Dieci volumi di strisce – Drizzit – Letture rinfrescanti

Dieci volumi di strisce – Drizzit – Letture rinfrescanti

Dieci volumi di strisce

di Ilaria Troncacci

 

Da “Drizzit – Le migliori Pagine della mia Vita”

Quest’ultima Lettura Rinfrescante giunge in un clima meno torrido, ma in un tempo sempre più confuso, tanto da pensare che sarebbe meglio parlare di letture stabilizzanti. E allora, trattandosi di Drizzit, una serie che, giunta ormai al suo decimo volume, è riuscita a mantenere coerenza di stile e contenuti, l’idea di stabilità sembra ancora più calzante nella definizione di questo “consiglio di lettura”.

Andiamo con ordine. Drizzit di Luigi Cecchi è una striscia a fumetti che nasce come webcomic, ma che come ogni opera autentica sfugge a una categorizzazione univoca. Se infatti la “striscia” ha come tratto distintivo quello della chiusura e della possibilità quindi di essere un’unità narrativa autonoma, scopriamo presto che Drizzit è molto di più. Al di là della chiusura umoristica o ironica di ciascuna striscia, l’autore ci fa immergere vignetta dopo vignetta in un mondo coerente e credibile e in una storia dagli sviluppi coinvolgenti.

I personaggi, nelle strisce a fumetti, sono spesso maschere immutabili, basti pensare a Charlie Brown che non solo non cresce, ma è eternamente bloccato in una realtà in cui non riuscirà mai a parlare con la bambina dai capelli rossi e questo perché la riconoscibilità dei personaggi è strumentale alla riflessione o al funzionamento del meccanismo umoristico. In Drizzit invece non esistono maschere, ma relazioni che evolvono e personaggi che crescono e lentamente invecchiano, grazie soprattutto alle relazioni e non solo al susseguirsi di eventi avventurosi. L’elemento del tempo che trascorre è così palpabile nella narrazione che l’unica protagonista umana della serie, Katy, è continuamente incalzata dall’idea della morte e dalla finitezza della propria vita. Già, perché Drizzit è una striscia umoristica ambientata in un mondo fantasy e quindi gli umani sembrano fare da sfondo in un mondo popolato da esseri magici, demoni e popoli incredibilmente longevi. Un mondo in cui gli dei interagiscono con i propri seguaci e in cui l’aldilà è governato da una popolazione di burocrati.

Da “Le 16 Fatiche di Drizzit – La Sfida dell’Oste di Topple”

Fin dal principio capiamo che i personaggi rifiutano il proprio ruolo, l’autore ribalta i canoni e gli stereotipi del fantasy e ci invita ad andare più a fondo. Non è un caso che i personaggi sappiano di essere all’interno di un fumetto e che siano spesso apertamente in disaccordo con il proprio autore.

La credibilità delle situazioni che ci vengono proposte e la verosimiglianza dei personaggi, ci svela che ad essere parodizzate non sono certo le opere di R.A. Salvatore, a cui i nomi dei protagonisti e il titolo dell’opera si rifanno, ma il nostro mondo. Ed ecco che Drizzit, un elfo scuro che rifiuta di vivere secondo le regole di malvagità e violenza del suo popolo, è una bussola morale che ci accompagna per tutto il fumetto.

Da “Drizzit – Niente finisce davvero”

La caratteristica fondamentale di Drizzit, la maschera da cui il suo personaggio si sviluppa, è senza dubbio quella della bontà, continuamente comunicata e dimostrata al lettore. Partendo quindi dall’assunto che Drizzit è buono, l’autore declina l’idea di giustizia e bontà in modo tutt’altro che banale spingendo il lettore ad acquisire il punto di vista del suo protagonista e a porsi molte domande, eventualmente arrivando alla riflessione sul proprio agire quotidiano.

Per esempio, Drizzit sceglie consapevolmente di avere fiducia negli altri, anche a costo di risultare ingenuo, anche a costo di fare apparentemente la cosa sbagliata ed essere emarginato. Crede nella bontà delle persone e nella possibilità di cambiare, la sua dedizione ai rapporti diventa spesso motore per le avventure che si trova a vivere e fa della speranza di poter tirare fuori il buono anche dalla malvagia strega Baba Yaga una sua missione personale, di cui ancora non conosciamo l’esito.

Anche quando privato dell’amore (non in senso figurato, ma letterale: un’incantesimo potente toglie a  Drizzit il sentimento dell’amore) e anche tra le tante dissonanze che il lettore attento riesce a cogliere, il protagonista riesce comunque a mantenersi sulla strada giusta e a non tradire mai se stesso.

Le “avventure”, situazioni che il protagonista affronta, tecnicamente nella scia del classico romanzo epico, mettono in mostra l’assurdo e a volte il grottesco del nostro mondo. Non è strano infatti trovare Drizzit e il suo gruppo alle prese con una setta di cacciatori machisti, misogini e volgari o con un gruppo di intellettuali spocchiosi decisi a mettere al bando una lettera dell’alfabeto perché non ritenuta abbastanza meritevole.

Da “Le 16 Fatiche di Drizzit – Il Ritorno di Baba Yaga”

Nell’azione narrativa l’autore arma il lettore con l’ironia che non solo lo aiuta a decodificare il messaggio nel fumetto, ma lo aiuta a leggere il proprio mondo nella stessa ottica. Non si salva nulla, dalle idee della magia convogliate nei fantasy di serie c, ai corpi dismorfici degli eroi dell’immaginario contemporaneo… Davanti a situazioni grottesche e paradossali l’autore invita ad usare sempre l’ironia, soprattutto per sovvertire ingiustizie o brutture e per combattere l’ignoranza che spesso le genera. Uno dei punti di forza di questa serie sta proprio nell’essere, come il suo protagonista, fedele a se stessa. È una striscia a fumetti, e come tale non diventa mai inutilmente didascalica, non tradisce mai il suo intento umoristico e non dà risposte, ma prende sempre una posizione evidenziando i conflitti.

Da “Le 16 Fatiche di Drizzit – La Sfida dell’Oste di Topple”

Da sottolineare ancora è che Drizzit nasce e rimane un webcomic, le sue strisce sono cioè tutte fruibili gratuitamente online dalla pagina FB dedicata. Luigi Cecchi mostra consapevolezza e grande maturità nel gestire questo tipo di pubblicazione, caratteristiche che purtroppo a volte mancano a fumettisti che fanno il proprio esordio nel mondo dei social network. Non ha avuto bisogno, Luigi Cecchi – che è anche uno scrittore affermato e riconosciuto dalla critica – dell’aiuto di un editore per incanalare la propria creatività in senso artistico e per riuscire ad evitare, in quasi dieci anni, di rincorrere il gusto variabile di un pubblico sempre più ineducato – e anche nell’edizione cartacea le strisce restano immutate. L’autore dimostra anzi ogni giorno di conoscere il suo pubblico e, anziché cedere a facili logiche di mutuo compiacimento, striscia dopo striscia gioca con i lettori -persino facendoli entrare nelle scelte narrative- sfidandoli ogni volta a scendere più in profondità, a riconsiderare un punto di vista e a volte, a sospendere il giudizio e a prendere in considerazione realtà complesse e autentiche.

 

 

Tutti questi spunti ed espedienti narrativi e comunicativi, rendono profondità al fenomeno dei webcomic, perché giocano con il pubblico web che può interagire in tempo reale, ed evidenziano le possibilità di una lettura “aumentata”. Ma c’è di più citando la cultura pop dei libri game, giocando con il citazionismo e l’intertestualità, e, come nell’immagine qui presentata, utilizzando il “crossover” con i personaggi di altri suoi fumetti, Luigi Cecchi svela la labilità del confine tra la narrazione autobiografica del fumetto The Author – in cui l’autore ritrae se stesso nelle sue relazioni – e la striscia parodica di Drizzit, facendoci intuire collegamenti, somiglianze e differenze a livello profondo e quindi anche lavorando in senso metacritico sull’errore sempre più frequente di chi ritiene che esistano narrazioni solo “di verità” e narrazioni di finzione. Tutto questo intessuto in un fumetto che resta aperto a ogni pubblico, senza voler intercettare necessariamente un pubblico di “intellettuali”.

Drizzit è una striscia a fumetti praticamente unica nel suo genere, e l’autore è riuscito con dedizione e costanza a dimostrare che non esistono mezzi più degni di altri quando il messaggio che si vuole trasmettere è autentico.

Memorie di Katsuhiro Otomo

Memorie di Katsuhiro Otomo

Le nostre recensioni condivise sono un modo per restituire la lettura a i lettori. Testi non facili, talvolta, generano nel nostro gruppo di lettura le riflessioni più interessanti, in un clima di condivisione e vicinanza, che crea la lettura e dalla lettura è creato.

Memorie di Katsuhiro Otomo, pubblicato in Italia da Edizioni Starcomics, è il primo manga che abbiamo letto nel nostro gruppo di lettura. Si presenta come un’antologia di racconti eterogenei nella forma, ma decisamente coerenti nei contenuti. I racconti sono ambientati in un futuro più o meno lontano, e in società pressoché uniformemente distopiche.

 

(omaggio di Luigi Cecchi a Memorie di Katsuhiro Otomo, diritti dell’autore)

Fanno eccezione i quattro racconti  di Questo pazzo pazzo mondo. L’autore, in questi racconti, si relaziona con alcune delle più classiche e fondanti narrazioni occidentali (Artù e i cavalieri della tavola rotonda, la Bibbia, Le mille e una notte, Il vecchio e il mare. Otomo dà vita a un universo quasi onirico in grado di racchiudere storie diverse. Ci lascia spesso vagare senza troppi punti di riferimento in contesti poco definiti, creando una forte sensazione di spaesamento. Conosciamo ogni piccolo mondo attraverso alcuni dettagli che esso racchiude e nonostante questo ciò che accade nei vari racconti è talmente autentico da dialogare direttamente con il lettore, che viene indotto pian piano, grazie anche agli elementi ricorrenti che tessono una trama di richiami tra le varie novelle, a sentirsi parte di quel mondo, a riconoscersi come abitante di quell’universo.

Ci siamo quasi uniformemente trovati d’accordo nell’apprezzare maggiormente le storie più ironiche in particolare modo la storia dei Capelloni. Il surreale di quei racconti è fin troppo possibile, stimola a prendere in considerazioni i paradossi presenti per leggerli con autocoscienza.

 

 

Ci è sembrato infatti che il fumetto riproponesse in ogni storia la domanda: Che cosa è essere umani? E che in ogni storia proponesse dele risposte e riflessioni, lasciando al lettore la sensazione di saperlo, e di averlo sempre saputo, ma anche il senso di inadeguatezza di non saper difendere o esaltare l’essenza dell’umano per una forma di adeguamento alla società, talvolta associabile al conformismo, altre volte più legata a un senso di inadeguatezza personale.

Un quesito che si riverbera, quindi, sfaccettato, in un universo immaginato in cui è la semplicità a sorprendere, non la tecnologia che lo permea. È chiara la critica che viene mossa da Otomo alla sua società di origine, quella giapponese, rigida nelle proprie categorie e orientata a una perfezione che porta all’esclusione di individui non conformi, e che ciascuno può ricondurre, soprattutto al giorno d’oggi, alla propria cultura di provenienza: senza dubbio si adatta perfettamente alla nostra attuale.

In un mondo come quello del manga in cui maschere e stereotipi si ripetono spesso sempre uguali a sé stessi, Otomo è in grado di intraprendere strade innovative segnando un punto di svolta nella produzione e nella ricezione del genere. L’autore rivaluta completamente il modo narrativo, presentando un’opera dallo stile più raffinato sia dal punto di vista dei contenuti e dello stile narrativo che da quello grafico. Particolarmente interessante a questo proposito ci è sembrato l’utilizzo di una tecnica mista, digitale e non, per la colorazione delle prime storie della raccolta. È d’altro canto innegabile che con la sua opera Otomo abbia segnato uno spartiacque nel mondo del fumetto divenendo ispirazione per generazioni di fumettisti e mangaka che gli sono succeduti.

In apertura del gruppo di lettura i partecipanti dedicano solitamente un piccolo momento alla conoscenza reciproca, con lo scopo di creare maggiore sintonia tra i partecipanti e facilitare la partecipazione di ognuno. In questo caso ci siamo cimentati nella scrittura collettiva di una poesia con una tecnica di condivisione ispirata al gioco del “Cadavere squisito”. Accompagniamo quindi alla recensione il prodotto – davvero interessante – di questo piccolo esperimento collettivo, che tra riflessione e disincanto, rispecchia l’oscillazione dell’ironia e dell’impegno di Memorie:

Una rosa che cresce,

Il vento del mondo,

Curiosa attesa di un futuro possibile.

Il fruscio degli alberi intonava una sinfonia armoniosa.

Attraverso la resilienza, speranza.

Per sbaglio mangiai il muffin intero,

Ritrovando un vecchio cammino da una diversa strada.

Stelle, radici nella terra.

Tutti lo chiamavano oasi dello spazio,

Puro come il calore di un tè.

 

 

Stupor Mundi di Néjib

Stupor Mundi di Néjib

Continuiamo la pubblicazione delle recensioni condivise frutto dello scambio e della discussione all’interno del nostro gruppo di lettura Dialoghi a fumetti. Questa volta parliamo di Stupor Mundi di Néjib pubblicato in Italia da Coconino. Come tradizione ormai, la recensione è accompagnata da un bellissimo disegno omaggio di Luigi Cecchi

Stupor Mundi si è rivelato da subito un libro di grande spessore sia nell’impianto grafico che nei contenuti.

La struttura narrativa, quella di un vero romanzo, è infatti accompagnata da uno stile grafico peculiare e che ha dato adito a molteplici interpretazioni.

Partendo proprio dal disegno abbiamo infatti discusso a lungo. Lo stile minimalista con un ampio uso di blocchi di colore ha senza dubbio la funzione di non distogliere l’attenzione dalla storia, ma è altrettanto vero che nel modo di presentare l’immagine come se fosse l’impressione di un negativo, l’autore conferisce maggior forza alla storia, giocando con i disegni come con la narrazione sulla sottile linea che divide il ricordo dall’oblio e quindi il sapere, la conoscenza e la consapevolezza di sé dall’ignoranza e la confusione

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Questi infatti i temi che a nostro avviso più fortemente emergono dalla lettura del fumetto, che è un’opera complessa e densa, piena di rimandi alla tradizione letteraria, alla filosofia, alla pittura e alla scienza, un’opera che ha quindi tutta la forza del vero romanzo. Ci siamo fermati a considerare come Stupor Mundi sia effettivamente annoverabile tra i pochi romanzi a fumetti che abbiamo letto nel corso dei nostri incontri e questo ovviamente senza nulla togliere alle altre belle opere a cui ci siamo accostati. Semplicemente, volendo dare una rispondenza al termine graphic novel, Stupor Mundi si candida ad essere annoverato tra questi a pieno titolo.

La narrazione si incentra sulla storia di Annibale Qassim El Battuti, insigne scienziato e filosofo, intento a mettere a punto la sua grande invenzione e allo stesso tempo impegnato a rimanere nelle grazie dell’imperatore Federico II di Svevia. Più punti di vista e filoni narrativi si intrecciano e potremmo con la stessa sicurezza dire che la storia si incentra su Houde, figlia dello studioso che ha la straordinaria capacità di imparare a memoria tutto ciò che legge. Ma qualcosa continua a sfuggire dalla memoria della ragazza: gli eventi che hanno portato alla fuga della sua famiglia dal califfato e contestualmente alla morte di sua madre, sono avvolti nel mistero e per quanto si sforzi Houde non riesce a ricordare. Si trova smarrita, tradita da quello che è sempre stato il suo grande dono e si mette in cerca di risposte.

Annibale e Houde sono senza dubbio i due personaggi centrali e le due linee portanti della narrazione ma altrettanto importante appare la storia del Ghul o quella di Khanfus, personaggio peculiare sia nella resa grafica che nella storia che lo caratterizza. Ci ha affascinato scoprire che l’esperimento sul linguaggio di Khanfus è protagonista – tre bambini allevati in isolamento senza alcun contatto con il linguaggio – sia storicamente attestato. Abbiamo dovuto riconoscere quanto scienze e tecniche fossero incredibilmente avanzate in un periodo che ancora oggi viene considerato da molti il secolo buio. Di quel buio vediamo un accenno nel monaco Gattuso che però rimane un uomo di grande sapienza, che non risponde ciecamente ad un dettame ma segue con tenacia la propria idea di giustizia.

Ci troviamo insomma davanti ad un romanzo corale, perchè è la coralità a distinguere un vero romanzo.

Molti gli spunti che sono nati dalla lettura, molti altri dalla discussione. Abbiamo riflettuto sulla ricezione di questo fumetto come sintesi di dialogo tra cultura mediorientale e cultura europea. Ci siamo trovati solo parzialmente d’accordo con questa idea poiché il romanzo stesso scardina l’idea di Europa come oggi ci viene proposta, abbattendo alla base la distinzione fittizia tra cultura “altra” e cultura “nostra”. L’autore ci mostra semplicemente un mondo in cui i confini non sono invalicabili, soprattutto grazie alla scienza e ai saperi ai quali viene riconosciuta una forza universalizzante. Gli uomini in questo contesto vengono valutati esclusivamente per le proprie capacità e non per la loro provenienza. Questa visione tutt’altro che utopistica sembra perfettamente coerente con il contesto storico che racconta. Ci troviamo infatti in un momento storico in cui una fortezza pugliese era crocevia per grandi pensatori provenienti da ogni dove, attirati proprio dalla possibilità di confrontarsi con altre grandi menti, al riparo da oscurantismi e dogmi legati alla religione. Lo Stupor Mundi, Federico di Svevia, passò infatti alla storia come sovrano assoluto, indipendente anche rispetto ai dettami di una chiesa ancora potente e accentratrice.

Immergendoci tra le pagine di Stupor Mundi, dobbiamo riconoscere che il confine tra arti e scienze si assottiglia e svela la finzione di distinzioni inesistenti. Annibale, è filosofo, scienziato, letterato uomo di spirito e di ingegno, quello che noi chiameremmo uomo rinascimentale, e questo fa venire il dubbio che la settorializzazione e i particolarismi, l’ossessivo ricorso a limiti e confini, siano frutto esclusivo del nostro tempo.

Lo scienziato si trova infatti messo di fronte ad una domanda scomoda “a che cosa serve?”

L’invenzione che è a metà strada tra scienza e arte non trova una collocazione chiara e quindi è difficile valutarne “l’utilità”. E per questo diventa monito, viene condannata e respinta. Nel trovarne un’utilità Annibale si troverà a divenire impostore. Il sapere e l’arte al servizio della spendibilità diventa inevitabilmente artefatta e posticcia e quindi un inganno.

Ma sebbene sia complice di questa grande o piccola macchinazione, la nostra impressione su Annibale non cambia, non lo immaginiamo corrotto dal potere ma ben saldo sulle proprie convinzioni.

In conclusione abbiamo trovato che Néjib ci pone di fronte ad una verità molto semplice: identità e memoria sono due realtà inscindibili. Se oscuriamo una parte della nostra storia, sia essa personale o collettiva, ci priviamo inevitabilmente di una parte della nostra umanità.

Batman, The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland

Batman, The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland

La recensione condivisa di Dialoghi a fumetti

Riprendiamo in estate la pubblicazioni delle nostre “recensioni condivise”. Il nostro gruppo di lettura, Dialoghi a fumetti, nasce proprio con l’intenzione di creare un luogo di lettura condivisa, in cui le riflessioni di tutti si concentrano affinché gli spunti e gli stimoli racchiusi in un fumetto riescano a innestarsi nei mondi di ciascuno.

Il fumetto, sceneggiato da Alan Moore e disegnato e colorato da Brian Bolland, edito dalla DC Comics, in Italia grazie a RW Edizioni. Abbiamo letto la ristampa del 2008, pubblicata in occasione del ventennale dall’uscita, completamente ricolorata dallo stesso Brian Bolland.

I protagonisti di questa vicenda sono il “vigilante mascherato” Batman e il suo più celebre nemico Joker. Ostinato a dimostrare all’intera Gotham come la follia è più vicina di quanto sembri, il pagliaccio rapirà l’uomo più integro della città, James Gordon, per procurargli “una brutta giornata”, che ad avviso di Joker, è il confine che separa tutti dalla psicopatia.

L’intera vicenda viene svolta su piani paralleli. Nel suo agire Joker ricorda l’evento che lo condusse alla follia, presentando ai lettori la persona dietro il sorriso malato. Una serie di flashback presentano un uomo emotivamente fragile nel suo vissuto, ma distaccato dal suo passato, nella degenerazione di una nevrosi da inadeguatezza. Ne sono un esempio grafico nel fumetto le espressioni facciali nelle sue rievocazioni; la fisionomia psicologica del personaggio viene rappresentata nella contrazione dei tratti del volto. Nella dolorosa rievocazione del trauma, il rapporto intensissimo con la moglie è fatto di dialoghi rarefatti spesso interrotti da un semplice sorriso. Ogni aggressione e ogni mancanza sentita come propria  si riflette in modo negativo su un uomo fragile, empatico, emotivo e insicuro. Una offerta di guadagno pericolosa, una grande perdita, lo scontro con Batman, il viso sfigurato: una “brutta giornata”.

Ma è davvero così che è nato il criminale? La verità è incerta. Lo stesso Joker afferma all’interno del fumetto che del suo passato non ha certezza: i ricordi variano in quelli che lui definisce “una scelta multipla”. Quindi ciò che conosciamo potrebbe essere una di queste tante possibilità. Nel discutere il fumetto si è notato come la copertina dello presenti Joker intento a scattare una fotografia, raffigurazione non presente nell’opera, ma creata appositamente. L’idea del personaggio che scatta immagini ha fatto riflettere il gruppo su come tutta la vicenda sia dal suo punto di vista, facendo mettere in dubbio l’attendibilità de narratore.

Batman entra in azione in seguito all’evasione di Joker: “È un po’ che ci penso. A me e a te. A quello che ci succederà, alla fine. Finiremo per ucciderci l’un l’altro, vero?” è un quesito che lo farà riflettere sul suo rapporto con questo nemico. Il racconto pone i due personaggi sullo stesso livello, mostrando quanto questi siano simili nella loro mentalità. L’idea di un sorvegliante mascherato da animale che protegge una intera città, per quanto eroico possa essere, è di per sé una alienazione dal mondo paragonabile alla follia del pagliaccio criminale.

Quali sono i fattori che avvicinano e allontanano questi due personaggi?

Sono entrambi iper-razionalizzanti, con un amore per la nemesi, confinati in un ambiente distopico come Gotham City. Un luogo continuamente cupo, dall’estetica architettonica ai cittadini che lo compongono, forse così rappresentato per una proiezione dei protagonisti. La solarità e la vita comune sono aspetti qui molto distanti. Un esempio ne è Arkham: a Gotham non ci sono prigioni, ma solo un enorme manicomio.

La consapevolezza del proprio trauma e la reazione che il soggetto presenta sono anch’essi elementi fondamentali.

Joker non riesce a far fronte al trauma, tant’è che finirà per comprendere e abbracciare il suo stato di follia. Ma è incline a trovare una continua giustificazione. Batman invece riesce in qualche modo a far fronte alla sua frattura, soprattutto perché Bruce Wayne ha qualcuno accanto, vive delle relazioni più autentiche. Un esempio ne è il fidato maggiordomo Alfred. La lotta al crimine e la salvaguardia della città sono per Bruce sfogo delle sue nevrosi. La dissociazione dalla realtà è simbolicamente una dimostrazione del suo grado di vicinanza con la sua nemesi.

Anche lo status sociale dei due soggetti influisce sulla loro crescita. Uno è di ricca famiglia, e sceglie di utilizzare la sua ricchezza come mezzo di integrazione nella società, mentre Joker è povero e sconosciuto, sorretto emotivamente solo da se stesso e dal suo terribile disagio.

A livello stilistico il fumetto Batman – The Killing Joke esprime con evidenza le caratteristiche dei protagonisti, sa nei tratti del disegno, sia nella struttura del fumetto. Le tavole precise e squadrate creano uno schema di griglie che suggerisce evocativamente l’idea di iper-razionalità.

In chiusura, molti quesiti restano aperti. La pioggia copre tutto, facendo scomparire ogni maschera, per poi iniziare da capo. Dall’inseguimento all’incontro.

Tony Sandoval – “Gli autori devono fare opere che parlino delle persone alle persone, perché si impari a fare meglio.”

Tony Sandoval – “Gli autori devono fare opere che parlino delle persone alle persone, perché si impari a fare meglio.”

Sabato 23 giugno siamo andati a intervistare Tony Sandoval, uno dei nostri autori di riferimento. Suo è uno dei primi testi che abbiamo affrontato in Dialoghi a fumetti: Il cadavere e il sofà.

Stiamo leggendo ora Appuntamento a Phoenix, che ci è piaciuto molto anche per la tematica trattata, vicina ad argomenti che ci stanno molto a cuore. Tony Sandoval è un autore generoso, acuto, che non fa mistero di sé né delle sue ispirazioni e della sua visione dell’arte che, se autentica, può farsi efficace strumento di presenza politica. Lo abbiamo intervistato, lo abbiamo interrogato su delle curiosità e delle domande scaturite dalla discussione del gruppo di lettura. Tony parla diverse lingue, oltre allo spagnolo, l’inglese, il tedesco, anche l’italiano, così la conversazione è stata multilingue. Le domande in italiano e le risposte in inglese. Il dialogo, coadiuvato in alcuni momenti da un’interprete, è stato accompagnato da una componente non verbale di grande intensità. Tony Sandoval ha il tipico atteggiamento accogliente di chi sa cosa vuol dire avere ogni giorno a che fare con il proprio posizionamento nel mondo, di chi conosce la timidezza e non condanna mai gli altri per i loro timori. Stabilisce contatto visivo, sorride con gli occhi e con il corpo. Incoraggiante, sincero, cortese, equilibrato, gioviale. E’ evidente che ci si trova di fronte a una persona autentica, che non ha bisogno di maschere da “autore”: le sue risposte, come le sue opere, sono espressione di una vera tensione comunicativa. Ecco com’è andata la nostra conversazione.

 

 

Portiamo avanti da quasi un anno un gruppo di lettura di fumetti e uno dei primi fumetti che abbiamo letto è stato proprio Il Cadavere e il Sofà. Una delle domande emerse dal gruppo è stata: che età avranno questi ragazzi?

Non do mai un’età definita ai miei personaggi, Ovviamente dipende dalle storie, alcuni dei miei personaggi stanno scoprendo le loro vite, altri sono qualcosa di più simile a degli universitari. A me piace pensare che siano matricole o qualcosa del genere.

Lei ha una sua idea della condizione giovanile, di come i ragazzi oggi riescano o non riescano a vivere le proprie passioni?

Non credo sia una condizione legata all’oggi, credo sia una cosa semplicemente umana. Ricordo quando io ero ragazzo, ero così stupido!, mi piace pensare che fossi ancora giovane ma ero senza dubbio più ingenuo della maggior parte dei miei coetanei. Ho un piccolo aneddoto in merito: ricordo l’arrivo di questa nuova ragazza nel vicinato, che era ovviamente bellissima, parlava con tutti tranne che con me, ovviamente anche a me sarebbe piaciuto parlarle come facevano gli altri ragazzi ma ero troppo timido. Ricordo che abbiamo avuto un’estate simile a quella che racconto nel mio fumetto, e alla fine dell’estate ricordo uno dei miei amici chiedere alla ragazza: “Ti è piaciuto qualcuno durante queste vacanze?” e lei ha risposto: “Sì mi sono piaciuti alcuni a volte.”

Aveva fatto una piccola lista, e all’improvviso ero così contento di esserci anche io. È stata la prima volta che ho iniziato a capire alcune cose, credo di essermi innamorato di tanta onestà, ma non dissi niente perché ero troppo timido.

Ma per tornare alla domanda io credo che i ragazzi siano sempre gli stessi. Forse è cambiato il modo o l’approccio con cui comunicano con le altre persone. Come Lucas, mio figlio, lui non mi dice niente riguardo alle sue passioni, non ne parliamo, non lo vedo intrattenersi con le ragazze, ma non per questo credo che lui non parli con le ragazze su internet. Dovrei essere troppo ingenuo per credere che lui non abbia questo tipo di relazioni. Si può dire: “No, lui non sembra affatto curioso.” Ma, andiamo, è giovane e tutto questo è semplicemente umano.

In “Il cadavere e il sofà” come in molte delle sue opere è ricorrente la rappresentazione dei denti. Come mai? Ha qualche significato particolare? 

Credo che faccia parte di un’estetica che mi piace, mi piace l’idea che sia una parte nel tutto, sono molto difficili da disegnare, mi piace disegnare le bocche aperte

Credo tutto sia iniziato da un racconto di Edgar Allan Poe, Berenice, che mi ha dato l’idea di fare questo tipo di rappresentazione, l’intuizione di dare ad una parte del corpo il potere di un’idea. Sono stato catturato da questa idea. Quando ho iniziato a provare a disegnare alcuni volti in questo modo sembravano orribili, ho capito che non erano facili da disegnare e quindi ho continuato a provare. Ho fatto gli occhi, il vento, mi piace il movimento, mi piace l’acqua. Anche l’acqua è molto difficile da disegnare, ed è un altro elemento ricorrente nei miei disegni. Forse è meno evidente dei denti perché i denti hanno qualcosa a che fare con la rappresentazione delle persone qualcosa che fai quando disegni le persone), I denti hanno un elemento weird, che non mi dispiace. Mi piace mettere nei miei libri ciò che mi piace, non mi spaventa mostrare ciò che mi piace anche se risulta strano o inquietante.

 

Quali sono i suoi artisti e autori letterari di riferimento e i suoi romanzi preferiti?

Sono così tanti. Sono stato per molti anni un grade fan di Lorenzo Mattotti, mi piace Gipi, Moebius, Dave McKean. Mi piacciono molti autori: Patrick Süskind, Dan Simon, Gustav Klimt. Potrei andare avanti. Per quanto riguarda i romanzi come dicevo amo Il Profumo di Süskind, praticamente qualunque cosa di Edgar Allan Poe, mi piacciono anche i romanzi di Dan Simmons Hyperion, Ilium, La Scomparsa dell’Erebus (The Terror) etc. E ovviamente molti classici: Dracula, amo quel libro. Quello che ritengo uno dei miei più grandi maestri è ovviamente Lovecraft.

 

Ci occupiamo molto di connettere fumetto e poesie. Lei legge poesie? Crede che la poesia possa essere in connessione con la sua opera?

Io non penso a me stesso come a un poeta, in realtà quando faccio un fumetto vorrei che sembrasse come un film. Quindi la mia opera vorrei fosse collegata allo stile di un film più che quello della poesia. Non ho mai voluto essere un poeta ma mi piacciono le poesie, amo molto quelle di Borges (qui su Poetarum Silva ne trovate una, NdR).

 

In Appuntamento a Phoenix, il racconto della sua esperienza di vita e di sviluppo artistico viene collegato alla situazione di chi viaggia per cercare un futuro migliore. Si tratta di un argomento che viene trattato in vari modi e in molte letterature. Crede che il fumetto possa avere strumenti diversi, più forti per contribuire a sviluppare un discorso politico più equo?

Io credo di sì, credo anzi che sia una parte del dovere di noi artisti fare ogni tanto questo tipo di opere. Ma allo stesso tempo credo sia un dovere per tutti far sì che i ragazzi possano leggere fumetti che parlano di temi importanti. Gli autori devono fare opere che parlino di cose reali che parlino delle persone alle persone, perché si impari a fare meglio. Con Appuntamento a Phoenix non avevo la pretesa di agire in modo politico, non volevo influenzare le persone in senso negativo, ma credo di aver voluto mostrare un pochino della mia storia. In questo fumetto racconto appunto la mia storia, io so che quello che racconto è ciò che mi è successo, ma oltre a raccontare di me volevo raccontare il problema. Credo che in qualche modo sia una responsabilità parlare di questi argomenti.

 

 

Con Laputa ci occupiamo di educazione alla lettura e di alfabetizzazione letteraria e al fumetto, con ragazzi e gruppi di varie età. Cosa pensa si potrebbe o dovrebbe fare per migliorare la diffusione della letteratura a fumetti?

L’unica cosa che possiamo fare in proposito è fare cose di buona qualità, cose interessanti, cercare di non copiare ciò che fanno tutti gli altri. E soprattutto promuovere ciò che si fa, come ciò che stiamo facendo ora. Io potrei essere a casa ora e non fare nient’altro se non disegnare e dipingere. Invece sono qui perché capisco che è importante e mi piace che questo accada. Quindi è importante uscire dallo studio mostrarsi alle persone, incontrarle, anche se vuol dire dover fare tanto tanto lavoro in più.

Come cambia secondo lei il lavoro se il fumetto è frutto di una collaborazione e se deve occuparsi sia del soggetto che del disegno?

Quando lavori da solo puoi andare più in profondità, è più facile. Se hai un buon collaboratore, se condividi la storia con qualcuno, può comunque uscire un buon lavoro, ma se lavori da solo è più facile.

Può consigliarci un fumetto da leggere durante i nostri incontri del gruppo di lettura?

Che tipo di gruppo avete?

Eterogeneo, dai 18 ai 75 anni.

Wow, non è facile, ma direi qualcosa di Paco Roca, che è piuttosto universale.

Presto o tardi, tutti i nostri giochi diventano Calvinball – ovvero – La letteratura orizzontale di Paola Del Zoppo

Presto o tardi, tutti i nostri giochi diventano Calvinball – ovvero – La letteratura orizzontale di Paola Del Zoppo

Proponiamo un testo di qualche tempo fa di Paola Del Zoppo, ringraziando SenzaZucchero e l’autrice per il permesso. Potete leggerlo oggi, per tanti motivi: Lo proponiamo anche noi per tanti motivi che ognuno intuirà, il più superficiale dei quali è che i fumetti sono letteratura. O non lo sono. Se non lo sono, e voi lo riconoscete, e qualcuno dice che lo sono, quel qualcuno sta mettendo in orizzontale cose oblique. A noi piace citare Watterson: “Presto o tardi, tutti i giochi diventano Calvinball”. Chi vuol leggere, sa leggere. Tra le righe, tra le linee, tra i ballon.

 

Letteratura orizzontale: istruzioni per l’uso – di Paola Del Zoppo

 

Istruzioni per l’uso: Letteratura orizzontale

di Paola Del Zoppo

La letteratura orizzontale è quella letteratura dei nostri giorni in cui nulla si solleva dal piano. È una letteratura che esiste da sempre, ma che adesso e da alcuni decenni ha le sue maggiori chance di successo. La letteratura orizzontale non è necessariamente letteratura di mass-market, anche se quella è la sua vocazione primaria: tale vocazione va sviluppata il più energicamente possibile per ottenere risultati significativi. La pubblicazione di letteratura orizzontale è altamente consigliata a tutti gli editori che vogliano stare al passo con il mercato e l’evoluzione dello stesso, ma soprattutto che vogliano stabilire un rapporto profondo e duraturo con il lettore.

Premessa: La letteratura orizzontale si può esprimere per comodità in una funzione che si collochi tutta nei reali, e non presenta asintoti verticali: un asintoto verticale esiste solo se ci sono dei candidati asintoti nel campo d’esistenza. La letteratura orizzontale è causa ed effetto dell’attaccamento al piano dei reali. La letteratura orizzontale spesso si sviluppa per quantità di pagine e non per profondità: f è derivabile e f’ (x) = 0, quindi f ha in x un punto stazionario (dove f ha la tangente parallela all’asse x).

Linee guida: L’editore che voglia accostarsi alla pubblicazione di questo genere di letteratura dovrà massimizzare le seguenti variabili:

  1. E [Egocentrismo]: la letteratura orizzontale non sperimenta, men che mai linguisticamente. Un linguaggio – appunto – piano, neutro, ne caratterizza ogni piega. Nella poesia, per sua natura “verticale”, l’orizzontalità è più complessa da raggiungere, e di solito lo scrittore-poeta si concentra su se stesso fino al punto da contrarre i testi all’orizzontalità.
    2. A [Autocompiacimento] la letteratura orizzontale, come si intuisce dal punto 1. è una letteratura in cui lo scrittore è il centro del testo. Massimi risultati si ottengono se questa centralità rimane celata e non dichiarata da diciture quali “autobiografia” o “relazione di” o “pensieri su”.
    3. P [Pruderie]: la letteratura orizzontale ammanta di significato eventi, relazioni, condizioni umane banali. Spesso le ammanta di eversività tramite la finta provocatorietà di tematiche che si coniugano con gli argomenti che insistono su quella pruderie in cui dalla fine dell’Ottocento in poi siamo immersi: tradimenti, sesso, maternità, sofferenze, sono tematiche care alla letteratura orizzontale. Bisogna però fare attenzione a non svilupparle mai nella loro complessità, mantenendo sempre una visione univoca e unilaterale di ogni sviluppo senza mai accentuare la complessità della realtà umana. È molto importante, al fine di attrarre e confortare anche il pubblico dei benpensanti, non forzare mai troppo gli argini del politically correct.
    4. L [Lusinga]: la letteratura orizzontale, soprattutto ai massimi valori di E, A e P, lusinga il lettore nelle sue capacità, non mettendolo in crisi ma confortandolo nelle sue conoscenze e velleità.
    5. G [Genere]: la letteratura orizzontale si giova delle definizioni di genere per collocare l’uno o l’altro testo a diversi valori di x.

Corollario al punto 5. Il genere è diventato, negli anni, non uno strumento di lettura ma uno strumento di scrittura. Il “genere” si insegna nelle scuole di scrittura. La voce dell’autore si subordina così al genere e non viceversa. Quando ciò accade, siamo di fronte a grandiosi capolavori di letteratura orizzontale.

  1. M [Morboso]:la letteratura orizzontale è morbosa.
  2. E [Ecosistema]: la letteratura orizzontale prolifera in tempi utili solo in un mondo letterario orizzontale. Case editrici orizzontali, che tengono la posizione ed evitano oscillazioni. Bisogna quindi impegnarsi a mantenere l’ecosistema e incoraggiare gli altri agenti dell’ecosistema a svilupparlo. Copertine orizzontali. Prefazioni o postfazioni orizzontali, ancor meglio se inutili. Critica letteraria e giornalismo culturale orizzontale.

Corollario al punto 7. Copertine e prefazioni possono servire, in casi estremi, a contenere slanci verticali che metterebbero in discussione la stabilità della funzione. Può essere molto utile, infatti, per rientrare nei canoni della letteratura orizzontale, associare a un libro verticale, un classico o un classico moderno, ad esempio, che rischi di spiazzare troppo il lettore, una prefazione di un autore mediocre ancorché conosciuto, o, in casi estremi, di cantanti o attori, o personaggi televisivi. Il lettore si sente confortato: la sua propensione all’orizzontalità è salva. La prefazione deve banalizzare il più possibile e possibilmente stabilire connessioni gratuite e superflue con la vita del prefatore o con le sue inclinazioni, meglio se condite di aneddotica. L’associazione tra prefatore e testo deve però essere labile e dettata da canoni riconoscibili tra i pilastri della letteratura orizzontale: avremo così prefazioni di “romanzi di letteratura femminile” assegnate a mediocri scrittrici di mass-market molto note al pubblico, o a personaggi del mondo dello spettacolo che rappresentino una femminilità “libera” e autonoma, un’ideale evoluzione dei personaggi protagonisti dei libri. Un buon esempio di operazione editoriale orizzontale potrebbe essere Emma di Jane Austen con prefazione di Paris Hilton, Persuasione si assegnerebbe con proprietà a Oprah Winfrey. Grande impatto hanno prefazioni e introduzioni di cantanti e musicisti. Stesso discorso per le copertine. Si immagini dunque un libro di letteratura a pericolosa tendenza verticale, che rischia di sfuggire alla categorizzazione di genere. È possibile, nella gran parte dei casi, soffocare gli slanci eccessivi di tale tipo di libri avvolgendoli in copertine patinate e ammiccanti. Per il Robinson Crusoe si prediligerà allora un Chris Hemsworth a torso nudo, per Lady Roxana, perché no, una seducente immagine sadomaso di Scarlett Johansson che ammicca sbucando da un sipario. Un altro tipo di copertina che ben si coniuga con la letteratura orizzontale è la copertina-specchio: immagine a tutta pagina di un volto che guarda il lettore o un luogo lontano e indefinito, producendo “immediata immedesimazione”, come molti esperti ricordano. Il critico letterario e la stampa culturale orizzontale che sappiano svolgere davvero il proprio lavoro si concentreranno con attenzione solo su questi elementi paratestuali, piuttosto che sul libro stesso – per evitare lo sconcerto nel lettore che lo allontanerebbe dall’opera – e prediligeranno la pubblicazione di estratti di prefazioni dei suddetti idoli e/o immagini di copertine a tutta pagina. L’editore deve incoraggiare questo trend.

  1.  S [Sciatteria]:termine abusato da un certo tipo di critica intellettuale, e dunque rigettato, è invece da rivalutare nell’ambito della produzione di buona letteratura orizzontale. Il lavoro della casa editrice non interessa affatto al lettore, che, come menzionato sopra, è più attratto da fattori confortanti come la confidenza con il prefatore o la riconoscibilità della copertina. Anzi, eventuali sviste, e soprattutto la percezione che l’editore è “uno come noi”, aiutano e incoraggiano il lettore nel suo rapporto con il libro. Dunque, è bene lasciare i testi a tratti male editati o male assemblati, puntando sulla tenerezza del fruitore.
    9. A [Assenza]: la letteratura orizzontale manca totalmente di fantasia. Tutte le situazioni descritte devono essere assimilabili al reale (vedi premessa). Un libro di letteratura rosa orizzontale deve essere talmente banalmente reale da sfiorare la funzione delle agenzie matrimoniali.
    10. C [Canone]: la letteratura orizzontale ha un suo canone in antichi capolavori novecenteschi come Il gabbiano Jonathan Livingstone o Il Piccolo Principe o Siddharta. Volumetti a larga fruizione con ricette per ogni lettore. Utili anche e soprattutto per esercitare il citazionismo, di cui poi si nutrirà tanta altra letteratura orizzontale.

Corollario al punto 10: non è necessario che un libro nasca come letteratura orizzontale per diventare un classico della letteratura orizzontale. Può svilupparsi in tal senso, come già visto, tramite paratesti e confezione, talvolta tramite le dinamiche di ricezione. È bene che l’editore che si accosta a questo tipo di letteratura ne padroneggi il canone e ne tragga ispirazione.

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Letteratura orizzontale: istruzioni per l’uso – di Paola Del Zoppo