Memorie di Katsuhiro Otomo

Memorie di Katsuhiro Otomo

Le nostre recensioni condivise sono un modo per restituire la lettura a i lettori. Testi non facili, talvolta, generano nel nostro gruppo di lettura le riflessioni più interessanti, in un clima di condivisione e vicinanza, che crea la lettura e dalla lettura è creato.

Memorie di Katsuhiro Otomo, pubblicato in Italia da Edizioni Starcomics, è il primo manga che abbiamo letto nel nostro gruppo di lettura. Si presenta come un’antologia di racconti eterogenei nella forma, ma decisamente coerenti nei contenuti. I racconti sono ambientati in un futuro più o meno lontano, e in società pressoché uniformemente distopiche.

 

(omaggio di Luigi Cecchi a Memorie di Katsuhiro Otomo, diritti dell’autore)

Fanno eccezione i quattro racconti  di Questo pazzo pazzo mondo. L’autore, in questi racconti, si relaziona con alcune delle più classiche e fondanti narrazioni occidentali (Artù e i cavalieri della tavola rotonda, la Bibbia, Le mille e una notte, Il vecchio e il mare. Otomo dà vita a un universo quasi onirico in grado di racchiudere storie diverse. Ci lascia spesso vagare senza troppi punti di riferimento in contesti poco definiti, creando una forte sensazione di spaesamento. Conosciamo ogni piccolo mondo attraverso alcuni dettagli che esso racchiude e nonostante questo ciò che accade nei vari racconti è talmente autentico da dialogare direttamente con il lettore, che viene indotto pian piano, grazie anche agli elementi ricorrenti che tessono una trama di richiami tra le varie novelle, a sentirsi parte di quel mondo, a riconoscersi come abitante di quell’universo.

Ci siamo quasi uniformemente trovati d’accordo nell’apprezzare maggiormente le storie più ironiche in particolare modo la storia dei Capelloni. Il surreale di quei racconti è fin troppo possibile, stimola a prendere in considerazioni i paradossi presenti per leggerli con autocoscienza.

 

 

Ci è sembrato infatti che il fumetto riproponesse in ogni storia la domanda: Che cosa è essere umani? E che in ogni storia proponesse dele risposte e riflessioni, lasciando al lettore la sensazione di saperlo, e di averlo sempre saputo, ma anche il senso di inadeguatezza di non saper difendere o esaltare l’essenza dell’umano per una forma di adeguamento alla società, talvolta associabile al conformismo, altre volte più legata a un senso di inadeguatezza personale.

Un quesito che si riverbera, quindi, sfaccettato, in un universo immaginato in cui è la semplicità a sorprendere, non la tecnologia che lo permea. È chiara la critica che viene mossa da Otomo alla sua società di origine, quella giapponese, rigida nelle proprie categorie e orientata a una perfezione che porta all’esclusione di individui non conformi, e che ciascuno può ricondurre, soprattutto al giorno d’oggi, alla propria cultura di provenienza: senza dubbio si adatta perfettamente alla nostra attuale.

In un mondo come quello del manga in cui maschere e stereotipi si ripetono spesso sempre uguali a sé stessi, Otomo è in grado di intraprendere strade innovative segnando un punto di svolta nella produzione e nella ricezione del genere. L’autore rivaluta completamente il modo narrativo, presentando un’opera dallo stile più raffinato sia dal punto di vista dei contenuti e dello stile narrativo che da quello grafico. Particolarmente interessante a questo proposito ci è sembrato l’utilizzo di una tecnica mista, digitale e non, per la colorazione delle prime storie della raccolta. È d’altro canto innegabile che con la sua opera Otomo abbia segnato uno spartiacque nel mondo del fumetto divenendo ispirazione per generazioni di fumettisti e mangaka che gli sono succeduti.

In apertura del gruppo di lettura i partecipanti dedicano solitamente un piccolo momento alla conoscenza reciproca, con lo scopo di creare maggiore sintonia tra i partecipanti e facilitare la partecipazione di ognuno. In questo caso ci siamo cimentati nella scrittura collettiva di una poesia con una tecnica di condivisione ispirata al gioco del “Cadavere squisito”. Accompagniamo quindi alla recensione il prodotto – davvero interessante – di questo piccolo esperimento collettivo, che tra riflessione e disincanto, rispecchia l’oscillazione dell’ironia e dell’impegno di Memorie:

Una rosa che cresce,

Il vento del mondo,

Curiosa attesa di un futuro possibile.

Il fruscio degli alberi intonava una sinfonia armoniosa.

Attraverso la resilienza, speranza.

Per sbaglio mangiai il muffin intero,

Ritrovando un vecchio cammino da una diversa strada.

Stelle, radici nella terra.

Tutti lo chiamavano oasi dello spazio,

Puro come il calore di un tè.

 

 

Fumetti, mostri e felicità diffusa

Fumetti, mostri e felicità diffusa

Tra le attività di Laputa spiccano i progetti di educazione diffusa, incentrati sull’alfabetizzazione letteraria, l’avviamento alla lettura dei fumetti e l’uso dell’illustrazione come mezzo comunicativo.

Ribadiamo che è necessario lavorare per “distinguere”, e mai per categorizzare. Distinguere un buon libro da un cattivo libro: perché un buon libro può fare da solo ciò che 50 cattivi libri non faranno mai. Distinguere un buon dialogo da un cattivo dialogo, una buona relazione da una cattiva relazione. Distinguere un buon prodotto artistico da un prodotto che permette di riadagiarsi nella propria comoda convenzionalità. Solo con la consuetudine con l’arte e la buona letteratura si può distinguere una notizia falsa da una vera, un consiglio di lettura capzioso da uno vero, un programma del cinema adeguato da uno condizionante. Cominciamo da questo, per tutti.

Tre dei progetti sono già stati messi in atto con scuole del territorio, e ci siamo particolarmente affezionati. Il primo, IL FUMETTO, COS’E’ E COME FUNZIONA, prevede un percorso di avviamento al fumetto, e ha permesso a ragazzi molto giovani quantomeno di chiedersi se non valga la pena impiegare il tempo in maniera “diversa” e cercare di non svolgere attività che svuotino continuamente di senso il tempo che ci è dato. Un percorso che tocca ognuno di noi, ormai assuefatti all’idea che il tempo sia qualcosa che ci è dovuto, e che tutto quello che viene impiegato per il “dovere” debba poi essere compensato da una uguale quantità di tempo impiegato per il “piacere”. La distinzione stessa ci fa rabbrividire, perché apre scenari di individualismo incontrollato e arriva fino a permettere. nell’esaltazione dell’egoismo e dell’egocentrismo di chi dice “per oggi ho dato”, il maltrattamento di chiunque altro, la scortesia, la maleducazione e quindi una situazione di microaggressività diffusa:

“Il progetto si propone di avvicinare i ragazzi a forme espressive lontane da quanto riconosciuto come norma. A nostro avviso il fumetto è un mezzo espressivo potente e multiforme, che rifiuta di essere incasellato in un sistema di generi e categorie il che lo porta il più delle volte ad essere frainteso o ignorato. Lungi dall’essere una cosa da bambini, come spesso viene definito, è invece uno mezzo che crea e favorisce dinamiche di dialogo.

Inoltre, la sua corretta interpretazione richiede una significativa dose di competenze letterarie, artistiche e relazionali che lo rende un perfetto oggetto di studio.

La grande rilevanza che il fumetto sta acquisendo sul mercato editoriale rende inoltre le professionalità ad esso collegate particolarmente ricercate. Riteniamo che quanti si propongono di avvicinarsi al mondo dell’editoria debbano riflettere attentamente sulle competenze richieste e soprattutto sulle responsabilità proprie di un mercato i cui prodotti sono innanzi tutto prodotti culturali e in quanto tali devono avere valore.”

Un altro progetto che incide significativamente sull’ambito microsociale è stato mutuato e ampliato da un nucleo originario ideato dalla prof.ssa Paola Del Zoppo per l’Associazione Libellula Morlupo, e agisce sul riconoscimento del bullismo e del cyberbullismo tramite l’acquisizione di una consuetudine con il linguaggio e con la letteratura. Laputa ha anche coadiuvato la prof. Del Zoppo nella realizzazione del progetto per conto dell’Università LUMSA di Roma, attuandolo con alcune modifiche (un focus sull’intercultura e uno sulla contraffazione e il diritto d’autore) con una classe di ragazzi del Liceo Dante di Roma.

“Il progetto, parte proprio dalle “intenzioni comunicative “veloci” contemporanee – chat, post in blog, Facebook, Twitter e altri tipi di comunicazione con testo e immagini – per proporre i primi input nel riconoscimento della violenza, della disparità e della manipolazione in molti ambiti di interazione. Si affronteranno temi quali sessismo, vittimismo, razzismo, passività aggressiva, rovesciamento delle posizioni e insulti celati. Sveleremo insieme i tranelli e i trabocchetti di linguaggi che coadiuvano l’affermazione di realtà fittizie e la manipolazione relazionale, allontanando da interazioni autentiche e immergendo in un mondo che talvolta non lascia possibilità di risalita. Alla base resta la concezione che il linguaggio sia di per sé “creatore di mondi” e la profonda e positiva convinzione che si possa interagire con esso plasmando mondi in cui la violenza sia assente.”

Infine, il progetto si coniugava con il nucleo di un bellissimo lavoro svolto dallo scrittore e fumettista Luigi Cecchi, che da uno spunto di Jacopo Masini (anche lui autore di successo), sviluppando un immaginario che gli è molto vicino, è riuscito a coniugare critica sociale e riconoscimento dell’aggressività del conformismo in quanto forma mentale, creando il materiale di una bellissima mostra, in cui sono stati inseriti alcuni lavori degli studenti del Liceo Dante di Roma. La Mostra Mostri & Di-mostri è stata presentata in anteprima in occasione della manifestazione sul volontariato del nostro territorio, e ha così iniziato un percorso che la porterà certo molto lontano, per il suo potenziale comunicativo, artistico e politico. Ecco perché noi di Laputa abbiamo deciso di fare anche di questo un progetto di educazione diffusa, che porti a riflettere sullo stigma sociale e la necessità di sentirsi autorizzati ad essere noi stessi. A qualunque età.

“Sull’orlo del cedimento al mercato della reificazione dei corpi, una reazione estrema è lo sfogo della fantasia, che, sola, può mettere in discussioni i mostri della realtà. Può una creazione essere “mostruosa”? Se sì, ha quindi la creazione una pretesa morale? Se così è, l’unico spazio morale dell’arte è il superamento delle convenzioni, l’apertura di spazi di riflessione che vadano al di là delle concezioni stigmatizzanti o di stigma rovesciato, cioè di valorizzazione di ciò che appare normale.” Il progetto si propone di lavorare attraverso la creatività sulla stigmatizzazione e le piccole e grandi manipolazioni del conformismo, per permettere ai partecipanti di esprimere giudizi sul conflitto sociale in un’ottica comunicativa.È un progetto particolarmente versatile perché si può attuare con tutte le fasce d’età, dalla scuola media inferiore in poi.”

How I Met your Friends on Mars – di Gianluigi Bodi

How I Met your Friends on Mars – di Gianluigi Bodi

di Gianluigi Bodi

Fu Chandler a venirmi a trovare per primo. Si era avvicinato al letto allargando le braccia, incassando di sbieco la testa tra le spalle. Siamo ancora qui, mi disse. Mise un mazzo di fiori in un vaso e poi mi raccontò che aveva preso anche una scatola di cioccolatini, ma Joey li aveva mangiati tutti. Joey che doveva girare una pubblicità per una marca di occhiali da sole e ora aveva un brufolo in mezzo alla fronte grande come un’oliva. Chandler mi disse che fuori c’erano anche gli altri, che se volevo vederli li avrebbe fatti entrare. A patto che fossi abbastanza in forze. Annuii, avevo voglia di vederli. Me li trovai tutti ai piedi del letto. Avevano le facce di chi ha preso un bello spavento, ma ora è fuori pericolo. Ross e Rachel erano abbracciati, era da un po’ che stavano assieme, ma non sapevo se la cosa sarebbe durata. In passato avevo avuto una cotta per Rachel, ma non glielo avevo mai detto. Joey mi fissava e anche il suo brufolo. Non riusciva a dire nulla. Sembrava sull’orlo del pianto. Joey, non il brufolo. Phoebe aveva un sorriso sincero. Sembrava davvero contenta di vedermi vivo. I dottori ci hanno detto che avrai dolori alla schiena per un bel po’, disse Ross. Gli risposi che in effetti erano già iniziati. Phoebe saltò su come una molla, uh uh, alzò la mano come se fosse a scuola. Posso farti dei massaggi io, disse. Mi sembrò una buona idea.

Confessai di non ricordare nulla della sera precedente. Rachel mi raccontò che ero uscito dal Central Perk con Ted, eravamo diretti al MacLaren. Poi avevano ricevuto una telefonata da Robin che li aveva avvertiti dell’incidente. Si erano tutti dati il cambio per non lasciarmi mai solo. Phoebe aveva portato anche la chitarra, ma le infermiere non volevano che si esibisse in una corsia d’ospedale. Forse l’avevano sentita cantare al Central Perk. Dopo una settimana mi dimisero. Tornai a lavorare alla Goliath National Bank con Barney e Marshall, ma per alcuni giorni tutto mi sembrò irreale e senza importanza. Non mi spaventai più di tanto, credetti che l’essere scampato alla morte avesse improvvisamente rimescolato la mia scala di valori.

All’improvviso capii perché Ted cercasse con così tanta dedizione l’anima gemella. Capii anche perché invidiavo così tanto il rapporto tra Lily e Marshall. Volevo anche io una cosa come quella che avevano loro, ma più in generale sentivo la perfezione dei legami che quelle persone avevano creato tra di loro. Sembrava che non ci fosse nulla che non potesse essere sistemata, i litigi duravano lo spazio di qualche ora. Era come se fosse tutto programmato con precisione e anche nei momenti di caos si intravedesse la luce dell’equilibrio.

Comunque non so perché lo fecero, immagino che avessero capito che non me la stavo passando troppo bene. Una sera Ted mi accompagnò sul tetto del suo appartamento con la scusa di voler fare due chiacchiere in tranquillità e lì trovai una quarantina di persone che erano arrivate da ogni parte del paese per stare con me. C’era gente che non vedevo da secoli, non capivo nemmeno come fossero riusciti a rintracciarli. Parlammo e bevemmo per tutta la sera. Credo di essermi scolato da solo una bottiglia di Whisky, ma non ero certamente ubriaco, non mi ero mai sentito così bene in vita mia. Ero lì assieme ai miei migliori amici. Quello che dicevo, per loro, aveva importanza. Mi ascoltavano sul serio, mi capivano davvero. Poi forse l’alcol iniziò ad avere la meglio, non ero sbronzo, ma il mio cervello iniziò ad elaborare pensieri che implicavano che io uscissi dall’attimo che stavo vivendo. Iniziai a pensare al futuro, a quando saremmo diventati vecchi e forse ci saremmo persi di vista. Ross, Barney, Chandler, Robin e gli altri erano lì con me, ma lo sarebbero stati per sempre? Mi resi subito conto che la malinconia si stava impossessando di me. E infatti è rimasta a farmi compagnia anche molto tempo dopo che i dottori mi fecero uscire dal coma farmacologico indotto.

(foto di Luigi Cecchi, 2014)

Batman, The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland

Batman, The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland

La recensione condivisa di Dialoghi a fumetti

Riprendiamo in estate la pubblicazioni delle nostre “recensioni condivise”. Il nostro gruppo di lettura, Dialoghi a fumetti, nasce proprio con l’intenzione di creare un luogo di lettura condivisa, in cui le riflessioni di tutti si concentrano affinché gli spunti e gli stimoli racchiusi in un fumetto riescano a innestarsi nei mondi di ciascuno.

Il fumetto, sceneggiato da Alan Moore e disegnato e colorato da Brian Bolland, edito dalla DC Comics, in Italia grazie a RW Edizioni. Abbiamo letto la ristampa del 2008, pubblicata in occasione del ventennale dall’uscita, completamente ricolorata dallo stesso Brian Bolland.

I protagonisti di questa vicenda sono il “vigilante mascherato” Batman e il suo più celebre nemico Joker. Ostinato a dimostrare all’intera Gotham come la follia è più vicina di quanto sembri, il pagliaccio rapirà l’uomo più integro della città, James Gordon, per procurargli “una brutta giornata”, che ad avviso di Joker, è il confine che separa tutti dalla psicopatia.

L’intera vicenda viene svolta su piani paralleli. Nel suo agire Joker ricorda l’evento che lo condusse alla follia, presentando ai lettori la persona dietro il sorriso malato. Una serie di flashback presentano un uomo emotivamente fragile nel suo vissuto, ma distaccato dal suo passato, nella degenerazione di una nevrosi da inadeguatezza. Ne sono un esempio grafico nel fumetto le espressioni facciali nelle sue rievocazioni; la fisionomia psicologica del personaggio viene rappresentata nella contrazione dei tratti del volto. Nella dolorosa rievocazione del trauma, il rapporto intensissimo con la moglie è fatto di dialoghi rarefatti spesso interrotti da un semplice sorriso. Ogni aggressione e ogni mancanza sentita come propria  si riflette in modo negativo su un uomo fragile, empatico, emotivo e insicuro. Una offerta di guadagno pericolosa, una grande perdita, lo scontro con Batman, il viso sfigurato: una “brutta giornata”.

Ma è davvero così che è nato il criminale? La verità è incerta. Lo stesso Joker afferma all’interno del fumetto che del suo passato non ha certezza: i ricordi variano in quelli che lui definisce “una scelta multipla”. Quindi ciò che conosciamo potrebbe essere una di queste tante possibilità. Nel discutere il fumetto si è notato come la copertina dello presenti Joker intento a scattare una fotografia, raffigurazione non presente nell’opera, ma creata appositamente. L’idea del personaggio che scatta immagini ha fatto riflettere il gruppo su come tutta la vicenda sia dal suo punto di vista, facendo mettere in dubbio l’attendibilità de narratore.

Batman entra in azione in seguito all’evasione di Joker: “È un po’ che ci penso. A me e a te. A quello che ci succederà, alla fine. Finiremo per ucciderci l’un l’altro, vero?” è un quesito che lo farà riflettere sul suo rapporto con questo nemico. Il racconto pone i due personaggi sullo stesso livello, mostrando quanto questi siano simili nella loro mentalità. L’idea di un sorvegliante mascherato da animale che protegge una intera città, per quanto eroico possa essere, è di per sé una alienazione dal mondo paragonabile alla follia del pagliaccio criminale.

Quali sono i fattori che avvicinano e allontanano questi due personaggi?

Sono entrambi iper-razionalizzanti, con un amore per la nemesi, confinati in un ambiente distopico come Gotham City. Un luogo continuamente cupo, dall’estetica architettonica ai cittadini che lo compongono, forse così rappresentato per una proiezione dei protagonisti. La solarità e la vita comune sono aspetti qui molto distanti. Un esempio ne è Arkham: a Gotham non ci sono prigioni, ma solo un enorme manicomio.

La consapevolezza del proprio trauma e la reazione che il soggetto presenta sono anch’essi elementi fondamentali.

Joker non riesce a far fronte al trauma, tant’è che finirà per comprendere e abbracciare il suo stato di follia. Ma è incline a trovare una continua giustificazione. Batman invece riesce in qualche modo a far fronte alla sua frattura, soprattutto perché Bruce Wayne ha qualcuno accanto, vive delle relazioni più autentiche. Un esempio ne è il fidato maggiordomo Alfred. La lotta al crimine e la salvaguardia della città sono per Bruce sfogo delle sue nevrosi. La dissociazione dalla realtà è simbolicamente una dimostrazione del suo grado di vicinanza con la sua nemesi.

Anche lo status sociale dei due soggetti influisce sulla loro crescita. Uno è di ricca famiglia, e sceglie di utilizzare la sua ricchezza come mezzo di integrazione nella società, mentre Joker è povero e sconosciuto, sorretto emotivamente solo da se stesso e dal suo terribile disagio.

A livello stilistico il fumetto Batman – The Killing Joke esprime con evidenza le caratteristiche dei protagonisti, sa nei tratti del disegno, sia nella struttura del fumetto. Le tavole precise e squadrate creano uno schema di griglie che suggerisce evocativamente l’idea di iper-razionalità.

In chiusura, molti quesiti restano aperti. La pioggia copre tutto, facendo scomparire ogni maschera, per poi iniziare da capo. Dall’inseguimento all’incontro.

Animavì 2018. Arte, etica, cultura diffusa.

Animavì 2018. Arte, etica, cultura diffusa.

Passato qualche giorno dalle date del festival, siamo pronti per un doveroso resoconto di quanto abbiamo visto e vissuto, con entusiasmo e con una certa emozione in alcuni momenti.

Animavì ci ha regalato anche quest’anno delle riflessioni puntuali e nient’affatto banali sulla situazione culturale, sociale e politica dell’Italia di oggi, oltre ovviamente a delle bellissime creazioni artistiche, dimostrando che quando estetica ed etica vengono lasciate libere, si intrecciano naturalmente restituendo il proprio potenziale al massimo.

La forza di Animavì è a nostro avviso quella di essere una realtà piena e coerente, sotto ogni punto di vista: nei temi affrontati con schiettezza e apertura, nel clima accogliente e positivo che mette a proprio agio gli spettatori ed evidentemente anche gli ospiti e, ovviamente, nella scelta delle opere in concorso e fuori concorso.

In questa compattezza di senso abbiamo cercato di individuare alcuni momenti salienti del festival per cercare di raccontarne il significato e la bellezza, ma è difficile essere esaustivi poiché ogni dettaglio concorre a rendere piacevole, ammirabile ed efficace il tutto.

Siamo rimasti colpiti dall’energia di Goffredo Fofi, che ha regalato a tutti gli spettatori un’analisi lucida dello stato attuale delle cose in Italia sia a livello politico che, ancor più, a livello culturale e quindi sociale. Nonostante lo sguardo lucido e giustamente allarmato, dalle parole di Fofi – al di là delle critiche ad un sistema che si autoalimenta bruciando e corrodendo la genialità e la creatività di quanti vi si trovano invischiati – sono emersi segnali di speranza propri di un uomo abituato a pensare alla politica come alla possibilità di partecipare, fare la differenza e prendersi responsabilità nei confronti della “comunità”. Forse anche suo malgrado, Fofi offre una prospettiva che porta speranza: “Siamo tanti” dice di chi si adopera nel sociale facendo politica con la P maiuscola, “Insieme saremmo una forza.” Animavì e la cornice di Pergola hanno offerto anche per queste considerazioni una struttura di comunicazione perfetta.

E come un’eco risponde a questa provocazione il bellissimo corto fuori concorso “Tino” di Filippo Biagianti. Il corto è parte della serie Memorie vive, che raccoglie testimonianze della Resistenza nel territorio pergolese e dei dintorni e la testimonianza di Tino sembra richiamarci fortemente alla nostra responsabilità. Un gruppo di ragazzi armati di ingegno e intraprendenti, possono contribuire a cambiare in modo sorprendente la storia, anche se ogni possibilità è contro di loro, anche se quella storia la guardano apparentemente scorrere da un margine lontano.

Altro momento saliente del festival è stata l’esibizione di Francesca Badalini, compositrice ed esecutrice delle musiche che fanno da colonna sonora ai corti animati di Simone Massi e Julia Gromskaya, dimostrazione delle considerazioni di Goffredo Fofi, che aveva parlato nella serata precedente dell’animazione Marchigiana come di una delle eccellenze artistiche italiane. Atmosfera e poesia si combinano perfettamente in questi corti lasciando allo spettatore un senso di nostalgia e indefinitezza, come se fosse stato trasportato in un modo magico, a tratti anche inquietante, e poi rigettato fuori di colpo. Da questo punto di vista il corto dal titolo LAnima Mavì è senza dubbio il più emblematico, con la messa in scena di un desiderio di un oltre che si fa inquietudine, e che, nella sua stessa essenza, è anche critica all’arte che “usa” il magico e l’effetto di inquietudine in senso autoreferenziale o comunque fine a se stesso.

Fotogramma di L’anima mavì

La serata di sabato oltre ai bellissimi corti di Massi e Gromskaya (fuori concorso) ci ha regalato anche due tra le opere in concorso secondo noi più belle: Maned e Macho di Shiva Sadegh Assadi (Iran) e Nothing happens di Uri Kranot e Michelle Kranot (Francia, Danimarca).

Maned e Macho, premiato come miglior corto di questa edizione (Vincitore ex aequo anche Toer di Jasmin Cedee), risulta di una potenza straordinaria sia nelle immagini che si riversano l’una nell’altra come in una spirale, sia nel contenuto. Vediamo infatti una ragazza alle prese con la necessità di disfarsi di alcune parti di sé che prendono via via la forma di animali sempre più grandi e feroci. La regista gioca con colori e oscurità in modo magistrale e le pennallate che si rincorrono sullo schermo danno vita ad un vero e proprio quadro in movimento, come se l’opera d’arte nascesse proprio davanti ai nostri occhi, trascinandoci nella doppia evoluzione narrativa e artistica, verso un epilogo che immaginiamo già definito e avvertito come inevitabile, che non scioglie dall’incanto, dall’andamento veloce e ipnotico.

Nothing Happens, contrasta con il ritmo concitato di Maned e Macho. Effettivamente l’impressione è che nulla accada sullo schermo, in cui il disegno seppur definito rimane minimale. Un paesaggio innevato, qualche albero e alcuni uccelli che gracchiano. Pian piano alcuni uomini fanno il loro ingresso nel campo visivo dello spettatore, come uccelli attratti dal richiamo di altri, lo schermo si affolla mano a mano di figure che sembrano accostarsi casualmente senza formare mai un gruppo, ma semplicemente restando una folla che viene poi facilmente dispersa da un evento, forse violento, ma comunque non inaspettato. Questa narrazione così minimale ed ermetica lascia spazio alla molteplicità delle interpretazioni. I registi negano volontariamente la chiusura esplicativa. Un’arte che non insegna, ma lascia allo spettatore la libertà di scoprire e interpretare, scavando nell’opera d’arte come in se stesso, con la responsabilità e la possibilità di partecipare alla creazione poetica.

Fotogramma di Nothing Happens

Molto ci sarebbe da dire su ogni dettaglio, gli spettacoli di giocoleria dell’Abile Teatro, gli interventi del signor Veraldo con la loro semplicità e la loro schiettezza, l’incontro con il grande Roberto Herlitzka, che dalla celebrazione di un attore di eccezionale bravura, eleganza e umanità, si è rivelata una profonda lezione di cinema italiano, particolarmente apprezzabile perché rivolta a un pubblico variegato: una vera azione di educazione diffusa. Ma nulla sarebbe stato così efficace senza la gentilezza e la cortesia di tutti gli operatori dagli organizzatori agli addetti alla biglietteria, che rendono l’accoglienza vera e di tutti un tratto distintivo della comunità di Animavì anche solo nel pensare ai biglietti, a come presentare un libro in vendita, o lo stesso catalogo. E ancora, la partecipazione accanto ad autori di livello internazionale dei giovani artisti e registi della Scuola del libro di Urbino, tutto ha concorso per garantire l’ottima riuscita del festival e rendere Animavì un luogo “fatato” in cui nessuno deve sentirsi a disagio. Punto di forza è senza dubbio un ambiente paritario e intergenerazionale che favorisce l’assenza assoluta di condiscendenza o piaggeria e che garantisce al festival un grado di “purezza” di cui non è banale parlare, soprattutto in un ambiente come quello culturale in cui è facile spostare la propria deferenza o creare “personalità” in base alle esigenze del momento. È stato bello vedere alternarsi sul palco con la stessa dignità studiosi, artisti, giovani e anziani del luogo, tutto senza alcuno sbilanciamento dettato da età o – presunta – posizione sociale e questo è possibile solo in un clima aperto, e con un team e una direzione artistica che non hanno niente da dimostrare, ben consapevoli della propria identità.

Un’altra nota piacevole:  l’attenzione ai dettagli come il cartello che ci ha accolti e piacevolmente sorpresi la sera del venerdì che chiedeva cortesemente agli spettatori di non introdurre alcolici all’interno del cortile del festival. Questo piccolo gesto ci è sembrato un manifesto importante, la volontà di creare un ambiente protetto, adatto a tutti, orientato alla fruizione di esperienze culturali, quieto e favorevole a relazioni più oneste.

Insomma, non c’è niente che non ci sia piaciuto in questo festival, e l’augurio che ci facciamo e che facciamo loro è che resista alle sollecitazioni “mondane” che siamo certi arriveranno, perché il festival ha attirato quest’anno l’attenzione della grande stampa e di altri media. È bello che ci sia un angolo in cui si possa parlare di resistenza e arte, di politica e animazione senza dover rispondere alle logiche conformistiche proprie di alcuni ambienti fintamente intellettuali e speriamo che Animavì possa essere questo luogo protetto ancora per molti e molti anni.

Immagini tra le colline. Animavì 2018, prime impressioni

Immagini tra le colline. Animavì 2018, prime impressioni

Quest’anno anche Laputa, seppur a ranghi ridotti, è arrivata ufficialmente tra le colline marchigiane per assistere al festival Animavì

Il Festival internazionale dell’animazione poetica è quest’anno alla sua terza edizione, e propone in concorso cortometraggi di registi provenienti da ogni parte del mondo. Animavì è per noi un simbolo virtuoso di come si possa fare cultura in modo efficace e di successo senza dover percorrere necessariamente le vie più battute e forse ormai usurate.

Film di animazione, cortometraggio e poesia sono tre categorie ritenute normalmente settoriali e di nicchia. L’animazione che non sia strettamente rivolta ai ragazzi, o almeno anche ai ragazzi, subisce infatti spesso lo stesso triste destino del fumetto, non trovando spazio per essere comunicata in modo consimile a tanti altri prodotti culturali. Il cortometraggio e la poesia oscillano invece nel sentire comune tra un ambito amatoriale e quello di una elité intellettuale inavvicinabile. Una nicchia di una nicchia si potrebbe forse dire, e non viene certo proposta in un luogo che dell’essere alternativo fa un trend. Il festival non ha scelto come cornice un quartiere alternativo di una grande città, ma Pergola, un paesino tra le montagne. Un festival lontano dal centro in molti sensi quindi, ma assolutamente centrale come importanza culturale, non è un caso che tra gli ospiti di quest’anno si annoverino nomi altisonanti come quello di Wim Wenders o significativi come quello di Goffredo Fofi. Non per questo gli anni passati (e qualcuno di Laputa ne era già stato testimone) il Festival meritava meno attenzione. Con un atteggiamento di lenta caparbietà il comitato ha saputo proporre, negli anni, ospiti di grande levatura internazionale. Prima di Wim Wenders, infatti, il premio speciale del Festival era andato a Emil Kusturica, Alexander Sokurov.

Sia nello stile organizzativo che nei contenuti, Animavì è un esempio di come poesia, bellezza e cultura possano avere un ruolo fondamentale nella società. Un’intera cittadina vivificata con eventi di altissimo livello e con un impatto anche economico decisamente significativo, tutto impostato con la consapevolezza che bellezza ed etica procedono di pari passo così come cultura e impegno sociale.

Un festival di successo che parte quindi dal margine per agire sulla decostruzione del concetto stesso di margine, e che per questo ci piace moltissimo: agisce proponendo opere belle nel senso più proprio del termine, e quindi vere, oneste e significative, che non sono visionabili in altri luoghi d’Italia e, con la stessa formula, in nessun altro luogo, dato che Animavì è il primo e finora unico festival dell’animazione poetica.

Durante la nostra prima serata di festival abbiamo assistito alla proiezione di Rezo, splendido film fuori concorso del regista Leo Gabriadze, che unendo elementi fantastici e levità racconta la vita di Rezo Gabriadze, padre del regista. Un racconto pieno di ironia che attraversa la storia, dalla seconda guerra mondiale allo stalinismo, fino alla stabilizzazione del regime dell’Unione Sovietica, e lo fa con la delicatezza di una favola, con tanto di animali parlanti e oggetti magici, perché per usare le parole dell’artista: affinché una famiglia abbia radici forti ha bisogno di una mitologia che sia forte.

I corti in concorso nella serata di giovedì sono stati quattro:

Moczarsci’s case di Tomasz Siwinski (Polonia), racconta storia di Moczarsci, membro della resistenza polacca al tempo dell’invasione nazista processato e condannato a morte dall’esercito russo che vedeva nella resistenza clandestina una minaccia, condannato ad attendere l’esecuzione nella stessa cella di Jurgen Stroop, generale Nazista colpevole di aver ordinato la distruzione del ghetto di Varsavia. Il corto racconta, scegliendo un linguaggio narrativo simbolico, ricco di ricorrenze e reiterazioni nei colori e nelle forme, la condizione dei due imprigionati insieme e costretti nella convivenza coatta a fare i conti con i propri trascorsi.

Toer di Jasmijn Cedee (Belgio) un corto che fa del virtuosismo tecnico e della coerenza creativa il suo punto centrale e che ha l’ambizione, decisamente soddisfatta, di fare del movimento il protagonista assoluto della narrazione. In Toer vediamo infatti rincorrersi sullo schermo un’immagine dopo l’altra in modo ipnotico come il rincorrersi dei raggi di una ruota o della strada che scorre sotto una bicicletta. Attraverso la tecnica della rotoscopia la resa dei movimenti vorticosi si avvicina il più possibile al realismo. Eppure, nell’esaltare l’aderenza al reale, il corto sfuma i confini tra rappresentazione e realtà, per conferire in pochissimi minuti, la supremazia sul reale all’elaborazione artistica.

I due corti che più ci hanno colpito sono stati: Airport di Michaela Muller (svizzera) e And the moon stands still di Yulia Ruditskaya (Bielorussia).

Il primo, Airport, gioca con suoni e immagini tipici di un aeroporto affollato ci porta a spasso per il mondo grazie all’intreccio tra lingue e immagini, e dandoci allo stesso tempo un senso di immobilità nel continuo dinamismo. Le immagini si susseguono in un flusso continuo, vediamo un tapis roulant trasformarsi via via in un aereo, un tabellone delle partenze sfumare nel via vai confuso dei passeggeri, eppure nonostante i suoni ci indichino cambi di ambienti e di ritmo, nulla cambia davvero in quella che sembra una rappresentazione piuttosto onesta di un tran tran sempre uguale a se stesso, a qualunque latitudine. Solo la musica, è in grado di distogliere l’attenzione e creare oasi di silenzio e calma nella frenesia sempre troppo uguale, estrapolando momenti di poesia nell’implacabile roteare di separazioni e avvicinamenti.

Il secondo corto And the Moon Stands Still, cambia invece passo e atmosfera e ci guida in un mondo di favola, inquietante come le favole sanno essere: in modo triviale e lieve allo stesso tempo.

Un mostro spegne le stelle ad una ad una e lentamente divora la luna: una violenza impersonale, “naturale”, cieca alle conseguenze che scatena, completamente indifferente rispetto alle tragedie che si consumano a causa sua nelle vite toccate dal mutamento. Un racconto di grande portata poetica, che mostra il lato terribile del potere delle storie. I disegni, semplici e stilizzati, ricordano le illustrazioni dei migliori libri di favole, ricongiungendo e insieme facendo critica del mondo fiabesco a cui siamo assuefatti, per restituire all’immaginazione tutto il suo potere perturbante.

Una bella serata per questo nostro “esordio” ad un festival da cui ci aspettiamo di essere stupiti e stregati ancora nelle prossime sere.