Mostri al Museo

Mostri al Museo

Mercoledì 20 marzo Laputa ha partecipato con un’attività di allestimento e analisi della “mostruosità” a un incontro dei MUCIV di Roma nell’ambito del corso per insegnanti “L’invenzione della razza”. L’intervento è avvenuto al Museo Pigorini, nel corso della lezione della prof.ssa Paola Del Zoppo sul tema delle discriminazioni e categorizzazioni.

Si è parlato di interazioni linguistiche, analisi dei testi, di avere la possibilità e la capacità di creare spazi di interazione sani e liberi, insistendo sull’autonomia di analisi delle parole e del linguaggio, sul creare linguaggi condivisi, e sulla capacità di distinguere un ambiente o un’azione aggressiva, passivo aggressiva, manipolativa.

Luigi Cecchi – Mostro Pinocchio

Mappe e strumentazione: lo spazio sano.

“Ogni definizione va presa con senso critico, ricordando che il linguaggio usato ci può liberare o imprigionare, per quanto riguarda la comprensione della realtà. Infatti i concetti che usiamo non sono la realtà, ma una sua descrizione e il rapporto tra concetti e realtà è simile al rapporto tra una mappa e il relativo territorio. Perciò conviene costruirsi delle buone mappe.” (Roberto Tecchio)

Nel corso della lezione, svolta con modalità attiva e partecipata, gli insegnanti hanno avuto modo di sperimentare tecniche di dialogo nonviolento. Per questo, siamo intervenuti anche con una breve riflessione sulla possibilità di gestire in maniera positiva i conflitti, di riconoscere e lavorare sulla de-escalation, e sulla libertà – e il dovere – di leggere criticamente la realtà che ci circonda.

Una modalità di acquisizione di strumenti di “azione” nei conflitti è allenarsi a riconoscere al più presto i comportamenti passivo aggressivi e manipolatori, che portano o a una gestione violenta del conflitto con una vera e propria deflagrazione, o all’adattamento di una delle parti coinvolte, a un plagio, una perdita della propria identità.

Luigi Cecchi, Il sognatore

Per questo, durante l’incontro abbiamo lavorato sul concetto di microaggressione e ci siamo esercitati a descrivere i conflitti e le aggressioni leggere, viste o subite in prima persona, senza alcuna “violenza” linguistica, evidenziando come anche nella narrazione di una violenza, si può incorrere in altra violenza, contribuendo pur senza volerlo all’escalation. Una narrazione nonviolenta di un torto subito o riconosciuto può invece contribuire a svelare il meccanismo aggressivo senza entrare nella spirale della moltiplicazione dell’aggressività. Uno degli strumenti mostrati è stato il nostro “Diario delle microaggressioni”:

A lungo andare il subire lievi o meno lievi aggressioni può condurre alla volontà di assimilazione da parte dell’aggredito nei confronti dell’aggressore (in senso micro- o macrosociale). E’ questo uno dei modi di creare mostruosità, esseri innaturali, persone poco autentiche e anche sofferenti della loro inautenticità, costantemente disilluse nella loro idea di avvicinamento all’altro, perché vittime di una menzogna recepita e autogenerata, quella secondo cui “le cose sarebbero più facili stando “tra quelli come lui”, fino ad arrivare a percepire “la concezione che aveva di sé era sbagliata e che questo modo di essere, più limitativo, è quello reale.” (E. Goffman)

Qui si rivela infatti uno dei grandi inganni della società di oggi, la proposta di relazioni sempre più rarefatte. Di chi è “disabile”, si sente dire “poverino, non può fare le cose da solo”. E chi potrebbe, d’altronde, fare da solo? Può o deve essere una persona essere tutto cervello? Tutto occhio, tutto bocca?

L’inganno è nel non rovesciare mai la visione: non è forse bello poter fare le cose insieme, potersi dividere le fatiche? Non è forse bello avere degli amici per la vita, dei rapporti coltivati e duraturi? Non arrendersi alla facilità delle relazioni, non cedere ai vittimismi e restare vicini alle persone più piene di attenzioni per gli altri e solide?  

Invece spesso una persona può adattarsi agli altri, spesso proprio tramite dinamiche di adattamento in quelle che Freud, in Psicologia delle masse e analisi dell’io, diceva essere “tradizionalmente le relazioni preferenziali di analisi della psiche individuale: genitori e fratelli, l’oggetto amato, il maestro, il dottore”, e adattandosi, lasciarsi rendere un mostro. Ma se cominciassimo con il cambiare il focus delle relazioni obbligate? Adattarsi al microscopico mondo evocato e riflesso da chi ci circonda, magari per sentirsi meno mostruosi, può arrivare a rovesciare la percezione delle relazioni.

Invece di valorizzare le relazioni durature e autentiche, che rendono possibile andare oltre gli stigmi e accogliere la diversità come forma di unicità e bellezza, immersi nella manipolatoria concezione della superiorità di chi “impara a stare da solo” ci rendiamo sempre più deboli e vittime di un sistema di poteri piccoli e grandi che fa delle separazioni il suo punto di forza. Il messaggio degli uccisori di mostri arriva chiaro e inequivocabile: se si vuole essere felici, bisogna essere simili, tralasciare la lealtà, la fedeltà, l’integrità, a favore del successo e della “felicità a breve termine”. Ma allora essere “buoni” e credere nella bontà oggi ci rende mostri, esseri poco normali e normati?

A questo si è dunque collegata la riflessione su cosa è mostruoso e cosa non lo è in relazione al concetto di stigma.

Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana. Partendo da questa premessa, pratichiamo diverse specie di discriminazioni, grazie alle quali gli riduciamo, con molta efficacia anche se spesso inconsciamente, le possibilità di vita. Mettiamo in piedi una teoria dello stigma, una ideologia atta a spiegare la sua inferiorità e ci preoccupiamo di definire il pericolo che quella persona rappresenta talvolta razionalizzando un’animosità basata su altre differenze, come quella di classe. […] (E. Goffmann)

Una mostra modulabile per le scuole e la riflessione sociale

Con i materiali della nostra Mostri&DiMostri, abbiamo dunque riflettuto sulle domande essenziali:

Quanti sono i mostri che abitano il nostro quotidiano? I mostri sono mutati o non mutati? E soprattutto: La metamorfosi è del mostro o di chi non lo sembra?

E se ci mutiamo: come arriviamo a cambiare idea su di noi?

Partendo dall’idea che la possibilità di stigmatizzare è nelle mani di chi ha un potere – comunicativo, di leadership, politico, di categoria sociale, o anche di riconoscimento nella relazione – es. lui/ lei è il mio/ la mia ragazza, ha quindi più diritti dei miei amici, del mio/ della mia ex e così via, in una sorta di supremazia della “instant relationship” – abbiamo quindi accennato alla necessità di costruirsi una strumentazione per il riconoscimento di questi poteri e soprattutto delle disparità che a questi poteri danno forza. Che succede quando il potente non è così facile da individuare o se la disparità non dipende da un potente riconoscibile? L’effetto del potere potrebbe essere sottile e diffuso. Importante è dunque allenarsi a leggere testi e sottotesti, e soprattutto a riconoscere le relazioni autoritarie e che tendono a mantenere lo squilibrio. Mantenere o creare uno squilibrio, mettere le persone le une contro le altre, è infatti un altro tipo di relazione manipolatoria, utile a mantenere il potere nelle mani di chi aizza gli animi.

L’ironia contro la falsificazione

Una possibile strategia di rovesciamento del potere è certamente l’ironia: L’ironia dà fiducia a chi ascolta: gioca con l’intelligenza del destinatario; ridicolizza e dissacra: riporta persone e situazioni ad una dimensione in cui un dialogo paritario è possibile; mette in luce ipocrisie e falsità.

Ovviamente in ogni interazione ironia e derisione potrebbero confondersi, le parole sono uno specchio con cui decifrare ogni forma di manipolazione e rovesciamento. Per questo, si è riflettuto sulla connessione tra ironia e riconoscimento delle microaggressioni, per creare un buon terreno per lavorare su un ambiente sano, di vita e di apprendimento. Alcune domande possono essere utili a distinguere tra ironia e microaggressione:

  • Sto deridendo qualcuno? Chi derido?
  • Su chi faccio battute? Che tipo di battute?
  • Le battute mettono in imbarazzo di fronte ad altri? (es. su FB bisogna stare molto attenti).

Una volta stabilito che il mostro è un mostro perché io lo ho reso tale per me, perché mi sono lasciato convincere dagli altri che lo è, e perché mi crea fatica gestire il conflitto in maniera creativa, abbiamo creato dei mostri esercitando anche la discussione collaborativa, e poi i partecipanti hanno strutturato e allestito la loro mostra con i materiali di Laputa, i pannelli descrittivi elaborati dalla stessa prof.ssa Paola Del Zoppo, e i disegni dei mostri creati da Luigi Cecchi su concept di Jacopo Masini. La mostra, mobile e rimodulabile all’infinito, ha permesso di ragionare, seppur brevemente, sulla potenzialità dell’utilizzo didattico dell’arte come spazio morale del superamento delle convenzioni, di apertura di spazi di riflessione che vadano al di là delle concezioni stigmatizzanti o di stigma rovesciato, cioè di valorizzazione di ciò che appare normale. Vi presentiamo qui le bellissime foto della mostra realizzata dai partecipanti al corso.

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Il più inattuale dei sentimenti

Il più inattuale dei sentimenti

Laputa è sempre stata, e dal 2019 sarà con più consapevolezza e più esplicitamente, un gruppo di ricerca intergenerazionale permanente, che congiunge fumetto, poesia e temi socioeducativi pressanti e di volta in volta vicini ai costituenti. Pubblicheremo con regolarità brani di testi che ci hanno ispirato e che riteniamo possano far riflettere sui temi a noi cari: Stigma, disagio relazionale, fragilità sociale e manipolazione affettiva sono i temi portanti su cui si è concentrato il lavoro degli ultimi due anni, e su cui si sono sviluppati i progetti di educazione diffusa. Non poteva mancare tra le nostre letture il testo di Graziella Priulla, Parole Tossiche – Cronache di ordinario sessismo (Settenove, 2014), di cui vi proponiamo oggi un capitolo che abbiamo sentito particolarmente importante: Il più inattuale dei sentimenti, in cui Graziella Priulla, con grande chiarezza, dialoga sul significato profondo del senso del pudore.

Il più inattuale dei sentimenti

di Graziella Priulla

La domanda «che cos’è volgare?» è delicata e difficile: poiché tocca la sfera delle credenze e delle convinzioni, può ricevere risposte disparate.

Per il linguista Raffaele Simone l’idea di volgarità si associa all’esibizione plateale di qualcosa che andrebbe evitato o tenuto riservato: questo qualcosa è fatto di discorsi e comportamenti che riguardano la sfera privata e non andrebbero esposti in pubblico. Insomma la volgarità sarebbe l’effetto che si ottiene con la pubblicazione di questioni private sensibili: la sua diffusione può essere una conseguenza dell’avvenuta trasformazione di ogni spazio privato in spazio potenzialmente pubblico.

Negli epistolari dell’800 espressioni crude e oscene costituivano una presenza tutt’altro che eccezionale, anche quando a firmare le lettere erano intellettuali raffinati: ma la destinazione e l’uso erano e dovevano restare privati.

Quali questioni private, esposte in pubblico, generano volgarità? Simone vi colloca i rapporti affettivi ed erotici tra le persone; le propensioni, le pratiche e i gusti sessuali; i temi attinenti l’aspetto fisico, la salute, l’intelligenza, il livello della famiglia, il successo nel lavoro, le capacità sessuali, le funzioni fisiologiche, i propri meriti a confronto con gli altrui demeriti; l’esibizione di nudità non giustificata da nessuna necessità (per esempio artistica o scientifica) e l’uso sprezzante o strumentale del corpo umano e in specie quello femminile. Ovviamente il grado di volgarità cresce con l’espandersi della platea in cui questi temi sono esposti[1].

Nella rivendicazione ostentata della trivialità c’è una violazione, oltre che della buona educazione e del buon gusto, del senso del pudore.

Il velo di pudore, nelle società di un tempo, serviva a coprire le pratiche sessuali e perfino i corpi, per non minare l’ordine dei costumi fondato su un matrimonio che imponeva sacrifici, rinunce e restrizioni. Con eccesso di zelo oggi lo si è trasformato in un valore risibile, rivelatore di sintomi patologici, indice di un’inibizione anormale e fuori posto:l’abolizione del pudore viene applaudita come manifestazione di schiettezza e di coraggio.

Abolito anche il senso etimologico di vergogna (che in realtà non significa aver fatto qualcosa di male, ma «temere la gogna», ossia l’esibizione pubblica) sono mutati i modi, i luoghi e i limiti della raffigurazione pubblica di se stessi: è impressionante quanti e quali particolari le persone siano disposte a raccontare delle proprie vite per essere al centro dell’attenzione. La definirei una «pornografia emotiva», che parte dai gossip sui vip e arriva ai signori Nessuno dei social network.

Cos’è pudore? Virtù o concetto, quest’ultimo termine è scomparso dal nostro diritto penale e appare desueto, quasi a evocare un mondo perduto per cui non provare nostalgia.

Monique Selz, psichiatra e psicoanalista francese, l’ha definito «un disagio di fronte a cose che vediamo e non dovremmo vedere o che mostriamo nostro malgrado». L’assenza di pudore «colpisce molto di più che non i soli rapporti sessuali: va a colpire le relazioni fra gli esseri umani in generale». Il tema presentato già nel Protagora di Platone come esperienza che custodisce l’umano: «Zeus, preoccupato che la stirpe umana si estinguesse, decise di mandare Ermes con due doni: il pudore e la giustizia, come base su cui edificare le loro città e comporre vincoli di amicizia reciproci». È una concezione che nella storia del pensiero occidentale si dipana fino al filosofo tedesco Max Scheler, che rilancia la concezione del pudore come custode dell’esistenza stessa di un soggetto e dunque come l’origine stessa della morale.[2]

Il vocabolo non induca a pensare dunque al moralismo o ai mutandoni della regina Vittoria. Intendiamo qualcosa di contrario e opposto alla pruderie con cui si è solitamente confuso. Si tratta di intuire che dietro lo schermo della liberalizzazione, dietro l’apparenza della spontaneità, dietro l’abbattimento illusorio del limite c’è la diffusione virale della cultura dell’eccesso, che considera misura un’amputazione e la sobrietà una colpa. La continua ricerca del troppo non solo non migliora la qualità della vita, ma spesso la rovina.

Oggi è la sobrietà a essere rivoluzionaria. Se è bene che ci sia un equilibrio nel possedere e nel correre, nel contaminare e nel costruire, nel mangiare e nel bere, perché non dovrebbe esserci una sorta di frugalità nel parlare? La costruzione dei limiti, che è tutt’uno con la costruzione delle regole, è una tappa ineludibile nei percorsi evolutivi: dei singoli come delle comunità. Contrariamente a ciò che il senso comune italiano ritiene, le regole non esistono per impedire comportamenti, per limitare la libertà degli individui: ma per agevolare gli uni e l’altra.

Innato o culturale che sia, il pudore è una delle dimensioni dell’autoconsapevolezza e dell’autoregolazione: è il sentimento dei confini della propria privatezza, connesso al bisogno o alla volontà di proteggere qualcosa di intimo (ossia ciò che «sta dentro», in senso sia fisico che spirituale) da intrusioni invasive, a tutela della propria identità. Lo spiegava Georg Simmel già nel 1901, con il saggio Sulla psicologia del pudore: non è questione di pudenda ma di vigilanza sui confini che decidono il grado reciproco di apertura e chiusura verso l’altro.

Qui si rintraccia la differenza tra l’ipocrisia (che nasconde gli aspetti della nostra personalità che non vogliamo mostrare) e il pudore (che non nasconde la parte peggiore di noi, ma ciò che decidiamo di preservare da sguardi indiscreti).

In materia sessuale il pudore non va confuso con la normativizzazione della sessualità, con la censura moraleggiante o con la negazione o la recinzione del corpo, proprio e altrui, con i centimetri di pelle esposta o con il numero dei rapporti: è piuttosto la ricerca di una più raffinata simbolizzazione degli sguardi, di contrasto alla sguaiataggine e al ciarpame del voyeurismo e dell’esibizionismo.

Il timore o l’imbarazzo sono reazioni pro-sociali. Uno stile di descrizione e di misura basato sul rispetto di sé e degli altri potrebbe definirsi ecologico, perché salvaguarda le relazioni umane e la vita in comune. Al contrario della violenza e della prevaricazione, che superano la soglia assumendo il non-rispetto dell’altro.

È questa la ragione per cui il confine tra le sfere lecite e le sfere proibite è vigilato dalla legge, dall’ambiente e dalla coscienza, ed è segnato da sanzioni normative (pena) e/o sociali (riprovazione) e/o psicologiche (senso di colpa). [3]

In epoche e in società diverse o in diverse fasi della vita, normalità di comportamento e superamento dei limiti appaiono non solo variamente identificati, ma persino capovolti. Spesso ciò che prima era morale diventa bigottismo, ciò che prima era rifiutato in nome della forma ora si accetta e si esalta in nome della sostanza. Accade che il confine si sposti pian piano e che poco per volta nessuno avverta più l’esigenza di una linea di demarcazione(al contrario, si scrivono manuali sul come liberarsi). Accade che si infrangano, per una volta, tutte le zone franche. Il linguaggio delle parole, dei gesti e delle immagini registra puntualmente queste rotture.

Oggi il rifiuto di ogni istanza etica viene regolarmente espresso con la domanda «che male c’è?». Di fronte a qualsiasi richiamo si decide che a sbagliare è chi formula l’osservazione, irriso come personaggio fuori dal tempo, bollato come persona che non capisce, che non è neppure autorizzata a richiamarsi a qualche principio, a qualche regola. Ogni riflessione che si interroghi sulla questione del limite o perfino sulla legalità è automaticamente tacciata di moralismo, epiteto che sa di esagerazione o di colpa.[4]

Chi lo fa è costretto a difendersi o a fare una premessa ( non sono moralista, ma…) che gli toglie chances in partenza e lo mette all’angolo. Diventa lui che deve giustificarsi. Nel meccanismo del «che male c’è?» interviene un meccanismo che colpisce al cuore il concetto stesso di opinione pubblica.

Se sfidare i limiti ha rappresentato a lungo un gesto di emancipazione, oggi sembra diventato un adeguamento al conformismo: siamo passati dall’ostracismo alla tolleranza al compiacimento. Sulla maggior parte delle aree interdette la forza d’interdizione è talmente diminuita da esser quasi scomparsa.

La società occidentale per secoli ha identificato il pudore con la salvaguardia della sfera sessuale e l’ha interpretato non come rispetto o protezione di sé, ma come inibizione del piacere. Ricordate il principe di Salina che confidava di aver avuto sette figli senza mai aver visto sua moglie nuda? «Oscenità», «osceno», sono le parole utilizzate a partire dall’epoca moderna per mettere «fuori scena», ossia fuori dalla vista comune, tutto ciò che risultava contrario ai dettami della morale vigente sulla sessualità.[5]

È accaduto infinite volte che poesie, romanzi, opere teatrali, quadri, film bollati come oscenità – e quindi ufficialmente sottratti alla fruizione del pubblico- fossero inglobati poi con gli anni nel patrimonio culturale collettivo.

È forse comprensibile che oggi, per reazione, il pudore sia osteggiato come forma di oscurantismo. Per questo i maggiori cambiamenti linguistici si avvertono nelle aree  legate agli organi e alle attività sessuali: il fenomeno è talmente macroscopico che viene percepito senza particolare analisi. Tuttavia, sarebbe sbrigativo collegarlo soltanto alla libertà espressiva e al piacere della sperimentazione in campo sessuale, diventati oggi l’imperativo culturale per affrancare dai tabù e per sostituire le repressioni del passato con il culto della perfezione fisica e della ricerca di sensazioni.

È insomma consolidato a tutti i livelli il regime biospettacolare della pornocrazia, paradigma di vasta portata. Il termine è stato coniato dal filoso francese Dany-Robert Dufour, che ne La cité perverse[6] sottolinea la nuova rilevanza politica di una società pornografica di massa, dove pornografia significa esibizione e messa in scena compiaciuta di ciò che normalmente non si espone in pubblico. Il costituzionalista Stefano Rodotà ha usato al riguardo il concetto lacaniano di extimitè, estroflessione del privato nell’interfaccia dello spettacolo.[7] Corpi e amplessi, ma anche sentimenti e affetti, come afflizioni, disgrazie, malattie, ossessioni, turbamenti.

Come i sociologi segnalano da tempo, ciò che caratterizza la tarda modernità è l’esibizione nella sfera pubblica di questioni tradizionalmente assegnate alla sfera privata.

Prima con la telecamera impietosa della tv e poi con la condivisione nel web, abbiamo ottenuto che tutto sia visibile, che tutto sia mostrato, che nulla sia più sacro, misterioso o intangibile. Vogliamo guardare ed essere guardati: sempre, dovunque e ad ogni costo.

Oggi chi prova un’emozione non può contenerla, non riesce a fare a meno di esporla in bella vista, per quanto sia intima, per quanto sia indefinita: scriviamo alla De Filippi, cerchiamo di essere invitati in uno show. Alla peggio postiamo su Facebook o tracciamo graffiti sul marciapiede in cambio di frammenti di notorietà. La visibilità ha sostituito la reputazione, sia come misura che come fonte del successo: la molla è il timore ossessivo di non esistere. I sentimenti sono denudati ed esibiti come merci; confessioni scabrose, sfoghi forsennati, trivellazione di vite, nulla rimane segreto: è lo stesso individuo, in preda al narcisistico desiderio di visibilità, a consegnare a milioni di spettatori la propria intimità, secondo tracciati di ostentazione e di spudoratezza corrispondenti a format televisivi omologanti che vengono acclamati come espressioni di sincerità.

In tutto questo c’è una coerenza: se il pudore è difesa dell’individualità, perché dovrebbe esistere in una società omologata nell’ossimoro stridente dell’«individualismo di massa»? La volgarità non è un incidente di percorso, diventa tratto costitutivo dei rapporti interpersonali se il nobile sentimento della libertà individuale si trasforma in un narcisismo patologico.

Le vignette sono Luigi Cecchi (serie “Questions”) – © Luigi Cecchi, 2019

Graziella Priulla è Sociologa e saggista, insegna all’Università di Catania nel Dipartimento di scienze politiche e sociali. Tra le sue pubblicazioni più recenti: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole (FrancoAngeli), I caratteri elementari della comunicazione (Laterza), L’Italia dell’ignoranza (FrancoAngeli).


[1]    Cfr. Maxima immoralia, in Micromega, 4, 2009, pp.55-67

[2]    M. Selz, Il pudore. Un luogo di libertà, Torino, Einaudi, 2005. Preoccupazioni analoghe, con amplificazioni antropologiche, sono presenti nel saggio di M. Appiani, Tabù: elogio del pudore, Milano, FrancoAngeli, 2004. Vedi anche M. Scheler, Pudore e sentimento del pudore, Udine, Mimesis, 2013.

[3]    Esso trova persino convenzioni tipografiche: già nel XIX secolo si sostituivano lettere di parole volgari con trattini e asterischi. Nelle vignette si chiamano obscenicon.

[4]    Su questo punto cfr. M. Viroli, L’Italia dei doveri, Rizzoli, Milano 2008

[5]    Sulla definizione di oscenità come «offesa al comune sentimento del pudore e alla pubblica decenza» si basa l’illegalità della pornografia, ribadita anche dall’articolo 21 della costituzione che protegge la libertà di stampa, ma esclude dalla protezione costituzionale la pubblicazione di materiali osceni.

[6]    Parigi, Gallimard 2012

[7]    Cfr. Micromega, 5/2009

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Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Riprendendo la trilogia sul linguaggio che abbiamo introdotto nella recensione condivisa di Pride, riportiamo le nostre riflessioni condivise su Un Anno, scritto da Jean David Morvan e disegnato da Jiro Taniguchi, pubblicato da Rizzoli Lizard nella traduzione di Elisabetta Tramacere.

Abbiamo affrontato questo percorso proprio partendo da questo fumetto perché questa breve narrazione mette perfettamente in scena questioni relazionali profondamente collegate al ruolo del linguaggio o ancor meglio di una pluralità di linguaggi che si sovrappongono.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Un anno – Primavera

Come prima da cosa c’è da notare che il volume letto è indicato come primo di una serie idealmente composta di 4 volumi ma rimasta incompiuta. Volume 1 – Primavera è stato l’unico ad essere scritto e pubblicato e questo pone senza dubbio il lettore davanti a una doppia opera: una ideale, immaginata e progettata dagli autori, e una reale unitaria e comunque compiuta.

Non sappiamo se la Primavera di cui abbiamo letto si riferisce alla “primavera” della vita della giovanissima protagonista, o a una primavera di un linguaggio ancora da definire, o anche la primavera di un mondo e di una società in cui, con questo primo capitolo, siamo introdotti passo a passo e sempre con grande delicatezza e discrezione, dimensioni, queste, che trovano uno specchio perfetto in un impianto grafico dai colori tenui e dai tratti puliti.

Fin dal principio siamo spinti a metterci in ascolto, le prime pagine di questo fumetto sono sostanzialmente silenziose e ci invitano a prendere il punto di vista della protagonista.

Un anno – Primavera

La piccola Capucine, protagonista di questa storia, è una bambina intelligente e sensibile, in grado di leggere ogni situazione e tensione emotiva con una lucidità e una precisione stupefacente. Ma per ciò che sente e capisce, non è in grado di trovare definizioni. La bambina è affetta da trisomia, una  particolare forma della sindrome di down che ha tra le caratteristiche peculiari quella di non avere effetto sull’aspetto della persona. Il riconoscimento della malattia per chi entra quindi in contatto con la persona che ne è affetta risulta quindi meno immediato. Gli autori giocano quindi fin da subito con la percezione della “normalità” e della “anormalità” invitando il lettore a rivedere i propri eventuali preconcetti.

Attraverso gli occhi della protagonista scopriamo che le parole possono essere inutili se non si è capaci di ridurre all’interno di esse ciò che si vuole esprimere, e quindi le sensazioni diventano mostri, le parole non servono a Capucine per esprimere il mondo che ha dentro, pieno di immagini e sensazioni, e quindi le sue azioni diventano un linguaggio non sempre comprensibile per chi le è accanto. Due sistemi, due mondi interpretativi si scontrano e non si comprendo, causando in ogni caso grande dolore. Da una parte il mondo del linguaggio codificato, perfettamente rappresentato dalla zia, che offende senza sapere di offendere senza pensare a tutte le sfaccettature della comunicazione; o dei genitori che parlano usando parole che credono incomprensibili per Capucine, ma che nella loro definizione sfocata sono comunque in grado di far sentire la bambina giudicata e umiliata. Dall’altra troviamo un sistema in cui relazione e comunicazione sono due dimensioni inestricabili, e che rimane incomprensibile per chi usa il linguaggio come un codice definito.

La questione centrale che a nostro avviso gli autori sono molto bravi a sciogliere e rovesciare è quella della gerarchia tra i due modelli. Alcuni degli adulti che incontriamo usano questa gerarchia per sminuire la dignità stessa di Capucine: lei non sarebbe in grado di comunicare in un modo che a loro risulti comprensibile, deve quindi essere necessariamente strana, inadatta, “ritardata”. Il padre si allontana da questo atteggiamento, ma non risulta essere meno violento. Lui infatti pone comunque a Capucine uno standard per lei impossibile da soddisfare, creando una costante frustrazione e facendole dubitare di sé stessa.

Ma il punto di vista del lettore ci sembra coincidere proprio con quello di Capucine, sono i suoi disegni, inseriti di tanto in tanto come didascalie, che ci fanno un racconto emotivo della storia che abbiamo davanti, come a volerci spiegare meglio ciò che vediamo, al di là dell’impinto grafico “tradizionale” o delle parole che lo corredano. Quindi leggendo ci si rivelano tutte le inadeguatezze e i timori di adulti posti davanti alla necessità di rinegoziare principi che ritengono fondamentali ma che noi, attraverso lo sguardo privo di malizia di Capucine, scopriamo essere solo meccanismi di difesa, barriere emotive e istanze autoconservative.

Quindi Capucine e gli autori attraverso di lei, ci spingono a rivedere le categorie di normale e anormale, sano e malato, libertà e impedimento e a riconsiderare in modo più aperto le sicurezze che costruiscono la nostra realtà, fosse anche la fiducia in una realtà fondativa come il linguaggio.

Due sono le riflessioni che, partendo da questa lettura, abbiamo condiviso riguardo al contesto in cui viviamo. La prima riguarda la scelta che la famiglia di Capucine si trova ad affrontare riguardo l’eventualità di inserire la bambina in una scuola più adatta alle sue esigenze. Ci siamo chiesti infatti quali possibilità la nostra realtà offrire ai bambini e ai ragazzi come Capucine. Quali possibilità di accoglienza e inserimento? In che modo è garantita la possibilità di superare un disagio e vivere una vita “normale” che tenga conto delle specificità di ciascuno e che non sia ghettizzante, che valorizzi amicizia, affetto, benessere delle conoscenze, della cultura e dell’arte per i ragazzi come Capucine, senza escluderli a priori consegnando il mondo ai forti, agli egoisti?

Questa riflessione ci ha condotti ad ampliare lo sguardo a forme di disagio più ampio e purtroppo sempre più riscontrabili. In una realtà in cui aggressività e violenza sono percepite come normali, le persone empatiche vengono spesso etichettate come troppo sensibili o in alcuni casi addirittura deboli. Che strumenti abbiamo quindi per rendere il nostro contesto più vivibile e accogliente per tutti? L’unica risposta che abbiamo trovato sembra essere non troppo paradossalmente nell’empatia stessa, in una forma di attenzione all’altro scevra dalla paura di perdere il sé, che anzi si rafforza in questa apertura.

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Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

 

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti

Sabato primo dicembre ci sarà l’evento-lancio del progetto ZerOmagazine 2019, progetto ideato dal Centro Libellula Morlupo, che ha visto congiungersi in maniera innovativa e del tutto trasversale istanze socioculturali che avevano davvero bisogno di essere riconnesse: intergenerazionalità, dialogo letterario, ricerca sociale, attenzione alle fragilità relazionali, a temi scottanti come bullismo, intercultura, manipolazione, sessismo, e che ha scelto, nella sua formula magazine, di dare a questi dialoghi dei contorni ben definiti affinché l’azione sociale sia davvero inclusiva. Questo anno a a venire, il progetto porta lo slogan #nessunoescluso e così vogliamo che sia. Laputa collabora in diversi modi, ma soprattutto con l’organizzazione di un evento cittadino in cui due “mastri fumettisti”, autori di acute parodie e significativa comunicazione a fumetti sul pensiero critico, interverranno per raccontarci di sé e della loro arte: Fran de Martino e Luigi Cecchi (Bigio). In attesa della presentazione pubblica del primo dicembre e dell’evento fumettistico di febbraio, pubblichiamo qui un articolo apparso nel numero 2 di ZerOmagazine, a firma di Paola Del Zoppo, che partendo da alcune implicazioni pedagogiche, congiunge fumetto, poesia e riflessione sociale, marginalità e centralità, tutti temi cari a Laputa, che aprono ai nuovi discorsi di quest’anno.

Oltre i pregiudizi, parole a fumetti, di Paola Del Zoppo

(Articolo apparso su ZerOmagazine 2018, pp. 4-5.)

I progetti sperimentali sull’alfabetizzazione letteraria si connettono alla scrittura poetica e allo sviluppo delle potenzialità degli alunni, e prima ancora al riconoscimento di queste potenzialità, spesso non valorizzate in altri ambiti. L’abilità di leggere e interpretare un testo o costruire un discorso, sono soft skills che si fa fatica a riportare al giusto grado di rilevanza, dopo alcuni decenni di decostruzione del valore delle capacità intellettuali (vedi Frank Furedi e Martha Nussbaum tra gli altri). Un esperimento del 2002 di “poetic literacy”, riportato in un articolo scientifico, puntava all’empowerment in classi di adolescenti. Uno dei partecipanti, al termine del corso, esclamava: “Now I believe If I can write I can do anything”.

Sulle capacità di gestione di sé, delle relazioni, delle visioni del mondo e delle proprie potenzialità si era già attivato a Morlupo il laboratorio gestito dall’Associazione Libellula con il progetto ZerOmagazine 2017, che, come testimoniato dal precedente numero di questa rivista, ha permesso agli alunni di entrare in contatto con delle possibilità di gestione della quotidianità e del sé che altrimenti sarebbero rimaste in ombra, avvicinando la scrittura e la consuetudine con la parola scritta a dei meccanismi di coping per un ampio spettro di situazioni. Il primo e fondamentale momento è stato, nel progetto ZerOmagazine come in molti progetti di alfabetizzazione letteraria di pari livello, un lavoro sulla parola, sul rapporto che abbiamo con le parole e con l’organizzazione del discorso e degli habitus discorsivi, per allontanare le parole stesse da una retorica che troppo spesso è solo strumento di manipolazione. Allora il compito del poeta e dell’insegnante di poesia è di restituire una nuova dimensione alle parole già troppo usate, come esprimeva Hilde Domin nella strofa centrale di un famoso componimento:

 

[…]Parola libertà che voglio irruvidire

ti voglio riempire di schegge di vetro

così è difficile tenerti sulla lingua

non diventi la palla di nessuno. […]

Questo nodo essenziale trova poi una piena realizzazione nel processo guidato di scrittura, che si tratti di scrittura poetica, narrativa o per immagini. La scrittura poetica in particolare offre l’occasione di scardinare i molti pregiudizi di cui la poesia e l’attività intellettuale in generale soffrono e insieme “godono” in Italia, dipendenti da una “gabbia” di status di arte/ competenza “difficile” e insieme legata a una retorica della spontaneità, o dell’idealismo staccato dalla “concretezza” (quotidiana, politica, socioeconomica). Per quanto riguarda in particolare la poesia, il pregiudizio è inoltre connesso con l’idea che la composizione poetica (o comunque la scrittura finzionale) sia una capacità “innata”, o anzi addirittura un’identità: “Poeti si nasce, non si diventa”. Si tratta anche qui di una maltrasmessa eredità idealistica e dell’associazione della poesia a un impeto emotivo, piuttosto che a un sorvegliato e complesso esercizio di rielaborazione mimetica e retorico-linguistica del pensiero, sia che si tratti di poesia originale, personale, “sperimentale” (e quindi di letteratura) o di un atto poetico che si presenta come epigonale. Ancora oggi i testi poetici (e poietici) più interessanti e forieri di significati restano quelli in cui oltre a un tema “oggetto” compare nel testo una riflessione sul fare creazione: la poesia e la letteratura tout court raggiungono livelli eccelsi quando riescono a coniugare la loro realizzazione con una riflessione sul loro oggetto che è associabile alla poesia.

Il “fumetto” viene –ancora ed erroneamente – assegnato a un ambito letterario diametralmente opposto alla poesia per quanto riguarda il canone “formativo” e lo status, ma nella sua considerazione di mezzo di espressione o trasmissione di saperi e narrazioni più “immediate”, soffre di molti pregiudizi associabili a quelli di cui si ammanta la composizione poetica: Come rileva la pedagogista Luciana Bellatalla nell’introduzione all’interessante volume di Anna Ranon Poeti sui banchi di scuola (2012) che analizza operati, potenzialità e proposte per un’analisi pedagogica dell’educazione alla poesia, i pregiudizi – sempre deleteri – possono offrire spunti di correzione e approfondimento: “a) la poesia è un moto spontaneo dell’animo ed un’effusione libera e piena di sentimenti; b) il poeta è, dunque, tale per una sorta di stato di grazia (spesso irripetibile), intimo ed immediato, che, per esprimersi, non richiede filtri sofisticati o strumenti particolari di natura tecnica e culturale; c) il bambino è poeta per eccellenza, giacché vive in una condizione emotivamente ed affettivamente privilegiata.” (p. 10). Per il fumetto potremmo giustapporre: a) il fumetto è immediatamente comprensibile e il pensare a fumetti più spontaneo; b) il disegnatore/ fumettista ha il “dono” del disegno, non ha affinato un artigianato; c) il fumetto è un’arte per bambini perché è divertente e più immediatamente comprensibile a livello anche non razionale. Quindi, sempre seguendo la linea decostruens di Bellatalla, se la poesia è: “una attività espressiva potenzialmente universale; va incoraggiata nei fanciulli; è un argine contro la dissoluzione del soggetto, la crisi dei valori e finisce per essere il mezzo salvifico dell’umanità, perché riporta l’uomo alla sua interiorità, alla “genuinità” dei sentimenti e, infine, alla dimensione della speranza e della libertà.” (ibd.), al fumetto, anche senza procedere punto per punto, riconosciamo simili potenzialità. Viene pertanto trattato alla stessa stregua nell’educazione scolastica e oltre. Inoltre, la decostruzione della figura dell’intellettuale e del pensatore artista in generale, cui si accennava sopra, opera inoltre in senso più profondo negli ambienti stessi di creatori ed editori di fumetti (come in tutto il mercato delle lettere) conducendo a una più ampia diffusione di ciò che corrisponde a quanto sopra e di ciò che, per questi pregiudizi o per ragioni ancor meno edificanti, è considerato o è più “vendibile”. La storia del fumetto come arte e come espressione letteraria non è ancora patrimonio comune occidentale. Inoltre, se come Lyotard ricordava, non siamo più in un’epoca di grandi narrazioni, è vero però che le grandi narrazioni del mercato influenzano le nostre valutazioni in maniera più o meno percettibile.

E il mercato ha per troppo tempo, e sicuramente negli ultimi 30 anni, ridotto nella cultura di massa il fumetto a componente voyeuristica e semplificatoria che ha rimpiazzato e depotenziato la sua natura eversiva. Il fumetto d’autore occupa di fatto ancora, o di nuovo, una nicchia del mercato. Saper riconoscere una buona sceneggiatura e un tratto originale e caratteristico, dunque stilisticamente e esteticamente valido, non è un atto di lettura o interpretazione meno strutturato rispetto al confronto con la letteratura o persino con la filosofia. Al contrario: la possibilità di decifrare e comunicare dei messaggi tramite la “traduzione” in forme d’arte, che rappresentano uno spazio ricettivo “positivo” e di base neutro, accogliente, ma non autoreferenziale, rende ai ragazzi più giovani un forte sentimento di autonomia nella lettura del mondo e nella sua rappresentazione, fornendo quindi un’ottima occasione di scardinamento di mentalità basate sull’autoritarismo, il paternalismo, la logica del più forte. È necessario però associare alla creatività una relazione, orizzontale con l’ambiente circostante, verticale nella stratificazione artistica. In questo un ruolo fondamentale (anche perché esterno alla narrazione del mercato) è svolto da Biblioteche e fondi librari. Tra questi, il Fondo librario di poesia di Morlupo, gestito e promosso dall’Associazione Libellula, rappresenta uno degli esperimenti più interessanti e riusciti degli ultimi anni, con una collezione di poesia e opere di pensiero poetico tra le più ricche d’Italia, offrendo la possibilità di confrontarsi con una memoria artistica che rende alla tradizione il giusto valore di exemplum.

Nella sua strutturazione e nella posizione “periferica” rispetto al centro della “grande città” italiana è in sé un nucleo di rielaborazione attiva di concetti spaziali gerarchici fuorvianti e legati a tutto ciò di cui si è scritto sopra (ad esempio il concetto di centro/ periferia) davvero poco utili al miglioramento della condizione umana contemporanea e nel contempo lontano dalle vuote retoriche sugli spazi fintamente democratici della rete 2.0, in cui le relazioni sono assenti e ben poco modificabili nel tempo. Il rapporto sfumato tra centro e periferia e il peso specifico differente che un’operazione socio culturale come quella di Libellula, coadiuvata quest’anno dall’associazione Laputa (non a caso anch’essa nata da esigenze di ricollocazione e rivalutazione culturale di una provincia che è ormai periferia) dà alle “narrazioni del margine” rappresenta oggigiorno un vero e proprio esperimento di impegno per l’utopia.

 

Testi citati

Hilde Domin, Ti voglio, in Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore, 2015 (trad. Ondina Granato).

Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali, Raffaello Cortina Editore, 2007

Martha Nussbaum, Coltivare l’umanità, Carocci, 1997

Anna Ranon, Poeti sui banchi di scuola, Franco Angeli, 2002

Angela M. Wiseman, “Now I believe if I write I can do anything”: Using poetry to create opportunities for engagement and learning in the language arts classroom, in <Journal of Language and Literacy Education>, n. 6 (2, 2010), 22-33.

La striscia è di Luigi Cecchi, in Le avventure di Ugi & Calebrina, Mini G4m3s Studio, 2018

 

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Le parole del bullismo

Le parole del bullismo

Uno dei focus dell’associazione Laputa è il lavoro di riconoscimento e prevenzione delle situazioni di “bullismo”. Sulla pagina dedicata del Liceo Ignazio Vian di Bracciano l’associazione Laputa sta mettendo a disposizione dei materiali relativi al nostro progetto, che nei prossimi mesi sarà attuato nella scuola e di cui trovate le linee principali qui.

Il progetto parte proprio dalle “intenzioni comunicative “veloci” contemporanee – chat, post in blog, Facebook, Twitter e altri tipi di comunicazione con testo e immagini – per proporre i primi input nel riconoscimento della violenza, della disparità e della manipolazione in molti ambiti di interazione. Si ragione “insieme” con modalità di interazione laboratoriale, per svelare i tranelli e i trabocchetti di linguaggi che coadiuvano l’affermazione di realtà fittizie e la manipolazione relazionale, allontanando da interazioni autentiche e immergendo in un mondo che talvolta non lascia possibilità di risalita. Per esempio uoghi comuni “lasciarsi andare, lasciar andare”, “lasciarsi il passato alle spalle”, “pensare a se stessi”, “la minestra riscaldata”, sono depotenzianti, e non solo allontanano da una concezione complessa e dunque realistica di qualsiasi interazione sociale, ma impediscono di fatto la costruzione o la ricostruzione di rapporti soprattutto dopo situazioni di disagio, difficoltà o manipolazioni relazionali più o meno gravi. Alla base resta quindi la concezione che il linguaggio sia di per sé “creatore di mondi” e la profonda e positiva convinzione che si possa interagire con esso plasmando mondi in cui la violenza sia assente.

Se uno degli strumenti principali del progetto è l’avvicinamento all’arte come guida nella decodifica dei messaggi impliciti ed espliciti della comunicazione, in modalità attiva, il progetto si sta sviluppando anche tramite un piccolo “glossario”, una serie di documenti che raccolgono spunti per l’analisi autonoma di situazioni, dinamiche, problematiche. Il primo testo della serie “le parole del bullismo” mette in relazione “Bullismo e manipolazione”. Questo perché la violenza può rivelarsi tramite atti fisici (più facili da riconoscere, ma non sempre raccontati) o atti che possiamo chiamare “psicologici” (talvolta molto difficili da riconoscere). In entrambi i casi le strategie migliori sono legate alle relazioni con gli altri. Da una parte, è fondamentale che chi subisce prepotenze fisiche o psicologiche venga aiutato ad esprimersi, e che abbia dei rapporti in cui si sente “al sicuro”. Non si intendono con questo solo i rapporti familiari, ma anzi soprattutto dei rapporti amicali di reciproca cura e affetto e di costanza. Questo tipo di rapporti vanno riconosciuti e incoraggiati dalle famiglie, che dovrebbero aprirsi il più possibile a coadiuvare e apprezzare i rapporti paritari e amicali tra i figli e i coetanei, senza insistere sul controllo e senza sentirsi minacciata in un’idea gerarchica di rapporti relazionali che porta al conformismo e apre alla prepotenza del giudizio degli altri (prima la “ragazza/o”, poi gli amici, prima la “famiglia” poi gli amici). Da tener presente che vale anche il contrario: i manipolatori agiscono sempre decostruendo i rapporti sani, al di là della loro tipologia, perché hanno bisogno di isolarvi per avervi sotto controllo.

Ecco dunque le due basilari parole presentate nel primo file: Bullismo e manipolazione.

Il bullismo – Bullismo è una parola “copiata” dall’inglese. Bullying vuol dire “sopraffare”, trattare con prepotenza, umiliare. La cosa grave è quando questi brutti comportamenti ci fanno sentire inferiori o, se siamo noi a trattar male gli altri, ci fanno perdere di vista quello che davvero vorremmo. Anche, per esempio, reagire alla violenza con la violenza è qualcosa che ci cambia, nella percezione degli altri e nella percezione che gli altri hanno di noi Tutti i comportamenti legati al bullismo hanno quindi a che fare con una forma di “manipolazione”: “induco qualcuno a fare qualcosa o a essere in un modo in cui non vuole essere”.

La manipolazione – Una delle più frequenti tecniche di “violenza psicologica” è la manipolazione volta al controllo e all’abbassamento dell’autostima della vittima. A volte l’azione è riconoscibile, altre volte meno. L’unica strategia possibile, come in tutti i fenomeni di prepotenza, è costruire relazioni e quotidianità sane e autentiche, che almeno possono aiutare a riconoscere o denunciare le fasi in cui il manipolare allontana la vittima dalla sua realtà. La manipolazione, nonostante sia un fenomeno sempre più diffuso, è spesso sottovalutato e difficilmente riconoscibile, e si può manifestare in tutte le relazioni con coinvolgimento emotivo: nelle relazioni sentimentali, nei rapporti di lavoro, nelle amicizie, nei rapporti familiari. Questo a prescindere dalla condizione psicologica di partenza delle persone coinvolte. È vero però che le persone più empatiche, con insicurezze relazionali e personali, che nella vita hanno vissuto questo tipo di relazioni in famiglia, ad esempio, o anche meno allenate al pensiero critico sono più facilmente vittime di queste situazioni. Per esempio, quindi, avere la possibilità di abituarsi a discutere le proprie conoscenze e convinzioni, stabilire rapporti di dialogo, abituarsi a stare in un gruppo di amici che passa il tempo libero con attività culturali o comunque costruttive, mette al riparo da molti tranelli dei manipolatori. Anche leggere molto e studiare, imparare ad apprezzare e a godere della propria conoscenza, sono attività che stimolano il pensiero critico e il dubbio.

 

 

Da una parte, è importante riconoscere i manipolatori, dall’altra sarebbe importante riconoscere nella persona che subisce violenza psicologica i sintomi della dinamica manipolativa. Per convenzione, chi ha studiato la manipolazione per trarne indicazioni o manuali di autoaiuto, ha riconosciuto che si attraversano alcune fasi distinguibili di “caduta”, nelle quali sarebbe bene interagire nella maniera più consona per liberare la persona coinvolta.

Altra cosa da tener presente è che, se molto spesso si associa questa dinamica alla relazione di coppia, e di recente ancor più si focalizza sulla manipolazione dell’uomo nei confronti della donna, dato che di recente si indaga meglio sulla situazione diffusa di violenza contro le donne, in realtà, la dinamica manipolativa può instaurarsi anche tra gruppetti di persone, tra due amiche o tra due amici, o anche in famiglia o tra insegnanti e alunni, e non solo “dal più grande” al più piccolo. Ecco perché altre parole che sviscereremo nei file futuri sono infatti “autoritarismo”, “sessismo”, “razzismo”, “vittimismo”, “opportunismo” e così via. Nel file già presente sul sito del Liceo Vian – e che potete tutti scaricare gratuitamente – si elencano perciò i tratti più salienti delle fasi che possono aiutarvi a capire se qualcuno a voi vicino sta vivendo una brutta situazione

In generale i rapporti sani e autentici, gli amici più vicini, sono una vera cartina di tornasole. Se gi amici di sempre dubitano del rapporto con una persona o con un gruppetto di amici, con più o meno energia, è un segnale. E se talvolta questo porta a litigare con gli amici “veri”, c’è da tener presente che avere il coraggio di dire a qualcuno che sta vivendo una situazione di manipolazione è un modo per cercare di ristabiire una situazione di verità e dunque aiutare. Un buon dialogo e rapporti sinceri di amicizia, possibilmente con persone con cui si è condiviso un percorso di vita, possono arrivare a scardinare la dinamica e a “staccare” la persona da chi lo controlla, o gli fa vedere le cose solo dal suo punto di vista. Amicizia è anche fare fatica.

I file sono corredati delle belle vignette di Luigi Cecchi, alcune preparate per ZerOmagazine 2016, altre create per i nostri progetti, come le vignette della serie “Questions” qui presentate (©Luigi Cecchi 2018 per Laputa – Associazione culturale). Potete scaricare il file completo sulla pagina dedicata al bullismo e cyberbullismo del Liceo Vian.

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