Sapienza e gratitudine – Auguri di Buon Anno

Sapienza e gratitudine – Auguri di Buon Anno

Laputa, fin da pochi mesi dopo la sua nascita, ha riflettuto sull’opportunità di creare un piccolo “diario delle microaggressioni”, che scaturiva dalla quotidiana osservazione della realtà e dal lavoro sul linguaggio, sugli atteggiamenti passivo aggressivi e sulla manipolazione che sono alla base dell’operare dell’Associazione contro la violenza diffusa. Il diario e il gruppo di lettura “Dialoghi a fumetti” sono stati, insieme all’attuazione di progetti di educazione diffusa in alcune scuole e università, il cuore dell’attività di Laputa nel 2018. Per il 2019, ci stiamo preparando a nuovi modi, ma intanto vi lasciamo con un augurio “a modo nostro”.

Nel gruppo di lettura Dialoghi a fumetti, prima attività lanciata da Laputa, si promuove ad ogni incontro un dialogo accogliente, e si è scelto di lavorare sul “minimo comune multiplo”, proponendolo come metodo di comunicazione: basterebbe che ciascuno di noi pensasse ogni giorno e in ogni comunicazione se il suo “modo” di comunicare tiene ogni volta conto della possibilità di ferire gli altri elementi coinvolti nella comunicazione, ecco che la relazione tornerebbe al centro delle comunicazioni, e non viceversa. In questo la prima connessione che ci viene in mente rispetto ai nostri progetti di educazione diffusa è con il luogo comune e il modo di dire, stereotipi, e in fin dei conti, habitus relazionali che mettono in secondo piano la percezione rispetto alle categorie, l’ascolto rispetto al giudizio, il bisogno di essere al centro della comunicazione rispetto al desiderio di essere per gli altri.

Nei nostri laboratori ci siamo infatti occupati spesso dei luoghi comuni, dei modi di dire, assimilati senza grande consapevolezza, riutilizzati per liberarsi con facilità di una conversazione che può risultare complicata, pesante. Le feste, la chiusura dell’anno, l’inizio di un nuovo anno, sono momenti di propositi per alcuni, di bilanci per altri. Chi ha subito durante l’anno tradimenti, offese, maltrattamenti – da atteggiamenti passivo-aggressivi, menzogne, incasellamenti – potrebbe far fatica a immaginare scenari futuri di rinascita, e i modi di dire soffocano talvolta gli immaginari o offrono strumenti di menzogna a chi cerca una ragione a buon mercato. Tra quelli che più ci colpiscono a fine anno ci sono “impara a lasciarti le cose alle spalle”, usato come sminuimento delle sensazioni di qualcuno rispetto a una violenza grande o piccola; o anche “pensa a te stesso e cerca di essere felice”, usato come augurio, che non solo sminuisce la persona, ma anche le sue capacità di aprirsi all’amicizia nel piccolo, alla società in senso più ampio. E ancora, instaura il binomio egoismo/individualismo=felicità, rendendo sempre più difficile riconoscere la generosità e la costanza nella cura come atteggiamenti positivi; un modo di dire che peraltro, rielaborato e assimilato da chi è più fragile, manipola il modo di percepire se stessi e stimola alla comunicazione violenta e alla negligenza relazionale, alla “libertà” intesa come “far ciò che ci pare” senza considerare i sentimenti di chi ci ha accompagnato per la via o ha accompagnato con dedizione chi ci è caro.

Una grande confusione tra l’attenzione e la cura di sé e delle relazioni autentiche e la sottomissione a relazioni manipolatorie sembra pervadere ogni ambito della società, e si concretizza spesso nell’opportunismo della mistificazione della gratitudine nella sua falsificazione riflessa di ricatto morale, che si presenta laddove si invoca la gratitudine in assenza di relazioni autentiche. Non è il “social network”, la festa passata tra una dipendenza e l’altra, non sono le “amicizie sbagliate”, piuttosto è una sorta di “mitologia dell’allontanamento” a creare la rarefazione degli affetti e l’abbandono che disattende un patto, rendendoci di fatto schiavi della menzogna moderna più diffusa: l’anticonformismo conformista. Com’è nostra consuetudine, ve ne parliamo lasciando raccontare un libro, stavolta però non di fumetti, e formuliamo così un invito a letture del mondo meno scontate, esprimendovi i nostri migliori auguri per un 2019 in cui ogni giorno conosciate qualcosa di nuovo e inaspettato. Crescere e conoscere è utile a preservare e conservare le relazioni autentiche e fondanti, restando umili e aperti al mondo.

Yang Jiaoai si immola in nome dell’amicizia

di Paola Del Zoppo

Nella storia di amicizia Yang Jiaoai si immola in nome dell’amicizia si narra di Jioai, che in una notte di pioggia accoglie Botao, in cammino verso il palazzo del re, condividendo con lui la sua poverissima capanna e il poco cibo. Si tratta della rielaborazione di una storia popolare basata su personaggi esistiti nell’epoca degli stati combattenti Zhanguo  (475-221 a.C., cfr. nota a p. 305).

La storia è inclusa nella raccolta Feng Menglong, Quattordici storie per istruire il mondo (Atmosphere libri, 2018, pp. 155-166, trad. di Antonio Liggiero), che raccoglie appunto 14 delle storie vernacolari della celebre serie Sanyan di dinastia Ming, compilate e adattate da Feng Menglong (1574-1646), fondamentali per lo sviluppo della narrativa vernacolare cinese. “Popolate da studiosi, imperatori, ministri, generali e una galleria di uomini e donne comuni nel loro ambiente quotidiano – mercanti e artigiani, prostitute e cortigiane, sensali e indovini, monaci e monache, servi e cameriere ladri e impostori – i racconti forniscono un vivido panorama del mondo della Cina imperiale prima della fine della dinastia Ming (1368-1644).”[1]

Feng Menlong

La storia di Botao e Jiaoai è una storia antica, dunque, che con tono colloquiale, intessendo credenze e saggezza popolare – ben diversa dal luogo comune – vuole “insegnare” il valore dell’amicizia con dolcezza e ottimismo e scardinando l’idea del sacrificio come atto eroico, portatore di “fama”, per riportarlo alla quotidianità della scelta di condividere il destino degli amici come valore che supera il raggiungimento di una “felicità individuale”.

Nata infatti l’amicizia fraterna dalla generosità, Botao, conversando tutta la notte con Jiaoai, riconosce l’acume del più giovane compagno, fino ad allora vissuto in condizioni estremamente miserevoli:

Jiaoai fece rimanere Botao a casa, lo servì come meglio poteva e fu così che diventarono fratelli. Botao era più grande di cinque anni, quindi Jioai iniziò a chiamarlo fratello maggiore. Dopo tre giorni la pioggia si fermò e le strade si asciugarono, quindi Botao disse: “Caro fratello, saresti capace di fare il primo ministro, abbracci la volontà dello stato, è un peccato che tu non abbia cercato la fortuna e sia rimasto qui nella foresta. – Non era che non volessi, è che non me ne è mai stata data la possibilità.

È la relazione di affetto e fiducia che ispira Yang Jiaoai a seguire Botao nel suo proposito: recarsi al cospetto dei funzionari del re per diventare egli stesso un funzionario nobile, e vivere una vita rispettabile. Botao “usa” l’amicizia per far uscire Jiaoai dall’isolamento, e proprio per il sentimento tra i due, desidera fortemente il successo dell’amico e la valorizzazione del suo ingegno in una cerchia sociale più ampia. I due si incamminano fianco a fianco, ma per la via il freddo, la fame e l’estrema povertà, non consentono a entrambi di giungere a destinazione. Botao, dopo molte difficoltà convince il “fratello” a lasciarlo morire di freddo sotto un albero, acconsentendo però a che Jiaoai torni per dargli una sepoltura dignitosa non appena si sarà sistemato. Di fatto, Botao dona a Jiaoai la possibilità che fino ad allora gli era stata negata, di far valere la propria sapienza e il proprio acume per raggiungere la nobiltà. Jiaoai giunge in città, viene notato dal funzionario preposto all’assunzione degli uomini sapienti che il re cerca per la sua estrema povertà, ma subito si distingue anche per il suo acume, progettando la migliore strategia per il sovrano. Ottiene dunque l’ambita posizione. Per prima cosa, allora, chiede il permesso torna a rendere onore al corpo dell’amico. Fin dalla prima notte dopo la sepoltura, però, il riposo eterno di Botao e con esso il riposo terreno di Jiaoai sono turbati dalla superbia di uno spirito “importante”: si tratta del famosissimo Jing Ke, che aveva attentato alla vita dell’imperatore, il quale non riconosce il valore del sacrificio di Botao, considerandosi, più in alto di lui: “Tu sei una persona morta di fame e di freddo, come osi costruire la bara sulle mie spalle e rovinare il mio Fengshui?”[2].

Jing Ke minaccia l’imperatore

È da questo rapporto con la storia eroica di Jing Ke che la storia di Jiaoai, apparentemente semplice, si svela non solo come exemplum di una scelta di amicizia, ma rovescia, nel rapporto di “marginalità”, di spostamento del punto di vista, la narrazione “di massa” dell’eroe. La giustizia è narrata dal punto di vista di chi non agisce per essere “grande”, ma per senso di autenticità. La storia sposa il punto di vista dei non-eroi, dei piccoli, di chi riesce a scegliere la dignità data non dalla fama, ma dalla relazione con l’altro nell’ambito di una vera conoscenza e di un vero senso di gratitudine, in constrasto con chi coltiva uno spirito eroico, ma poi cade nella trappola dell’autoreferenzialità. Nel rispecchiamento delle due figure di Jing Ke e di Jiaoai si approfondisce il senso della giustizia che non può essere realizzata se non vincolata all’autenticità, alla lealtà e al coltivare l’umiltà e la sapienza al servizio delle relazioni e del rispetto per gli altri.  

Tormentato da Jing Ke, lo spirito di Botao appare di notte all’amico e chiede aiuto. Jiaoai, tenta dapprima di risolvere la questione in maniera terrena, spostando la bara, ma rischia così di offendere gli spiriti e incontra l’opposizione degli abitati del luogo. La tomba di Jing Ke, si trova lì per un altro atto di amicizia, e per questo la sua posizione è sacra:

Questa persona venne uccisa perché aveva tentato di uccidere il re dei Qin, perché la sua tomba è qui? – E gli venne risposto: – Gao Jiangli è di queste parti, sapendo che Jing Ke era stato ucciso e il suo corpo abbandonato nella foresta, ha rubato il cadavere e l’ha sepolto qui, dove la sua anima fa sentire spesso la sua presenza.[3]

Jiaoi resta convinto però di essere nel giusto non solo per la questione in sé, ma per il modo: Jing Ke “pretende”, non chiede né mette in dubbio. Egli è presuntuoso: è convinto di essere superiore a Botao grazie alla propria fama, senza conoscere l’animo di chi gli giace di fianco nella morte. Jiaoai, allora, si rivolge prima allo spirito stesso di Jing Ke, nel tentativo di fargli comprendere l’ingiustizia, la sua errata considerazione della statura morale di Botao, inevitabilmente mettendo in moto il confronto tra l’eroe celebrato, di fatto un assassino che aveva voluto risolvere una sopraffazione con la violenza e con l’inganno, e la dignità di studioso dell’amico fraterno.

[…] iniziò a insultarlo: – Tu sei una persona qualunque di Yan, dopo aver ricevuto il sostegno del principe hai avuto per te concubine e tesori. Non hai pensato a un grande piano per meritare la fiducia degli altri, ma sei entrato nello stato di Qin e hai fatto quello che hai fatto, lì hai perso la vita e danneggiato il tuo paese! E ora vieni qui a spaventare il popolo, e richiedi che ti vengano fatti dei sacrifici! Mio fratello Zuo Botao è un grande studioso, benevolo e giusto, come osi attaccarlo?

Non ottenendo ascolto, Jiaoai cerca di guadagnare a Botao il riposo sereno con altri stratagemmi: obbedendo alla richiesta di Botao stesso gli costruisce dei guerrieri d’erba, compagni per la battaglia della notte. Ne fa in gran numero, ma essi si rivelano comunque insufficienti a battere il potente Jing Ke. Jiaoai comprende infine che è costretto a una scelta estrema. È nell’esaltazione del suo legame con l’amico che la forza dell’eroe-specchio può essere eguagliata, e la potenza guadagnata con la sopraffazione può essere rovesciata, da un atto di completa gratitudine che comunica al mondo il messaggio di una giustizia legata al riconoscimento del reale valore delle persone.

Dalla mostra “Laterna Magica” – Rätisches Museum, Chur, Photo PDZ.

Rendere onore a Botao eliminando il simbolo di Jing Ke non è a sua volta un atto di sopraffazione o violenza – come in un’ottica conformista si tenderebbe a leggere. Anzi, è proprio l’annullamento del “finto eroe” a consentire in un momento solo ristabilimento degli equilibri e l’atto di vera liberazione. La battaglia che si svolge tra gli spiriti è l’annullamento della violenza manipolatoria e non il suo contrario:

Tornato al santuario, scrisse al re di Chu: In passato Botao ha offerto a me i suoi cereali, per questo sono riuscito a vivere e incontrare Sua Maestà. Il titolo di nobiltà conferitomi mi basta per tutta la vita, e nella prossima vita ripagherò il favore con tutto il cuore. Le sue parole erano molto profonde. Diede il rapporto al servo, e poi arrivò sulla tomba di Botao, piangendo, quindi disse a chi lo seguiva: <Mio fratello è stato forzato dallo spirito di Jing Ke, ora non ha via di scampo e io non lo sopporto. Volevo bruciare il suo tempio e dissotterrare il suo cadavere, ma temo che questo vada contro la volontà degli abitanti, quindi ora vorrei diventare uno spirito dell’oltretomba, e aiutare mio fratello a combattere i suoi nemici. Potete seppellire il mio cadavere alla destra della bara di Botao, così la vita e la morte coesisteranno, tutto per ringraziare mio fratello che mi ha donato i suoi cereali. Tornate dal sovrano di Chu, pregatelo di accettare le mie parole, e di mantenere inalterata la topografia del territorio.> Finito di parlare, prese la sua spada e si uccise. I suoi servi non ebbero il tempo di salvarlo, quindi misero subito il corpo in una bara e lo seppellirono a lato di Botao.

Era la seconda guardia notturna, scoppiò una grande tempesta, tuoni e fulmini ovunque, con voci di soldati che gridavano: <Uccidi, uccidi!> che si udivano per decine di chilometri. All’alba si vide questo: la tomba di Jing Ke era stata dissotterrata, le sue ossa disseminate davanti a essa, il pino e il cipresso davanti alla bara avevano le radici tirate via. Il tempio prese improvvisamente fuoco, e bruciò la terra. Nel villaggio erano tutti sorpresi, e si misero a bruciare incenso davanti le tombe di Jiaoai e Botao. I servi tornarono nello stato di Chu, e raccontarono l’avvenuto al re Yuan, che comprese il forte senso di giustizia di Jiaoai e inviò un ufficiale a costruire un tempio davanti alle tombe; in seguito conferì a entrambi un titolo nobiliare postumo, chiamò il tempio Tempio della giustizia e appose una tavola commemorativa. […] C’è un’antica poesia che dice:

Nell’antichità la benevolenza e la giustizia riempivano il cielo, e si vedeva la loro influenza nel cuore delle persone.

Prima dell’autunno venne eretto un tempio per i due studiosi, il cui spirito spesso accompagnava il freddo e la luce della luna.



[1]Cfr. la pagina del sito di Atmosphere libri: www.atmospherelibri.it. Per approfondimenti,oltre alla sintetica e interessantissima postfazione del traduttore Antonio Leggiero, è possibile leggere online anche: A Reconsideration of Some Mysteries concerning Feng Menglong’s Authorship, di Pi-ching Hsu, in <Chinese Literature: Essays, Articles, Reviews> (CLEAR), Vol. 28 (Dec., 2006), pp. 159-183, online free su Jstor. Un saggio critico sulle sanyan è di Luca Stirpe: Echi d’amore. Le Sanyan di Feng Menglong e le fonti in cinese classico (Aracne,  2013), con una ricca anticipazione gratuita online.

[2] P. 163. Jing Ke (morto nel 227 a.C) nella cultura popolare è considerato un eroe: per reagire ai tentativi di unificazione dell’imperatore Qin Shihuangdi, si introduce a corte e tenta di ucciderlo. La sua storia viene narrata nel capitolo: “Biografia degli assassini”, nell’opera Shiji di Sima Qian (刺客列傳). Online si può leggere: FEINMAN, Gary, NICHOLAS, Linda M., HUI, Fang, The imprint of China’s first emperor on the distant realm of eastern Shandong, a cura di Joyce Marcus, University of Michigan, 2010. Nella cultura contemporanea, la storia di Jing Ke è costantemente oggetto di rielaborazioni: il film Wǔxiá L’imperatore e  l’assassino di Chen Kaige (con Gong Li) è ispirato alla storia di Jing Ke; anche il protagonista di Hero di Zhang Yimou (interpretato da Jet Li) è ricalcato sulla figura dell’eroe astuto e abile con la spada, che vuole difendere la diversità dei regni dall’unificazione sotto un unico potere. La storia riecheggia nell’anime Katanagatari (in uscita in inglese a novembre 2018). Nella letteratura contemporanea, una interessante rivisitazione è certamente Il cerchio dell’autore di fantascienza Cixin Liu riporta i valori dell’astuzia e della sapienza al centro della narrazione eroico/speculativa: Jing Ke, invece che attentare direttamente alla vita dell’imperatore si mette al suo servizio (soprattutto per ottenere il segreto della vita eterna cui egli in realtà ambisce). Per farlo, organizza i tre milioni di soldati dell’esercito in unità di calcolo binario. Disarmati e impegnati nella grandiosa operazione, i soldati vengono sterminati dall’esercito nemico, cui Jing Ke è rimasto sempre fedele. (Cfr. tra gli altri, il sussuntivo articolo di Maria Rita Masci su Cixin Liu sulla rivista <Gli asini>: http://gliasinirivista.org/2018/04/cina-la-fantascienza-in-un-paese-di-fantascienza/)

[3] Il “Gao Jianli” racconta della vicenda successiva al fallimento del tentato omicidio del Re di Qin da parte di Jing Ke; il protagonista, Gao Jianli, è un abile suonatore di zhu costretto a vivere in incognito come oste di una locanda poiché colpevole di essere l’amico dell’eroe Jing Ke. Tratto da documenti riportati nello Shiji e in altri testi classici, racconta di come cercherà di riscattare la propria libertà e la sconfitta dell’amico Jing Ke nonché la dignità di tutto il popolo sottomesso.

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“Buona fine e buon principio” – 3. Il soffio del vento tra i pini di Zao Dao.

“Buona fine e buon principio” – 3. Il soffio del vento tra i pini di Zao Dao.

Zao Dao. Il soffio del vento tra i pini. Oblomov Edizioni. Trad. di Ines Ibba.

 

Un’avventura fantastica tra il racconto di formazione e la fiaba. Yaya abbandona il villaggio natale per sfidare le tempeste e trovare la sua strada. Con il suo compagno Dagu combatte i terribili assassini che obbediscono alla terribile Rakshasa, demone cannibale. L’incontro con Juiling, una potente fata delle montagne, trasmette a Yaya il coraggio e la leggerezza del vento, le conoscenze della natura e la forza e la flessibilità del giunco. Yaya dovrà rinunciare alle maschere e imparare a vivere andando incontro all’ignoto. Il coraggio di conoscere se stesso lo porterà oltre ogni timore. Pochissime frasi, asciutte e e poetiche accompagnano gli acquerelli di Zao Tao, in equilibrio perfetto tra simbolismo e iconografia narrativa, che sembrano quasi stare stretti nella pur ampia edizione cartonata, fatti per essere esposti in fila e illuminati in una sala, o per prendere vita da un momento all’altro.

Qui il link alla pagina di Oblomov edizioni:

https://www.oblomovedizioni.com/libri-il-soffio-del-vento-tra-i-pini.php

Il libro è ora disponibile anche in edizione de luxe a tiratura limitata.

Qui un bell’articolo di Paul Gravett, in inglese, con un’intervista esclusiva alla giovane autrice:

http://www.paulgravett.com/articles/article/zao_dao

Utile per farsi un’idea della consapevolezza artistica di questa giovanissima autrice che fonde l’acquerello di Hokusai con la tradizione del manhua.

Qui il link alla pagina di Mangasia, la mostra del Barbican Center ideata da Paul Gravett sul mondo del fumetto orientale (non solo giapponese!) ancora aperta a Roma, al Palazzo delle esposizioni, fino al 21 gennaio. A noi è piaciuta molto, splendido allestimento, bel percorso artistico e concettuale, e sul manifesto, proprio un’opera di Zao Dao.

https://www.palazzoesposizioni.it/mostra/mangasia-wonderlands-of-asian-comics

 

Infine, un sintentico e significativo approfondimento di Silvia Tartarini dell’Università Ca’ Foscari di Venezia su Manga, Manhwa e i loro parenti vicini del grande schermo. Con in calce una nutrita scelta di links utili:

Manga, manhwa e il grande schermo – Fumetti e industria cinematografica in Corea e Giappone. 

E infine, la cosa più interessante. La poesia che associamo al fumetto:

Aurore d’autunno di Wallace Stevens, che trovate qui nella versione di Nadia Fusini e – anche – in originale sul blog di Rainews a cura di Luigia Sorrentino:

Aurore d’autunno

I

Qui vive il serpente, l’incorporeo.
D’aria è la testa. Sotto la punta a notte
Occhi s’aprono e ci fissano in ogni cielo.

O è un altro dimenio da dentro l’uovo,
Un’altra immagine in fondo alla caverna,
un altro incorporeo dopo che il corpo s’è spogliato?

Qui vive il serpente. Questo il nido,
I campi, le colline, le distanze sfumate,
E i pini sopra e lungo e accanto al mare.

Questa è la forma che s’ingozza avida d’informe,
Pelle che lampeggia su bramate sparizioni
E il corpo del serpente che lampeggia senza pelle.

Questa è l’altezza che monta e la sua base,
Queste luci alla fine forse giungeranno a un polo,
Nel bel mezzo della notte, per trovare lì il serpente,

In un altro nido, il signore del labirinto
Di corpo e d’aria e forme e immagini,
implacabile nel possesso della felicità.

Questo è il suo veleno: che anche a questo
Non credessimo. Le sue meditazioni tra le felci,
quando si muoveva appena per assicurarsi del sole,

Ci fecero di lui non più sicuri. Vedevamo nella testa,
Perla nera contro la roccia, l’animale screziato,
L’erba mossa, l’indiano nella prateria.

[…]

di Wallace Stevens
Traduzioni di Nadia Fusini

Buone letture!

 

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“Buona fine e buon principio” – 2. Green Manor, di Fabien Vehlmann e Denis Bodart

“Buona fine e buon principio” – 2. Green Manor, di Fabien Vehlmann e Denis Bodart

Fabien Vehlmann, Denis Bodart. Green Manor. Bao Publishing.

Trad. di Giulia Scatizzi.

Uomini dell’alta società si incontrano in un club molto esclusivo con l’intento di sottoporre e risolvere casi di omicidio particolarmente intricati. È una raccolta di novelle criminali, come le definisce l’editore. L’atmosfera è dei racconti del mistero, sembrano storie perfette da raccontarsi a vicenda o leggere di sera davanti a un camino. Anche il formato è bellissimo, un’edizione deluxe perfettamente in tono con caminetto, poltrona, plaid e bicchiere di brandy che può essere facilmente sostituito con una tazza di tè con cannella, cardamomo e chiodi di garofano. Si tratta di novelle da ascrivere non tanto alla detection o al poliziesco, ma a un crime-noir che mette in scena con raffinatezza, eleganza e accuratezza l’attitudine criminale della società e un certo sguardo critico tipico dei racconti del mistero della fine dell’Ottocento. Un lieve scarto comunicativo tra lo stile del disegno e la durezza di alcune storie brevi ricorda uno dei compiti più nobili della crime fiction, vale a dire dipingere gli ambienti sociali nelle loro più intime contraddizioni. Un compito che il proliferare di detective series e gialli contemporanei purtroppo spesso diluisce nel moralismo da favola, che invece in Green Manor viene accuratamente evitato.

Una connessione quasi ovvia è con la famosa poesia di W. A. Auden At Last the Secret is Out. Grande appassionato di detective fiction, Auden ha scritto diverse poesie e alcuni saggi dedicati al genere. Qui vi proponiamo la versione in italiano di Simone Pagliai, tratta da Interno Poesia. Cliccando sul link sarete trasportati alla pagina di Interno Poesia con traduzione e versione originale:

https://internopoesia.com/tag/at-last-the-secret-is-out/

Alla fine il segreto è rivelato

Come sempre succede presto o tardi,
alla fine il segreto è rivelato;
Delizioso per gli intimi amici
il fatto che oramai va raccontato.

Davanti a un tè e nel mezzo d’una piazza
la lingua dopo tutto fa il suo gioco:
L’acqua cheta rompe i ponti, cari miei,
e se c’è fumo allora c’è anche fuoco.

Dietro il cadavere nella cisterna,
dietro il fantasma che vaga sul prato,
Dietro la donna che vedi ballare,
e dietro l’uomo che beve insensato,

Sotto quel certo aspetto un po’ stanco,
sotto il sospiro e sotto il mal di testa,
Si trova sempre una storia nascosta,
più di quanto s’afferri a prima vista.

Per la voce improvvisa e cristallina
che canta su dal muro del convento,
Il salone delle stampe di caccia,
l’odore del sambuco sottovento,

La tosse, il bacio, la stretta di mano
o le partite a croquet in estate,
Per tutto c’è un segreto malizioso
e, per quello, ragioni riservate.

Auden ha dedicato molti testi poetici e saggistici al romanzo poliziesco, tra cui la famosa poesia Detective Story e il saggio The Guilty Vicarage.

Qui potete ascoltare Detective Story:

https://archive.org/details/audio_poetry_190_2007

Qui, su Harper’s Magazine, potete leggere The Guilty Vicarage, in cui Auden associa la struttura del giallo a quella della tragedia greca.

The Guilty Vicarage

Ecco inoltre un link a un breve testo di Massimo Rizzante su crimine, romanzo, Borges, e altri, e innocenza e incolpevolezza e…, pubblicato su Le Parole e Le Cose.

Finzioni, fatti, crimini. Una breve riflessione sul romanzo

Qui la pagina di Bao Publishing dedicata a Fabien Vehlmann.

http://www.baopublishing.it/autori/dettaglio/81-Fabien_Vehlmann

E infine, la pagina di evene.fr con la biobibliografia di Vehlmann. Speriamo che anche gli altri testi vengano tradotti!

http://evene.lefigaro.fr/celebre/biographie/fabien-vehlmann-17196.php

Buona lettura, buon viaggio tra i link e

BUON ANNO A TUTTI!

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“Buona fine e buon principio” –  1. L’approdo di Shaun Tan

“Buona fine e buon principio” – 1. L’approdo di Shaun Tan

“Buona fine e buon principio”.

Le vacanze natalizie stanno scorrendo via velocemente, ma noi di Laputa ci teniamo a consigliarvi qualche bel libro a fumetti da leggere. Magari fate ancora in tempo ad acquistarli o prenderli in prestito nella biblioteca più vicina per leggerli in qualche ora di pausa tra festeggiamenti e pranzi, o magari al sole cittadino nei giorni meno freddi. Ma può anche essere messo da parte e tenuto pronto per il rientro, per il prossimo viaggio in treno, chissà. Potevamo inserirci nelle liste per i regali, ma invece abbiamo pensato di arrivare qualche giorno dopo, così che questi fumetti li prendiate davvero per voi, per leggerli, per pensare, per guardare un pochino più lontano. Iniziamo con l’ultimo letto nei nostri Dialoghi a fumetti (in attesa della recensione condivisa), purtroppo quantomai attuale dati i tristi e desolanti risvolti della politica italiana di accoglienza e crescita interculturale del paese. E con ogni consiglio, ogni giorno, una poesia, com’è oramai nostra abitudine, e qualche link per letture “aumentate”.

 

Shaun Tan. L’approdo. Tunuè.

Nel caso non l’aveste ancora “letto”, questo è un libro che non si può trascurare. La storia, solo immagini e niente parole, di un uomo costretto a trasferirsi lontano dalla famiglia, a ricostruire una vita distrutta dalla guerra, un’identità al di là del territorio per poi ricongiungersi alla moglie e alla figlia in un ciclo di accoglienza e relazioni familiari più intense, va oltre le definizioni che oggi ci piace tanto dare a chi è costretto, per salvare o migliorare la propria esistenza, ad allontanarsi dal proprio luogo natale. Una storia che è di tutti, è stata di tutti, e che oggi, invece che essere patrimonio comune, si continua a distinguere in termini inesatti, sfumati, giustificatori. Siamo tutti “migranti”, viaggiatori, persone che vivono la loro vita in molti luoghi, nel tempo e nello spazio: Shaun Tan lo ricorda con limpidezza, sfumando i confini del ricordo e del sogno, dell’animo e della dura superficie su cui camminiamo. E nella consonanza tra tempo dell’ambientazione e sperimentazione grafica (le tecniche ricordano le avanguardie europee degli anni Dieci e Venti) congiunge un passato che è di tutti a un presente che vogliamo credere solo di pochi.

Come nostra abitudine, al volume leghiamo per associazione una poesia. Quella letta durante i Dialoghi ve la sveleremo insieme alla recensione condivisa. Qui inseriamo una poesia di Georg Heym, Ma io passai il confine, nella bella versione di Anna Maria Curci.

Ma io passai il confine…

Ma io passai il confine.
Su per i monti, là dove c’era ancora la neve
su cui ardeva il sole traversando l’aria sottile.
E la neve penetrò nelle mie scarpe.

Nulla presi con me
se non il mio odio.
Lo coltivo, ora.
Ogni giorno lo innaffio
Con piccole notizie dai giornali
di piccoli omicidi,
sevizie secondarie
e innocue vessazioni.

È così che sono ora.
E non dimentico.
E torno a passare
su per i monti, che ci sia neve,
o che il verde della primavera copra le alture,
o il giallo dell’estate, o il grigio scuro
dell’autunno che attende l’inverno.

Allora sto nel paese che voglio liberare
con una fronte divenuta ghiaccio
negli anni in cui attesi.
Allora sono duri i miei occhi, solcata la mia fronte,
ma la mia parola è ancora lì, la forza del mio linguaggio
e la mia mano, che sa come guidare
la bocca di ferro della rivoltella.

Per le strade vado della città natale,
passando per i campi, che mi andarono persi,
su e giù, su e giù.

Stefan Heym
(traduzione di Anna Maria Curci)

Trovate l’originale sul bellissimo blog Poetarum Silva: https://poetarumsilva.com/2017/12/17/stefan-heym/

E poi…

Qui i link alla pagina di Shaun Tan, ricca di immagini, progetti, arte.

http://www.shauntan.net

Qui il link al trailer del meraviglioso cortometraggio di Shaun Tan, The Lost Thing, premio Oscar 2010.

Sul sito di Tunuè trovate le opere pubblicate in Italia.

Buona lettura, buon viaggio per link e buona fine d’anno!

 

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