Un bilancio positivo

Un bilancio positivo

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che spesso non lo è.” Paul Klee

Arrivati ad avere alle spalle poco più di due anni di attività, ci è sembrato giusto fare un bilancio di quanto raggiunto fin qui, e farlo ora ci è parso particolarmente significativo.

Il bilancio arriva effettivamente in un momento complesso, molto positivo per l’associazione, piuttosto preoccupante dal punto di vista del contesto storico e sociale in cui ci troviamo ad agire.

Come associazione ci troviamo infatti a vivere un momento di “raccolto” rispetto a quanto seminato finora, nuove relazioni germogliano e portano frutti e questa è per noi la più grande soddisfazione. È stato bello avviare progetti con persone che guardano al territorio con sensibilità e impegno come ci è capitato con i librai di Cartaviva, fumetteria viterbese, e come è giusto e normale che sia ogni nuova relazione ne genera altre e un incontro in libreria ha “dato il la” a progetti futuri: è così che i circoli virtuosi si innescano e generano cambiamento.

La presenza costante e mirata sul territorio ci ha portati ad avviare anche quest’anno dei percorsi con le scuole e questo è per noi particolarmente importante. Conosciamo bene il territorio, ne abbiamo a lungo analizzato e discusso i limiti e le difficoltà nei nostri percorsi individuali e associazionistici antecedenti, per questo ci dà grande speranza incontrare ragazzi che, pur vivendo il contesto e quindi portandone i segni, non si arrendono alla meschinità e decidono con maggiore o minore consapevolezza di non contribuire alle dinamiche di violenza e manipolazione. Abbiamo incontrato ragazzi di una bellezza inconsapevole, con grandi competenze emotive, spesso non riconosciute o sminuite, ed essere di supporto a giovani brillanti nel percorso che li porta a riconoscere la propria forza è forse una delle sfide più belle che possiamo trovarci ad affrontare. È entusiasmante vedere come da ogni progetto realizzato ne nascano altri e anche nelle scuole si moltiplicano quindi le occasioni di incontro, sia sul territorio braccianese che in territori limitrofi o più distanti.

Striscia di Luigi Cecchi appositamente creata per i progetti Laputa.

E se di incontri significativi si può parlare un posto particolare è occupato da chi ci ha visto nascere, ci ha supportato e grazie alla cui presenza siamo sempre spinti a crescere, l’associazione Libellula di Morlupo che anche quest’anno è nostra compagna di viaggio. Grazie al progetto ZerOmagazine 2019 abbiamo in programma nel prossimo futuro un incontro aperto alla cittadinanza e agli studenti in cui interverrano Fran De Martino e Luigi Cecchi, due tra i più consapevoli autori che il panorama editoriale ci  offre in Italia al momento. E questo tassello va ad aggiungersi agli altri, perché il nostro essere presenti sul territorio, progettare e realizzare interventi educativi e formativi, non può prescindere da uno sguardo più ampio. Siamo certi che agire nel panorama culturale sia fondamentale anche e forse in particolar modo per realtà piccole come la nostra. In un panorama sempre più atrofizzato e conformato, dare spazio a voci dissonanti è una responsabilità di cui farsi carico e non dovendo rispondere a deformanti logiche consumistiche, le realtà indipendenti come la nostra, hanno a disposizione una forza impareggiabile.

Con questa convinzione abbiamo realizzato la nostra prima pubblicazione, che ha avuto un’ottima riuscita sia in termini di prodotto realizzato sia riguardo alla sua ricezione. Proseguiremo con accortezza su questa strada prediligendo un lavoro attento di ricerca, e cercando opere e autori capaci di collocarsi nel panorama culturale cambiandone le regole un poco alla volta.

Poter collaborare con autori liberi e intelligenti, promuovere opere di spessore, favorire il dialogo anche intergenerazionale tra cittadinanza e artisti, soprattutto in territori semplicisticamente considerati periferici, è il perfetto intreccio dei nostri ambiti di azione e quindi uno degli obiettivi più ambiziosi che possiamo porci.

Proseguire il lavoro di ricerca riguardo opere, artisti e studi vicini ai nostri temi di interesse sarà senza dubbio obiettivo fondamentale per il futuro per questo Laputa è diventata dall’inizio di quest’anno anche laboratorio permanente di studio e promozione. Crediamo nel valore della formazione permanente, così siamo noi stessi in continua ricerca di nuovi stimoli e nuove idee con cui confrontarci e di cui arricchirci. Il nostro blog è luogo di dialogo permanente, che esplora comunicazioni e dissonanze: microracconti sulle dissonanze, brani di testi filosofici o politico-filosofici, recensioni e ovviamente condivisione continua e costante di ciò che ci fa crescere e “sentire” gli accadimenti (importanti ci sembrano le interviste a Filippo Biagianti e Tony Sandoval).

La nostra vicinanza e l’interesse per i progetti e l’attività di informazione di Comune-info, ci ha permesso di dare e ricevere visibilità, perché informare ed essere informati, dà la possibilità di prendere posizione, e agire sulla società e nella società. Allo stesso modo, il progetto Mostri&DiMostri prende forma in diversi ambiti e diverse realtà plasmandosi sulle sensibilità di chi assiste e di chi partecipa, di chi allestisce e di chi ha preparato gli allestimenti, in un continuo scambio in cui l’idea di arte è liberazione.

Pannello della mostra Mostri&DiMostri – Luigi Cecchi

E qui non è possibile non citare anche la bella, costante e arricchente collaborazione con la libreria L’Orto dei libri, in cui abbiamo traslato, tutte le volte che potevamo, il nostro gruppo di lettura partecipando a splendidi pomeriggi di approfondimento e di connessione tra letterature, fumetti, poesia e soprattutto le visioni del mondo di persone vive, attente a ciò che ci circonda, attive sui grandi temi che riguardano il nostro agire politico. Di dialogo in dialogo, si formano gruppi in cui l’attenzione all’altro è più importante dell’oggetto, e, soprattutto, si formano relazioni durature che permettono una crescita nella consapevolezza, della letteratura e delle vite di tutti.

Partecipare, o anche assistere osservando con partecipazione, a Festival come Animavì, nati dalla passione e dall’intersezione e cresciuti nella poesia delle immagini e delle relazioni autentiche con il pubblico, ci ha aiutato a vedere come si possa realizzare qualcosa di grandissimo, e come l’arte non debba imitare la realtà, ma serva a vedere le cose davvero. Così, il nostro agire nei progetti culturali non deve mai imitare, ma ispirarsi alla capacità, volontà e possibilità di rivelare l’arte, la poesia, la bellezza, la delicatezza lì dove sono, senza traslarle di senso o adattarle a un fantomatico mercato culturale.

Molti altri gli incontri episodici, ma significativi che hanno segnato il nostro percorso fin qui ma fra tutti è forse a meritare una menzione speciale sono senza dubbio i ragazzi che hanno collaborato con noi con passione e impegno durante i tavoli di lavoro per l’hackaton promosso da Banca Etica a Bari. Sono stati per noi un grande esempio di di passione e gratuità oltre che di grande aiuto nell’immaginare soluzioni concrete.

I progetti si moltiplicano, e si stanno moltiplicando le collaborazioni con scuole, università, associazioni, giornali. In prospettiva ci auguriamo di poter continuare a fare di relazioni belle e autentiche il centro del nostro agire anche e soprattutto politico. In una realtà in cui l’aggressività è virtù auspicabile e l’empatia è additata come debolezza, il prendersi cura dell’altro diventa oggetto di offese e chi lo fa viene sminuito e attaccato. In questo clima noi partiamo dall’incontro con l’altro, lo facciamo con lo spirito di accoglienza e autenticità che ci appartiene, siamo certi che questo generi cambiamenti nonostante  si faccia di tutto perché il sentire comune sia di tutt’altro avviso. Noi abbiamo sperimentato e raccogliamo frutti, il cambiamento si innesca anche dove supponenza e arroganza fanno da padroni, per il semplice fatto che l’aprirsi all’altro e rischiare la relazione, per banale che sia, è un’arma che spiazza, affascina, e senza dubbio lascia il segno.

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Il più inattuale dei sentimenti

Il più inattuale dei sentimenti

Laputa è sempre stata, e dal 2019 sarà con più consapevolezza e più esplicitamente, un gruppo di ricerca intergenerazionale permanente, che congiunge fumetto, poesia e temi socioeducativi pressanti e di volta in volta vicini ai costituenti. Pubblicheremo con regolarità brani di testi che ci hanno ispirato e che riteniamo possano far riflettere sui temi a noi cari: Stigma, disagio relazionale, fragilità sociale e manipolazione affettiva sono i temi portanti su cui si è concentrato il lavoro degli ultimi due anni, e su cui si sono sviluppati i progetti di educazione diffusa. Non poteva mancare tra le nostre letture il testo di Graziella Priulla, Parole Tossiche – Cronache di ordinario sessismo (Settenove, 2014), di cui vi proponiamo oggi un capitolo che abbiamo sentito particolarmente importante: Il più inattuale dei sentimenti, in cui Graziella Priulla, con grande chiarezza, dialoga sul significato profondo del senso del pudore.

Il più inattuale dei sentimenti

di Graziella Priulla

La domanda «che cos’è volgare?» è delicata e difficile: poiché tocca la sfera delle credenze e delle convinzioni, può ricevere risposte disparate.

Per il linguista Raffaele Simone l’idea di volgarità si associa all’esibizione plateale di qualcosa che andrebbe evitato o tenuto riservato: questo qualcosa è fatto di discorsi e comportamenti che riguardano la sfera privata e non andrebbero esposti in pubblico. Insomma la volgarità sarebbe l’effetto che si ottiene con la pubblicazione di questioni private sensibili: la sua diffusione può essere una conseguenza dell’avvenuta trasformazione di ogni spazio privato in spazio potenzialmente pubblico.

Negli epistolari dell’800 espressioni crude e oscene costituivano una presenza tutt’altro che eccezionale, anche quando a firmare le lettere erano intellettuali raffinati: ma la destinazione e l’uso erano e dovevano restare privati.

Quali questioni private, esposte in pubblico, generano volgarità? Simone vi colloca i rapporti affettivi ed erotici tra le persone; le propensioni, le pratiche e i gusti sessuali; i temi attinenti l’aspetto fisico, la salute, l’intelligenza, il livello della famiglia, il successo nel lavoro, le capacità sessuali, le funzioni fisiologiche, i propri meriti a confronto con gli altrui demeriti; l’esibizione di nudità non giustificata da nessuna necessità (per esempio artistica o scientifica) e l’uso sprezzante o strumentale del corpo umano e in specie quello femminile. Ovviamente il grado di volgarità cresce con l’espandersi della platea in cui questi temi sono esposti[1].

Nella rivendicazione ostentata della trivialità c’è una violazione, oltre che della buona educazione e del buon gusto, del senso del pudore.

Il velo di pudore, nelle società di un tempo, serviva a coprire le pratiche sessuali e perfino i corpi, per non minare l’ordine dei costumi fondato su un matrimonio che imponeva sacrifici, rinunce e restrizioni. Con eccesso di zelo oggi lo si è trasformato in un valore risibile, rivelatore di sintomi patologici, indice di un’inibizione anormale e fuori posto:l’abolizione del pudore viene applaudita come manifestazione di schiettezza e di coraggio.

Abolito anche il senso etimologico di vergogna (che in realtà non significa aver fatto qualcosa di male, ma «temere la gogna», ossia l’esibizione pubblica) sono mutati i modi, i luoghi e i limiti della raffigurazione pubblica di se stessi: è impressionante quanti e quali particolari le persone siano disposte a raccontare delle proprie vite per essere al centro dell’attenzione. La definirei una «pornografia emotiva», che parte dai gossip sui vip e arriva ai signori Nessuno dei social network.

Cos’è pudore? Virtù o concetto, quest’ultimo termine è scomparso dal nostro diritto penale e appare desueto, quasi a evocare un mondo perduto per cui non provare nostalgia.

Monique Selz, psichiatra e psicoanalista francese, l’ha definito «un disagio di fronte a cose che vediamo e non dovremmo vedere o che mostriamo nostro malgrado». L’assenza di pudore «colpisce molto di più che non i soli rapporti sessuali: va a colpire le relazioni fra gli esseri umani in generale». Il tema presentato già nel Protagora di Platone come esperienza che custodisce l’umano: «Zeus, preoccupato che la stirpe umana si estinguesse, decise di mandare Ermes con due doni: il pudore e la giustizia, come base su cui edificare le loro città e comporre vincoli di amicizia reciproci». È una concezione che nella storia del pensiero occidentale si dipana fino al filosofo tedesco Max Scheler, che rilancia la concezione del pudore come custode dell’esistenza stessa di un soggetto e dunque come l’origine stessa della morale.[2]

Il vocabolo non induca a pensare dunque al moralismo o ai mutandoni della regina Vittoria. Intendiamo qualcosa di contrario e opposto alla pruderie con cui si è solitamente confuso. Si tratta di intuire che dietro lo schermo della liberalizzazione, dietro l’apparenza della spontaneità, dietro l’abbattimento illusorio del limite c’è la diffusione virale della cultura dell’eccesso, che considera misura un’amputazione e la sobrietà una colpa. La continua ricerca del troppo non solo non migliora la qualità della vita, ma spesso la rovina.

Oggi è la sobrietà a essere rivoluzionaria. Se è bene che ci sia un equilibrio nel possedere e nel correre, nel contaminare e nel costruire, nel mangiare e nel bere, perché non dovrebbe esserci una sorta di frugalità nel parlare? La costruzione dei limiti, che è tutt’uno con la costruzione delle regole, è una tappa ineludibile nei percorsi evolutivi: dei singoli come delle comunità. Contrariamente a ciò che il senso comune italiano ritiene, le regole non esistono per impedire comportamenti, per limitare la libertà degli individui: ma per agevolare gli uni e l’altra.

Innato o culturale che sia, il pudore è una delle dimensioni dell’autoconsapevolezza e dell’autoregolazione: è il sentimento dei confini della propria privatezza, connesso al bisogno o alla volontà di proteggere qualcosa di intimo (ossia ciò che «sta dentro», in senso sia fisico che spirituale) da intrusioni invasive, a tutela della propria identità. Lo spiegava Georg Simmel già nel 1901, con il saggio Sulla psicologia del pudore: non è questione di pudenda ma di vigilanza sui confini che decidono il grado reciproco di apertura e chiusura verso l’altro.

Qui si rintraccia la differenza tra l’ipocrisia (che nasconde gli aspetti della nostra personalità che non vogliamo mostrare) e il pudore (che non nasconde la parte peggiore di noi, ma ciò che decidiamo di preservare da sguardi indiscreti).

In materia sessuale il pudore non va confuso con la normativizzazione della sessualità, con la censura moraleggiante o con la negazione o la recinzione del corpo, proprio e altrui, con i centimetri di pelle esposta o con il numero dei rapporti: è piuttosto la ricerca di una più raffinata simbolizzazione degli sguardi, di contrasto alla sguaiataggine e al ciarpame del voyeurismo e dell’esibizionismo.

Il timore o l’imbarazzo sono reazioni pro-sociali. Uno stile di descrizione e di misura basato sul rispetto di sé e degli altri potrebbe definirsi ecologico, perché salvaguarda le relazioni umane e la vita in comune. Al contrario della violenza e della prevaricazione, che superano la soglia assumendo il non-rispetto dell’altro.

È questa la ragione per cui il confine tra le sfere lecite e le sfere proibite è vigilato dalla legge, dall’ambiente e dalla coscienza, ed è segnato da sanzioni normative (pena) e/o sociali (riprovazione) e/o psicologiche (senso di colpa). [3]

In epoche e in società diverse o in diverse fasi della vita, normalità di comportamento e superamento dei limiti appaiono non solo variamente identificati, ma persino capovolti. Spesso ciò che prima era morale diventa bigottismo, ciò che prima era rifiutato in nome della forma ora si accetta e si esalta in nome della sostanza. Accade che il confine si sposti pian piano e che poco per volta nessuno avverta più l’esigenza di una linea di demarcazione(al contrario, si scrivono manuali sul come liberarsi). Accade che si infrangano, per una volta, tutte le zone franche. Il linguaggio delle parole, dei gesti e delle immagini registra puntualmente queste rotture.

Oggi il rifiuto di ogni istanza etica viene regolarmente espresso con la domanda «che male c’è?». Di fronte a qualsiasi richiamo si decide che a sbagliare è chi formula l’osservazione, irriso come personaggio fuori dal tempo, bollato come persona che non capisce, che non è neppure autorizzata a richiamarsi a qualche principio, a qualche regola. Ogni riflessione che si interroghi sulla questione del limite o perfino sulla legalità è automaticamente tacciata di moralismo, epiteto che sa di esagerazione o di colpa.[4]

Chi lo fa è costretto a difendersi o a fare una premessa ( non sono moralista, ma…) che gli toglie chances in partenza e lo mette all’angolo. Diventa lui che deve giustificarsi. Nel meccanismo del «che male c’è?» interviene un meccanismo che colpisce al cuore il concetto stesso di opinione pubblica.

Se sfidare i limiti ha rappresentato a lungo un gesto di emancipazione, oggi sembra diventato un adeguamento al conformismo: siamo passati dall’ostracismo alla tolleranza al compiacimento. Sulla maggior parte delle aree interdette la forza d’interdizione è talmente diminuita da esser quasi scomparsa.

La società occidentale per secoli ha identificato il pudore con la salvaguardia della sfera sessuale e l’ha interpretato non come rispetto o protezione di sé, ma come inibizione del piacere. Ricordate il principe di Salina che confidava di aver avuto sette figli senza mai aver visto sua moglie nuda? «Oscenità», «osceno», sono le parole utilizzate a partire dall’epoca moderna per mettere «fuori scena», ossia fuori dalla vista comune, tutto ciò che risultava contrario ai dettami della morale vigente sulla sessualità.[5]

È accaduto infinite volte che poesie, romanzi, opere teatrali, quadri, film bollati come oscenità – e quindi ufficialmente sottratti alla fruizione del pubblico- fossero inglobati poi con gli anni nel patrimonio culturale collettivo.

È forse comprensibile che oggi, per reazione, il pudore sia osteggiato come forma di oscurantismo. Per questo i maggiori cambiamenti linguistici si avvertono nelle aree  legate agli organi e alle attività sessuali: il fenomeno è talmente macroscopico che viene percepito senza particolare analisi. Tuttavia, sarebbe sbrigativo collegarlo soltanto alla libertà espressiva e al piacere della sperimentazione in campo sessuale, diventati oggi l’imperativo culturale per affrancare dai tabù e per sostituire le repressioni del passato con il culto della perfezione fisica e della ricerca di sensazioni.

È insomma consolidato a tutti i livelli il regime biospettacolare della pornocrazia, paradigma di vasta portata. Il termine è stato coniato dal filoso francese Dany-Robert Dufour, che ne La cité perverse[6] sottolinea la nuova rilevanza politica di una società pornografica di massa, dove pornografia significa esibizione e messa in scena compiaciuta di ciò che normalmente non si espone in pubblico. Il costituzionalista Stefano Rodotà ha usato al riguardo il concetto lacaniano di extimitè, estroflessione del privato nell’interfaccia dello spettacolo.[7] Corpi e amplessi, ma anche sentimenti e affetti, come afflizioni, disgrazie, malattie, ossessioni, turbamenti.

Come i sociologi segnalano da tempo, ciò che caratterizza la tarda modernità è l’esibizione nella sfera pubblica di questioni tradizionalmente assegnate alla sfera privata.

Prima con la telecamera impietosa della tv e poi con la condivisione nel web, abbiamo ottenuto che tutto sia visibile, che tutto sia mostrato, che nulla sia più sacro, misterioso o intangibile. Vogliamo guardare ed essere guardati: sempre, dovunque e ad ogni costo.

Oggi chi prova un’emozione non può contenerla, non riesce a fare a meno di esporla in bella vista, per quanto sia intima, per quanto sia indefinita: scriviamo alla De Filippi, cerchiamo di essere invitati in uno show. Alla peggio postiamo su Facebook o tracciamo graffiti sul marciapiede in cambio di frammenti di notorietà. La visibilità ha sostituito la reputazione, sia come misura che come fonte del successo: la molla è il timore ossessivo di non esistere. I sentimenti sono denudati ed esibiti come merci; confessioni scabrose, sfoghi forsennati, trivellazione di vite, nulla rimane segreto: è lo stesso individuo, in preda al narcisistico desiderio di visibilità, a consegnare a milioni di spettatori la propria intimità, secondo tracciati di ostentazione e di spudoratezza corrispondenti a format televisivi omologanti che vengono acclamati come espressioni di sincerità.

In tutto questo c’è una coerenza: se il pudore è difesa dell’individualità, perché dovrebbe esistere in una società omologata nell’ossimoro stridente dell’«individualismo di massa»? La volgarità non è un incidente di percorso, diventa tratto costitutivo dei rapporti interpersonali se il nobile sentimento della libertà individuale si trasforma in un narcisismo patologico.

Le vignette sono Luigi Cecchi (serie “Questions”) – © Luigi Cecchi, 2019

Graziella Priulla è Sociologa e saggista, insegna all’Università di Catania nel Dipartimento di scienze politiche e sociali. Tra le sue pubblicazioni più recenti: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole (FrancoAngeli), I caratteri elementari della comunicazione (Laterza), L’Italia dell’ignoranza (FrancoAngeli).


[1]    Cfr. Maxima immoralia, in Micromega, 4, 2009, pp.55-67

[2]    M. Selz, Il pudore. Un luogo di libertà, Torino, Einaudi, 2005. Preoccupazioni analoghe, con amplificazioni antropologiche, sono presenti nel saggio di M. Appiani, Tabù: elogio del pudore, Milano, FrancoAngeli, 2004. Vedi anche M. Scheler, Pudore e sentimento del pudore, Udine, Mimesis, 2013.

[3]    Esso trova persino convenzioni tipografiche: già nel XIX secolo si sostituivano lettere di parole volgari con trattini e asterischi. Nelle vignette si chiamano obscenicon.

[4]    Su questo punto cfr. M. Viroli, L’Italia dei doveri, Rizzoli, Milano 2008

[5]    Sulla definizione di oscenità come «offesa al comune sentimento del pudore e alla pubblica decenza» si basa l’illegalità della pornografia, ribadita anche dall’articolo 21 della costituzione che protegge la libertà di stampa, ma esclude dalla protezione costituzionale la pubblicazione di materiali osceni.

[6]    Parigi, Gallimard 2012

[7]    Cfr. Micromega, 5/2009

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