Attesa in stazione – di Andrea Cabassi

 

Riprendiamo la pubblicazione di racconti brevissimi che aiutino a percepire le dissonanze. Anche nei laboratori appena tenuti alla LUMSA, di cui trovate notizia qui abbiamo avuto modo di osservare come l’importanza dell’acquisizione e della valorizzazione delle competenze linguistiche, euristiche e inferenziali e della capacità di analisi del microtesto letterario in particolare possano aiutare a riconoscere i “modi” manipolativi delle interazioni.  Oggi è la volta di un racconto breve di Andrea Cabassi: Attesa in stazione.

Attesa in stazione

Sono in stazione. La sto aspettando. L’altoparlante annuncia che il treno è in ritardo di trenta minuti. La cosa non mi infastidisce. Mi è sempre piaciuto vagabondare sulle banchine della stazione, vedere i treni arrivare, partire, passare. Lo faccio anche adesso mentre sono in attesa.

L’altoparlante annuncia di allontanarsi dai binari, c’è un treno in transito. Mi allontano. Un treno ad alta velocità sfreccia davanti a me senza rallentare. La banchina sembra sussultare, i capelli mi si scompigliano, i vetri del bar e della sala d’attesa tremano come se ci fosse una scossa di terremoto. Cerco di guardare nella direzione in cui va quel convoglio che sembra impazzito. Ho come l’impressione che sia finito in un tunnel del tempo e che stia per svanire come risucchiato da un buco nero. Non lo vedo più, ma sento ancora l’eco del suo passaggio.

Mi è sempre piaciuto vedere i treni passare. Da bambino, nelle domeniche di primavera e nei pomeriggi d’estate quando il frinire delle cicale sembrava un coro di voci dissonanti, mio padre mi accompagnava sui terrapieni della ferrovia o in prossimità dei passaggi a livello. Posavamo le nostre biciclette contro il tronco di un albero o le adagiavamo sull’erba, poi aspettavamo. Aspettavamo che arrivasse il Settebello. Sentivo il suo rumore quando era ancora distante. Le cicale smettevano di cantare, gli uccelli smettevano di cinguettare e volavano via. Tutto precipitava in un silenzio attonito e carico di attesa. Ecco che lo vedevo. Il suo frontale bombato ricordava quello di un aereo. Sembrava che avesse un viso arrabbiato, che volesse mordere i binari, aggredire la vegetazione intorno. Poi il Settebello transitava davanti a me. Sapevo che i vagoni erano pochi, ma ogni volta speravo che gliene avessero aggiunto qualcuno. Così il passaggio sarebbe durato molto di più e non si sarebbe consumato in un attimo: un lampo dopo una lunga attesa. Non avevo la medesima passione per i treni merci. Quelli sì, sembravano non terminare mai, ma non mi affascinavano perché non avevano passeggeri con i loro bagagli e con le loro storie su cui congetturavo all’infinito quando riuscivo a intravederne le sagome.

Il treno scompariva dall’orizzonte, come precipitato oltre la linea che ne segna il confine ed io avevo l’impressione che fosse stato fagocitato dal futuro, destinazione ignota. Era in quel momento che su di me scendeva una malinconia indefinita, un languore che non sarei mai stato in grado di mettere in parole. Non era tristezza, era una voluttuosa, inafferrabile malinconia.

Vedevo il treno allontanarsi sempre più anche se continuavo ad udire l’eco del suo sferragliare sui binari, nel silenzio della campagna. Immaginavo che fosse diretto verso uno sconosciuto Altrove, immaginavo località di villeggiatura, case sul mare di cui avrei saputo descrivere con la precisione di un cartografo le stanze, le finestre, la luce obliqua del sole che penetrava tra le persiane, i balconi pieni di fiori, anche se quelle case non le avevo mai viste e non le avevo mai abitate. Era una nostalgia per un passato che non avevo mai vissuto, per un futuro che non avrei mai vissuto.

Gironzolo come un flaneur sulla banchina. Rammento quando, anni addietro, doveva arrivare Magda. Era l’attesa il momento più bello, quello in cui immaginavo come sarebbe stato il nostro incontro, come sarebbe stata vestita, come sarebbe stato l’abbraccio e i baci che ci saremmo dati, tutte le cose che ci saremmo detti e che sarebbero diventate un ingorgo di parole. Rammento i crepuscoli dei nostri arrivederci quando, al tramonto, doveva ripartire. Albe degli arrivi, tramonti delle partenze. Poi ci eravamo lasciati e la stazione era diventato un luogo pellegrinaggio e di rimembranze.

Ma eccomi ancora qui, anche se Magda è scomparsa dalla mia vita. Eccomi ancora qui in attesa di una donna e guardare, per l’ennesima volta, i treni passare. Tutto torna in a circolarità perfetta, si dice. Non è vero. Tornano cose che si assomigliano, ma non sono le stesse. Non sono le stesse perché il mio corpo è invecchiato, la mia anima è invecchiata, i ricordi si affastellano sempre più numerosi e si confondono, i paesaggi che mi circondano hanno colori sbiaditi, la strada fatta è molto più lunga di quella che resta da fare. Niente è più uguale a prima.

L’altoparlante non ha annunciato nuovi ritardi. Si avvicina l’arrivo. Mi domando come farò a raccontarle trent’anni della mia vita, come farà lei a raccontarmi i suoi, lei che viene da così lontano, lei restituita dal tempo, così, senza preavviso, senza un segno che facesse presagire il suo ritorno. Si consumerà tutto nel giro di qualche ora. Riusciremo a resuscitare, almeno qualche frammento, di un passato tanto distante?

Mancano ormai pochi minuti. L’attesa è solo negli orli, in margini stretti ai quali mi aggrappo.

L’attesa è diversa dalla speranza, diceva un filosofo francese. Ma sto sperando qualcosa? Mi accorgo che mi tremano le gambe. Ho paura e non so di cosa.

L’altoparlante annuncia che il treno è in arrivo sul terzo binario. Come previsto.

Mi ravvio i capelli, mi sistemo la camicia, faccio un lungo sospiro. Mi dico, sono pronto, sono pronto.

Il treno arriva. Mentre frena e sferraglia scintillano le rotaie. Scende il capotreno, poi cominciano a scendere i passeggeri. Alcuni hanno ingombranti valigie, altri borse professionali. Alcuni sono turisti, altri pendolari.

Guardo con attenzione. Non riesco a scorgerla.

Mi domando se non ci sia stato qualche imprevisto. Fosse così avrebbe potuto avvisarmi, il numero del mio cellulare lo aveva. Se non fosse riuscita a prendere questo treno che, ora, sta ripartendo, avrebbe potuto telefonare o inviarmi un messaggio.

Sulla banchina rimane solo una persona. È una signora di una certa età. È poco più alta di me. È elegante ed ha movenze signorili. Ha i capelli bianchi raccolti sulla nuca in un chignon. Ha grandi occhi azzurri. Mi si sta avvicinando con il suo trolley sorridendo anche se io non la conosco.

 

Foto: Luigi Cecchi, 2011

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Le parole sono importanti – Laputa contro la manipolazione

Le parole sono importanti – Laputa contro la manipolazione

L’associazione culturale Laputa e Luigi Cecchi collaborano alla realizzazione di due workshop alla Notte europea dei ricercatori all’università LUMSA di Roma, per un progetto ideato da Paola Del Zoppo su linguaggio e manipolazione relazionale, sviluppato con noi accentuando l’importanza del medium fumetto. Il progetto, che ha visto una sua prima sperimentazione in collaborazione con l’associazione Libellula di Morlupo, ed è poi confluito in parte anche nel progetto ZerOmagazine 2017 e 2018, si avvale delle vignette di Luigi Cecchi e prevede, in questa occasione, la realizzazione di vignette ironiche su bullismo, cyberbullismo, sopraffazione, manipolazione emotiva e fragilità relazionale da parte di due gruppi di alunni di licei romani che parteciperanno alla bella giornata organizzata dalla LUMSA di Roma per divulgare la ricerca scientifica, di cui trovate notizia qui. La Notte Europea dei Ricercatori è una manifestazione promossa dalla Commissione Europea, che vede Frascati Scienza come capofila di una rete di ricercatori, università e istituti di ricerca che si estendono dal nord al sud dell’Italia nel promuovere il più importante appuntamento europeo di comunicazione scientifica, un evento che in tutta Europa coinvolge oltre 300 città.

Le Notti Europee dei Ricercatori sono eventi dedicati alla scienza e all’apprendimento giocoso. Rappresentano un’occasione unica di incontrare i ricercatori, parlare con loro e scoprire cosa fanno concretamente per la società in modo interattivo e coinvolgente.
Queste manifestazioni sono sostenute dalla Commissione Europea nell’ambito delle Marie Skłodowska-Curie Actions, un programma della UE con l’obiettivo di promuovere le carriere dei ricercatori in Europa.

In particolare, il nostro laboratorio riguarderà l’importanza dell’acquisizione e della valorizzazione delle competenze linguistiche, euristiche e inferenziali e della capacità di analisi del testo e del microtesto letterario in particolare possano aiutare a riconoscere i “modi” manipolativi delle interazioni. Pubblichiamo di seguito il testo illustrativo di Paola Del Zoppo che accompagnerà il laboratorio.

 

Le parole sono importanti – Bullismo, cyberbullismo, linguaggio.

di Paola Del Zoppo

La tendenza contemporanea all’accelerazione delle innumerevoli interazioni comunicative favorisce l’attecchimento di linguaggi e convenzioni che portano all’affermazione di realtà fittizie e manipolazioni, e rende sempre più difficile soprattutto ai più fragili e ai giovani attuare modalità di comunicazione assertiva. Il potenziamento e la valorizzazione di queste capacità avvengono tramite la consuetudine con la parola creativa e la letteratura molto più che con altri testi scritti di carattere informativo o argomentativo. Un testo letterario presenta una molteplicità di possibili interpretazioni (politica, simbolica, relazionale, storico-culturale, formale).

Accorgersi di questa polisemia conduce anche a riconoscere l’importanza dei contesti comunicativi e conferisce autorità a chi interpreta, oltre che a chi produce un testo. Un esempio molto chiaro è offerto dalla vignetta in cui la parola “sognatore”, che a sé stante viene generalmente percepita come termine positivo, viene utilizzata, di fatto, come un termine dispregiativo e sminuente. La vignetta mostra come una generale tendenza e giustificazione del giudizio porti a rovesciamenti valoriali anche di incidenza psicologica significativa, con conseguenze sull’autostima e spostamenti del set di valori. Ma cos’è il bullismo? Il bullismo è una forma di prepotenza, e diventa davvero pericoloso quando si fa manipolazione e non riguarda solo i bambini o i ragazzi.

Nella dinamica manipolativa, la competenza linguistica e di analisi del testo è una vera e propria arma di difesa. Un termine, un’immagine o persino un’opera d’arte possono assumere significati diversi e potenzialmente violenti e manipolatori svincolati dal loro contesto d’uso, in particolare sul web. Tutto questo coadiuva la situazione di eterodirezione, con lo sfilacciamento delle relazioni e alla tensione a un’idea di felicità che è solo aderenza a uno schema. A lungo andare la superficialità relazionale del web si riverbera sulla vita quotidiana (e così, ad esempio, le relazioni anche sentimentali sono ormai per la maggior parte segnate da comunicazione passivo aggressiva e vittimismo manipolatorio: “stiamo a casa, sono a disagio con i tuoi amici”).

I modi manipolativi occulti sono i più profondi ed efficaci, e si muovono dal gaslighting al plagio. Caratteristiche comuni sono l’allontanamento dalle proprie amicizie e l’influenza sul modo di parlare ed esprimersi legate a una sorta di connessione con il manipolatore. Non appena il rapporto è incasellabile (“stiamo insieme”, “sei il mio migliore amico”), le dichiarazioni di “paura” o “disagio”, gelosie, egocentrismi, agiscono anche a livello cognitivo e inducono ad accettare qualsiasi cosa per evitarli o porvi fine o anche per avere sollievo dall’azione del manipolatore, per vederlo “felice”. Piano piano, si parla con le parole che userebbe lui/lei, o si definiscono a suo modo eventi e sensazioni. Se il manipolatore è felice, noi ci sentiamo euforici (sensazione spesso scambiata con la felicità). Tutti gli altri rapporti vanno spiegati o giustificati, perché o “non capiscono il disagio dell’altro” o non si divertono con le stesse cose, e così via. Intanto lui/lei si appropria dei vostri interessi e si intromette in ogni aspetto della vita. In casi gravi, per esempio in episodi depressivi o latenti si arriva a un’eterodirezione malsana, più frequente in situazioni di squilibrio di autorità o autorevolezza percepita (es. figlio-genitore, impiegato-capo, paziente-dottore, e ovviamente il partner).

In questi casi i gusti (anche artistici e letterari) possono cambiare insieme al modo di esprimersi. Che cosa può fare la lettura di un fumetto, per aiutarci a contrastare tutto questo? Più si hanno competenze e sane abitudini linguistiche, più si ha la capacità di percepire distorsioni del vocabolario, più si è in grado di svincolarsi o reagire a dinamiche di bullismo o microaggressività.

Leggere molti “classici” e leggere fumetti d’autore, in particolare, in cui i dialoghi sono corredati di immagini, aiuta a sviluppare la capacità di distinguere un dialogo autentico da uno filtrato. In situazioni di fragilità (isolamento, depressione, insicurezze) si cambia anche il modo di esprimersi, ed è importante riconoscere in sé e negli altri questi mutamenti. Con l’aiuto dei fumetti, ci chiediamo: Le storie sono fatte di parole: che parole sono? Che persone le dicono? Noi che parole usiamo? E che parole scegliamo per raccontare, di noi o di altri? E gli altri che parole usano per parlare di noi? E che parole usano per parlare con noi?

Spia delle manipolazioni sono ad esempio: le frasi fatte: “Devi lasciarlo andare”, “Devi lasciarti il passato alle spalle”, “Devi muoverti verso la felicità”; la non corrispondenza tra pensiero e azione; la mancanza di ironia e di autoironia; le reazioni infantili. I fumetti d’autore, le strisce e le vignette lavorano tramite l’uso del paradosso, un linguaggio per necessità esatto, una perfetta corrispondenza tra immagine e testo e – spesso – la presentazione di situazioni e problematiche “adulte”. Il linguaggio del fumetto, inoltre agevola il dialogo intergenerazionale, altro elemento di manipolazione in relazione a relazioni basate su autoritarismo e schemi sociali acriticamente reiterati, anche nelle loro falsificate trasgressività.

 

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Memorie di Katsuhiro Otomo

Memorie di Katsuhiro Otomo

Le nostre recensioni condivise sono un modo per restituire la lettura a i lettori. Testi non facili, talvolta, generano nel nostro gruppo di lettura le riflessioni più interessanti, in un clima di condivisione e vicinanza, che crea la lettura e dalla lettura è creato.

Memorie di Katsuhiro Otomo, pubblicato in Italia da Edizioni Starcomics, è il primo manga che abbiamo letto nel nostro gruppo di lettura. Si presenta come un’antologia di racconti eterogenei nella forma, ma decisamente coerenti nei contenuti. I racconti sono ambientati in un futuro più o meno lontano, e in società pressoché uniformemente distopiche.

 

(omaggio di Luigi Cecchi a Memorie di Katsuhiro Otomo, diritti dell’autore)

Fanno eccezione i quattro racconti  di Questo pazzo pazzo mondo. L’autore, in questi racconti, si relaziona con alcune delle più classiche e fondanti narrazioni occidentali (Artù e i cavalieri della tavola rotonda, la Bibbia, Le mille e una notte, Il vecchio e il mare. Otomo dà vita a un universo quasi onirico in grado di racchiudere storie diverse. Ci lascia spesso vagare senza troppi punti di riferimento in contesti poco definiti, creando una forte sensazione di spaesamento. Conosciamo ogni piccolo mondo attraverso alcuni dettagli che esso racchiude e nonostante questo ciò che accade nei vari racconti è talmente autentico da dialogare direttamente con il lettore, che viene indotto pian piano, grazie anche agli elementi ricorrenti che tessono una trama di richiami tra le varie novelle, a sentirsi parte di quel mondo, a riconoscersi come abitante di quell’universo.

Ci siamo quasi uniformemente trovati d’accordo nell’apprezzare maggiormente le storie più ironiche in particolare modo la storia dei Capelloni. Il surreale di quei racconti è fin troppo possibile, stimola a prendere in considerazioni i paradossi presenti per leggerli con autocoscienza.

 

 

Ci è sembrato infatti che il fumetto riproponesse in ogni storia la domanda: Che cosa è essere umani? E che in ogni storia proponesse dele risposte e riflessioni, lasciando al lettore la sensazione di saperlo, e di averlo sempre saputo, ma anche il senso di inadeguatezza di non saper difendere o esaltare l’essenza dell’umano per una forma di adeguamento alla società, talvolta associabile al conformismo, altre volte più legata a un senso di inadeguatezza personale.

Un quesito che si riverbera, quindi, sfaccettato, in un universo immaginato in cui è la semplicità a sorprendere, non la tecnologia che lo permea. È chiara la critica che viene mossa da Otomo alla sua società di origine, quella giapponese, rigida nelle proprie categorie e orientata a una perfezione che porta all’esclusione di individui non conformi, e che ciascuno può ricondurre, soprattutto al giorno d’oggi, alla propria cultura di provenienza: senza dubbio si adatta perfettamente alla nostra attuale.

In un mondo come quello del manga in cui maschere e stereotipi si ripetono spesso sempre uguali a sé stessi, Otomo è in grado di intraprendere strade innovative segnando un punto di svolta nella produzione e nella ricezione del genere. L’autore rivaluta completamente il modo narrativo, presentando un’opera dallo stile più raffinato sia dal punto di vista dei contenuti e dello stile narrativo che da quello grafico. Particolarmente interessante a questo proposito ci è sembrato l’utilizzo di una tecnica mista, digitale e non, per la colorazione delle prime storie della raccolta. È d’altro canto innegabile che con la sua opera Otomo abbia segnato uno spartiacque nel mondo del fumetto divenendo ispirazione per generazioni di fumettisti e mangaka che gli sono succeduti.

In apertura del gruppo di lettura i partecipanti dedicano solitamente un piccolo momento alla conoscenza reciproca, con lo scopo di creare maggiore sintonia tra i partecipanti e facilitare la partecipazione di ognuno. In questo caso ci siamo cimentati nella scrittura collettiva di una poesia con una tecnica di condivisione ispirata al gioco del “Cadavere squisito”. Accompagniamo quindi alla recensione il prodotto – davvero interessante – di questo piccolo esperimento collettivo, che tra riflessione e disincanto, rispecchia l’oscillazione dell’ironia e dell’impegno di Memorie:

Una rosa che cresce,

Il vento del mondo,

Curiosa attesa di un futuro possibile.

Il fruscio degli alberi intonava una sinfonia armoniosa.

Attraverso la resilienza, speranza.

Per sbaglio mangiai il muffin intero,

Ritrovando un vecchio cammino da una diversa strada.

Stelle, radici nella terra.

Tutti lo chiamavano oasi dello spazio,

Puro come il calore di un tè.

 

 

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Fumetti, mostri e felicità diffusa

Fumetti, mostri e felicità diffusa

Tra le attività di Laputa spiccano i progetti di educazione diffusa, incentrati sull’alfabetizzazione letteraria, l’avviamento alla lettura dei fumetti e l’uso dell’illustrazione come mezzo comunicativo.

Ribadiamo che è necessario lavorare per “distinguere”, e mai per categorizzare. Distinguere un buon libro da un cattivo libro: perché un buon libro può fare da solo ciò che 50 cattivi libri non faranno mai. Distinguere un buon dialogo da un cattivo dialogo, una buona relazione da una cattiva relazione. Distinguere un buon prodotto artistico da un prodotto che permette di riadagiarsi nella propria comoda convenzionalità. Solo con la consuetudine con l’arte e la buona letteratura si può distinguere una notizia falsa da una vera, un consiglio di lettura capzioso da uno vero, un programma del cinema adeguato da uno condizionante. Cominciamo da questo, per tutti.

Tre dei progetti sono già stati messi in atto con scuole del territorio, e ci siamo particolarmente affezionati. Il primo, IL FUMETTO, COS’E’ E COME FUNZIONA, prevede un percorso di avviamento al fumetto, e ha permesso a ragazzi molto giovani quantomeno di chiedersi se non valga la pena impiegare il tempo in maniera “diversa” e cercare di non svolgere attività che svuotino continuamente di senso il tempo che ci è dato. Un percorso che tocca ognuno di noi, ormai assuefatti all’idea che il tempo sia qualcosa che ci è dovuto, e che tutto quello che viene impiegato per il “dovere” debba poi essere compensato da una uguale quantità di tempo impiegato per il “piacere”. La distinzione stessa ci fa rabbrividire, perché apre scenari di individualismo incontrollato e arriva fino a permettere. nell’esaltazione dell’egoismo e dell’egocentrismo di chi dice “per oggi ho dato”, il maltrattamento di chiunque altro, la scortesia, la maleducazione e quindi una situazione di microaggressività diffusa:

“Il progetto si propone di avvicinare i ragazzi a forme espressive lontane da quanto riconosciuto come norma. A nostro avviso il fumetto è un mezzo espressivo potente e multiforme, che rifiuta di essere incasellato in un sistema di generi e categorie il che lo porta il più delle volte ad essere frainteso o ignorato. Lungi dall’essere una cosa da bambini, come spesso viene definito, è invece uno mezzo che crea e favorisce dinamiche di dialogo.

Inoltre, la sua corretta interpretazione richiede una significativa dose di competenze letterarie, artistiche e relazionali che lo rende un perfetto oggetto di studio.

La grande rilevanza che il fumetto sta acquisendo sul mercato editoriale rende inoltre le professionalità ad esso collegate particolarmente ricercate. Riteniamo che quanti si propongono di avvicinarsi al mondo dell’editoria debbano riflettere attentamente sulle competenze richieste e soprattutto sulle responsabilità proprie di un mercato i cui prodotti sono innanzi tutto prodotti culturali e in quanto tali devono avere valore.”

Un altro progetto che incide significativamente sull’ambito microsociale è stato mutuato e ampliato da un nucleo originario ideato dalla prof.ssa Paola Del Zoppo per l’Associazione Libellula Morlupo, e agisce sul riconoscimento del bullismo e del cyberbullismo tramite l’acquisizione di una consuetudine con il linguaggio e con la letteratura. Laputa ha anche coadiuvato la prof. Del Zoppo nella realizzazione del progetto per conto dell’Università LUMSA di Roma, attuandolo con alcune modifiche (un focus sull’intercultura e uno sulla contraffazione e il diritto d’autore) con una classe di ragazzi del Liceo Dante di Roma.

“Il progetto, parte proprio dalle “intenzioni comunicative “veloci” contemporanee – chat, post in blog, Facebook, Twitter e altri tipi di comunicazione con testo e immagini – per proporre i primi input nel riconoscimento della violenza, della disparità e della manipolazione in molti ambiti di interazione. Si affronteranno temi quali sessismo, vittimismo, razzismo, passività aggressiva, rovesciamento delle posizioni e insulti celati. Sveleremo insieme i tranelli e i trabocchetti di linguaggi che coadiuvano l’affermazione di realtà fittizie e la manipolazione relazionale, allontanando da interazioni autentiche e immergendo in un mondo che talvolta non lascia possibilità di risalita. Alla base resta la concezione che il linguaggio sia di per sé “creatore di mondi” e la profonda e positiva convinzione che si possa interagire con esso plasmando mondi in cui la violenza sia assente.”

Infine, il progetto si coniugava con il nucleo di un bellissimo lavoro svolto dallo scrittore e fumettista Luigi Cecchi, che da uno spunto di Jacopo Masini (anche lui autore di successo), sviluppando un immaginario che gli è molto vicino, è riuscito a coniugare critica sociale e riconoscimento dell’aggressività del conformismo in quanto forma mentale, creando il materiale di una bellissima mostra, in cui sono stati inseriti alcuni lavori degli studenti del Liceo Dante di Roma. La Mostra Mostri & Di-mostri è stata presentata in anteprima in occasione della manifestazione sul volontariato del nostro territorio, e ha così iniziato un percorso che la porterà certo molto lontano, per il suo potenziale comunicativo, artistico e politico. Ecco perché noi di Laputa abbiamo deciso di fare anche di questo un progetto di educazione diffusa, che porti a riflettere sullo stigma sociale e la necessità di sentirsi autorizzati ad essere noi stessi. A qualunque età.

“Sull’orlo del cedimento al mercato della reificazione dei corpi, una reazione estrema è lo sfogo della fantasia, che, sola, può mettere in discussioni i mostri della realtà. Può una creazione essere “mostruosa”? Se sì, ha quindi la creazione una pretesa morale? Se così è, l’unico spazio morale dell’arte è il superamento delle convenzioni, l’apertura di spazi di riflessione che vadano al di là delle concezioni stigmatizzanti o di stigma rovesciato, cioè di valorizzazione di ciò che appare normale.” Il progetto si propone di lavorare attraverso la creatività sulla stigmatizzazione e le piccole e grandi manipolazioni del conformismo, per permettere ai partecipanti di esprimere giudizi sul conflitto sociale in un’ottica comunicativa.È un progetto particolarmente versatile perché si può attuare con tutte le fasce d’età, dalla scuola media inferiore in poi.”

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How I Met your Friends on Mars – di Gianluigi Bodi

How I Met your Friends on Mars – di Gianluigi Bodi

di Gianluigi Bodi

Fu Chandler a venirmi a trovare per primo. Si era avvicinato al letto allargando le braccia, incassando di sbieco la testa tra le spalle. Siamo ancora qui, mi disse. Mise un mazzo di fiori in un vaso e poi mi raccontò che aveva preso anche una scatola di cioccolatini, ma Joey li aveva mangiati tutti. Joey che doveva girare una pubblicità per una marca di occhiali da sole e ora aveva un brufolo in mezzo alla fronte grande come un’oliva. Chandler mi disse che fuori c’erano anche gli altri, che se volevo vederli li avrebbe fatti entrare. A patto che fossi abbastanza in forze. Annuii, avevo voglia di vederli. Me li trovai tutti ai piedi del letto. Avevano le facce di chi ha preso un bello spavento, ma ora è fuori pericolo. Ross e Rachel erano abbracciati, era da un po’ che stavano assieme, ma non sapevo se la cosa sarebbe durata. In passato avevo avuto una cotta per Rachel, ma non glielo avevo mai detto. Joey mi fissava e anche il suo brufolo. Non riusciva a dire nulla. Sembrava sull’orlo del pianto. Joey, non il brufolo. Phoebe aveva un sorriso sincero. Sembrava davvero contenta di vedermi vivo. I dottori ci hanno detto che avrai dolori alla schiena per un bel po’, disse Ross. Gli risposi che in effetti erano già iniziati. Phoebe saltò su come una molla, uh uh, alzò la mano come se fosse a scuola. Posso farti dei massaggi io, disse. Mi sembrò una buona idea.

Confessai di non ricordare nulla della sera precedente. Rachel mi raccontò che ero uscito dal Central Perk con Ted, eravamo diretti al MacLaren. Poi avevano ricevuto una telefonata da Robin che li aveva avvertiti dell’incidente. Si erano tutti dati il cambio per non lasciarmi mai solo. Phoebe aveva portato anche la chitarra, ma le infermiere non volevano che si esibisse in una corsia d’ospedale. Forse l’avevano sentita cantare al Central Perk. Dopo una settimana mi dimisero. Tornai a lavorare alla Goliath National Bank con Barney e Marshall, ma per alcuni giorni tutto mi sembrò irreale e senza importanza. Non mi spaventai più di tanto, credetti che l’essere scampato alla morte avesse improvvisamente rimescolato la mia scala di valori.

All’improvviso capii perché Ted cercasse con così tanta dedizione l’anima gemella. Capii anche perché invidiavo così tanto il rapporto tra Lily e Marshall. Volevo anche io una cosa come quella che avevano loro, ma più in generale sentivo la perfezione dei legami che quelle persone avevano creato tra di loro. Sembrava che non ci fosse nulla che non potesse essere sistemata, i litigi duravano lo spazio di qualche ora. Era come se fosse tutto programmato con precisione e anche nei momenti di caos si intravedesse la luce dell’equilibrio.

Comunque non so perché lo fecero, immagino che avessero capito che non me la stavo passando troppo bene. Una sera Ted mi accompagnò sul tetto del suo appartamento con la scusa di voler fare due chiacchiere in tranquillità e lì trovai una quarantina di persone che erano arrivate da ogni parte del paese per stare con me. C’era gente che non vedevo da secoli, non capivo nemmeno come fossero riusciti a rintracciarli. Parlammo e bevemmo per tutta la sera. Credo di essermi scolato da solo una bottiglia di Whisky, ma non ero certamente ubriaco, non mi ero mai sentito così bene in vita mia. Ero lì assieme ai miei migliori amici. Quello che dicevo, per loro, aveva importanza. Mi ascoltavano sul serio, mi capivano davvero. Poi forse l’alcol iniziò ad avere la meglio, non ero sbronzo, ma il mio cervello iniziò ad elaborare pensieri che implicavano che io uscissi dall’attimo che stavo vivendo. Iniziai a pensare al futuro, a quando saremmo diventati vecchi e forse ci saremmo persi di vista. Ross, Barney, Chandler, Robin e gli altri erano lì con me, ma lo sarebbero stati per sempre? Mi resi subito conto che la malinconia si stava impossessando di me. E infatti è rimasta a farmi compagnia anche molto tempo dopo che i dottori mi fecero uscire dal coma farmacologico indotto.

(foto di Luigi Cecchi, 2014)

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Batman, The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland

Batman, The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland

La recensione condivisa di Dialoghi a fumetti

Riprendiamo in estate la pubblicazioni delle nostre “recensioni condivise”. Il nostro gruppo di lettura, Dialoghi a fumetti, nasce proprio con l’intenzione di creare un luogo di lettura condivisa, in cui le riflessioni di tutti si concentrano affinché gli spunti e gli stimoli racchiusi in un fumetto riescano a innestarsi nei mondi di ciascuno.

Il fumetto, sceneggiato da Alan Moore e disegnato e colorato da Brian Bolland, edito dalla DC Comics, in Italia grazie a RW Edizioni. Abbiamo letto la ristampa del 2008, pubblicata in occasione del ventennale dall’uscita, completamente ricolorata dallo stesso Brian Bolland.

I protagonisti di questa vicenda sono il “vigilante mascherato” Batman e il suo più celebre nemico Joker. Ostinato a dimostrare all’intera Gotham come la follia è più vicina di quanto sembri, il pagliaccio rapirà l’uomo più integro della città, James Gordon, per procurargli “una brutta giornata”, che ad avviso di Joker, è il confine che separa tutti dalla psicopatia.

L’intera vicenda viene svolta su piani paralleli. Nel suo agire Joker ricorda l’evento che lo condusse alla follia, presentando ai lettori la persona dietro il sorriso malato. Una serie di flashback presentano un uomo emotivamente fragile nel suo vissuto, ma distaccato dal suo passato, nella degenerazione di una nevrosi da inadeguatezza. Ne sono un esempio grafico nel fumetto le espressioni facciali nelle sue rievocazioni; la fisionomia psicologica del personaggio viene rappresentata nella contrazione dei tratti del volto. Nella dolorosa rievocazione del trauma, il rapporto intensissimo con la moglie è fatto di dialoghi rarefatti spesso interrotti da un semplice sorriso. Ogni aggressione e ogni mancanza sentita come propria  si riflette in modo negativo su un uomo fragile, empatico, emotivo e insicuro. Una offerta di guadagno pericolosa, una grande perdita, lo scontro con Batman, il viso sfigurato: una “brutta giornata”.

Ma è davvero così che è nato il criminale? La verità è incerta. Lo stesso Joker afferma all’interno del fumetto che del suo passato non ha certezza: i ricordi variano in quelli che lui definisce “una scelta multipla”. Quindi ciò che conosciamo potrebbe essere una di queste tante possibilità. Nel discutere il fumetto si è notato come la copertina dello presenti Joker intento a scattare una fotografia, raffigurazione non presente nell’opera, ma creata appositamente. L’idea del personaggio che scatta immagini ha fatto riflettere il gruppo su come tutta la vicenda sia dal suo punto di vista, facendo mettere in dubbio l’attendibilità de narratore.

Batman entra in azione in seguito all’evasione di Joker: “È un po’ che ci penso. A me e a te. A quello che ci succederà, alla fine. Finiremo per ucciderci l’un l’altro, vero?” è un quesito che lo farà riflettere sul suo rapporto con questo nemico. Il racconto pone i due personaggi sullo stesso livello, mostrando quanto questi siano simili nella loro mentalità. L’idea di un sorvegliante mascherato da animale che protegge una intera città, per quanto eroico possa essere, è di per sé una alienazione dal mondo paragonabile alla follia del pagliaccio criminale.

Quali sono i fattori che avvicinano e allontanano questi due personaggi?

Sono entrambi iper-razionalizzanti, con un amore per la nemesi, confinati in un ambiente distopico come Gotham City. Un luogo continuamente cupo, dall’estetica architettonica ai cittadini che lo compongono, forse così rappresentato per una proiezione dei protagonisti. La solarità e la vita comune sono aspetti qui molto distanti. Un esempio ne è Arkham: a Gotham non ci sono prigioni, ma solo un enorme manicomio.

La consapevolezza del proprio trauma e la reazione che il soggetto presenta sono anch’essi elementi fondamentali.

Joker non riesce a far fronte al trauma, tant’è che finirà per comprendere e abbracciare il suo stato di follia. Ma è incline a trovare una continua giustificazione. Batman invece riesce in qualche modo a far fronte alla sua frattura, soprattutto perché Bruce Wayne ha qualcuno accanto, vive delle relazioni più autentiche. Un esempio ne è il fidato maggiordomo Alfred. La lotta al crimine e la salvaguardia della città sono per Bruce sfogo delle sue nevrosi. La dissociazione dalla realtà è simbolicamente una dimostrazione del suo grado di vicinanza con la sua nemesi.

Anche lo status sociale dei due soggetti influisce sulla loro crescita. Uno è di ricca famiglia, e sceglie di utilizzare la sua ricchezza come mezzo di integrazione nella società, mentre Joker è povero e sconosciuto, sorretto emotivamente solo da se stesso e dal suo terribile disagio.

A livello stilistico il fumetto Batman – The Killing Joke esprime con evidenza le caratteristiche dei protagonisti, sa nei tratti del disegno, sia nella struttura del fumetto. Le tavole precise e squadrate creano uno schema di griglie che suggerisce evocativamente l’idea di iper-razionalità.

In chiusura, molti quesiti restano aperti. La pioggia copre tutto, facendo scomparire ogni maschera, per poi iniziare da capo. Dall’inseguimento all’incontro.

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