Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Riprendendo la trilogia sul linguaggio che abbiamo introdotto nella recensione condivisa di Pride, riportiamo le nostre riflessioni condivise su Un Anno, scritto da Jean David Morvan e disegnato da Jiro Taniguchi, pubblicato da Rizzoli Lizard nella traduzione di Elisabetta Tramacere.

Abbiamo affrontato questo percorso proprio partendo da questo fumetto perché questa breve narrazione mette perfettamente in scena questioni relazionali profondamente collegate al ruolo del linguaggio o ancor meglio di una pluralità di linguaggi che si sovrappongono.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Un anno – Primavera

Come prima da cosa c’è da notare che il volume letto è indicato come primo di una serie idealmente composta di 4 volumi ma rimasta incompiuta. Volume 1 – Primavera è stato l’unico ad essere scritto e pubblicato e questo pone senza dubbio il lettore davanti a una doppia opera: una ideale, immaginata e progettata dagli autori, e una reale unitaria e comunque compiuta.

Non sappiamo se la Primavera di cui abbiamo letto si riferisce alla “primavera” della vita della giovanissima protagonista, o a una primavera di un linguaggio ancora da definire, o anche la primavera di un mondo e di una società in cui, con questo primo capitolo, siamo introdotti passo a passo e sempre con grande delicatezza e discrezione, dimensioni, queste, che trovano uno specchio perfetto in un impianto grafico dai colori tenui e dai tratti puliti.

Fin dal principio siamo spinti a metterci in ascolto, le prime pagine di questo fumetto sono sostanzialmente silenziose e ci invitano a prendere il punto di vista della protagonista.

Un anno – Primavera

La piccola Capucine, protagonista di questa storia, è una bambina intelligente e sensibile, in grado di leggere ogni situazione e tensione emotiva con una lucidità e una precisione stupefacente. Ma per ciò che sente e capisce, non è in grado di trovare definizioni. La bambina è affetta da trisomia, una  particolare forma della sindrome di down che ha tra le caratteristiche peculiari quella di non avere effetto sull’aspetto della persona. Il riconoscimento della malattia per chi entra quindi in contatto con la persona che ne è affetta risulta quindi meno immediato. Gli autori giocano quindi fin da subito con la percezione della “normalità” e della “anormalità” invitando il lettore a rivedere i propri eventuali preconcetti.

Attraverso gli occhi della protagonista scopriamo che le parole possono essere inutili se non si è capaci di ridurre all’interno di esse ciò che si vuole esprimere, e quindi le sensazioni diventano mostri, le parole non servono a Capucine per esprimere il mondo che ha dentro, pieno di immagini e sensazioni, e quindi le sue azioni diventano un linguaggio non sempre comprensibile per chi le è accanto. Due sistemi, due mondi interpretativi si scontrano e non si comprendo, causando in ogni caso grande dolore. Da una parte il mondo del linguaggio codificato, perfettamente rappresentato dalla zia, che offende senza sapere di offendere senza pensare a tutte le sfaccettature della comunicazione; o dei genitori che parlano usando parole che credono incomprensibili per Capucine, ma che nella loro definizione sfocata sono comunque in grado di far sentire la bambina giudicata e umiliata. Dall’altra troviamo un sistema in cui relazione e comunicazione sono due dimensioni inestricabili, e che rimane incomprensibile per chi usa il linguaggio come un codice definito.

La questione centrale che a nostro avviso gli autori sono molto bravi a sciogliere e rovesciare è quella della gerarchia tra i due modelli. Alcuni degli adulti che incontriamo usano questa gerarchia per sminuire la dignità stessa di Capucine: lei non sarebbe in grado di comunicare in un modo che a loro risulti comprensibile, deve quindi essere necessariamente strana, inadatta, “ritardata”. Il padre si allontana da questo atteggiamento, ma non risulta essere meno violento. Lui infatti pone comunque a Capucine uno standard per lei impossibile da soddisfare, creando una costante frustrazione e facendole dubitare di sé stessa.

Ma il punto di vista del lettore ci sembra coincidere proprio con quello di Capucine, sono i suoi disegni, inseriti di tanto in tanto come didascalie, che ci fanno un racconto emotivo della storia che abbiamo davanti, come a volerci spiegare meglio ciò che vediamo, al di là dell’impinto grafico “tradizionale” o delle parole che lo corredano. Quindi leggendo ci si rivelano tutte le inadeguatezze e i timori di adulti posti davanti alla necessità di rinegoziare principi che ritengono fondamentali ma che noi, attraverso lo sguardo privo di malizia di Capucine, scopriamo essere solo meccanismi di difesa, barriere emotive e istanze autoconservative.

Quindi Capucine e gli autori attraverso di lei, ci spingono a rivedere le categorie di normale e anormale, sano e malato, libertà e impedimento e a riconsiderare in modo più aperto le sicurezze che costruiscono la nostra realtà, fosse anche la fiducia in una realtà fondativa come il linguaggio.

Due sono le riflessioni che, partendo da questa lettura, abbiamo condiviso riguardo al contesto in cui viviamo. La prima riguarda la scelta che la famiglia di Capucine si trova ad affrontare riguardo l’eventualità di inserire la bambina in una scuola più adatta alle sue esigenze. Ci siamo chiesti infatti quali possibilità la nostra realtà offrire ai bambini e ai ragazzi come Capucine. Quali possibilità di accoglienza e inserimento? In che modo è garantita la possibilità di superare un disagio e vivere una vita “normale” che tenga conto delle specificità di ciascuno e che non sia ghettizzante, che valorizzi amicizia, affetto, benessere delle conoscenze, della cultura e dell’arte per i ragazzi come Capucine, senza escluderli a priori consegnando il mondo ai forti, agli egoisti?

Questa riflessione ci ha condotti ad ampliare lo sguardo a forme di disagio più ampio e purtroppo sempre più riscontrabili. In una realtà in cui aggressività e violenza sono percepite come normali, le persone empatiche vengono spesso etichettate come troppo sensibili o in alcuni casi addirittura deboli. Che strumenti abbiamo quindi per rendere il nostro contesto più vivibile e accogliente per tutti? L’unica risposta che abbiamo trovato sembra essere non troppo paradossalmente nell’empatia stessa, in una forma di attenzione all’altro scevra dalla paura di perdere il sé, che anzi si rafforza in questa apertura.

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Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

 

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti

Sabato primo dicembre ci sarà l’evento-lancio del progetto ZerOmagazine 2019, progetto ideato dal Centro Libellula Morlupo, che ha visto congiungersi in maniera innovativa e del tutto trasversale istanze socioculturali che avevano davvero bisogno di essere riconnesse: intergenerazionalità, dialogo letterario, ricerca sociale, attenzione alle fragilità relazionali, a temi scottanti come bullismo, intercultura, manipolazione, sessismo, e che ha scelto, nella sua formula magazine, di dare a questi dialoghi dei contorni ben definiti affinché l’azione sociale sia davvero inclusiva. Questo anno a a venire, il progetto porta lo slogan #nessunoescluso e così vogliamo che sia. Laputa collabora in diversi modi, ma soprattutto con l’organizzazione di un evento cittadino in cui due “mastri fumettisti”, autori di acute parodie e significativa comunicazione a fumetti sul pensiero critico, interverranno per raccontarci di sé e della loro arte: Fran de Martino e Luigi Cecchi (Bigio). In attesa della presentazione pubblica del primo dicembre e dell’evento fumettistico di febbraio, pubblichiamo qui un articolo apparso nel numero 2 di ZerOmagazine, a firma di Paola Del Zoppo, che partendo da alcune implicazioni pedagogiche, congiunge fumetto, poesia e riflessione sociale, marginalità e centralità, tutti temi cari a Laputa, che aprono ai nuovi discorsi di quest’anno.

Oltre i pregiudizi, parole a fumetti, di Paola Del Zoppo

(Articolo apparso su ZerOmagazine 2018, pp. 4-5.)

I progetti sperimentali sull’alfabetizzazione letteraria si connettono alla scrittura poetica e allo sviluppo delle potenzialità degli alunni, e prima ancora al riconoscimento di queste potenzialità, spesso non valorizzate in altri ambiti. L’abilità di leggere e interpretare un testo o costruire un discorso, sono soft skills che si fa fatica a riportare al giusto grado di rilevanza, dopo alcuni decenni di decostruzione del valore delle capacità intellettuali (vedi Frank Furedi e Martha Nussbaum tra gli altri). Un esperimento del 2002 di “poetic literacy”, riportato in un articolo scientifico, puntava all’empowerment in classi di adolescenti. Uno dei partecipanti, al termine del corso, esclamava: “Now I believe If I can write I can do anything”.

Sulle capacità di gestione di sé, delle relazioni, delle visioni del mondo e delle proprie potenzialità si era già attivato a Morlupo il laboratorio gestito dall’Associazione Libellula con il progetto ZerOmagazine 2017, che, come testimoniato dal precedente numero di questa rivista, ha permesso agli alunni di entrare in contatto con delle possibilità di gestione della quotidianità e del sé che altrimenti sarebbero rimaste in ombra, avvicinando la scrittura e la consuetudine con la parola scritta a dei meccanismi di coping per un ampio spettro di situazioni. Il primo e fondamentale momento è stato, nel progetto ZerOmagazine come in molti progetti di alfabetizzazione letteraria di pari livello, un lavoro sulla parola, sul rapporto che abbiamo con le parole e con l’organizzazione del discorso e degli habitus discorsivi, per allontanare le parole stesse da una retorica che troppo spesso è solo strumento di manipolazione. Allora il compito del poeta e dell’insegnante di poesia è di restituire una nuova dimensione alle parole già troppo usate, come esprimeva Hilde Domin nella strofa centrale di un famoso componimento:

 

[…]Parola libertà che voglio irruvidire

ti voglio riempire di schegge di vetro

così è difficile tenerti sulla lingua

non diventi la palla di nessuno. […]

Questo nodo essenziale trova poi una piena realizzazione nel processo guidato di scrittura, che si tratti di scrittura poetica, narrativa o per immagini. La scrittura poetica in particolare offre l’occasione di scardinare i molti pregiudizi di cui la poesia e l’attività intellettuale in generale soffrono e insieme “godono” in Italia, dipendenti da una “gabbia” di status di arte/ competenza “difficile” e insieme legata a una retorica della spontaneità, o dell’idealismo staccato dalla “concretezza” (quotidiana, politica, socioeconomica). Per quanto riguarda in particolare la poesia, il pregiudizio è inoltre connesso con l’idea che la composizione poetica (o comunque la scrittura finzionale) sia una capacità “innata”, o anzi addirittura un’identità: “Poeti si nasce, non si diventa”. Si tratta anche qui di una maltrasmessa eredità idealistica e dell’associazione della poesia a un impeto emotivo, piuttosto che a un sorvegliato e complesso esercizio di rielaborazione mimetica e retorico-linguistica del pensiero, sia che si tratti di poesia originale, personale, “sperimentale” (e quindi di letteratura) o di un atto poetico che si presenta come epigonale. Ancora oggi i testi poetici (e poietici) più interessanti e forieri di significati restano quelli in cui oltre a un tema “oggetto” compare nel testo una riflessione sul fare creazione: la poesia e la letteratura tout court raggiungono livelli eccelsi quando riescono a coniugare la loro realizzazione con una riflessione sul loro oggetto che è associabile alla poesia.

Il “fumetto” viene –ancora ed erroneamente – assegnato a un ambito letterario diametralmente opposto alla poesia per quanto riguarda il canone “formativo” e lo status, ma nella sua considerazione di mezzo di espressione o trasmissione di saperi e narrazioni più “immediate”, soffre di molti pregiudizi associabili a quelli di cui si ammanta la composizione poetica: Come rileva la pedagogista Luciana Bellatalla nell’introduzione all’interessante volume di Anna Ranon Poeti sui banchi di scuola (2012) che analizza operati, potenzialità e proposte per un’analisi pedagogica dell’educazione alla poesia, i pregiudizi – sempre deleteri – possono offrire spunti di correzione e approfondimento: “a) la poesia è un moto spontaneo dell’animo ed un’effusione libera e piena di sentimenti; b) il poeta è, dunque, tale per una sorta di stato di grazia (spesso irripetibile), intimo ed immediato, che, per esprimersi, non richiede filtri sofisticati o strumenti particolari di natura tecnica e culturale; c) il bambino è poeta per eccellenza, giacché vive in una condizione emotivamente ed affettivamente privilegiata.” (p. 10). Per il fumetto potremmo giustapporre: a) il fumetto è immediatamente comprensibile e il pensare a fumetti più spontaneo; b) il disegnatore/ fumettista ha il “dono” del disegno, non ha affinato un artigianato; c) il fumetto è un’arte per bambini perché è divertente e più immediatamente comprensibile a livello anche non razionale. Quindi, sempre seguendo la linea decostruens di Bellatalla, se la poesia è: “una attività espressiva potenzialmente universale; va incoraggiata nei fanciulli; è un argine contro la dissoluzione del soggetto, la crisi dei valori e finisce per essere il mezzo salvifico dell’umanità, perché riporta l’uomo alla sua interiorità, alla “genuinità” dei sentimenti e, infine, alla dimensione della speranza e della libertà.” (ibd.), al fumetto, anche senza procedere punto per punto, riconosciamo simili potenzialità. Viene pertanto trattato alla stessa stregua nell’educazione scolastica e oltre. Inoltre, la decostruzione della figura dell’intellettuale e del pensatore artista in generale, cui si accennava sopra, opera inoltre in senso più profondo negli ambienti stessi di creatori ed editori di fumetti (come in tutto il mercato delle lettere) conducendo a una più ampia diffusione di ciò che corrisponde a quanto sopra e di ciò che, per questi pregiudizi o per ragioni ancor meno edificanti, è considerato o è più “vendibile”. La storia del fumetto come arte e come espressione letteraria non è ancora patrimonio comune occidentale. Inoltre, se come Lyotard ricordava, non siamo più in un’epoca di grandi narrazioni, è vero però che le grandi narrazioni del mercato influenzano le nostre valutazioni in maniera più o meno percettibile.

E il mercato ha per troppo tempo, e sicuramente negli ultimi 30 anni, ridotto nella cultura di massa il fumetto a componente voyeuristica e semplificatoria che ha rimpiazzato e depotenziato la sua natura eversiva. Il fumetto d’autore occupa di fatto ancora, o di nuovo, una nicchia del mercato. Saper riconoscere una buona sceneggiatura e un tratto originale e caratteristico, dunque stilisticamente e esteticamente valido, non è un atto di lettura o interpretazione meno strutturato rispetto al confronto con la letteratura o persino con la filosofia. Al contrario: la possibilità di decifrare e comunicare dei messaggi tramite la “traduzione” in forme d’arte, che rappresentano uno spazio ricettivo “positivo” e di base neutro, accogliente, ma non autoreferenziale, rende ai ragazzi più giovani un forte sentimento di autonomia nella lettura del mondo e nella sua rappresentazione, fornendo quindi un’ottima occasione di scardinamento di mentalità basate sull’autoritarismo, il paternalismo, la logica del più forte. È necessario però associare alla creatività una relazione, orizzontale con l’ambiente circostante, verticale nella stratificazione artistica. In questo un ruolo fondamentale (anche perché esterno alla narrazione del mercato) è svolto da Biblioteche e fondi librari. Tra questi, il Fondo librario di poesia di Morlupo, gestito e promosso dall’Associazione Libellula, rappresenta uno degli esperimenti più interessanti e riusciti degli ultimi anni, con una collezione di poesia e opere di pensiero poetico tra le più ricche d’Italia, offrendo la possibilità di confrontarsi con una memoria artistica che rende alla tradizione il giusto valore di exemplum.

Nella sua strutturazione e nella posizione “periferica” rispetto al centro della “grande città” italiana è in sé un nucleo di rielaborazione attiva di concetti spaziali gerarchici fuorvianti e legati a tutto ciò di cui si è scritto sopra (ad esempio il concetto di centro/ periferia) davvero poco utili al miglioramento della condizione umana contemporanea e nel contempo lontano dalle vuote retoriche sugli spazi fintamente democratici della rete 2.0, in cui le relazioni sono assenti e ben poco modificabili nel tempo. Il rapporto sfumato tra centro e periferia e il peso specifico differente che un’operazione socio culturale come quella di Libellula, coadiuvata quest’anno dall’associazione Laputa (non a caso anch’essa nata da esigenze di ricollocazione e rivalutazione culturale di una provincia che è ormai periferia) dà alle “narrazioni del margine” rappresenta oggigiorno un vero e proprio esperimento di impegno per l’utopia.

 

Testi citati

Hilde Domin, Ti voglio, in Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore, 2015 (trad. Ondina Granato).

Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali, Raffaello Cortina Editore, 2007

Martha Nussbaum, Coltivare l’umanità, Carocci, 1997

Anna Ranon, Poeti sui banchi di scuola, Franco Angeli, 2002

Angela M. Wiseman, “Now I believe if I write I can do anything”: Using poetry to create opportunities for engagement and learning in the language arts classroom, in <Journal of Language and Literacy Education>, n. 6 (2, 2010), 22-33.

La striscia è di Luigi Cecchi, in Le avventure di Ugi & Calebrina, Mini G4m3s Studio, 2018

 

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Dieci volumi di strisce – Drizzit – Letture rinfrescanti

Dieci volumi di strisce – Drizzit – Letture rinfrescanti

Dieci volumi di strisce

di Ilaria Troncacci

 

Da “Drizzit – Le migliori Pagine della mia Vita”

Quest’ultima Lettura Rinfrescante giunge in un clima meno torrido, ma in un tempo sempre più confuso, tanto da pensare che sarebbe meglio parlare di letture stabilizzanti. E allora, trattandosi di Drizzit, una serie che, giunta ormai al suo decimo volume, è riuscita a mantenere coerenza di stile e contenuti, l’idea di stabilità sembra ancora più calzante nella definizione di questo “consiglio di lettura”.

Andiamo con ordine. Drizzit di Luigi Cecchi è una striscia a fumetti che nasce come webcomic, ma che come ogni opera autentica sfugge a una categorizzazione univoca. Se infatti la “striscia” ha come tratto distintivo quello della chiusura e della possibilità quindi di essere un’unità narrativa autonoma, scopriamo presto che Drizzit è molto di più. Al di là della chiusura umoristica o ironica di ciascuna striscia, l’autore ci fa immergere vignetta dopo vignetta in un mondo coerente e credibile e in una storia dagli sviluppi coinvolgenti.

I personaggi, nelle strisce a fumetti, sono spesso maschere immutabili, basti pensare a Charlie Brown che non solo non cresce, ma è eternamente bloccato in una realtà in cui non riuscirà mai a parlare con la bambina dai capelli rossi e questo perché la riconoscibilità dei personaggi è strumentale alla riflessione o al funzionamento del meccanismo umoristico. In Drizzit invece non esistono maschere, ma relazioni che evolvono e personaggi che crescono e lentamente invecchiano, grazie soprattutto alle relazioni e non solo al susseguirsi di eventi avventurosi. L’elemento del tempo che trascorre è così palpabile nella narrazione che l’unica protagonista umana della serie, Katy, è continuamente incalzata dall’idea della morte e dalla finitezza della propria vita. Già, perché Drizzit è una striscia umoristica ambientata in un mondo fantasy e quindi gli umani sembrano fare da sfondo in un mondo popolato da esseri magici, demoni e popoli incredibilmente longevi. Un mondo in cui gli dei interagiscono con i propri seguaci e in cui l’aldilà è governato da una popolazione di burocrati.

Da “Le 16 Fatiche di Drizzit – La Sfida dell’Oste di Topple”

Fin dal principio capiamo che i personaggi rifiutano il proprio ruolo, l’autore ribalta i canoni e gli stereotipi del fantasy e ci invita ad andare più a fondo. Non è un caso che i personaggi sappiano di essere all’interno di un fumetto e che siano spesso apertamente in disaccordo con il proprio autore.

La credibilità delle situazioni che ci vengono proposte e la verosimiglianza dei personaggi, ci svela che ad essere parodizzate non sono certo le opere di R.A. Salvatore, a cui i nomi dei protagonisti e il titolo dell’opera si rifanno, ma il nostro mondo. Ed ecco che Drizzit, un elfo scuro che rifiuta di vivere secondo le regole di malvagità e violenza del suo popolo, è una bussola morale che ci accompagna per tutto il fumetto.

Da “Drizzit – Niente finisce davvero”

La caratteristica fondamentale di Drizzit, la maschera da cui il suo personaggio si sviluppa, è senza dubbio quella della bontà, continuamente comunicata e dimostrata al lettore. Partendo quindi dall’assunto che Drizzit è buono, l’autore declina l’idea di giustizia e bontà in modo tutt’altro che banale spingendo il lettore ad acquisire il punto di vista del suo protagonista e a porsi molte domande, eventualmente arrivando alla riflessione sul proprio agire quotidiano.

Per esempio, Drizzit sceglie consapevolmente di avere fiducia negli altri, anche a costo di risultare ingenuo, anche a costo di fare apparentemente la cosa sbagliata ed essere emarginato. Crede nella bontà delle persone e nella possibilità di cambiare, la sua dedizione ai rapporti diventa spesso motore per le avventure che si trova a vivere e fa della speranza di poter tirare fuori il buono anche dalla malvagia strega Baba Yaga una sua missione personale, di cui ancora non conosciamo l’esito.

Anche quando privato dell’amore (non in senso figurato, ma letterale: un’incantesimo potente toglie a  Drizzit il sentimento dell’amore) e anche tra le tante dissonanze che il lettore attento riesce a cogliere, il protagonista riesce comunque a mantenersi sulla strada giusta e a non tradire mai se stesso.

Le “avventure”, situazioni che il protagonista affronta, tecnicamente nella scia del classico romanzo epico, mettono in mostra l’assurdo e a volte il grottesco del nostro mondo. Non è strano infatti trovare Drizzit e il suo gruppo alle prese con una setta di cacciatori machisti, misogini e volgari o con un gruppo di intellettuali spocchiosi decisi a mettere al bando una lettera dell’alfabeto perché non ritenuta abbastanza meritevole.

Da “Le 16 Fatiche di Drizzit – Il Ritorno di Baba Yaga”

Nell’azione narrativa l’autore arma il lettore con l’ironia che non solo lo aiuta a decodificare il messaggio nel fumetto, ma lo aiuta a leggere il proprio mondo nella stessa ottica. Non si salva nulla, dalle idee della magia convogliate nei fantasy di serie c, ai corpi dismorfici degli eroi dell’immaginario contemporaneo… Davanti a situazioni grottesche e paradossali l’autore invita ad usare sempre l’ironia, soprattutto per sovvertire ingiustizie o brutture e per combattere l’ignoranza che spesso le genera. Uno dei punti di forza di questa serie sta proprio nell’essere, come il suo protagonista, fedele a se stessa. È una striscia a fumetti, e come tale non diventa mai inutilmente didascalica, non tradisce mai il suo intento umoristico e non dà risposte, ma prende sempre una posizione evidenziando i conflitti.

Da “Le 16 Fatiche di Drizzit – La Sfida dell’Oste di Topple”

Da sottolineare ancora è che Drizzit nasce e rimane un webcomic, le sue strisce sono cioè tutte fruibili gratuitamente online dalla pagina FB dedicata. Luigi Cecchi mostra consapevolezza e grande maturità nel gestire questo tipo di pubblicazione, caratteristiche che purtroppo a volte mancano a fumettisti che fanno il proprio esordio nel mondo dei social network. Non ha avuto bisogno, Luigi Cecchi – che è anche uno scrittore affermato e riconosciuto dalla critica – dell’aiuto di un editore per incanalare la propria creatività in senso artistico e per riuscire ad evitare, in quasi dieci anni, di rincorrere il gusto variabile di un pubblico sempre più ineducato – e anche nell’edizione cartacea le strisce restano immutate. L’autore dimostra anzi ogni giorno di conoscere il suo pubblico e, anziché cedere a facili logiche di mutuo compiacimento, striscia dopo striscia gioca con i lettori -persino facendoli entrare nelle scelte narrative- sfidandoli ogni volta a scendere più in profondità, a riconsiderare un punto di vista e a volte, a sospendere il giudizio e a prendere in considerazione realtà complesse e autentiche.

 

 

Tutti questi spunti ed espedienti narrativi e comunicativi, rendono profondità al fenomeno dei webcomic, perché giocano con il pubblico web che può interagire in tempo reale, ed evidenziano le possibilità di una lettura “aumentata”. Ma c’è di più citando la cultura pop dei libri game, giocando con il citazionismo e l’intertestualità, e, come nell’immagine qui presentata, utilizzando il “crossover” con i personaggi di altri suoi fumetti, Luigi Cecchi svela la labilità del confine tra la narrazione autobiografica del fumetto The Author – in cui l’autore ritrae se stesso nelle sue relazioni – e la striscia parodica di Drizzit, facendoci intuire collegamenti, somiglianze e differenze a livello profondo e quindi anche lavorando in senso metacritico sull’errore sempre più frequente di chi ritiene che esistano narrazioni solo “di verità” e narrazioni di finzione. Tutto questo intessuto in un fumetto che resta aperto a ogni pubblico, senza voler intercettare necessariamente un pubblico di “intellettuali”.

Drizzit è una striscia a fumetti praticamente unica nel suo genere, e l’autore è riuscito con dedizione e costanza a dimostrare che non esistono mezzi più degni di altri quando il messaggio che si vuole trasmettere è autentico.

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Memorie di Katsuhiro Otomo

Memorie di Katsuhiro Otomo

Le nostre recensioni condivise sono un modo per restituire la lettura a i lettori. Testi non facili, talvolta, generano nel nostro gruppo di lettura le riflessioni più interessanti, in un clima di condivisione e vicinanza, che crea la lettura e dalla lettura è creato.

Memorie di Katsuhiro Otomo, pubblicato in Italia da Edizioni Starcomics, è il primo manga che abbiamo letto nel nostro gruppo di lettura. Si presenta come un’antologia di racconti eterogenei nella forma, ma decisamente coerenti nei contenuti. I racconti sono ambientati in un futuro più o meno lontano, e in società pressoché uniformemente distopiche.

 

(omaggio di Luigi Cecchi a Memorie di Katsuhiro Otomo, diritti dell’autore)

Fanno eccezione i quattro racconti  di Questo pazzo pazzo mondo. L’autore, in questi racconti, si relaziona con alcune delle più classiche e fondanti narrazioni occidentali (Artù e i cavalieri della tavola rotonda, la Bibbia, Le mille e una notte, Il vecchio e il mare. Otomo dà vita a un universo quasi onirico in grado di racchiudere storie diverse. Ci lascia spesso vagare senza troppi punti di riferimento in contesti poco definiti, creando una forte sensazione di spaesamento. Conosciamo ogni piccolo mondo attraverso alcuni dettagli che esso racchiude e nonostante questo ciò che accade nei vari racconti è talmente autentico da dialogare direttamente con il lettore, che viene indotto pian piano, grazie anche agli elementi ricorrenti che tessono una trama di richiami tra le varie novelle, a sentirsi parte di quel mondo, a riconoscersi come abitante di quell’universo.

Ci siamo quasi uniformemente trovati d’accordo nell’apprezzare maggiormente le storie più ironiche in particolare modo la storia dei Capelloni. Il surreale di quei racconti è fin troppo possibile, stimola a prendere in considerazioni i paradossi presenti per leggerli con autocoscienza.

 

 

Ci è sembrato infatti che il fumetto riproponesse in ogni storia la domanda: Che cosa è essere umani? E che in ogni storia proponesse dele risposte e riflessioni, lasciando al lettore la sensazione di saperlo, e di averlo sempre saputo, ma anche il senso di inadeguatezza di non saper difendere o esaltare l’essenza dell’umano per una forma di adeguamento alla società, talvolta associabile al conformismo, altre volte più legata a un senso di inadeguatezza personale.

Un quesito che si riverbera, quindi, sfaccettato, in un universo immaginato in cui è la semplicità a sorprendere, non la tecnologia che lo permea. È chiara la critica che viene mossa da Otomo alla sua società di origine, quella giapponese, rigida nelle proprie categorie e orientata a una perfezione che porta all’esclusione di individui non conformi, e che ciascuno può ricondurre, soprattutto al giorno d’oggi, alla propria cultura di provenienza: senza dubbio si adatta perfettamente alla nostra attuale.

In un mondo come quello del manga in cui maschere e stereotipi si ripetono spesso sempre uguali a sé stessi, Otomo è in grado di intraprendere strade innovative segnando un punto di svolta nella produzione e nella ricezione del genere. L’autore rivaluta completamente il modo narrativo, presentando un’opera dallo stile più raffinato sia dal punto di vista dei contenuti e dello stile narrativo che da quello grafico. Particolarmente interessante a questo proposito ci è sembrato l’utilizzo di una tecnica mista, digitale e non, per la colorazione delle prime storie della raccolta. È d’altro canto innegabile che con la sua opera Otomo abbia segnato uno spartiacque nel mondo del fumetto divenendo ispirazione per generazioni di fumettisti e mangaka che gli sono succeduti.

In apertura del gruppo di lettura i partecipanti dedicano solitamente un piccolo momento alla conoscenza reciproca, con lo scopo di creare maggiore sintonia tra i partecipanti e facilitare la partecipazione di ognuno. In questo caso ci siamo cimentati nella scrittura collettiva di una poesia con una tecnica di condivisione ispirata al gioco del “Cadavere squisito”. Accompagniamo quindi alla recensione il prodotto – davvero interessante – di questo piccolo esperimento collettivo, che tra riflessione e disincanto, rispecchia l’oscillazione dell’ironia e dell’impegno di Memorie:

Una rosa che cresce,

Il vento del mondo,

Curiosa attesa di un futuro possibile.

Il fruscio degli alberi intonava una sinfonia armoniosa.

Attraverso la resilienza, speranza.

Per sbaglio mangiai il muffin intero,

Ritrovando un vecchio cammino da una diversa strada.

Stelle, radici nella terra.

Tutti lo chiamavano oasi dello spazio,

Puro come il calore di un tè.

 

 

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Stupor Mundi di Néjib

Stupor Mundi di Néjib

Continuiamo la pubblicazione delle recensioni condivise frutto dello scambio e della discussione all’interno del nostro gruppo di lettura Dialoghi a fumetti. Questa volta parliamo di Stupor Mundi di Néjib pubblicato in Italia da Coconino. Come tradizione ormai, la recensione è accompagnata da un bellissimo disegno omaggio di Luigi Cecchi

Stupor Mundi si è rivelato da subito un libro di grande spessore sia nell’impianto grafico che nei contenuti.

La struttura narrativa, quella di un vero romanzo, è infatti accompagnata da uno stile grafico peculiare e che ha dato adito a molteplici interpretazioni.

Partendo proprio dal disegno abbiamo infatti discusso a lungo. Lo stile minimalista con un ampio uso di blocchi di colore ha senza dubbio la funzione di non distogliere l’attenzione dalla storia, ma è altrettanto vero che nel modo di presentare l’immagine come se fosse l’impressione di un negativo, l’autore conferisce maggior forza alla storia, giocando con i disegni come con la narrazione sulla sottile linea che divide il ricordo dall’oblio e quindi il sapere, la conoscenza e la consapevolezza di sé dall’ignoranza e la confusione

.

Questi infatti i temi che a nostro avviso più fortemente emergono dalla lettura del fumetto, che è un’opera complessa e densa, piena di rimandi alla tradizione letteraria, alla filosofia, alla pittura e alla scienza, un’opera che ha quindi tutta la forza del vero romanzo. Ci siamo fermati a considerare come Stupor Mundi sia effettivamente annoverabile tra i pochi romanzi a fumetti che abbiamo letto nel corso dei nostri incontri e questo ovviamente senza nulla togliere alle altre belle opere a cui ci siamo accostati. Semplicemente, volendo dare una rispondenza al termine graphic novel, Stupor Mundi si candida ad essere annoverato tra questi a pieno titolo.

La narrazione si incentra sulla storia di Annibale Qassim El Battuti, insigne scienziato e filosofo, intento a mettere a punto la sua grande invenzione e allo stesso tempo impegnato a rimanere nelle grazie dell’imperatore Federico II di Svevia. Più punti di vista e filoni narrativi si intrecciano e potremmo con la stessa sicurezza dire che la storia si incentra su Houde, figlia dello studioso che ha la straordinaria capacità di imparare a memoria tutto ciò che legge. Ma qualcosa continua a sfuggire dalla memoria della ragazza: gli eventi che hanno portato alla fuga della sua famiglia dal califfato e contestualmente alla morte di sua madre, sono avvolti nel mistero e per quanto si sforzi Houde non riesce a ricordare. Si trova smarrita, tradita da quello che è sempre stato il suo grande dono e si mette in cerca di risposte.

Annibale e Houde sono senza dubbio i due personaggi centrali e le due linee portanti della narrazione ma altrettanto importante appare la storia del Ghul o quella di Khanfus, personaggio peculiare sia nella resa grafica che nella storia che lo caratterizza. Ci ha affascinato scoprire che l’esperimento sul linguaggio di Khanfus è protagonista – tre bambini allevati in isolamento senza alcun contatto con il linguaggio – sia storicamente attestato. Abbiamo dovuto riconoscere quanto scienze e tecniche fossero incredibilmente avanzate in un periodo che ancora oggi viene considerato da molti il secolo buio. Di quel buio vediamo un accenno nel monaco Gattuso che però rimane un uomo di grande sapienza, che non risponde ciecamente ad un dettame ma segue con tenacia la propria idea di giustizia.

Ci troviamo insomma davanti ad un romanzo corale, perchè è la coralità a distinguere un vero romanzo.

Molti gli spunti che sono nati dalla lettura, molti altri dalla discussione. Abbiamo riflettuto sulla ricezione di questo fumetto come sintesi di dialogo tra cultura mediorientale e cultura europea. Ci siamo trovati solo parzialmente d’accordo con questa idea poiché il romanzo stesso scardina l’idea di Europa come oggi ci viene proposta, abbattendo alla base la distinzione fittizia tra cultura “altra” e cultura “nostra”. L’autore ci mostra semplicemente un mondo in cui i confini non sono invalicabili, soprattutto grazie alla scienza e ai saperi ai quali viene riconosciuta una forza universalizzante. Gli uomini in questo contesto vengono valutati esclusivamente per le proprie capacità e non per la loro provenienza. Questa visione tutt’altro che utopistica sembra perfettamente coerente con il contesto storico che racconta. Ci troviamo infatti in un momento storico in cui una fortezza pugliese era crocevia per grandi pensatori provenienti da ogni dove, attirati proprio dalla possibilità di confrontarsi con altre grandi menti, al riparo da oscurantismi e dogmi legati alla religione. Lo Stupor Mundi, Federico di Svevia, passò infatti alla storia come sovrano assoluto, indipendente anche rispetto ai dettami di una chiesa ancora potente e accentratrice.

Immergendoci tra le pagine di Stupor Mundi, dobbiamo riconoscere che il confine tra arti e scienze si assottiglia e svela la finzione di distinzioni inesistenti. Annibale, è filosofo, scienziato, letterato uomo di spirito e di ingegno, quello che noi chiameremmo uomo rinascimentale, e questo fa venire il dubbio che la settorializzazione e i particolarismi, l’ossessivo ricorso a limiti e confini, siano frutto esclusivo del nostro tempo.

Lo scienziato si trova infatti messo di fronte ad una domanda scomoda “a che cosa serve?”

L’invenzione che è a metà strada tra scienza e arte non trova una collocazione chiara e quindi è difficile valutarne “l’utilità”. E per questo diventa monito, viene condannata e respinta. Nel trovarne un’utilità Annibale si troverà a divenire impostore. Il sapere e l’arte al servizio della spendibilità diventa inevitabilmente artefatta e posticcia e quindi un inganno.

Ma sebbene sia complice di questa grande o piccola macchinazione, la nostra impressione su Annibale non cambia, non lo immaginiamo corrotto dal potere ma ben saldo sulle proprie convinzioni.

In conclusione abbiamo trovato che Néjib ci pone di fronte ad una verità molto semplice: identità e memoria sono due realtà inscindibili. Se oscuriamo una parte della nostra storia, sia essa personale o collettiva, ci priviamo inevitabilmente di una parte della nostra umanità.

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Batman, The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland

Batman, The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland

La recensione condivisa di Dialoghi a fumetti

Riprendiamo in estate la pubblicazioni delle nostre “recensioni condivise”. Il nostro gruppo di lettura, Dialoghi a fumetti, nasce proprio con l’intenzione di creare un luogo di lettura condivisa, in cui le riflessioni di tutti si concentrano affinché gli spunti e gli stimoli racchiusi in un fumetto riescano a innestarsi nei mondi di ciascuno.

Il fumetto, sceneggiato da Alan Moore e disegnato e colorato da Brian Bolland, edito dalla DC Comics, in Italia grazie a RW Edizioni. Abbiamo letto la ristampa del 2008, pubblicata in occasione del ventennale dall’uscita, completamente ricolorata dallo stesso Brian Bolland.

I protagonisti di questa vicenda sono il “vigilante mascherato” Batman e il suo più celebre nemico Joker. Ostinato a dimostrare all’intera Gotham come la follia è più vicina di quanto sembri, il pagliaccio rapirà l’uomo più integro della città, James Gordon, per procurargli “una brutta giornata”, che ad avviso di Joker, è il confine che separa tutti dalla psicopatia.

L’intera vicenda viene svolta su piani paralleli. Nel suo agire Joker ricorda l’evento che lo condusse alla follia, presentando ai lettori la persona dietro il sorriso malato. Una serie di flashback presentano un uomo emotivamente fragile nel suo vissuto, ma distaccato dal suo passato, nella degenerazione di una nevrosi da inadeguatezza. Ne sono un esempio grafico nel fumetto le espressioni facciali nelle sue rievocazioni; la fisionomia psicologica del personaggio viene rappresentata nella contrazione dei tratti del volto. Nella dolorosa rievocazione del trauma, il rapporto intensissimo con la moglie è fatto di dialoghi rarefatti spesso interrotti da un semplice sorriso. Ogni aggressione e ogni mancanza sentita come propria  si riflette in modo negativo su un uomo fragile, empatico, emotivo e insicuro. Una offerta di guadagno pericolosa, una grande perdita, lo scontro con Batman, il viso sfigurato: una “brutta giornata”.

Ma è davvero così che è nato il criminale? La verità è incerta. Lo stesso Joker afferma all’interno del fumetto che del suo passato non ha certezza: i ricordi variano in quelli che lui definisce “una scelta multipla”. Quindi ciò che conosciamo potrebbe essere una di queste tante possibilità. Nel discutere il fumetto si è notato come la copertina dello presenti Joker intento a scattare una fotografia, raffigurazione non presente nell’opera, ma creata appositamente. L’idea del personaggio che scatta immagini ha fatto riflettere il gruppo su come tutta la vicenda sia dal suo punto di vista, facendo mettere in dubbio l’attendibilità de narratore.

Batman entra in azione in seguito all’evasione di Joker: “È un po’ che ci penso. A me e a te. A quello che ci succederà, alla fine. Finiremo per ucciderci l’un l’altro, vero?” è un quesito che lo farà riflettere sul suo rapporto con questo nemico. Il racconto pone i due personaggi sullo stesso livello, mostrando quanto questi siano simili nella loro mentalità. L’idea di un sorvegliante mascherato da animale che protegge una intera città, per quanto eroico possa essere, è di per sé una alienazione dal mondo paragonabile alla follia del pagliaccio criminale.

Quali sono i fattori che avvicinano e allontanano questi due personaggi?

Sono entrambi iper-razionalizzanti, con un amore per la nemesi, confinati in un ambiente distopico come Gotham City. Un luogo continuamente cupo, dall’estetica architettonica ai cittadini che lo compongono, forse così rappresentato per una proiezione dei protagonisti. La solarità e la vita comune sono aspetti qui molto distanti. Un esempio ne è Arkham: a Gotham non ci sono prigioni, ma solo un enorme manicomio.

La consapevolezza del proprio trauma e la reazione che il soggetto presenta sono anch’essi elementi fondamentali.

Joker non riesce a far fronte al trauma, tant’è che finirà per comprendere e abbracciare il suo stato di follia. Ma è incline a trovare una continua giustificazione. Batman invece riesce in qualche modo a far fronte alla sua frattura, soprattutto perché Bruce Wayne ha qualcuno accanto, vive delle relazioni più autentiche. Un esempio ne è il fidato maggiordomo Alfred. La lotta al crimine e la salvaguardia della città sono per Bruce sfogo delle sue nevrosi. La dissociazione dalla realtà è simbolicamente una dimostrazione del suo grado di vicinanza con la sua nemesi.

Anche lo status sociale dei due soggetti influisce sulla loro crescita. Uno è di ricca famiglia, e sceglie di utilizzare la sua ricchezza come mezzo di integrazione nella società, mentre Joker è povero e sconosciuto, sorretto emotivamente solo da se stesso e dal suo terribile disagio.

A livello stilistico il fumetto Batman – The Killing Joke esprime con evidenza le caratteristiche dei protagonisti, sa nei tratti del disegno, sia nella struttura del fumetto. Le tavole precise e squadrate creano uno schema di griglie che suggerisce evocativamente l’idea di iper-razionalità.

In chiusura, molti quesiti restano aperti. La pioggia copre tutto, facendo scomparire ogni maschera, per poi iniziare da capo. Dall’inseguimento all’incontro.

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