progetto ideato da Paola Del Zoppo su linguaggio e manipolazione relazionale, sviluppato con noi accentuando l’importanza del medium fumetto. Il progetto, che ha visto una sua prima sperimentazione in collaborazione con l’associazione Libellula di Morlupo, ed è poi confluito in parte anche nel progetto ZerOmagazine 2017 e 2018, si avvale delle vignette di Luigi Cecchi e prevede, in questa occasione, la realizzazione di vignette ironiche su bullismo, cyberbullismo, sopraffazione, manipolazione emotiva e fragilità relazionale da parte di due gruppi di alunni di licei romani che parteciperanno alla bella giornata organizzata dalla LUMSA di Roma per divulgare la ricerca scientifica, di cui trovate notizia qui. La Notte Europea dei Ricercatori è una manifestazione promossa dalla Commissione Europea, che vede Frascati Scienza come capofila di una rete di ricercatori, università e istituti di ricerca che si estendono dal nord al sud dell’Italia nel promuovere il più importante appuntamento europeo di comunicazione scientifica, un evento che in tutta Europa coinvolge oltre 300 città.

Le Notti Europee dei Ricercatori sono eventi dedicati alla scienza e all’apprendimento giocoso. Rappresentano un’occasione unica di incontrare i ricercatori, parlare con loro e scoprire cosa fanno concretamente per la società in modo interattivo e coinvolgente.
Queste manifestazioni sono sostenute dalla Commissione Europea nell’ambito delle Marie Skłodowska-Curie Actions, un programma della UE con l’obiettivo di promuovere le carriere dei ricercatori in Europa.

In particolare, il nostro laboratorio riguarderà l’importanza dell’acquisizione e della valorizzazione delle competenze linguistiche, euristiche e inferenziali e della capacità di analisi del testo e del microtesto letterario in particolare possano aiutare a riconoscere i “modi” manipolativi delle interazioni. Pubblichiamo di seguito il testo illustrativo di Paola Del Zoppo che accompagnerà il laboratorio.

 

Le parole sono importanti – Bullismo, cyberbullismo, linguaggio.

di Paola Del Zoppo

La tendenza contemporanea all’accelerazione delle innumerevoli interazioni comunicative favorisce l’attecchimento di linguaggi e convenzioni che portano all’affermazione di realtà fittizie e manipolazioni, e rende sempre più difficile soprattutto ai più fragili e ai giovani attuare modalità di comunicazione assertiva. Il potenziamento e la valorizzazione di queste capacità avvengono tramite la consuetudine con la parola creativa e la letteratura molto più che con altri testi scritti di carattere informativo o argomentativo. Un testo letterario presenta una molteplicità di possibili interpretazioni (politica, simbolica, relazionale, storico-culturale, formale).

Accorgersi di questa polisemia conduce anche a riconoscere l’importanza dei contesti comunicativi e conferisce autorità a chi interpreta, oltre che a chi produce un testo. Un esempio molto chiaro è offerto dalla vignetta in cui la parola “sognatore”, che a sé stante viene generalmente percepita come termine positivo, viene utilizzata, di fatto, come un termine dispregiativo e sminuente. La vignetta mostra come una generale tendenza e giustificazione del giudizio porti a rovesciamenti valoriali anche di incidenza psicologica significativa, con conseguenze sull’autostima e spostamenti del set di valori. Ma cos’è il bullismo? Il bullismo è una forma di prepotenza, e diventa davvero pericoloso quando si fa manipolazione e non riguarda solo i bambini o i ragazzi.

Nella dinamica manipolativa, la competenza linguistica e di analisi del testo è una vera e propria arma di difesa. Un termine, un’immagine o persino un’opera d’arte possono assumere significati diversi e potenzialmente violenti e manipolatori svincolati dal loro contesto d’uso, in particolare sul web. Tutto questo coadiuva la situazione di eterodirezione, con lo sfilacciamento delle relazioni e alla tensione a un’idea di felicità che è solo aderenza a uno schema. A lungo andare la superficialità relazionale del web si riverbera sulla vita quotidiana (e così, ad esempio, le relazioni anche sentimentali sono ormai per la maggior parte segnate da comunicazione passivo aggressiva e vittimismo manipolatorio: “stiamo a casa, sono a disagio con i tuoi amici”).

I modi manipolativi occulti sono i più profondi ed efficaci, e si muovono dal gaslighting al plagio. Caratteristiche comuni sono l’allontanamento dalle proprie amicizie e l’influenza sul modo di parlare ed esprimersi legate a una sorta di connessione con il manipolatore. Non appena il rapporto è incasellabile (“stiamo insieme”, “sei il mio migliore amico”), le dichiarazioni di “paura” o “disagio”, gelosie, egocentrismi, agiscono anche a livello cognitivo e inducono ad accettare qualsiasi cosa per evitarli o porvi fine o anche per avere sollievo dall’azione del manipolatore, per vederlo “felice”. Piano piano, si parla con le parole che userebbe lui/lei, o si definiscono a suo modo eventi e sensazioni. Se il manipolatore è felice, noi ci sentiamo euforici (sensazione spesso scambiata con la felicità). Tutti gli altri rapporti vanno spiegati o giustificati, perché o “non capiscono il disagio dell’altro” o non si divertono con le stesse cose, e così via. Intanto lui/lei si appropria dei vostri interessi e si intromette in ogni aspetto della vita. In casi gravi, per esempio in episodi depressivi o latenti si arriva a un’eterodirezione malsana, più frequente in situazioni di squilibrio di autorità o autorevolezza percepita (es. figlio-genitore, impiegato-capo, paziente-dottore, e ovviamente il partner).

In questi casi i gusti (anche artistici e letterari) possono cambiare insieme al modo di esprimersi. Che cosa può fare la lettura di un fumetto, per aiutarci a contrastare tutto questo? Più si hanno competenze e sane abitudini linguistiche, più si ha la capacità di percepire distorsioni del vocabolario, più si è in grado di svincolarsi o reagire a dinamiche di bullismo o microaggressività.

Leggere molti “classici” e leggere fumetti d’autore, in particolare, in cui i dialoghi sono corredati di immagini, aiuta a sviluppare la capacità di distinguere un dialogo autentico da uno filtrato. In situazioni di fragilità (isolamento, depressione, insicurezze) si cambia anche il modo di esprimersi, ed è importante riconoscere in sé e negli altri questi mutamenti. Con l’aiuto dei fumetti, ci chiediamo: Le storie sono fatte di parole: che parole sono? Che persone le dicono? Noi che parole usiamo? E che parole scegliamo per raccontare, di noi o di altri? E gli altri che parole usano per parlare di noi? E che parole usano per parlare con noi?

Spia delle manipolazioni sono ad esempio: le frasi fatte: “Devi lasciarlo andare”, “Devi lasciarti il passato alle spalle”, “Devi muoverti verso la felicità”; la non corrispondenza tra pensiero e azione; la mancanza di ironia e di autoironia; le reazioni infantili. I fumetti d’autore, le strisce e le vignette lavorano tramite l’uso del paradosso, un linguaggio per necessità esatto, una perfetta corrispondenza tra immagine e testo e – spesso – la presentazione di situazioni e problematiche “adulte”. Il linguaggio del fumetto, inoltre agevola il dialogo intergenerazionale, altro elemento di manipolazione in relazione a relazioni basate su autoritarismo e schemi sociali acriticamente reiterati, anche nelle loro falsificate trasgressività.

 

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