Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

 

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti

Sabato primo dicembre ci sarà l’evento-lancio del progetto ZerOmagazine 2019, progetto ideato dal Centro Libellula Morlupo, che ha visto congiungersi in maniera innovativa e del tutto trasversale istanze socioculturali che avevano davvero bisogno di essere riconnesse: intergenerazionalità, dialogo letterario, ricerca sociale, attenzione alle fragilità relazionali, a temi scottanti come bullismo, intercultura, manipolazione, sessismo, e che ha scelto, nella sua formula magazine, di dare a questi dialoghi dei contorni ben definiti affinché l’azione sociale sia davvero inclusiva. Questo anno a a venire, il progetto porta lo slogan #nessunoescluso e così vogliamo che sia. Laputa collabora in diversi modi, ma soprattutto con l’organizzazione di un evento cittadino in cui due “mastri fumettisti”, autori di acute parodie e significativa comunicazione a fumetti sul pensiero critico, interverranno per raccontarci di sé e della loro arte: Fran de Martino e Luigi Cecchi (Bigio). In attesa della presentazione pubblica del primo dicembre e dell’evento fumettistico di febbraio, pubblichiamo qui un articolo apparso nel numero 2 di ZerOmagazine, a firma di Paola Del Zoppo, che partendo da alcune implicazioni pedagogiche, congiunge fumetto, poesia e riflessione sociale, marginalità e centralità, tutti temi cari a Laputa, che aprono ai nuovi discorsi di quest’anno.

Oltre i pregiudizi, parole a fumetti, di Paola Del Zoppo

(Articolo apparso su ZerOmagazine 2018, pp. 4-5.)

I progetti sperimentali sull’alfabetizzazione letteraria si connettono alla scrittura poetica e allo sviluppo delle potenzialità degli alunni, e prima ancora al riconoscimento di queste potenzialità, spesso non valorizzate in altri ambiti. L’abilità di leggere e interpretare un testo o costruire un discorso, sono soft skills che si fa fatica a riportare al giusto grado di rilevanza, dopo alcuni decenni di decostruzione del valore delle capacità intellettuali (vedi Frank Furedi e Martha Nussbaum tra gli altri). Un esperimento del 2002 di “poetic literacy”, riportato in un articolo scientifico, puntava all’empowerment in classi di adolescenti. Uno dei partecipanti, al termine del corso, esclamava: “Now I believe If I can write I can do anything”.

Sulle capacità di gestione di sé, delle relazioni, delle visioni del mondo e delle proprie potenzialità si era già attivato a Morlupo il laboratorio gestito dall’Associazione Libellula con il progetto ZerOmagazine 2017, che, come testimoniato dal precedente numero di questa rivista, ha permesso agli alunni di entrare in contatto con delle possibilità di gestione della quotidianità e del sé che altrimenti sarebbero rimaste in ombra, avvicinando la scrittura e la consuetudine con la parola scritta a dei meccanismi di coping per un ampio spettro di situazioni. Il primo e fondamentale momento è stato, nel progetto ZerOmagazine come in molti progetti di alfabetizzazione letteraria di pari livello, un lavoro sulla parola, sul rapporto che abbiamo con le parole e con l’organizzazione del discorso e degli habitus discorsivi, per allontanare le parole stesse da una retorica che troppo spesso è solo strumento di manipolazione. Allora il compito del poeta e dell’insegnante di poesia è di restituire una nuova dimensione alle parole già troppo usate, come esprimeva Hilde Domin nella strofa centrale di un famoso componimento:

 

[…]Parola libertà che voglio irruvidire

ti voglio riempire di schegge di vetro

così è difficile tenerti sulla lingua

non diventi la palla di nessuno. […]

Questo nodo essenziale trova poi una piena realizzazione nel processo guidato di scrittura, che si tratti di scrittura poetica, narrativa o per immagini. La scrittura poetica in particolare offre l’occasione di scardinare i molti pregiudizi di cui la poesia e l’attività intellettuale in generale soffrono e insieme “godono” in Italia, dipendenti da una “gabbia” di status di arte/ competenza “difficile” e insieme legata a una retorica della spontaneità, o dell’idealismo staccato dalla “concretezza” (quotidiana, politica, socioeconomica). Per quanto riguarda in particolare la poesia, il pregiudizio è inoltre connesso con l’idea che la composizione poetica (o comunque la scrittura finzionale) sia una capacità “innata”, o anzi addirittura un’identità: “Poeti si nasce, non si diventa”. Si tratta anche qui di una maltrasmessa eredità idealistica e dell’associazione della poesia a un impeto emotivo, piuttosto che a un sorvegliato e complesso esercizio di rielaborazione mimetica e retorico-linguistica del pensiero, sia che si tratti di poesia originale, personale, “sperimentale” (e quindi di letteratura) o di un atto poetico che si presenta come epigonale. Ancora oggi i testi poetici (e poietici) più interessanti e forieri di significati restano quelli in cui oltre a un tema “oggetto” compare nel testo una riflessione sul fare creazione: la poesia e la letteratura tout court raggiungono livelli eccelsi quando riescono a coniugare la loro realizzazione con una riflessione sul loro oggetto che è associabile alla poesia.

Il “fumetto” viene –ancora ed erroneamente – assegnato a un ambito letterario diametralmente opposto alla poesia per quanto riguarda il canone “formativo” e lo status, ma nella sua considerazione di mezzo di espressione o trasmissione di saperi e narrazioni più “immediate”, soffre di molti pregiudizi associabili a quelli di cui si ammanta la composizione poetica: Come rileva la pedagogista Luciana Bellatalla nell’introduzione all’interessante volume di Anna Ranon Poeti sui banchi di scuola (2012) che analizza operati, potenzialità e proposte per un’analisi pedagogica dell’educazione alla poesia, i pregiudizi – sempre deleteri – possono offrire spunti di correzione e approfondimento: “a) la poesia è un moto spontaneo dell’animo ed un’effusione libera e piena di sentimenti; b) il poeta è, dunque, tale per una sorta di stato di grazia (spesso irripetibile), intimo ed immediato, che, per esprimersi, non richiede filtri sofisticati o strumenti particolari di natura tecnica e culturale; c) il bambino è poeta per eccellenza, giacché vive in una condizione emotivamente ed affettivamente privilegiata.” (p. 10). Per il fumetto potremmo giustapporre: a) il fumetto è immediatamente comprensibile e il pensare a fumetti più spontaneo; b) il disegnatore/ fumettista ha il “dono” del disegno, non ha affinato un artigianato; c) il fumetto è un’arte per bambini perché è divertente e più immediatamente comprensibile a livello anche non razionale. Quindi, sempre seguendo la linea decostruens di Bellatalla, se la poesia è: “una attività espressiva potenzialmente universale; va incoraggiata nei fanciulli; è un argine contro la dissoluzione del soggetto, la crisi dei valori e finisce per essere il mezzo salvifico dell’umanità, perché riporta l’uomo alla sua interiorità, alla “genuinità” dei sentimenti e, infine, alla dimensione della speranza e della libertà.” (ibd.), al fumetto, anche senza procedere punto per punto, riconosciamo simili potenzialità. Viene pertanto trattato alla stessa stregua nell’educazione scolastica e oltre. Inoltre, la decostruzione della figura dell’intellettuale e del pensatore artista in generale, cui si accennava sopra, opera inoltre in senso più profondo negli ambienti stessi di creatori ed editori di fumetti (come in tutto il mercato delle lettere) conducendo a una più ampia diffusione di ciò che corrisponde a quanto sopra e di ciò che, per questi pregiudizi o per ragioni ancor meno edificanti, è considerato o è più “vendibile”. La storia del fumetto come arte e come espressione letteraria non è ancora patrimonio comune occidentale. Inoltre, se come Lyotard ricordava, non siamo più in un’epoca di grandi narrazioni, è vero però che le grandi narrazioni del mercato influenzano le nostre valutazioni in maniera più o meno percettibile.

E il mercato ha per troppo tempo, e sicuramente negli ultimi 30 anni, ridotto nella cultura di massa il fumetto a componente voyeuristica e semplificatoria che ha rimpiazzato e depotenziato la sua natura eversiva. Il fumetto d’autore occupa di fatto ancora, o di nuovo, una nicchia del mercato. Saper riconoscere una buona sceneggiatura e un tratto originale e caratteristico, dunque stilisticamente e esteticamente valido, non è un atto di lettura o interpretazione meno strutturato rispetto al confronto con la letteratura o persino con la filosofia. Al contrario: la possibilità di decifrare e comunicare dei messaggi tramite la “traduzione” in forme d’arte, che rappresentano uno spazio ricettivo “positivo” e di base neutro, accogliente, ma non autoreferenziale, rende ai ragazzi più giovani un forte sentimento di autonomia nella lettura del mondo e nella sua rappresentazione, fornendo quindi un’ottima occasione di scardinamento di mentalità basate sull’autoritarismo, il paternalismo, la logica del più forte. È necessario però associare alla creatività una relazione, orizzontale con l’ambiente circostante, verticale nella stratificazione artistica. In questo un ruolo fondamentale (anche perché esterno alla narrazione del mercato) è svolto da Biblioteche e fondi librari. Tra questi, il Fondo librario di poesia di Morlupo, gestito e promosso dall’Associazione Libellula, rappresenta uno degli esperimenti più interessanti e riusciti degli ultimi anni, con una collezione di poesia e opere di pensiero poetico tra le più ricche d’Italia, offrendo la possibilità di confrontarsi con una memoria artistica che rende alla tradizione il giusto valore di exemplum.

Nella sua strutturazione e nella posizione “periferica” rispetto al centro della “grande città” italiana è in sé un nucleo di rielaborazione attiva di concetti spaziali gerarchici fuorvianti e legati a tutto ciò di cui si è scritto sopra (ad esempio il concetto di centro/ periferia) davvero poco utili al miglioramento della condizione umana contemporanea e nel contempo lontano dalle vuote retoriche sugli spazi fintamente democratici della rete 2.0, in cui le relazioni sono assenti e ben poco modificabili nel tempo. Il rapporto sfumato tra centro e periferia e il peso specifico differente che un’operazione socio culturale come quella di Libellula, coadiuvata quest’anno dall’associazione Laputa (non a caso anch’essa nata da esigenze di ricollocazione e rivalutazione culturale di una provincia che è ormai periferia) dà alle “narrazioni del margine” rappresenta oggigiorno un vero e proprio esperimento di impegno per l’utopia.

 

Testi citati

Hilde Domin, Ti voglio, in Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore, 2015 (trad. Ondina Granato).

Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali, Raffaello Cortina Editore, 2007

Martha Nussbaum, Coltivare l’umanità, Carocci, 1997

Anna Ranon, Poeti sui banchi di scuola, Franco Angeli, 2002

Angela M. Wiseman, “Now I believe if I write I can do anything”: Using poetry to create opportunities for engagement and learning in the language arts classroom, in <Journal of Language and Literacy Education>, n. 6 (2, 2010), 22-33.

La striscia è di Luigi Cecchi, in Le avventure di Ugi & Calebrina, Mini G4m3s Studio, 2018

 

Le parole del bullismo

Le parole del bullismo

Uno dei focus dell’associazione Laputa è il lavoro di riconoscimento e prevenzione delle situazioni di “bullismo”. Sulla pagina dedicata del Liceo Ignazio Vian di Bracciano l’associazione Laputa sta mettendo a disposizione dei materiali relativi al nostro progetto, che nei prossimi mesi sarà attuato nella scuola e di cui trovate le linee principali qui.

Il progetto parte proprio dalle “intenzioni comunicative “veloci” contemporanee – chat, post in blog, Facebook, Twitter e altri tipi di comunicazione con testo e immagini – per proporre i primi input nel riconoscimento della violenza, della disparità e della manipolazione in molti ambiti di interazione. Si ragione “insieme” con modalità di interazione laboratoriale, per svelare i tranelli e i trabocchetti di linguaggi che coadiuvano l’affermazione di realtà fittizie e la manipolazione relazionale, allontanando da interazioni autentiche e immergendo in un mondo che talvolta non lascia possibilità di risalita. Per esempio uoghi comuni “lasciarsi andare, lasciar andare”, “lasciarsi il passato alle spalle”, “pensare a se stessi”, “la minestra riscaldata”, sono depotenzianti, e non solo allontanano da una concezione complessa e dunque realistica di qualsiasi interazione sociale, ma impediscono di fatto la costruzione o la ricostruzione di rapporti soprattutto dopo situazioni di disagio, difficoltà o manipolazioni relazionali più o meno gravi. Alla base resta quindi la concezione che il linguaggio sia di per sé “creatore di mondi” e la profonda e positiva convinzione che si possa interagire con esso plasmando mondi in cui la violenza sia assente.

Se uno degli strumenti principali del progetto è l’avvicinamento all’arte come guida nella decodifica dei messaggi impliciti ed espliciti della comunicazione, in modalità attiva, il progetto si sta sviluppando anche tramite un piccolo “glossario”, una serie di documenti che raccolgono spunti per l’analisi autonoma di situazioni, dinamiche, problematiche. Il primo testo della serie “le parole del bullismo” mette in relazione “Bullismo e manipolazione”. Questo perché la violenza può rivelarsi tramite atti fisici (più facili da riconoscere, ma non sempre raccontati) o atti che possiamo chiamare “psicologici” (talvolta molto difficili da riconoscere). In entrambi i casi le strategie migliori sono legate alle relazioni con gli altri. Da una parte, è fondamentale che chi subisce prepotenze fisiche o psicologiche venga aiutato ad esprimersi, e che abbia dei rapporti in cui si sente “al sicuro”. Non si intendono con questo solo i rapporti familiari, ma anzi soprattutto dei rapporti amicali di reciproca cura e affetto e di costanza. Questo tipo di rapporti vanno riconosciuti e incoraggiati dalle famiglie, che dovrebbero aprirsi il più possibile a coadiuvare e apprezzare i rapporti paritari e amicali tra i figli e i coetanei, senza insistere sul controllo e senza sentirsi minacciata in un’idea gerarchica di rapporti relazionali che porta al conformismo e apre alla prepotenza del giudizio degli altri (prima la “ragazza/o”, poi gli amici, prima la “famiglia” poi gli amici). Da tener presente che vale anche il contrario: i manipolatori agiscono sempre decostruendo i rapporti sani, al di là della loro tipologia, perché hanno bisogno di isolarvi per avervi sotto controllo.

Ecco dunque le due basilari parole presentate nel primo file: Bullismo e manipolazione.

Il bullismo – Bullismo è una parola “copiata” dall’inglese. Bullying vuol dire “sopraffare”, trattare con prepotenza, umiliare. La cosa grave è quando questi brutti comportamenti ci fanno sentire inferiori o, se siamo noi a trattar male gli altri, ci fanno perdere di vista quello che davvero vorremmo. Anche, per esempio, reagire alla violenza con la violenza è qualcosa che ci cambia, nella percezione degli altri e nella percezione che gli altri hanno di noi Tutti i comportamenti legati al bullismo hanno quindi a che fare con una forma di “manipolazione”: “induco qualcuno a fare qualcosa o a essere in un modo in cui non vuole essere”.

La manipolazione – Una delle più frequenti tecniche di “violenza psicologica” è la manipolazione volta al controllo e all’abbassamento dell’autostima della vittima. A volte l’azione è riconoscibile, altre volte meno. L’unica strategia possibile, come in tutti i fenomeni di prepotenza, è costruire relazioni e quotidianità sane e autentiche, che almeno possono aiutare a riconoscere o denunciare le fasi in cui il manipolare allontana la vittima dalla sua realtà. La manipolazione, nonostante sia un fenomeno sempre più diffuso, è spesso sottovalutato e difficilmente riconoscibile, e si può manifestare in tutte le relazioni con coinvolgimento emotivo: nelle relazioni sentimentali, nei rapporti di lavoro, nelle amicizie, nei rapporti familiari. Questo a prescindere dalla condizione psicologica di partenza delle persone coinvolte. È vero però che le persone più empatiche, con insicurezze relazionali e personali, che nella vita hanno vissuto questo tipo di relazioni in famiglia, ad esempio, o anche meno allenate al pensiero critico sono più facilmente vittime di queste situazioni. Per esempio, quindi, avere la possibilità di abituarsi a discutere le proprie conoscenze e convinzioni, stabilire rapporti di dialogo, abituarsi a stare in un gruppo di amici che passa il tempo libero con attività culturali o comunque costruttive, mette al riparo da molti tranelli dei manipolatori. Anche leggere molto e studiare, imparare ad apprezzare e a godere della propria conoscenza, sono attività che stimolano il pensiero critico e il dubbio.

 

 

Da una parte, è importante riconoscere i manipolatori, dall’altra sarebbe importante riconoscere nella persona che subisce violenza psicologica i sintomi della dinamica manipolativa. Per convenzione, chi ha studiato la manipolazione per trarne indicazioni o manuali di autoaiuto, ha riconosciuto che si attraversano alcune fasi distinguibili di “caduta”, nelle quali sarebbe bene interagire nella maniera più consona per liberare la persona coinvolta.

Altra cosa da tener presente è che, se molto spesso si associa questa dinamica alla relazione di coppia, e di recente ancor più si focalizza sulla manipolazione dell’uomo nei confronti della donna, dato che di recente si indaga meglio sulla situazione diffusa di violenza contro le donne, in realtà, la dinamica manipolativa può instaurarsi anche tra gruppetti di persone, tra due amiche o tra due amici, o anche in famiglia o tra insegnanti e alunni, e non solo “dal più grande” al più piccolo. Ecco perché altre parole che sviscereremo nei file futuri sono infatti “autoritarismo”, “sessismo”, “razzismo”, “vittimismo”, “opportunismo” e così via. Nel file già presente sul sito del Liceo Vian – e che potete tutti scaricare gratuitamente – si elencano perciò i tratti più salienti delle fasi che possono aiutarvi a capire se qualcuno a voi vicino sta vivendo una brutta situazione

In generale i rapporti sani e autentici, gli amici più vicini, sono una vera cartina di tornasole. Se gi amici di sempre dubitano del rapporto con una persona o con un gruppetto di amici, con più o meno energia, è un segnale. E se talvolta questo porta a litigare con gli amici “veri”, c’è da tener presente che avere il coraggio di dire a qualcuno che sta vivendo una situazione di manipolazione è un modo per cercare di ristabiire una situazione di verità e dunque aiutare. Un buon dialogo e rapporti sinceri di amicizia, possibilmente con persone con cui si è condiviso un percorso di vita, possono arrivare a scardinare la dinamica e a “staccare” la persona da chi lo controlla, o gli fa vedere le cose solo dal suo punto di vista. Amicizia è anche fare fatica.

I file sono corredati delle belle vignette di Luigi Cecchi, alcune preparate per ZerOmagazine 2016, altre create per i nostri progetti, come le vignette della serie “Questions” qui presentate (©Luigi Cecchi 2018 per Laputa – Associazione culturale). Potete scaricare il file completo sulla pagina dedicata al bullismo e cyberbullismo del Liceo Vian.

ULISSE, STRANIERO E MIGRANTE

Di Andrea Cabassi

                                                            

 

“ … frontiere- quelle vecchie cuciture del mondo passato…”

Patrick Chamoiseau

 

“Sempre devi avere in mente Itaca–

Raggiungerla sia il pensiero costante”.

Costantino Kavafis

 

Sono qui, ritto sulla roccia del promontorio. Osservo le navi sconosciute che stanno veleggiando non tanto distante dalla costa. Mi liscio la barba ormai bianca e mi ravvio i capelli ormai canuti. Metto la mano sulla fronte per farmi ombra e vedere meglio. Il sole luccica sul mare, ma si è alzato un forte vento che spira da oriente.

Benché sia vecchio e i miei muscoli abbiano perso elasticità, gli Itacesi hanno voluto che restassi loro re.

Già da ieri qualcuno dei miei marinai aveva avvistato le navi anche se navigavano lontano, molto lontano. E si sono preoccupati. Mi sono consultato con mio figlio Telemaco e con la mia anziana sposa Penelope. Si è deciso di convocare un’assemblea. È stata una decisione giusta e saggia. All’adunanza tutti hanno partecipato. Tutti sono intervenuti. Qualcuno ha confidato che temeva per la sicurezza dell’isola, i pescatori si sono domandati se non fossero navi di pirati, predoni del mare. Alla fine, però, il parere dell’assemblea è stato che si dovevano rispettare le leggi dell’ospitalità perché da quando si ha memoria di Itaca, da quando c’è Itaca, da quanto gli antenati tramandano di Itaca, sempre lo si è fatto.

Le navi, sospinte dal vento, si stanno avvicinando. Riusciranno ad approdare? Ed è proprio qui che vogliono approdare? Non importa, noi dobbiamo essere preparati.

All’assemblea ho ricordato i miei viaggi, quando varcavo confini, scavalcavo frontiere in balia di venti e burrasche.

Io ospite, io ospitato, io migrante di terra in terra, sballottato sul mare procelloso, io accolto, io osteggiato dall’uomo da un occhio solo, io spaesato tra Lestrigoni e Lotofagi, tra Circe e Calipso, tra Scilla e Cariddi; io sempre tra le tempeste, con la tempesta dentro e Itaca nel cuore.

Io ospite. Ospite dei Feaci. Nausicaa e le sue ancelle mi accolsero sulla spiaggia, straniero e naufrago, con solo uno strato di foglie che copriva malamente le mie nudità. Mi accolsero senza sapere chi io fossi. Per loro ero nessuno. Lo stesso mi portarono alla reggia dove mi accolse Alcinoo, il re. Per Alcinoo ero nessuno, ma fu festa lo stesso, fu musica, fu danza, fu racconto. Con la cetra di Demodoco e le mie parole, ridivenni Ulisse, io che ero stato nessuno. Io, da Eumeo il porcaro non riconosciuto, e che a lui mi presentai come uno straniero dalle lacere vesti, eppure da lui accolto e ospitato come fossi un re anche se mi credeva un mendico.

Le navi sono ancora più vicine, il vento d’oriente non cessa di soffiare.

Ho dato ordine di apprestare viveri e doni.

E che si portino le cetre, sì, le cetre, le cetre.

E che gli aedi, ispirati dal Dio, le accordino all’unisono. E che note e parole si diffondano fra le case e gli orti, per gli uliveti e le spiagge, nella reggia dalle vaste e luminose sale della pietrosa Itaca.

Foto di Luigi Cecchi

Una continua relazione col pozzo – Polpette di Jacopo Masini

Una continua relazione col pozzo – Polpette di Jacopo Masini

Sei microfiction di Jacopo Masini, dal suo libro Polpette, uscito nel 2010 per Epika Edizioni.Laputa utilizza le microstorie con regolarità all’interno del progetto su Fumetto, linguaggio e bullismo, sia per comunicare l’importanza delle parole, sia per evidenziare l’importanza della rappresentazione letteraria delle dissonanze e della polisemia dei testi. Qui “peschiamo” da una raccolta, che è anche un testo unico composto da  un mosaico di visioni, che tocca con intelligenza e grande consapevolezza tutti i tasti della “microfiction” o microracconto. Storie di pochissime righe, con una pointe e forti dissonanze, che mettono a nudo le contraddizioni della società e delle categorie anche e soprattutto del pensiero e delle convenzioni del dialogo. Poiché non si tratta di testi inediti, avete la possibilità di acquistare il volume qui. Grazie a Luigi Cecchi per le immagini.

Jacopo Masini

Polpette

A volte, pulendo le scale, sembrava alla signora Rosa, portinaia, di sentire i passi del padre morto durante la guerra. Si fermava, con la scopa appena sollevata da terra, e sussurrava: – Papà? – Una volta qualcuno le ha risposto. – Sono io, Rosa. – Il marito, quando glielo raccontò, disse che era una allucinazione. Ma lei non ci ha mai creduto. Di nuovo, ogni tanto, quando Rosa sente dei passi sussurra: – Papà? – Qualcuno le risponde: – Non credere a tuo marito! – Poi tutto tace di nuovo.

 

 

Al posto del divano avevano messo lo zio che nessuno più voleva in casa. – Non muoverti, che poi cadiamo – dicevano in famiglia quando si sedevano per guardare la TV o prendere il caffè con gli ospiti. Lo zio poteva alzarsi solo quando in casa non c’era nessuno. Allora andava in cucina, si preparava una tazza di the e giocava a solitario. Appena sentiva qualcuno arrivare tornava in salotto. L’hanno portato in discarica quando la pelle è passata di moda.

 

 

Adelmo Grandi, quando venne la grande nevicata, nascose la moglie di cui era geloso in un gran mucchio di neve. – Non ti muovere – disse – ti verrò a prendere col primo caldo. – Quando andò a prenderla lei era immobile e fredda. La portò in casa, la mise vicino al fuoco, ma non si riprese. – Lo so che sei arrabbiata con me – le diceva – ma se non mi parli più la faccio finita. – I carabinieri lo ritrovarono in primavera, dissanguato vicino al caminetto. – Grazie! – disse lei, togliendosi il freddo di dosso

 

 

Aveva messo l’occhio rimosso sotto formalina. Tutte le sere, rientrando, si toglieva il cappotto, la sciarpa, il cappello e poi si sedeva di fronte all’ampolla in cui lo conservava. Lo fissava con l’occhio rimasto, a volte per molto tempo. Dopo avere a lungo meditato, capì che ci si può guardare negli occhi anche se a uno dei due manca il cervello.

 

 

Achille Ferrari era diventato una specie di santone. Fino al giorno prima bestemmiava da far crepare i muri, poi una mattina si è svegliato e ha detto: – Dio mi ha parlato. – Secondo la moglie, la notte prima ha sognato che era alle elementari e Dio era la maestra, o viceversa. Dio l’ha interrogato e lui non sapeva una risposta. – Asino – gli ha detto nel sogno. Allora ha trovato la fede.

 

 

Antonio Cavalli sosteneva da anni che il mondo è una sovrapposizione di “pozzibilità”. – Cosa vuol dire ‘pozzibilità?’- gli chiedevano. – È molto semplice – rispondeva e poi spiegava. Secondo lui il tempo è come un pozzo: nel passato abbiamo gettato ciò che accaduto, e ci accingiamo a lanciare nel futuro pezzi della nostra vita: cacciaviti, abbracci, parole, molette, ecc… Il presente è il pozzo. – Capito? – concludeva – È una continua relazione col pozzo, ovvero una pozzibilità. – Antonio Cavalli non ha mai avuto molti seguaci.

Attesa in stazione – di Andrea Cabassi

 

Riprendiamo la pubblicazione di racconti brevissimi che aiutino a percepire le dissonanze. Anche nei laboratori appena tenuti alla LUMSA, di cui trovate notizia qui abbiamo avuto modo di osservare come l’importanza dell’acquisizione e della valorizzazione delle competenze linguistiche, euristiche e inferenziali e della capacità di analisi del microtesto letterario in particolare possano aiutare a riconoscere i “modi” manipolativi delle interazioni.  Oggi è la volta di un racconto breve di Andrea Cabassi: Attesa in stazione.

Attesa in stazione

Sono in stazione. La sto aspettando. L’altoparlante annuncia che il treno è in ritardo di trenta minuti. La cosa non mi infastidisce. Mi è sempre piaciuto vagabondare sulle banchine della stazione, vedere i treni arrivare, partire, passare. Lo faccio anche adesso mentre sono in attesa.

L’altoparlante annuncia di allontanarsi dai binari, c’è un treno in transito. Mi allontano. Un treno ad alta velocità sfreccia davanti a me senza rallentare. La banchina sembra sussultare, i capelli mi si scompigliano, i vetri del bar e della sala d’attesa tremano come se ci fosse una scossa di terremoto. Cerco di guardare nella direzione in cui va quel convoglio che sembra impazzito. Ho come l’impressione che sia finito in un tunnel del tempo e che stia per svanire come risucchiato da un buco nero. Non lo vedo più, ma sento ancora l’eco del suo passaggio.

Mi è sempre piaciuto vedere i treni passare. Da bambino, nelle domeniche di primavera e nei pomeriggi d’estate quando il frinire delle cicale sembrava un coro di voci dissonanti, mio padre mi accompagnava sui terrapieni della ferrovia o in prossimità dei passaggi a livello. Posavamo le nostre biciclette contro il tronco di un albero o le adagiavamo sull’erba, poi aspettavamo. Aspettavamo che arrivasse il Settebello. Sentivo il suo rumore quando era ancora distante. Le cicale smettevano di cantare, gli uccelli smettevano di cinguettare e volavano via. Tutto precipitava in un silenzio attonito e carico di attesa. Ecco che lo vedevo. Il suo frontale bombato ricordava quello di un aereo. Sembrava che avesse un viso arrabbiato, che volesse mordere i binari, aggredire la vegetazione intorno. Poi il Settebello transitava davanti a me. Sapevo che i vagoni erano pochi, ma ogni volta speravo che gliene avessero aggiunto qualcuno. Così il passaggio sarebbe durato molto di più e non si sarebbe consumato in un attimo: un lampo dopo una lunga attesa. Non avevo la medesima passione per i treni merci. Quelli sì, sembravano non terminare mai, ma non mi affascinavano perché non avevano passeggeri con i loro bagagli e con le loro storie su cui congetturavo all’infinito quando riuscivo a intravederne le sagome.

Il treno scompariva dall’orizzonte, come precipitato oltre la linea che ne segna il confine ed io avevo l’impressione che fosse stato fagocitato dal futuro, destinazione ignota. Era in quel momento che su di me scendeva una malinconia indefinita, un languore che non sarei mai stato in grado di mettere in parole. Non era tristezza, era una voluttuosa, inafferrabile malinconia.

Vedevo il treno allontanarsi sempre più anche se continuavo ad udire l’eco del suo sferragliare sui binari, nel silenzio della campagna. Immaginavo che fosse diretto verso uno sconosciuto Altrove, immaginavo località di villeggiatura, case sul mare di cui avrei saputo descrivere con la precisione di un cartografo le stanze, le finestre, la luce obliqua del sole che penetrava tra le persiane, i balconi pieni di fiori, anche se quelle case non le avevo mai viste e non le avevo mai abitate. Era una nostalgia per un passato che non avevo mai vissuto, per un futuro che non avrei mai vissuto.

Gironzolo come un flaneur sulla banchina. Rammento quando, anni addietro, doveva arrivare Magda. Era l’attesa il momento più bello, quello in cui immaginavo come sarebbe stato il nostro incontro, come sarebbe stata vestita, come sarebbe stato l’abbraccio e i baci che ci saremmo dati, tutte le cose che ci saremmo detti e che sarebbero diventate un ingorgo di parole. Rammento i crepuscoli dei nostri arrivederci quando, al tramonto, doveva ripartire. Albe degli arrivi, tramonti delle partenze. Poi ci eravamo lasciati e la stazione era diventato un luogo pellegrinaggio e di rimembranze.

Ma eccomi ancora qui, anche se Magda è scomparsa dalla mia vita. Eccomi ancora qui in attesa di una donna e guardare, per l’ennesima volta, i treni passare. Tutto torna in a circolarità perfetta, si dice. Non è vero. Tornano cose che si assomigliano, ma non sono le stesse. Non sono le stesse perché il mio corpo è invecchiato, la mia anima è invecchiata, i ricordi si affastellano sempre più numerosi e si confondono, i paesaggi che mi circondano hanno colori sbiaditi, la strada fatta è molto più lunga di quella che resta da fare. Niente è più uguale a prima.

L’altoparlante non ha annunciato nuovi ritardi. Si avvicina l’arrivo. Mi domando come farò a raccontarle trent’anni della mia vita, come farà lei a raccontarmi i suoi, lei che viene da così lontano, lei restituita dal tempo, così, senza preavviso, senza un segno che facesse presagire il suo ritorno. Si consumerà tutto nel giro di qualche ora. Riusciremo a resuscitare, almeno qualche frammento, di un passato tanto distante?

Mancano ormai pochi minuti. L’attesa è solo negli orli, in margini stretti ai quali mi aggrappo.

L’attesa è diversa dalla speranza, diceva un filosofo francese. Ma sto sperando qualcosa? Mi accorgo che mi tremano le gambe. Ho paura e non so di cosa.

L’altoparlante annuncia che il treno è in arrivo sul terzo binario. Come previsto.

Mi ravvio i capelli, mi sistemo la camicia, faccio un lungo sospiro. Mi dico, sono pronto, sono pronto.

Il treno arriva. Mentre frena e sferraglia scintillano le rotaie. Scende il capotreno, poi cominciano a scendere i passeggeri. Alcuni hanno ingombranti valigie, altri borse professionali. Alcuni sono turisti, altri pendolari.

Guardo con attenzione. Non riesco a scorgerla.

Mi domando se non ci sia stato qualche imprevisto. Fosse così avrebbe potuto avvisarmi, il numero del mio cellulare lo aveva. Se non fosse riuscita a prendere questo treno che, ora, sta ripartendo, avrebbe potuto telefonare o inviarmi un messaggio.

Sulla banchina rimane solo una persona. È una signora di una certa età. È poco più alta di me. È elegante ed ha movenze signorili. Ha i capelli bianchi raccolti sulla nuca in un chignon. Ha grandi occhi azzurri. Mi si sta avvicinando con il suo trolley sorridendo anche se io non la conosco.

 

Foto: Luigi Cecchi, 2011

Le parole sono importanti – Laputa contro la manipolazione

Le parole sono importanti – Laputa contro la manipolazione

L’associazione culturale Laputa e Luigi Cecchi collaborano alla realizzazione di due workshop alla Notte europea dei ricercatori all’università LUMSA di Roma, per un progetto ideato da Paola Del Zoppo su linguaggio e manipolazione relazionale, sviluppato con noi accentuando l’importanza del medium fumetto. Il progetto, che ha visto una sua prima sperimentazione in collaborazione con l’associazione Libellula di Morlupo, ed è poi confluito in parte anche nel progetto ZerOmagazine 2017 e 2018, si avvale delle vignette di Luigi Cecchi e prevede, in questa occasione, la realizzazione di vignette ironiche su bullismo, cyberbullismo, sopraffazione, manipolazione emotiva e fragilità relazionale da parte di due gruppi di alunni di licei romani che parteciperanno alla bella giornata organizzata dalla LUMSA di Roma per divulgare la ricerca scientifica, di cui trovate notizia qui. La Notte Europea dei Ricercatori è una manifestazione promossa dalla Commissione Europea, che vede Frascati Scienza come capofila di una rete di ricercatori, università e istituti di ricerca che si estendono dal nord al sud dell’Italia nel promuovere il più importante appuntamento europeo di comunicazione scientifica, un evento che in tutta Europa coinvolge oltre 300 città.

Le Notti Europee dei Ricercatori sono eventi dedicati alla scienza e all’apprendimento giocoso. Rappresentano un’occasione unica di incontrare i ricercatori, parlare con loro e scoprire cosa fanno concretamente per la società in modo interattivo e coinvolgente.
Queste manifestazioni sono sostenute dalla Commissione Europea nell’ambito delle Marie Skłodowska-Curie Actions, un programma della UE con l’obiettivo di promuovere le carriere dei ricercatori in Europa.

In particolare, il nostro laboratorio riguarderà l’importanza dell’acquisizione e della valorizzazione delle competenze linguistiche, euristiche e inferenziali e della capacità di analisi del testo e del microtesto letterario in particolare possano aiutare a riconoscere i “modi” manipolativi delle interazioni. Pubblichiamo di seguito il testo illustrativo di Paola Del Zoppo che accompagnerà il laboratorio.

 

Le parole sono importanti – Bullismo, cyberbullismo, linguaggio.

di Paola Del Zoppo

La tendenza contemporanea all’accelerazione delle innumerevoli interazioni comunicative favorisce l’attecchimento di linguaggi e convenzioni che portano all’affermazione di realtà fittizie e manipolazioni, e rende sempre più difficile soprattutto ai più fragili e ai giovani attuare modalità di comunicazione assertiva. Il potenziamento e la valorizzazione di queste capacità avvengono tramite la consuetudine con la parola creativa e la letteratura molto più che con altri testi scritti di carattere informativo o argomentativo. Un testo letterario presenta una molteplicità di possibili interpretazioni (politica, simbolica, relazionale, storico-culturale, formale).

Accorgersi di questa polisemia conduce anche a riconoscere l’importanza dei contesti comunicativi e conferisce autorità a chi interpreta, oltre che a chi produce un testo. Un esempio molto chiaro è offerto dalla vignetta in cui la parola “sognatore”, che a sé stante viene generalmente percepita come termine positivo, viene utilizzata, di fatto, come un termine dispregiativo e sminuente. La vignetta mostra come una generale tendenza e giustificazione del giudizio porti a rovesciamenti valoriali anche di incidenza psicologica significativa, con conseguenze sull’autostima e spostamenti del set di valori. Ma cos’è il bullismo? Il bullismo è una forma di prepotenza, e diventa davvero pericoloso quando si fa manipolazione e non riguarda solo i bambini o i ragazzi.

Nella dinamica manipolativa, la competenza linguistica e di analisi del testo è una vera e propria arma di difesa. Un termine, un’immagine o persino un’opera d’arte possono assumere significati diversi e potenzialmente violenti e manipolatori svincolati dal loro contesto d’uso, in particolare sul web. Tutto questo coadiuva la situazione di eterodirezione, con lo sfilacciamento delle relazioni e alla tensione a un’idea di felicità che è solo aderenza a uno schema. A lungo andare la superficialità relazionale del web si riverbera sulla vita quotidiana (e così, ad esempio, le relazioni anche sentimentali sono ormai per la maggior parte segnate da comunicazione passivo aggressiva e vittimismo manipolatorio: “stiamo a casa, sono a disagio con i tuoi amici”).

I modi manipolativi occulti sono i più profondi ed efficaci, e si muovono dal gaslighting al plagio. Caratteristiche comuni sono l’allontanamento dalle proprie amicizie e l’influenza sul modo di parlare ed esprimersi legate a una sorta di connessione con il manipolatore. Non appena il rapporto è incasellabile (“stiamo insieme”, “sei il mio migliore amico”), le dichiarazioni di “paura” o “disagio”, gelosie, egocentrismi, agiscono anche a livello cognitivo e inducono ad accettare qualsiasi cosa per evitarli o porvi fine o anche per avere sollievo dall’azione del manipolatore, per vederlo “felice”. Piano piano, si parla con le parole che userebbe lui/lei, o si definiscono a suo modo eventi e sensazioni. Se il manipolatore è felice, noi ci sentiamo euforici (sensazione spesso scambiata con la felicità). Tutti gli altri rapporti vanno spiegati o giustificati, perché o “non capiscono il disagio dell’altro” o non si divertono con le stesse cose, e così via. Intanto lui/lei si appropria dei vostri interessi e si intromette in ogni aspetto della vita. In casi gravi, per esempio in episodi depressivi o latenti si arriva a un’eterodirezione malsana, più frequente in situazioni di squilibrio di autorità o autorevolezza percepita (es. figlio-genitore, impiegato-capo, paziente-dottore, e ovviamente il partner).

In questi casi i gusti (anche artistici e letterari) possono cambiare insieme al modo di esprimersi. Che cosa può fare la lettura di un fumetto, per aiutarci a contrastare tutto questo? Più si hanno competenze e sane abitudini linguistiche, più si ha la capacità di percepire distorsioni del vocabolario, più si è in grado di svincolarsi o reagire a dinamiche di bullismo o microaggressività.

Leggere molti “classici” e leggere fumetti d’autore, in particolare, in cui i dialoghi sono corredati di immagini, aiuta a sviluppare la capacità di distinguere un dialogo autentico da uno filtrato. In situazioni di fragilità (isolamento, depressione, insicurezze) si cambia anche il modo di esprimersi, ed è importante riconoscere in sé e negli altri questi mutamenti. Con l’aiuto dei fumetti, ci chiediamo: Le storie sono fatte di parole: che parole sono? Che persone le dicono? Noi che parole usiamo? E che parole scegliamo per raccontare, di noi o di altri? E gli altri che parole usano per parlare di noi? E che parole usano per parlare con noi?

Spia delle manipolazioni sono ad esempio: le frasi fatte: “Devi lasciarlo andare”, “Devi lasciarti il passato alle spalle”, “Devi muoverti verso la felicità”; la non corrispondenza tra pensiero e azione; la mancanza di ironia e di autoironia; le reazioni infantili. I fumetti d’autore, le strisce e le vignette lavorano tramite l’uso del paradosso, un linguaggio per necessità esatto, una perfetta corrispondenza tra immagine e testo e – spesso – la presentazione di situazioni e problematiche “adulte”. Il linguaggio del fumetto, inoltre agevola il dialogo intergenerazionale, altro elemento di manipolazione in relazione a relazioni basate su autoritarismo e schemi sociali acriticamente reiterati, anche nelle loro falsificate trasgressività.