Il coraggio di vivere l’umanità: Nikopol di Enki Bilal

Il coraggio di vivere l’umanità: Nikopol di Enki Bilal

Qualche tempo prima che Enki Bilal tornasse agli onori della cronaca con il suo inserimento nella giuria del festival di Cannes abbiamo letto insieme uno dei suoi testi più famosi, Nikopol. Abbiamo avuto modo di vedere sia l’edizione di Alessandro Editore che quella dei Classici del fumetto di Repubblica, uscita nel 2005 e che contiene una storia in più di una trilogia più recente (La tetralogia del mostro).

Leggere insieme un caposaldo della letteratura a fumetti come Nikopol di Enki Bilal è stato per noi di Dialoghi a fumetti un esercizio interessante, anche se a tratti faticoso.

Doversi confrontare con un classico ha richiesto uno sforzo maggiore proprio perché per molti di noi Nikopol aveva segnato un punto di svolta nella formazione del gusto estetico in merito al fumetto. Abbiamo accettato la sfida di riscoprire pagina dopo pagina i molti messaggi e le tante suggestioni che l’autore ci offre.

Le prime due storie della trilogia si presentano come il canone del fumetto francese, l’autore sta alle regole con una precisione da scolaro, o forse definisce ciò che diviene per noi canone e regola, dialoga con il mezzo che ha a disposizione e dimostra di saperlo usare con competenza. Nell’ultima storia lascia maggior spazio alle attitudini personali e dimostra così di saper giocare con le tavole in modo sempre più sperimentale. Le griglie diventano meno metodiche e si adeguano al ritmo della narrazione che si fa meno regolarmente cadenzato.

Lo stile è e rimane per l’intera opera consapevolmente cinematografico, l’autore con l’attenzione del regista svolge la narrazione attraverso un susseguirsi di campi e controcampi e di sequenze adatte ad essere riprese da una macchina da presa. I tanti richiami a film coevi, tra tutti i più evidenti sono apparsi quelli a Blade Runner, non fanno che insistere sul concetto. I tratti grotteschi e inespressivi dei personaggi hanno reso la lettura impegnativa, più per la portata del messaggio che per una vera e propria questione di fruibilità dell’opera.

La storia ci trascina verso una terra in cui il protagonista si fa largo tra personaggi bizzarri e disumani, lui stesso, un essere fuoriuscito, per essere riammesso nella normalità della società è costretto a cedere parte di sé. Sarà l’incontro con alieni autodefinitisi dèi che gli darà il modo per inserirsi in una società a cui è estraneo e che non lo affascina. Un personaggio solo, apparentemente adulto, senza direzione e senza progetto, diventerà facilmente strumento di questi dèi incredibilmente bravi nel plagio e fuorvianti, anche se meno nelle sembianze. Gli dèi infatti ci appaiono da subito estranei e familiari, da una parte rappresentati con le sembianze di divinità egizie e quindi lontane, mostrano atteggiamenti molto umani e una moralità terrena. Le loro passioni, la noia, l’avidità, le motivazioni, tutto ci appare quotidiano, più umano di quanto non sembrino gli umani stessi. Gli déi sembrano comunque i soli non assuefatti al grottesco, mentre gli uomini siano governanti o sudditi sembrano tutti parte della stessa assurda commedia. Sembra invece impossibile entrare in empatia con gli umani che disegnati con tratti inquietanti e disumanizzati ci appaiono tristi e senza scopo che non sia quello di mantenere strenuamente la propria posizione per misera che sia, cercando di non sprecare l’occasione di fare qualche passo avanti nella scala sociale a discapito di chiunque altro. Se c’è umanità in loro è un’umanità respingente in cui nessuno vorrebbe rivedersi.

Nikopol si muove in questo contesto cercando di adattarsi, non ha una direzione e anche lui cerca di ottenere il meglio con il minimo sforzo. Il suo rapporto con Horus, dio irrequieto non rassegnato ad occupare eternamente un ruolo assegnatogli da altri, gli offrirà una consapevolezza che Nikopol non saprà gestire e che lo condurrà alla follia.

Non c’è un percorso per Nikopol che sia però davvero consapevole, si rimetterà infatti in sesto sempre mosso solo da un desiderio edonistico e autoreferenziale: nell’incapacità di diventare adulto sarà l’inquietudine a spingerlo, per questo anche il fumetto sembra cambiare ambientazione in modo del tutto casuale passando dal grottesco distopico, al noir, al film d’autore francese. Ogni passaggio è un tentativo in più di Nikopol di fuggire da sé stesso. Eppure non c’è scampo per lui che fino alla fine abdicherà alla sua vita lasciando il suo doppio, suo figlio, vivere per lui.

L’autore a nostro avviso muove una critica durissima nei confronti di una società che spinge ad essere per essere parte, per essere riconosciuti, tanto più riguardo ai circoli esclusivi e chiusi che fingendosi alternativi creano regole rigide a cui attenersi per essere parte e fanno di chi è fuori un vero e proprio reietto. Ci è parso che Nikopol sia il personaggio perfetto per rappresentare la tendenza a crearsi dei “centri” (di pensiero, di influenza…) a cui aspirare, ma a cui si sa, non si verrà mai ammessi. Questi centri creano periferie di vigliacchi e approfittatori, periferie di disperati disposti a tutto pur di toccare il centro anche solo per un istante. L’unica via di salvezza, ci dice Nikopol, è il margine. È solo rifiutando la dinamica e ponendo delle vere distanze che si può costruire un sé solido e autonomo. Il margine è scomodo e non concede compromessi o distrazioni, e Nikopol nella sua parabola distruttiva dimostra quanto sia facile fallire, anche quando, o soprattutto quando, tutto potrebbe andare per il meglio.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Nikopol di Enki Bilal
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Misurare il mondo – Furari di Jirō Taniguchi

Misurare il mondo – Furari di Jirō Taniguchi

Cover: Immagine omaggio di Luigi Cecchi.

Nei nostri incontri di Dialoghi a fumetti abbiamo deciso di affrontare un breve percorso percorso tematico sul fumetto giapponese e asiatico, e abbiamo iniziato prendendo in esame una delle opere più caratteristiche di Jiro Taniguchi: Furari edito da Rizzoli Lizard nel 2011 e tradotto da  Vincenzo Filosa.

Cover Rizzoli Lizard 2011

Il fumetto presenta una narrazione cadenzata, poetica, e una continua giustapposizione di immagini e rimandi porta il lettore ad immergersi completamente in un’atmosfera che appare cucita ad arte, probabilmente anche con una considerazione particolare per il lettore europeo o comunque non giapponese. La storia segue le vicende del cartografo Tadataka Ino, in un susseguirsi di episodi durante i quali la prospettiva del protagonista si mescola con quella di diversi animali che in un modo o nell’altro ne intrecciano il cammino e ne plasmano la fantasia.

Il cartografo, uomo sapiente ormai in pensione, trascorre le sue giornate misurando la città in cui vive e perfezionando il suo metodo con l’aspirazione di poter un giorno misurare distanze più grandi. Il protagonista è spesso in cammino, e come il più classico dei topoi sulla letteratura che narra il rapporto con gli spazi, misurando i propri passi e la città il cartografo conosce e si conosce, fa i conti con la Storia e con il suo “passare nella Storia”.

Immaginare di poter esperire il mondo dal punto di vista degli animali appare una maniera per comprendere più a fondo ciò che lo circonda, modificando anche la percezione delle grandezze. Gli animali, presenze non caratterizzabili, troppo spesso marginalizzate, rappresentano però un’idea di eternità, di presenza simbolica e costante.

Così il protagonista diventa gatto per scoprire la bellezza che non è mai volgarità, diventa falco per mettere distanza tra sé e il mondo e così facendo scoprire i dettagli che creano un insieme maestoso, diventa libellula per cogliere le mille sfaccettature che la realtà offre, diventa tartaruga per immergersi nello scorrere del tempo. Il cartografo, preciso misuratore del mondo, si lascia sorprendere – e con lui il lettore, e accoglie con serenità e gioia i nuovi punti di vista, per diventarne sintesi.

Anche solo l’idea che si possano guardare le cose da un punto di vista diverso apre a infinite possibilità: il narratore è infatti lui stesso anche l’elefante che con la sua assenza ispira al cartografo la costruzione di un nuovo strumento di misurazione.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Furari

Se gli animali lo aiutano a leggere il mondo e sé stesso nel mondo, le relazioni dànno un senso e uno scopo a questa presenza. L’incontro con il poeta Kobayashi Issa determina in senso politico il suo sogno e la sua ambizione. La “vocazione” del poeta lo porta ad essere ramingo e a vivere dell’aiuto di quanti apprezzano la sua arte, ma non esiste altra vita per lui degna di essere vissuta, nessuna vita che allo stesso modo lo farebbe rimanere fedele a sé stesso. Allo stesso modo il cartografo è in “dovere” di misurare il mondo, quella è la sua arte e quello è il suo scopo, il suo vero posto nel mondo.

Non è quindi strano che non solo non venga ricompensato, ma anzi debba investire soldi ed energie per poter letteralmente misurare il mondo e compiere così la sua opera più grandiosa. Incontriamo infatti il protagonista ormai in pensione, in grado di mettersi completamente al servizio della sua passione, del suo ikigai, il motivo per cui vale la pena vivere, e il poeta o il pittore che il protagonista incontrerà lungo la strada lo aiuteranno a comprendere l’importanza di aderire a quello scopo e attraverso quello scoprire se stesso.

Ma la relazione più significativa è senza dubbio quella con la sua compagna di vita. Attraverso la figura di questa donna, l’autore veicola il messaggio fondamentale dell’intera opera, non è quindi un caso che sia l’unico personaggio a tornare costantemente nelle avventure del cartografo. Nella relazione tra i due infatti è la poesia del quotidiano a risaltare è il lirismo della consuetudine, della familiarità e della pace data da un’intimità vera, mai tradita, nonostante gli ostacoli e le distanze che a volte sembrano divenire incolmabili.

Tutte le scelte stilistiche sono coerenti alla narrazione, Taniguchi ci spinge ad essere parte della storia, ad essere parte dell’atmosfera, per questo i rimandi sono chiari anche per noi che abbiamo del mondo che descrive solo una conoscenza mediata. Si ricollega palesemente alle vedute del monte Fuji di Hiroshige, ricalca le atmosfere dei romanzi di Kawabata, richiama Nagai Kafu e ovviamente Natsume Soseki, e infarcisce i dialoghi degli haiku più famosi, così che chiunque sappia leggere e interpretare il messaggio, pur distante.

Questo lirismo del quotidiano è il messaggio più forte che l’opera trasmette. L’autore, che probabilmente in parte riflette sé stesso nel protagonista, ci invita a riconsiderare il nostro sguardo sul mondo, non vuole raccontarci qualcosa, vuole farci passeggiare in un mondo capace di sorprenderci ad ogni passo. Il titolo stesso dell’opera ne è il suo manifesto: Furari – senza meta. Non c’è un punto di arrivo nella storia, la narrazione non racconta, mostra e trasmette, lo stesso scopo del protagonista rimane in sospeso, non sappiamo se raggiungerà il suo obiettivo, ma non importa, sappiamo che metterà a frutto la sua passione e le sue relazioni per essere una nota in armonia con il resto, e per questo è per noi un esempio semplice e potente di felicità.

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Con ali estese – L’approdo di Shaun Tan.

Con ali estese – L’approdo di Shaun Tan.

L’approdo di Shaun Tan (Tunuè) è l’ultimo fumetto facente parte del percorso sul linguaggio che abbiamo affrontato durante i nostri incontri di Dialoghi a Fumetti e finalmente ne scriviamo una recensione condivisa, con una bella immagine omaggio di Luigi Cecchi.

Come i precedenti due (Un Anno e Pride of Baghdad) abbiamo scelto questo fumetto oltre che per la sua indubbia qualità, per la sua peculiarità dal punto di vista del linguaggio. In questo caso il fumetto è muto, e attraverso la tecnica del silent book, l’autore ci conduce all’interno di un mondo in cui sono le immagini a parlare e a presentarci un mondo al tempo stesso straniante e avvolgente.

Le immagini, realizzate a matita e carboncino e rielaborate al computer, sono incredibilmente dettagliate e piene di sfumature: riusciamo a seguire un dialogo solo leggendo i mutamenti delle espressioni del protagonista. Ci troviamo in poche pagine all’interno di un mondo distante nel tempo e nello spazio. Gli unici elementi “familiari” sono portati dal protagonista e dai suoi parenti. Riconosciamo il suo mondo, il suo abbigliamento e potremmo essere in grado di attribuirgli un luogo e un tempo, ma quando lui con molti altri suoi simili si mette in viaggio e sbarca in un nuovo mondo, siamo spinti a vivere e affrontare lo spaesamento insieme a lui. L’ambiente che vediamo non ha più i contorni rassicuranti di una casa riconoscibile, anche i colori mutano. Se nell’incipit del libro troviamo un’atmosfera da vecchie fotografie o da dipinto di inizio Novecento europeo (il Quarto stato di Pellizza da Volpedo viene subito alla mente) sia nel tema che nello stile – man mano che ci addentriamo nel nuovo mondo slittiamo invece, come in una galleria d’arte, verso le prime avanguardia europee, il dadaismo, l’espressionismo e poi a saltare alla mente sono i quadri tra l’onirico e l’inquietante di Fernand Khnopff. 

La tecnica del libro muto in questo caso fa da contraltare alle immagini respingenti e stranianti. Da una parte ciò che vediamo ci è alieno, dall’altra l’assenza di dialoghi e parole lascia al lettore grande spazio di interpretazione e grande responsabilità, è la sua voce a dare forma alla storia.

Seguendo quindi quasi da protagonisti il percorso di un uomo costretto a lasciare la sua terra spinto da un’oscura minaccia, ci affacciamo ad una realtà completamente estranea. Come il protagonista della storia, non siamo in grado di decifrare ciò che vediamo, non sappiamo leggere il linguaggio rappresentato, non ci è familiare niente, dalla fauna al paesaggio, persino il cibo ci riesce indefinibile. L’incontro con questo nuovo mondo è permeato dalla sensazione che qualcosa di brutto stia sempre per accadere, ma ogni volta le aspettative di chi legge sono smentite. Il protagonista vive in due mondi e sfugge così ad ogni categoria, soprattutto a quelle che noi gli attribuiamo.

Con il protagonista, facciamo infatti incontri fortunati, insieme a lui riusciamo a decifrare senza fatica volti e atteggiamenti e le relazioni diventano la chiave per decifrare quel mondo che si fa man mano meno inquietante e sempre più bello, le relazioni diventano garanzia che nulla di male può davvero avvenire. Questo diventa palese quando l’autore ci mette davanti ad alcune tra le tavole più belle dell’intera opera, quelle che ritraggono una bellissima giornata di sole trascorsa in compagnia a coltivare relazioni che svelano le meraviglie proprie di quel mondo. E noi rimaniamo altrettanto stupefatti davanti a tavole maestose, piene di particolari bizzarri e bellissimi e di colori e luci inaspettati.

Le persone che accolgono e sono accolte dal protagonista a loro volta sono state messe in fuga da qualcosa di terribile, hanno perso qualcosa e hanno dovuto faticare per trovare di nuovo il proprio posto. E questo non intacca la loro dignità, anzi, la magnifica. L’autore in nessun modo vuole suscitare pietà in chi legge, ma attirare l’attenzione su quella dignità che viene messa in pericolo dall’assurdità di guerre e ingiustizie, e che non ne esce mai sconfitta proprio perché autentica. E sta a noi decifrare questo messaggio, siamo chiamati all’empatia verso il prossimo e alla sospensione del giudizio nei confronti di quanti incontriamo e di cui non conosciamo le storie. Siamo chiamati a relativizzare i nostri vissuti, le nostre piccole tragedie, perché ciascuno affronta le proprie, e solo guardando oltre le proprie miserie è possibile leggere il mondo e vederne la bellezza. Anche di più. Il libro ci invita ad esaltare quella bellezza e a prenderci la responsabilità di mostrarla agli altri. Questo bellissimo libro ci è sembrato particolarmente significativo e importante in un momento in cui si sbandierano disimpegno e indifferenza come vessilli di grandezza, e non solo relativamente alla scena politica più sfacciata, ma anche nel vissuto quotidiano di ciascuno. E neanche il mondo del fumetto, o della narrativa in generale, sfugge a queste logiche. È infatti sempre più facile che i messaggi di bontà e ottimismo vengano bollati come semplicistici o infantili, mentre Shaun Tan non teme la categoria, la sfida e la sconfigge, ci racconta senza timori una storia molto vera e quindi intessuta di una malinconia sottile ma comunque ottimista, piena di speranza e di fiducia.

Come ad ogni incontro di lettura, abbiamo messo in relazione il fumetto con una poesia, in questo caso, Domenica Mattina (Sunday Morning) di Wallace Stevens.

Domenica Mattina

Wallace Stevens (trad. di Massimo Bacigalupo

I

Compiacenze dell’accappatoio, caffè e arance,
a tarda mattina su una sedia al sole,
e la libertà verde di un cacatua
sul tappeto si coniugano per dissipare
la sospensione religiosa del sacrificio antico.
Lei sogna un poco, sente l’oscuro
peso dell’antica catastrofe, quasi
una bonaccia che oscura luci d’acqua.
Le arance pungenti e le ali luminose, verdi,
paiono oggetti in una processione di morti,
che s’inoltra su acque ampie, senza suono.
Il giorno è un’acqua ampia, senza suono,
calmata perché lei vada coi piedi sognanti
sopra i mari verso la silenziosa Palestina,
dominio del sangue e del sepolcro.

II

Perché dovrebbe dare le sue sostanze ai morti?
Cos’è la divinità se giunge solo
nei sogni e in ombre silenziose?
Non troverà forse nel conforto del sole,
In frutti pungenti e ali verdi, luminose,
o in ogni balsamo e bellezza della terra
Cose da amare come il pensiero del cielo?
La divinità vivrà dentro di lei:
passioni di piogge, umori di nevicate,
dolori in solitudine o esaltazioni incontrollate
quando il bosco è in boccio; folate d’emozioni
su strade roride nelle notti autunnali;
tutti i piaceri e le pene, ricordando
la fronda estiva e il ramo dell’inverno.
Queste le misure destinate a lei, all’anima.

III

Giove ebbe un parto inumano fra le nuvole.
Nessuna madre l’allattò, né terra dolce diede
movenze ampie alla sua mente mitica.
Passò fra noi, come un re bofonchiante,
magnifico, passerebbe fra i vassalli,
finché il nostro sangue, unendosi, virgineo,
al cielo esaudì il desiderio a tal punto
che anche i vassalli lo videro, in una stella.
Fallirà il nostro sangue? O diverrà
sangue del paradiso? E sembrerà
la terra tutto il paradiso che sapremo?
Il cielo sarà molto più amichevole che ora,
parte fatica e parte anche pena,
secondo in gloria all’amore duraturo:
non questo blu indifferente e divisorio.

IV

Lei dice: « Sono paga se uccelli ridesti
prima del volo, saggiano la realtà
dei campi nebbiosi con interrogazioni dolci;
ma svaniti gli uccelli, per sempre partiti
i loro campi caldi, dov’è il paradiso? »
Non c’è nessun luogo profetico,
Nessuna vecchia chimera della tomba,
Nessun eliso dorato, o isola
melodiosa, dove spiriti hanno stanza,
nessun sud visionario, né palma nuvolosa
remota sulla collina del cielo, che sia
duratura quanto il verde d’aprile, o durerà
come il ricordo ch’essa ha degli uccelli ridesti,
o il desiderio del giugno e della sera, segnata
dal culminare delle ali della rondine.

V

Poi dice: « Nell’appagamento provo pur sempre
il bisogno di una felicità imperitura ».
La morte è madre di bellezza: dunque solo
da essa verrà la realizzazione dei nostri sogni
e desideri. Per quanto essa sparga le foglie
di una cancellazione sicura sulla nostra via
– La via presa dal dolore malato, le molte vie
su cui il trionfo intonò note stentoree,
o l’amore sussurrò un poco per tenerezza –
essa fa trepidare al sole il salice
per fanciulle abituate a sedere e guardare
l’erba, abbandonata ai loro piedi; spinge
i ragazzi ad ammonticchiare prugne e pere nuove
su vassoi trascurati. Le fanciulle le gustano
e procedono appassionate fra le foglie sparse.

VI

Non c’è mutamento di morte in paradiso?
La frutta matura non vi cade mai? O i rami
sono sempre carichi in quel cielo perfetto,
immutabili, eppure simili alla nostra terra peritura,
con fiumi come i nostri che cercano mari
che non trovano mai, le stesse coste lontananti
che non toccano mai con una fitta inespressa?
Perché porre la pera sugli argini di quei fiumi
o profumare quelle coste con le prugne?
Ahi se portassero i nostri colori lassù,
le tessiture seriche dei nostri pomeriggi,
e pizzicassero le corde dei nostri liuti insipidi!
La morte è madre della bellezza, mistica,
nel cui seno infuocato intravediamo
le nostre madri terrestri in attesa, insonni.

VII

Agile e turbolento, un cerchio d’uomini
canterà orgiastico un mattino d’estate
la sua devozione impavida per il sole,
non come un dio, come un dio dovrebbe essere,
nudo fra loro, come una fonte nuda.
Il loro canto sarà di paradiso, uscito
dal loro sangue, ritornato al cielo;
e nel canto entrerà, voce per voce, il lago
ventoso onde il loro signore gode,
gli alberi come serafini e le colline echeggianti,
che fra di sé intonano un coro prolungato.
Essi conosceranno bene la celeste compagnia
degli uomini perituri e della mattina estiva.
E d’onde vengono e dove si recheranno
la rugiada ai loro piedi manifesterà.

VIII

Lei ode, su quell’acqua senza suono,
una voce che annuncia: « La tomba in Palestina
non è un chiostro di spiriti indugianti,
ma la tomba di Gesù, in cui egli giacque ».
Viviamo in un vecchio caos del sole,
o vecchia dipendenza di giorno e notte,
o solitudine insulare, senza sostegni, libera,
da quell’acqua ampia, inevitabile.
Cervi passano sui nostri monti, le quaglie
fischiano intorno gridi sotterranei;
bacche dolci maturano nella boscaglia;
e nell’isolamento del cielo, a sera
stormi casuali di colombi compiono
ondulazioni ambigue mentre affondano
giù nell’oscurità, con ali estese.

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Un bilancio positivo

Un bilancio positivo

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che spesso non lo è.” Paul Klee

Arrivati ad avere alle spalle poco più di due anni di attività, ci è sembrato giusto fare un bilancio di quanto raggiunto fin qui, e farlo ora ci è parso particolarmente significativo.

Il bilancio arriva effettivamente in un momento complesso, molto positivo per l’associazione, piuttosto preoccupante dal punto di vista del contesto storico e sociale in cui ci troviamo ad agire.

Come associazione ci troviamo infatti a vivere un momento di “raccolto” rispetto a quanto seminato finora, nuove relazioni germogliano e portano frutti e questa è per noi la più grande soddisfazione. È stato bello avviare progetti con persone che guardano al territorio con sensibilità e impegno come ci è capitato con i librai di Cartaviva, fumetteria viterbese, e come è giusto e normale che sia ogni nuova relazione ne genera altre e un incontro in libreria ha “dato il la” a progetti futuri: è così che i circoli virtuosi si innescano e generano cambiamento.

La presenza costante e mirata sul territorio ci ha portati ad avviare anche quest’anno dei percorsi con le scuole e questo è per noi particolarmente importante. Conosciamo bene il territorio, ne abbiamo a lungo analizzato e discusso i limiti e le difficoltà nei nostri percorsi individuali e associazionistici antecedenti, per questo ci dà grande speranza incontrare ragazzi che, pur vivendo il contesto e quindi portandone i segni, non si arrendono alla meschinità e decidono con maggiore o minore consapevolezza di non contribuire alle dinamiche di violenza e manipolazione. Abbiamo incontrato ragazzi di una bellezza inconsapevole, con grandi competenze emotive, spesso non riconosciute o sminuite, ed essere di supporto a giovani brillanti nel percorso che li porta a riconoscere la propria forza è forse una delle sfide più belle che possiamo trovarci ad affrontare. È entusiasmante vedere come da ogni progetto realizzato ne nascano altri e anche nelle scuole si moltiplicano quindi le occasioni di incontro, sia sul territorio braccianese che in territori limitrofi o più distanti.

Striscia di Luigi Cecchi appositamente creata per i progetti Laputa.

E se di incontri significativi si può parlare un posto particolare è occupato da chi ci ha visto nascere, ci ha supportato e grazie alla cui presenza siamo sempre spinti a crescere, l’associazione Libellula di Morlupo che anche quest’anno è nostra compagna di viaggio. Grazie al progetto ZerOmagazine 2019 abbiamo in programma nel prossimo futuro un incontro aperto alla cittadinanza e agli studenti in cui interverrano Fran De Martino e Luigi Cecchi, due tra i più consapevoli autori che il panorama editoriale ci  offre in Italia al momento. E questo tassello va ad aggiungersi agli altri, perché il nostro essere presenti sul territorio, progettare e realizzare interventi educativi e formativi, non può prescindere da uno sguardo più ampio. Siamo certi che agire nel panorama culturale sia fondamentale anche e forse in particolar modo per realtà piccole come la nostra. In un panorama sempre più atrofizzato e conformato, dare spazio a voci dissonanti è una responsabilità di cui farsi carico e non dovendo rispondere a deformanti logiche consumistiche, le realtà indipendenti come la nostra, hanno a disposizione una forza impareggiabile.

Con questa convinzione abbiamo realizzato la nostra prima pubblicazione, che ha avuto un’ottima riuscita sia in termini di prodotto realizzato sia riguardo alla sua ricezione. Proseguiremo con accortezza su questa strada prediligendo un lavoro attento di ricerca, e cercando opere e autori capaci di collocarsi nel panorama culturale cambiandone le regole un poco alla volta.

Poter collaborare con autori liberi e intelligenti, promuovere opere di spessore, favorire il dialogo anche intergenerazionale tra cittadinanza e artisti, soprattutto in territori semplicisticamente considerati periferici, è il perfetto intreccio dei nostri ambiti di azione e quindi uno degli obiettivi più ambiziosi che possiamo porci.

Proseguire il lavoro di ricerca riguardo opere, artisti e studi vicini ai nostri temi di interesse sarà senza dubbio obiettivo fondamentale per il futuro per questo Laputa è diventata dall’inizio di quest’anno anche laboratorio permanente di studio e promozione. Crediamo nel valore della formazione permanente, così siamo noi stessi in continua ricerca di nuovi stimoli e nuove idee con cui confrontarci e di cui arricchirci. Il nostro blog è luogo di dialogo permanente, che esplora comunicazioni e dissonanze: microracconti sulle dissonanze, brani di testi filosofici o politico-filosofici, recensioni e ovviamente condivisione continua e costante di ciò che ci fa crescere e “sentire” gli accadimenti (importanti ci sembrano le interviste a Filippo Biagianti e Tony Sandoval).

La nostra vicinanza e l’interesse per i progetti e l’attività di informazione di Comune-info, ci ha permesso di dare e ricevere visibilità, perché informare ed essere informati, dà la possibilità di prendere posizione, e agire sulla società e nella società. Allo stesso modo, il progetto Mostri&DiMostri prende forma in diversi ambiti e diverse realtà plasmandosi sulle sensibilità di chi assiste e di chi partecipa, di chi allestisce e di chi ha preparato gli allestimenti, in un continuo scambio in cui l’idea di arte è liberazione.

Pannello della mostra Mostri&DiMostri – Luigi Cecchi

E qui non è possibile non citare anche la bella, costante e arricchente collaborazione con la libreria L’Orto dei libri, in cui abbiamo traslato, tutte le volte che potevamo, il nostro gruppo di lettura partecipando a splendidi pomeriggi di approfondimento e di connessione tra letterature, fumetti, poesia e soprattutto le visioni del mondo di persone vive, attente a ciò che ci circonda, attive sui grandi temi che riguardano il nostro agire politico. Di dialogo in dialogo, si formano gruppi in cui l’attenzione all’altro è più importante dell’oggetto, e, soprattutto, si formano relazioni durature che permettono una crescita nella consapevolezza, della letteratura e delle vite di tutti.

Partecipare, o anche assistere osservando con partecipazione, a Festival come Animavì, nati dalla passione e dall’intersezione e cresciuti nella poesia delle immagini e delle relazioni autentiche con il pubblico, ci ha aiutato a vedere come si possa realizzare qualcosa di grandissimo, e come l’arte non debba imitare la realtà, ma serva a vedere le cose davvero. Così, il nostro agire nei progetti culturali non deve mai imitare, ma ispirarsi alla capacità, volontà e possibilità di rivelare l’arte, la poesia, la bellezza, la delicatezza lì dove sono, senza traslarle di senso o adattarle a un fantomatico mercato culturale.

Molti altri gli incontri episodici, ma significativi che hanno segnato il nostro percorso fin qui ma fra tutti è forse a meritare una menzione speciale sono senza dubbio i ragazzi che hanno collaborato con noi con passione e impegno durante i tavoli di lavoro per l’hackaton promosso da Banca Etica a Bari. Sono stati per noi un grande esempio di di passione e gratuità oltre che di grande aiuto nell’immaginare soluzioni concrete.

I progetti si moltiplicano, e si stanno moltiplicando le collaborazioni con scuole, università, associazioni, giornali. In prospettiva ci auguriamo di poter continuare a fare di relazioni belle e autentiche il centro del nostro agire anche e soprattutto politico. In una realtà in cui l’aggressività è virtù auspicabile e l’empatia è additata come debolezza, il prendersi cura dell’altro diventa oggetto di offese e chi lo fa viene sminuito e attaccato. In questo clima noi partiamo dall’incontro con l’altro, lo facciamo con lo spirito di accoglienza e autenticità che ci appartiene, siamo certi che questo generi cambiamenti nonostante  si faccia di tutto perché il sentire comune sia di tutt’altro avviso. Noi abbiamo sperimentato e raccogliamo frutti, il cambiamento si innesca anche dove supponenza e arroganza fanno da padroni, per il semplice fatto che l’aprirsi all’altro e rischiare la relazione, per banale che sia, è un’arma che spiazza, affascina, e senza dubbio lascia il segno.

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Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Riprendendo la trilogia sul linguaggio che abbiamo introdotto nella recensione condivisa di Pride, riportiamo le nostre riflessioni condivise su Un Anno, scritto da Jean David Morvan e disegnato da Jiro Taniguchi, pubblicato da Rizzoli Lizard nella traduzione di Elisabetta Tramacere.

Abbiamo affrontato questo percorso proprio partendo da questo fumetto perché questa breve narrazione mette perfettamente in scena questioni relazionali profondamente collegate al ruolo del linguaggio o ancor meglio di una pluralità di linguaggi che si sovrappongono.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Un anno – Primavera

Come prima da cosa c’è da notare che il volume letto è indicato come primo di una serie idealmente composta di 4 volumi ma rimasta incompiuta. Volume 1 – Primavera è stato l’unico ad essere scritto e pubblicato e questo pone senza dubbio il lettore davanti a una doppia opera: una ideale, immaginata e progettata dagli autori, e una reale unitaria e comunque compiuta.

Non sappiamo se la Primavera di cui abbiamo letto si riferisce alla “primavera” della vita della giovanissima protagonista, o a una primavera di un linguaggio ancora da definire, o anche la primavera di un mondo e di una società in cui, con questo primo capitolo, siamo introdotti passo a passo e sempre con grande delicatezza e discrezione, dimensioni, queste, che trovano uno specchio perfetto in un impianto grafico dai colori tenui e dai tratti puliti.

Fin dal principio siamo spinti a metterci in ascolto, le prime pagine di questo fumetto sono sostanzialmente silenziose e ci invitano a prendere il punto di vista della protagonista.

Un anno – Primavera

La piccola Capucine, protagonista di questa storia, è una bambina intelligente e sensibile, in grado di leggere ogni situazione e tensione emotiva con una lucidità e una precisione stupefacente. Ma per ciò che sente e capisce, non è in grado di trovare definizioni. La bambina è affetta da trisomia, una  particolare forma della sindrome di down che ha tra le caratteristiche peculiari quella di non avere effetto sull’aspetto della persona. Il riconoscimento della malattia per chi entra quindi in contatto con la persona che ne è affetta risulta quindi meno immediato. Gli autori giocano quindi fin da subito con la percezione della “normalità” e della “anormalità” invitando il lettore a rivedere i propri eventuali preconcetti.

Attraverso gli occhi della protagonista scopriamo che le parole possono essere inutili se non si è capaci di ridurre all’interno di esse ciò che si vuole esprimere, e quindi le sensazioni diventano mostri, le parole non servono a Capucine per esprimere il mondo che ha dentro, pieno di immagini e sensazioni, e quindi le sue azioni diventano un linguaggio non sempre comprensibile per chi le è accanto. Due sistemi, due mondi interpretativi si scontrano e non si comprendo, causando in ogni caso grande dolore. Da una parte il mondo del linguaggio codificato, perfettamente rappresentato dalla zia, che offende senza sapere di offendere senza pensare a tutte le sfaccettature della comunicazione; o dei genitori che parlano usando parole che credono incomprensibili per Capucine, ma che nella loro definizione sfocata sono comunque in grado di far sentire la bambina giudicata e umiliata. Dall’altra troviamo un sistema in cui relazione e comunicazione sono due dimensioni inestricabili, e che rimane incomprensibile per chi usa il linguaggio come un codice definito.

La questione centrale che a nostro avviso gli autori sono molto bravi a sciogliere e rovesciare è quella della gerarchia tra i due modelli. Alcuni degli adulti che incontriamo usano questa gerarchia per sminuire la dignità stessa di Capucine: lei non sarebbe in grado di comunicare in un modo che a loro risulti comprensibile, deve quindi essere necessariamente strana, inadatta, “ritardata”. Il padre si allontana da questo atteggiamento, ma non risulta essere meno violento. Lui infatti pone comunque a Capucine uno standard per lei impossibile da soddisfare, creando una costante frustrazione e facendole dubitare di sé stessa.

Ma il punto di vista del lettore ci sembra coincidere proprio con quello di Capucine, sono i suoi disegni, inseriti di tanto in tanto come didascalie, che ci fanno un racconto emotivo della storia che abbiamo davanti, come a volerci spiegare meglio ciò che vediamo, al di là dell’impinto grafico “tradizionale” o delle parole che lo corredano. Quindi leggendo ci si rivelano tutte le inadeguatezze e i timori di adulti posti davanti alla necessità di rinegoziare principi che ritengono fondamentali ma che noi, attraverso lo sguardo privo di malizia di Capucine, scopriamo essere solo meccanismi di difesa, barriere emotive e istanze autoconservative.

Quindi Capucine e gli autori attraverso di lei, ci spingono a rivedere le categorie di normale e anormale, sano e malato, libertà e impedimento e a riconsiderare in modo più aperto le sicurezze che costruiscono la nostra realtà, fosse anche la fiducia in una realtà fondativa come il linguaggio.

Due sono le riflessioni che, partendo da questa lettura, abbiamo condiviso riguardo al contesto in cui viviamo. La prima riguarda la scelta che la famiglia di Capucine si trova ad affrontare riguardo l’eventualità di inserire la bambina in una scuola più adatta alle sue esigenze. Ci siamo chiesti infatti quali possibilità la nostra realtà offrire ai bambini e ai ragazzi come Capucine. Quali possibilità di accoglienza e inserimento? In che modo è garantita la possibilità di superare un disagio e vivere una vita “normale” che tenga conto delle specificità di ciascuno e che non sia ghettizzante, che valorizzi amicizia, affetto, benessere delle conoscenze, della cultura e dell’arte per i ragazzi come Capucine, senza escluderli a priori consegnando il mondo ai forti, agli egoisti?

Questa riflessione ci ha condotti ad ampliare lo sguardo a forme di disagio più ampio e purtroppo sempre più riscontrabili. In una realtà in cui aggressività e violenza sono percepite come normali, le persone empatiche vengono spesso etichettate come troppo sensibili o in alcuni casi addirittura deboli. Che strumenti abbiamo quindi per rendere il nostro contesto più vivibile e accogliente per tutti? L’unica risposta che abbiamo trovato sembra essere non troppo paradossalmente nell’empatia stessa, in una forma di attenzione all’altro scevra dalla paura di perdere il sé, che anzi si rafforza in questa apertura.

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Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

 

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti

Sabato primo dicembre ci sarà l’evento-lancio del progetto ZerOmagazine 2019, progetto ideato dal Centro Libellula Morlupo, che ha visto congiungersi in maniera innovativa e del tutto trasversale istanze socioculturali che avevano davvero bisogno di essere riconnesse: intergenerazionalità, dialogo letterario, ricerca sociale, attenzione alle fragilità relazionali, a temi scottanti come bullismo, intercultura, manipolazione, sessismo, e che ha scelto, nella sua formula magazine, di dare a questi dialoghi dei contorni ben definiti affinché l’azione sociale sia davvero inclusiva. Questo anno a a venire, il progetto porta lo slogan #nessunoescluso e così vogliamo che sia. Laputa collabora in diversi modi, ma soprattutto con l’organizzazione di un evento cittadino in cui due “mastri fumettisti”, autori di acute parodie e significativa comunicazione a fumetti sul pensiero critico, interverranno per raccontarci di sé e della loro arte: Fran de Martino e Luigi Cecchi (Bigio). In attesa della presentazione pubblica del primo dicembre e dell’evento fumettistico di febbraio, pubblichiamo qui un articolo apparso nel numero 2 di ZerOmagazine, a firma di Paola Del Zoppo, che partendo da alcune implicazioni pedagogiche, congiunge fumetto, poesia e riflessione sociale, marginalità e centralità, tutti temi cari a Laputa, che aprono ai nuovi discorsi di quest’anno.

Oltre i pregiudizi, parole a fumetti, di Paola Del Zoppo

(Articolo apparso su ZerOmagazine 2018, pp. 4-5.)

I progetti sperimentali sull’alfabetizzazione letteraria si connettono alla scrittura poetica e allo sviluppo delle potenzialità degli alunni, e prima ancora al riconoscimento di queste potenzialità, spesso non valorizzate in altri ambiti. L’abilità di leggere e interpretare un testo o costruire un discorso, sono soft skills che si fa fatica a riportare al giusto grado di rilevanza, dopo alcuni decenni di decostruzione del valore delle capacità intellettuali (vedi Frank Furedi e Martha Nussbaum tra gli altri). Un esperimento del 2002 di “poetic literacy”, riportato in un articolo scientifico, puntava all’empowerment in classi di adolescenti. Uno dei partecipanti, al termine del corso, esclamava: “Now I believe If I can write I can do anything”.

Sulle capacità di gestione di sé, delle relazioni, delle visioni del mondo e delle proprie potenzialità si era già attivato a Morlupo il laboratorio gestito dall’Associazione Libellula con il progetto ZerOmagazine 2017, che, come testimoniato dal precedente numero di questa rivista, ha permesso agli alunni di entrare in contatto con delle possibilità di gestione della quotidianità e del sé che altrimenti sarebbero rimaste in ombra, avvicinando la scrittura e la consuetudine con la parola scritta a dei meccanismi di coping per un ampio spettro di situazioni. Il primo e fondamentale momento è stato, nel progetto ZerOmagazine come in molti progetti di alfabetizzazione letteraria di pari livello, un lavoro sulla parola, sul rapporto che abbiamo con le parole e con l’organizzazione del discorso e degli habitus discorsivi, per allontanare le parole stesse da una retorica che troppo spesso è solo strumento di manipolazione. Allora il compito del poeta e dell’insegnante di poesia è di restituire una nuova dimensione alle parole già troppo usate, come esprimeva Hilde Domin nella strofa centrale di un famoso componimento:

 

[…]Parola libertà che voglio irruvidire

ti voglio riempire di schegge di vetro

così è difficile tenerti sulla lingua

non diventi la palla di nessuno. […]

Questo nodo essenziale trova poi una piena realizzazione nel processo guidato di scrittura, che si tratti di scrittura poetica, narrativa o per immagini. La scrittura poetica in particolare offre l’occasione di scardinare i molti pregiudizi di cui la poesia e l’attività intellettuale in generale soffrono e insieme “godono” in Italia, dipendenti da una “gabbia” di status di arte/ competenza “difficile” e insieme legata a una retorica della spontaneità, o dell’idealismo staccato dalla “concretezza” (quotidiana, politica, socioeconomica). Per quanto riguarda in particolare la poesia, il pregiudizio è inoltre connesso con l’idea che la composizione poetica (o comunque la scrittura finzionale) sia una capacità “innata”, o anzi addirittura un’identità: “Poeti si nasce, non si diventa”. Si tratta anche qui di una maltrasmessa eredità idealistica e dell’associazione della poesia a un impeto emotivo, piuttosto che a un sorvegliato e complesso esercizio di rielaborazione mimetica e retorico-linguistica del pensiero, sia che si tratti di poesia originale, personale, “sperimentale” (e quindi di letteratura) o di un atto poetico che si presenta come epigonale. Ancora oggi i testi poetici (e poietici) più interessanti e forieri di significati restano quelli in cui oltre a un tema “oggetto” compare nel testo una riflessione sul fare creazione: la poesia e la letteratura tout court raggiungono livelli eccelsi quando riescono a coniugare la loro realizzazione con una riflessione sul loro oggetto che è associabile alla poesia.

Il “fumetto” viene –ancora ed erroneamente – assegnato a un ambito letterario diametralmente opposto alla poesia per quanto riguarda il canone “formativo” e lo status, ma nella sua considerazione di mezzo di espressione o trasmissione di saperi e narrazioni più “immediate”, soffre di molti pregiudizi associabili a quelli di cui si ammanta la composizione poetica: Come rileva la pedagogista Luciana Bellatalla nell’introduzione all’interessante volume di Anna Ranon Poeti sui banchi di scuola (2012) che analizza operati, potenzialità e proposte per un’analisi pedagogica dell’educazione alla poesia, i pregiudizi – sempre deleteri – possono offrire spunti di correzione e approfondimento: “a) la poesia è un moto spontaneo dell’animo ed un’effusione libera e piena di sentimenti; b) il poeta è, dunque, tale per una sorta di stato di grazia (spesso irripetibile), intimo ed immediato, che, per esprimersi, non richiede filtri sofisticati o strumenti particolari di natura tecnica e culturale; c) il bambino è poeta per eccellenza, giacché vive in una condizione emotivamente ed affettivamente privilegiata.” (p. 10). Per il fumetto potremmo giustapporre: a) il fumetto è immediatamente comprensibile e il pensare a fumetti più spontaneo; b) il disegnatore/ fumettista ha il “dono” del disegno, non ha affinato un artigianato; c) il fumetto è un’arte per bambini perché è divertente e più immediatamente comprensibile a livello anche non razionale. Quindi, sempre seguendo la linea decostruens di Bellatalla, se la poesia è: “una attività espressiva potenzialmente universale; va incoraggiata nei fanciulli; è un argine contro la dissoluzione del soggetto, la crisi dei valori e finisce per essere il mezzo salvifico dell’umanità, perché riporta l’uomo alla sua interiorità, alla “genuinità” dei sentimenti e, infine, alla dimensione della speranza e della libertà.” (ibd.), al fumetto, anche senza procedere punto per punto, riconosciamo simili potenzialità. Viene pertanto trattato alla stessa stregua nell’educazione scolastica e oltre. Inoltre, la decostruzione della figura dell’intellettuale e del pensatore artista in generale, cui si accennava sopra, opera inoltre in senso più profondo negli ambienti stessi di creatori ed editori di fumetti (come in tutto il mercato delle lettere) conducendo a una più ampia diffusione di ciò che corrisponde a quanto sopra e di ciò che, per questi pregiudizi o per ragioni ancor meno edificanti, è considerato o è più “vendibile”. La storia del fumetto come arte e come espressione letteraria non è ancora patrimonio comune occidentale. Inoltre, se come Lyotard ricordava, non siamo più in un’epoca di grandi narrazioni, è vero però che le grandi narrazioni del mercato influenzano le nostre valutazioni in maniera più o meno percettibile.

E il mercato ha per troppo tempo, e sicuramente negli ultimi 30 anni, ridotto nella cultura di massa il fumetto a componente voyeuristica e semplificatoria che ha rimpiazzato e depotenziato la sua natura eversiva. Il fumetto d’autore occupa di fatto ancora, o di nuovo, una nicchia del mercato. Saper riconoscere una buona sceneggiatura e un tratto originale e caratteristico, dunque stilisticamente e esteticamente valido, non è un atto di lettura o interpretazione meno strutturato rispetto al confronto con la letteratura o persino con la filosofia. Al contrario: la possibilità di decifrare e comunicare dei messaggi tramite la “traduzione” in forme d’arte, che rappresentano uno spazio ricettivo “positivo” e di base neutro, accogliente, ma non autoreferenziale, rende ai ragazzi più giovani un forte sentimento di autonomia nella lettura del mondo e nella sua rappresentazione, fornendo quindi un’ottima occasione di scardinamento di mentalità basate sull’autoritarismo, il paternalismo, la logica del più forte. È necessario però associare alla creatività una relazione, orizzontale con l’ambiente circostante, verticale nella stratificazione artistica. In questo un ruolo fondamentale (anche perché esterno alla narrazione del mercato) è svolto da Biblioteche e fondi librari. Tra questi, il Fondo librario di poesia di Morlupo, gestito e promosso dall’Associazione Libellula, rappresenta uno degli esperimenti più interessanti e riusciti degli ultimi anni, con una collezione di poesia e opere di pensiero poetico tra le più ricche d’Italia, offrendo la possibilità di confrontarsi con una memoria artistica che rende alla tradizione il giusto valore di exemplum.

Nella sua strutturazione e nella posizione “periferica” rispetto al centro della “grande città” italiana è in sé un nucleo di rielaborazione attiva di concetti spaziali gerarchici fuorvianti e legati a tutto ciò di cui si è scritto sopra (ad esempio il concetto di centro/ periferia) davvero poco utili al miglioramento della condizione umana contemporanea e nel contempo lontano dalle vuote retoriche sugli spazi fintamente democratici della rete 2.0, in cui le relazioni sono assenti e ben poco modificabili nel tempo. Il rapporto sfumato tra centro e periferia e il peso specifico differente che un’operazione socio culturale come quella di Libellula, coadiuvata quest’anno dall’associazione Laputa (non a caso anch’essa nata da esigenze di ricollocazione e rivalutazione culturale di una provincia che è ormai periferia) dà alle “narrazioni del margine” rappresenta oggigiorno un vero e proprio esperimento di impegno per l’utopia.

 

Testi citati

Hilde Domin, Ti voglio, in Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore, 2015 (trad. Ondina Granato).

Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali, Raffaello Cortina Editore, 2007

Martha Nussbaum, Coltivare l’umanità, Carocci, 1997

Anna Ranon, Poeti sui banchi di scuola, Franco Angeli, 2002

Angela M. Wiseman, “Now I believe if I write I can do anything”: Using poetry to create opportunities for engagement and learning in the language arts classroom, in <Journal of Language and Literacy Education>, n. 6 (2, 2010), 22-33.

La striscia è di Luigi Cecchi, in Le avventure di Ugi & Calebrina, Mini G4m3s Studio, 2018

 

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