Il coraggio di vivere l’umanità: Nikopol di Enki Bilal

Il coraggio di vivere l’umanità: Nikopol di Enki Bilal

Qualche tempo prima che Enki Bilal tornasse agli onori della cronaca con il suo inserimento nella giuria del festival di Cannes abbiamo letto insieme uno dei suoi testi più famosi, Nikopol. Abbiamo avuto modo di vedere sia l’edizione di Alessandro Editore che quella dei Classici del fumetto di Repubblica, uscita nel 2005 e che contiene una storia in più di una trilogia più recente (La tetralogia del mostro).

Leggere insieme un caposaldo della letteratura a fumetti come Nikopol di Enki Bilal è stato per noi di Dialoghi a fumetti un esercizio interessante, anche se a tratti faticoso.

Doversi confrontare con un classico ha richiesto uno sforzo maggiore proprio perché per molti di noi Nikopol aveva segnato un punto di svolta nella formazione del gusto estetico in merito al fumetto. Abbiamo accettato la sfida di riscoprire pagina dopo pagina i molti messaggi e le tante suggestioni che l’autore ci offre.

Le prime due storie della trilogia si presentano come il canone del fumetto francese, l’autore sta alle regole con una precisione da scolaro, o forse definisce ciò che diviene per noi canone e regola, dialoga con il mezzo che ha a disposizione e dimostra di saperlo usare con competenza. Nell’ultima storia lascia maggior spazio alle attitudini personali e dimostra così di saper giocare con le tavole in modo sempre più sperimentale. Le griglie diventano meno metodiche e si adeguano al ritmo della narrazione che si fa meno regolarmente cadenzato.

Lo stile è e rimane per l’intera opera consapevolmente cinematografico, l’autore con l’attenzione del regista svolge la narrazione attraverso un susseguirsi di campi e controcampi e di sequenze adatte ad essere riprese da una macchina da presa. I tanti richiami a film coevi, tra tutti i più evidenti sono apparsi quelli a Blade Runner, non fanno che insistere sul concetto. I tratti grotteschi e inespressivi dei personaggi hanno reso la lettura impegnativa, più per la portata del messaggio che per una vera e propria questione di fruibilità dell’opera.

La storia ci trascina verso una terra in cui il protagonista si fa largo tra personaggi bizzarri e disumani, lui stesso, un essere fuoriuscito, per essere riammesso nella normalità della società è costretto a cedere parte di sé. Sarà l’incontro con alieni autodefinitisi dèi che gli darà il modo per inserirsi in una società a cui è estraneo e che non lo affascina. Un personaggio solo, apparentemente adulto, senza direzione e senza progetto, diventerà facilmente strumento di questi dèi incredibilmente bravi nel plagio e fuorvianti, anche se meno nelle sembianze. Gli dèi infatti ci appaiono da subito estranei e familiari, da una parte rappresentati con le sembianze di divinità egizie e quindi lontane, mostrano atteggiamenti molto umani e una moralità terrena. Le loro passioni, la noia, l’avidità, le motivazioni, tutto ci appare quotidiano, più umano di quanto non sembrino gli umani stessi. Gli déi sembrano comunque i soli non assuefatti al grottesco, mentre gli uomini siano governanti o sudditi sembrano tutti parte della stessa assurda commedia. Sembra invece impossibile entrare in empatia con gli umani che disegnati con tratti inquietanti e disumanizzati ci appaiono tristi e senza scopo che non sia quello di mantenere strenuamente la propria posizione per misera che sia, cercando di non sprecare l’occasione di fare qualche passo avanti nella scala sociale a discapito di chiunque altro. Se c’è umanità in loro è un’umanità respingente in cui nessuno vorrebbe rivedersi.

Nikopol si muove in questo contesto cercando di adattarsi, non ha una direzione e anche lui cerca di ottenere il meglio con il minimo sforzo. Il suo rapporto con Horus, dio irrequieto non rassegnato ad occupare eternamente un ruolo assegnatogli da altri, gli offrirà una consapevolezza che Nikopol non saprà gestire e che lo condurrà alla follia.

Non c’è un percorso per Nikopol che sia però davvero consapevole, si rimetterà infatti in sesto sempre mosso solo da un desiderio edonistico e autoreferenziale: nell’incapacità di diventare adulto sarà l’inquietudine a spingerlo, per questo anche il fumetto sembra cambiare ambientazione in modo del tutto casuale passando dal grottesco distopico, al noir, al film d’autore francese. Ogni passaggio è un tentativo in più di Nikopol di fuggire da sé stesso. Eppure non c’è scampo per lui che fino alla fine abdicherà alla sua vita lasciando il suo doppio, suo figlio, vivere per lui.

L’autore a nostro avviso muove una critica durissima nei confronti di una società che spinge ad essere per essere parte, per essere riconosciuti, tanto più riguardo ai circoli esclusivi e chiusi che fingendosi alternativi creano regole rigide a cui attenersi per essere parte e fanno di chi è fuori un vero e proprio reietto. Ci è parso che Nikopol sia il personaggio perfetto per rappresentare la tendenza a crearsi dei “centri” (di pensiero, di influenza…) a cui aspirare, ma a cui si sa, non si verrà mai ammessi. Questi centri creano periferie di vigliacchi e approfittatori, periferie di disperati disposti a tutto pur di toccare il centro anche solo per un istante. L’unica via di salvezza, ci dice Nikopol, è il margine. È solo rifiutando la dinamica e ponendo delle vere distanze che si può costruire un sé solido e autonomo. Il margine è scomodo e non concede compromessi o distrazioni, e Nikopol nella sua parabola distruttiva dimostra quanto sia facile fallire, anche quando, o soprattutto quando, tutto potrebbe andare per il meglio.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Nikopol di Enki Bilal
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Misurare il mondo – Furari di Jirō Taniguchi

Misurare il mondo – Furari di Jirō Taniguchi

Cover: Immagine omaggio di Luigi Cecchi.

Nei nostri incontri di Dialoghi a fumetti abbiamo deciso di affrontare un breve percorso percorso tematico sul fumetto giapponese e asiatico, e abbiamo iniziato prendendo in esame una delle opere più caratteristiche di Jiro Taniguchi: Furari edito da Rizzoli Lizard nel 2011 e tradotto da  Vincenzo Filosa.

Cover Rizzoli Lizard 2011

Il fumetto presenta una narrazione cadenzata, poetica, e una continua giustapposizione di immagini e rimandi porta il lettore ad immergersi completamente in un’atmosfera che appare cucita ad arte, probabilmente anche con una considerazione particolare per il lettore europeo o comunque non giapponese. La storia segue le vicende del cartografo Tadataka Ino, in un susseguirsi di episodi durante i quali la prospettiva del protagonista si mescola con quella di diversi animali che in un modo o nell’altro ne intrecciano il cammino e ne plasmano la fantasia.

Il cartografo, uomo sapiente ormai in pensione, trascorre le sue giornate misurando la città in cui vive e perfezionando il suo metodo con l’aspirazione di poter un giorno misurare distanze più grandi. Il protagonista è spesso in cammino, e come il più classico dei topoi sulla letteratura che narra il rapporto con gli spazi, misurando i propri passi e la città il cartografo conosce e si conosce, fa i conti con la Storia e con il suo “passare nella Storia”.

Immaginare di poter esperire il mondo dal punto di vista degli animali appare una maniera per comprendere più a fondo ciò che lo circonda, modificando anche la percezione delle grandezze. Gli animali, presenze non caratterizzabili, troppo spesso marginalizzate, rappresentano però un’idea di eternità, di presenza simbolica e costante.

Così il protagonista diventa gatto per scoprire la bellezza che non è mai volgarità, diventa falco per mettere distanza tra sé e il mondo e così facendo scoprire i dettagli che creano un insieme maestoso, diventa libellula per cogliere le mille sfaccettature che la realtà offre, diventa tartaruga per immergersi nello scorrere del tempo. Il cartografo, preciso misuratore del mondo, si lascia sorprendere – e con lui il lettore, e accoglie con serenità e gioia i nuovi punti di vista, per diventarne sintesi.

Anche solo l’idea che si possano guardare le cose da un punto di vista diverso apre a infinite possibilità: il narratore è infatti lui stesso anche l’elefante che con la sua assenza ispira al cartografo la costruzione di un nuovo strumento di misurazione.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Furari

Se gli animali lo aiutano a leggere il mondo e sé stesso nel mondo, le relazioni dànno un senso e uno scopo a questa presenza. L’incontro con il poeta Kobayashi Issa determina in senso politico il suo sogno e la sua ambizione. La “vocazione” del poeta lo porta ad essere ramingo e a vivere dell’aiuto di quanti apprezzano la sua arte, ma non esiste altra vita per lui degna di essere vissuta, nessuna vita che allo stesso modo lo farebbe rimanere fedele a sé stesso. Allo stesso modo il cartografo è in “dovere” di misurare il mondo, quella è la sua arte e quello è il suo scopo, il suo vero posto nel mondo.

Non è quindi strano che non solo non venga ricompensato, ma anzi debba investire soldi ed energie per poter letteralmente misurare il mondo e compiere così la sua opera più grandiosa. Incontriamo infatti il protagonista ormai in pensione, in grado di mettersi completamente al servizio della sua passione, del suo ikigai, il motivo per cui vale la pena vivere, e il poeta o il pittore che il protagonista incontrerà lungo la strada lo aiuteranno a comprendere l’importanza di aderire a quello scopo e attraverso quello scoprire se stesso.

Ma la relazione più significativa è senza dubbio quella con la sua compagna di vita. Attraverso la figura di questa donna, l’autore veicola il messaggio fondamentale dell’intera opera, non è quindi un caso che sia l’unico personaggio a tornare costantemente nelle avventure del cartografo. Nella relazione tra i due infatti è la poesia del quotidiano a risaltare è il lirismo della consuetudine, della familiarità e della pace data da un’intimità vera, mai tradita, nonostante gli ostacoli e le distanze che a volte sembrano divenire incolmabili.

Tutte le scelte stilistiche sono coerenti alla narrazione, Taniguchi ci spinge ad essere parte della storia, ad essere parte dell’atmosfera, per questo i rimandi sono chiari anche per noi che abbiamo del mondo che descrive solo una conoscenza mediata. Si ricollega palesemente alle vedute del monte Fuji di Hiroshige, ricalca le atmosfere dei romanzi di Kawabata, richiama Nagai Kafu e ovviamente Natsume Soseki, e infarcisce i dialoghi degli haiku più famosi, così che chiunque sappia leggere e interpretare il messaggio, pur distante.

Questo lirismo del quotidiano è il messaggio più forte che l’opera trasmette. L’autore, che probabilmente in parte riflette sé stesso nel protagonista, ci invita a riconsiderare il nostro sguardo sul mondo, non vuole raccontarci qualcosa, vuole farci passeggiare in un mondo capace di sorprenderci ad ogni passo. Il titolo stesso dell’opera ne è il suo manifesto: Furari – senza meta. Non c’è un punto di arrivo nella storia, la narrazione non racconta, mostra e trasmette, lo stesso scopo del protagonista rimane in sospeso, non sappiamo se raggiungerà il suo obiettivo, ma non importa, sappiamo che metterà a frutto la sua passione e le sue relazioni per essere una nota in armonia con il resto, e per questo è per noi un esempio semplice e potente di felicità.

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Mostri al Museo

Mostri al Museo

Mercoledì 20 marzo Laputa ha partecipato con un’attività di allestimento e analisi della “mostruosità” a un incontro dei MUCIV di Roma nell’ambito del corso per insegnanti “L’invenzione della razza”. L’intervento è avvenuto al Museo Pigorini, nel corso della lezione della prof.ssa Paola Del Zoppo sul tema delle discriminazioni e categorizzazioni.

Si è parlato di interazioni linguistiche, analisi dei testi, di avere la possibilità e la capacità di creare spazi di interazione sani e liberi, insistendo sull’autonomia di analisi delle parole e del linguaggio, sul creare linguaggi condivisi, e sulla capacità di distinguere un ambiente o un’azione aggressiva, passivo aggressiva, manipolativa.

Luigi Cecchi – Mostro Pinocchio

Mappe e strumentazione: lo spazio sano.

“Ogni definizione va presa con senso critico, ricordando che il linguaggio usato ci può liberare o imprigionare, per quanto riguarda la comprensione della realtà. Infatti i concetti che usiamo non sono la realtà, ma una sua descrizione e il rapporto tra concetti e realtà è simile al rapporto tra una mappa e il relativo territorio. Perciò conviene costruirsi delle buone mappe.” (Roberto Tecchio)

Nel corso della lezione, svolta con modalità attiva e partecipata, gli insegnanti hanno avuto modo di sperimentare tecniche di dialogo nonviolento. Per questo, siamo intervenuti anche con una breve riflessione sulla possibilità di gestire in maniera positiva i conflitti, di riconoscere e lavorare sulla de-escalation, e sulla libertà – e il dovere – di leggere criticamente la realtà che ci circonda.

Una modalità di acquisizione di strumenti di “azione” nei conflitti è allenarsi a riconoscere al più presto i comportamenti passivo aggressivi e manipolatori, che portano o a una gestione violenta del conflitto con una vera e propria deflagrazione, o all’adattamento di una delle parti coinvolte, a un plagio, una perdita della propria identità.

Luigi Cecchi, Il sognatore

Per questo, durante l’incontro abbiamo lavorato sul concetto di microaggressione e ci siamo esercitati a descrivere i conflitti e le aggressioni leggere, viste o subite in prima persona, senza alcuna “violenza” linguistica, evidenziando come anche nella narrazione di una violenza, si può incorrere in altra violenza, contribuendo pur senza volerlo all’escalation. Una narrazione nonviolenta di un torto subito o riconosciuto può invece contribuire a svelare il meccanismo aggressivo senza entrare nella spirale della moltiplicazione dell’aggressività. Uno degli strumenti mostrati è stato il nostro “Diario delle microaggressioni”:

A lungo andare il subire lievi o meno lievi aggressioni può condurre alla volontà di assimilazione da parte dell’aggredito nei confronti dell’aggressore (in senso micro- o macrosociale). E’ questo uno dei modi di creare mostruosità, esseri innaturali, persone poco autentiche e anche sofferenti della loro inautenticità, costantemente disilluse nella loro idea di avvicinamento all’altro, perché vittime di una menzogna recepita e autogenerata, quella secondo cui “le cose sarebbero più facili stando “tra quelli come lui”, fino ad arrivare a percepire “la concezione che aveva di sé era sbagliata e che questo modo di essere, più limitativo, è quello reale.” (E. Goffman)

Qui si rivela infatti uno dei grandi inganni della società di oggi, la proposta di relazioni sempre più rarefatte. Di chi è “disabile”, si sente dire “poverino, non può fare le cose da solo”. E chi potrebbe, d’altronde, fare da solo? Può o deve essere una persona essere tutto cervello? Tutto occhio, tutto bocca?

L’inganno è nel non rovesciare mai la visione: non è forse bello poter fare le cose insieme, potersi dividere le fatiche? Non è forse bello avere degli amici per la vita, dei rapporti coltivati e duraturi? Non arrendersi alla facilità delle relazioni, non cedere ai vittimismi e restare vicini alle persone più piene di attenzioni per gli altri e solide?  

Invece spesso una persona può adattarsi agli altri, spesso proprio tramite dinamiche di adattamento in quelle che Freud, in Psicologia delle masse e analisi dell’io, diceva essere “tradizionalmente le relazioni preferenziali di analisi della psiche individuale: genitori e fratelli, l’oggetto amato, il maestro, il dottore”, e adattandosi, lasciarsi rendere un mostro. Ma se cominciassimo con il cambiare il focus delle relazioni obbligate? Adattarsi al microscopico mondo evocato e riflesso da chi ci circonda, magari per sentirsi meno mostruosi, può arrivare a rovesciare la percezione delle relazioni.

Invece di valorizzare le relazioni durature e autentiche, che rendono possibile andare oltre gli stigmi e accogliere la diversità come forma di unicità e bellezza, immersi nella manipolatoria concezione della superiorità di chi “impara a stare da solo” ci rendiamo sempre più deboli e vittime di un sistema di poteri piccoli e grandi che fa delle separazioni il suo punto di forza. Il messaggio degli uccisori di mostri arriva chiaro e inequivocabile: se si vuole essere felici, bisogna essere simili, tralasciare la lealtà, la fedeltà, l’integrità, a favore del successo e della “felicità a breve termine”. Ma allora essere “buoni” e credere nella bontà oggi ci rende mostri, esseri poco normali e normati?

A questo si è dunque collegata la riflessione su cosa è mostruoso e cosa non lo è in relazione al concetto di stigma.

Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana. Partendo da questa premessa, pratichiamo diverse specie di discriminazioni, grazie alle quali gli riduciamo, con molta efficacia anche se spesso inconsciamente, le possibilità di vita. Mettiamo in piedi una teoria dello stigma, una ideologia atta a spiegare la sua inferiorità e ci preoccupiamo di definire il pericolo che quella persona rappresenta talvolta razionalizzando un’animosità basata su altre differenze, come quella di classe. […] (E. Goffmann)

Una mostra modulabile per le scuole e la riflessione sociale

Con i materiali della nostra Mostri&DiMostri, abbiamo dunque riflettuto sulle domande essenziali:

Quanti sono i mostri che abitano il nostro quotidiano? I mostri sono mutati o non mutati? E soprattutto: La metamorfosi è del mostro o di chi non lo sembra?

E se ci mutiamo: come arriviamo a cambiare idea su di noi?

Partendo dall’idea che la possibilità di stigmatizzare è nelle mani di chi ha un potere – comunicativo, di leadership, politico, di categoria sociale, o anche di riconoscimento nella relazione – es. lui/ lei è il mio/ la mia ragazza, ha quindi più diritti dei miei amici, del mio/ della mia ex e così via, in una sorta di supremazia della “instant relationship” – abbiamo quindi accennato alla necessità di costruirsi una strumentazione per il riconoscimento di questi poteri e soprattutto delle disparità che a questi poteri danno forza. Che succede quando il potente non è così facile da individuare o se la disparità non dipende da un potente riconoscibile? L’effetto del potere potrebbe essere sottile e diffuso. Importante è dunque allenarsi a leggere testi e sottotesti, e soprattutto a riconoscere le relazioni autoritarie e che tendono a mantenere lo squilibrio. Mantenere o creare uno squilibrio, mettere le persone le une contro le altre, è infatti un altro tipo di relazione manipolatoria, utile a mantenere il potere nelle mani di chi aizza gli animi.

L’ironia contro la falsificazione

Una possibile strategia di rovesciamento del potere è certamente l’ironia: L’ironia dà fiducia a chi ascolta: gioca con l’intelligenza del destinatario; ridicolizza e dissacra: riporta persone e situazioni ad una dimensione in cui un dialogo paritario è possibile; mette in luce ipocrisie e falsità.

Ovviamente in ogni interazione ironia e derisione potrebbero confondersi, le parole sono uno specchio con cui decifrare ogni forma di manipolazione e rovesciamento. Per questo, si è riflettuto sulla connessione tra ironia e riconoscimento delle microaggressioni, per creare un buon terreno per lavorare su un ambiente sano, di vita e di apprendimento. Alcune domande possono essere utili a distinguere tra ironia e microaggressione:

  • Sto deridendo qualcuno? Chi derido?
  • Su chi faccio battute? Che tipo di battute?
  • Le battute mettono in imbarazzo di fronte ad altri? (es. su FB bisogna stare molto attenti).

Una volta stabilito che il mostro è un mostro perché io lo ho reso tale per me, perché mi sono lasciato convincere dagli altri che lo è, e perché mi crea fatica gestire il conflitto in maniera creativa, abbiamo creato dei mostri esercitando anche la discussione collaborativa, e poi i partecipanti hanno strutturato e allestito la loro mostra con i materiali di Laputa, i pannelli descrittivi elaborati dalla stessa prof.ssa Paola Del Zoppo, e i disegni dei mostri creati da Luigi Cecchi su concept di Jacopo Masini. La mostra, mobile e rimodulabile all’infinito, ha permesso di ragionare, seppur brevemente, sulla potenzialità dell’utilizzo didattico dell’arte come spazio morale del superamento delle convenzioni, di apertura di spazi di riflessione che vadano al di là delle concezioni stigmatizzanti o di stigma rovesciato, cioè di valorizzazione di ciò che appare normale. Vi presentiamo qui le bellissime foto della mostra realizzata dai partecipanti al corso.

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Con ali estese – L’approdo di Shaun Tan.

Con ali estese – L’approdo di Shaun Tan.

L’approdo di Shaun Tan (Tunuè) è l’ultimo fumetto facente parte del percorso sul linguaggio che abbiamo affrontato durante i nostri incontri di Dialoghi a Fumetti e finalmente ne scriviamo una recensione condivisa, con una bella immagine omaggio di Luigi Cecchi.

Come i precedenti due (Un Anno e Pride of Baghdad) abbiamo scelto questo fumetto oltre che per la sua indubbia qualità, per la sua peculiarità dal punto di vista del linguaggio. In questo caso il fumetto è muto, e attraverso la tecnica del silent book, l’autore ci conduce all’interno di un mondo in cui sono le immagini a parlare e a presentarci un mondo al tempo stesso straniante e avvolgente.

Le immagini, realizzate a matita e carboncino e rielaborate al computer, sono incredibilmente dettagliate e piene di sfumature: riusciamo a seguire un dialogo solo leggendo i mutamenti delle espressioni del protagonista. Ci troviamo in poche pagine all’interno di un mondo distante nel tempo e nello spazio. Gli unici elementi “familiari” sono portati dal protagonista e dai suoi parenti. Riconosciamo il suo mondo, il suo abbigliamento e potremmo essere in grado di attribuirgli un luogo e un tempo, ma quando lui con molti altri suoi simili si mette in viaggio e sbarca in un nuovo mondo, siamo spinti a vivere e affrontare lo spaesamento insieme a lui. L’ambiente che vediamo non ha più i contorni rassicuranti di una casa riconoscibile, anche i colori mutano. Se nell’incipit del libro troviamo un’atmosfera da vecchie fotografie o da dipinto di inizio Novecento europeo (il Quarto stato di Pellizza da Volpedo viene subito alla mente) sia nel tema che nello stile – man mano che ci addentriamo nel nuovo mondo slittiamo invece, come in una galleria d’arte, verso le prime avanguardia europee, il dadaismo, l’espressionismo e poi a saltare alla mente sono i quadri tra l’onirico e l’inquietante di Fernand Khnopff. 

La tecnica del libro muto in questo caso fa da contraltare alle immagini respingenti e stranianti. Da una parte ciò che vediamo ci è alieno, dall’altra l’assenza di dialoghi e parole lascia al lettore grande spazio di interpretazione e grande responsabilità, è la sua voce a dare forma alla storia.

Seguendo quindi quasi da protagonisti il percorso di un uomo costretto a lasciare la sua terra spinto da un’oscura minaccia, ci affacciamo ad una realtà completamente estranea. Come il protagonista della storia, non siamo in grado di decifrare ciò che vediamo, non sappiamo leggere il linguaggio rappresentato, non ci è familiare niente, dalla fauna al paesaggio, persino il cibo ci riesce indefinibile. L’incontro con questo nuovo mondo è permeato dalla sensazione che qualcosa di brutto stia sempre per accadere, ma ogni volta le aspettative di chi legge sono smentite. Il protagonista vive in due mondi e sfugge così ad ogni categoria, soprattutto a quelle che noi gli attribuiamo.

Con il protagonista, facciamo infatti incontri fortunati, insieme a lui riusciamo a decifrare senza fatica volti e atteggiamenti e le relazioni diventano la chiave per decifrare quel mondo che si fa man mano meno inquietante e sempre più bello, le relazioni diventano garanzia che nulla di male può davvero avvenire. Questo diventa palese quando l’autore ci mette davanti ad alcune tra le tavole più belle dell’intera opera, quelle che ritraggono una bellissima giornata di sole trascorsa in compagnia a coltivare relazioni che svelano le meraviglie proprie di quel mondo. E noi rimaniamo altrettanto stupefatti davanti a tavole maestose, piene di particolari bizzarri e bellissimi e di colori e luci inaspettati.

Le persone che accolgono e sono accolte dal protagonista a loro volta sono state messe in fuga da qualcosa di terribile, hanno perso qualcosa e hanno dovuto faticare per trovare di nuovo il proprio posto. E questo non intacca la loro dignità, anzi, la magnifica. L’autore in nessun modo vuole suscitare pietà in chi legge, ma attirare l’attenzione su quella dignità che viene messa in pericolo dall’assurdità di guerre e ingiustizie, e che non ne esce mai sconfitta proprio perché autentica. E sta a noi decifrare questo messaggio, siamo chiamati all’empatia verso il prossimo e alla sospensione del giudizio nei confronti di quanti incontriamo e di cui non conosciamo le storie. Siamo chiamati a relativizzare i nostri vissuti, le nostre piccole tragedie, perché ciascuno affronta le proprie, e solo guardando oltre le proprie miserie è possibile leggere il mondo e vederne la bellezza. Anche di più. Il libro ci invita ad esaltare quella bellezza e a prenderci la responsabilità di mostrarla agli altri. Questo bellissimo libro ci è sembrato particolarmente significativo e importante in un momento in cui si sbandierano disimpegno e indifferenza come vessilli di grandezza, e non solo relativamente alla scena politica più sfacciata, ma anche nel vissuto quotidiano di ciascuno. E neanche il mondo del fumetto, o della narrativa in generale, sfugge a queste logiche. È infatti sempre più facile che i messaggi di bontà e ottimismo vengano bollati come semplicistici o infantili, mentre Shaun Tan non teme la categoria, la sfida e la sconfigge, ci racconta senza timori una storia molto vera e quindi intessuta di una malinconia sottile ma comunque ottimista, piena di speranza e di fiducia.

Come ad ogni incontro di lettura, abbiamo messo in relazione il fumetto con una poesia, in questo caso, Domenica Mattina (Sunday Morning) di Wallace Stevens.

Domenica Mattina

Wallace Stevens (trad. di Massimo Bacigalupo

I

Compiacenze dell’accappatoio, caffè e arance,
a tarda mattina su una sedia al sole,
e la libertà verde di un cacatua
sul tappeto si coniugano per dissipare
la sospensione religiosa del sacrificio antico.
Lei sogna un poco, sente l’oscuro
peso dell’antica catastrofe, quasi
una bonaccia che oscura luci d’acqua.
Le arance pungenti e le ali luminose, verdi,
paiono oggetti in una processione di morti,
che s’inoltra su acque ampie, senza suono.
Il giorno è un’acqua ampia, senza suono,
calmata perché lei vada coi piedi sognanti
sopra i mari verso la silenziosa Palestina,
dominio del sangue e del sepolcro.

II

Perché dovrebbe dare le sue sostanze ai morti?
Cos’è la divinità se giunge solo
nei sogni e in ombre silenziose?
Non troverà forse nel conforto del sole,
In frutti pungenti e ali verdi, luminose,
o in ogni balsamo e bellezza della terra
Cose da amare come il pensiero del cielo?
La divinità vivrà dentro di lei:
passioni di piogge, umori di nevicate,
dolori in solitudine o esaltazioni incontrollate
quando il bosco è in boccio; folate d’emozioni
su strade roride nelle notti autunnali;
tutti i piaceri e le pene, ricordando
la fronda estiva e il ramo dell’inverno.
Queste le misure destinate a lei, all’anima.

III

Giove ebbe un parto inumano fra le nuvole.
Nessuna madre l’allattò, né terra dolce diede
movenze ampie alla sua mente mitica.
Passò fra noi, come un re bofonchiante,
magnifico, passerebbe fra i vassalli,
finché il nostro sangue, unendosi, virgineo,
al cielo esaudì il desiderio a tal punto
che anche i vassalli lo videro, in una stella.
Fallirà il nostro sangue? O diverrà
sangue del paradiso? E sembrerà
la terra tutto il paradiso che sapremo?
Il cielo sarà molto più amichevole che ora,
parte fatica e parte anche pena,
secondo in gloria all’amore duraturo:
non questo blu indifferente e divisorio.

IV

Lei dice: « Sono paga se uccelli ridesti
prima del volo, saggiano la realtà
dei campi nebbiosi con interrogazioni dolci;
ma svaniti gli uccelli, per sempre partiti
i loro campi caldi, dov’è il paradiso? »
Non c’è nessun luogo profetico,
Nessuna vecchia chimera della tomba,
Nessun eliso dorato, o isola
melodiosa, dove spiriti hanno stanza,
nessun sud visionario, né palma nuvolosa
remota sulla collina del cielo, che sia
duratura quanto il verde d’aprile, o durerà
come il ricordo ch’essa ha degli uccelli ridesti,
o il desiderio del giugno e della sera, segnata
dal culminare delle ali della rondine.

V

Poi dice: « Nell’appagamento provo pur sempre
il bisogno di una felicità imperitura ».
La morte è madre di bellezza: dunque solo
da essa verrà la realizzazione dei nostri sogni
e desideri. Per quanto essa sparga le foglie
di una cancellazione sicura sulla nostra via
– La via presa dal dolore malato, le molte vie
su cui il trionfo intonò note stentoree,
o l’amore sussurrò un poco per tenerezza –
essa fa trepidare al sole il salice
per fanciulle abituate a sedere e guardare
l’erba, abbandonata ai loro piedi; spinge
i ragazzi ad ammonticchiare prugne e pere nuove
su vassoi trascurati. Le fanciulle le gustano
e procedono appassionate fra le foglie sparse.

VI

Non c’è mutamento di morte in paradiso?
La frutta matura non vi cade mai? O i rami
sono sempre carichi in quel cielo perfetto,
immutabili, eppure simili alla nostra terra peritura,
con fiumi come i nostri che cercano mari
che non trovano mai, le stesse coste lontananti
che non toccano mai con una fitta inespressa?
Perché porre la pera sugli argini di quei fiumi
o profumare quelle coste con le prugne?
Ahi se portassero i nostri colori lassù,
le tessiture seriche dei nostri pomeriggi,
e pizzicassero le corde dei nostri liuti insipidi!
La morte è madre della bellezza, mistica,
nel cui seno infuocato intravediamo
le nostre madri terrestri in attesa, insonni.

VII

Agile e turbolento, un cerchio d’uomini
canterà orgiastico un mattino d’estate
la sua devozione impavida per il sole,
non come un dio, come un dio dovrebbe essere,
nudo fra loro, come una fonte nuda.
Il loro canto sarà di paradiso, uscito
dal loro sangue, ritornato al cielo;
e nel canto entrerà, voce per voce, il lago
ventoso onde il loro signore gode,
gli alberi come serafini e le colline echeggianti,
che fra di sé intonano un coro prolungato.
Essi conosceranno bene la celeste compagnia
degli uomini perituri e della mattina estiva.
E d’onde vengono e dove si recheranno
la rugiada ai loro piedi manifesterà.

VIII

Lei ode, su quell’acqua senza suono,
una voce che annuncia: « La tomba in Palestina
non è un chiostro di spiriti indugianti,
ma la tomba di Gesù, in cui egli giacque ».
Viviamo in un vecchio caos del sole,
o vecchia dipendenza di giorno e notte,
o solitudine insulare, senza sostegni, libera,
da quell’acqua ampia, inevitabile.
Cervi passano sui nostri monti, le quaglie
fischiano intorno gridi sotterranei;
bacche dolci maturano nella boscaglia;
e nell’isolamento del cielo, a sera
stormi casuali di colombi compiono
ondulazioni ambigue mentre affondano
giù nell’oscurità, con ali estese.

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Sognare gigli bianchi

Sognare gigli bianchi

Ieri a L’Orto dei libri, a Ostia, ci siamo incontrati per parlare di fumetti e libri. 8 marzo in Medio Oriente era il titolo dell’incontro che è iniziato con un breve e chiaro resoconto di Giorgio Galli, libraio dell’Orto dei libri ed ex responsabile nazionale di Amnesty per la zona della Siria. Abbiamo parlato di due fumetti in particolare: Voci dal buio di Sarah Glidden, di cui Ilaria Troncacci ha messo in risalto l’attenzione all’etica nel giornalismo, e L’arabo del futuro di Riad Sattouf, una storia autobiografica dallo stile estremamente coerente, tra tratto, uso dei colori, argomento e personaggi. Sono stati presentati anche due libri di narrativa. Paola Del Zoppo ha scelto di parlare brevemente del testo di Sumia Sukkar, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, in cui Adam, un ragazzo con una sindrome Asperger che introietta la realtà trasformandola in disegni e leggendone i colori, e raccontando così il conflitto da un punto di vista del tutto personale, e La mia casa a Damasco di Diana Darke, che congiunge racconto, guida turistica con una visione bifocale, interna ed esterna della città.

Al termine dell’incontro è stato nominato Mahmoud Darwish, poeta palestinese di grande fama, scomparso nel 2008, presente nell’antologia Poesia e pace.

Foto di Luigi Cecchi, 2012

Il soldato che sognava gigli bianchi

Sognava gigli bianchi
un ulivo, un ramo
il seno di lei, la sera nel fogliame.
Sognava, mi ha detto, di un uccello
e di fiori d’arancio,
non ragionava molto sul suo sogno e non comprendeva le cose
se non come le sentiva… le aveva sentite
egli aveva capito, mi ha detto, che la patria
è sorseggiare il caffè della madre, è rientrare la sera…
 
Io gli chiesi: e la terra?
Mi disse: non la conosco granché
E non ho mai sentito, come si sostiene nei poemi,
che essa fosse la mia pelle e il mio sangue.
 
D’improvviso io la vidi
Come si vedono dei chioschi… delle strade… e delle gazzette.
Io gli domandai: tu… l’ami?
Il mio amore è una breve ballata,
un bicchiere di vino o una scappatella
mi rispose
– Moriresti-tu per lei?
– Assolutamente no!
Ho con lei come unico legame
un dialogo… punto infernale.
Mi è stato insegnato a venerare il suo amore
e non ho mai sentito mio il suo cuore
nemmeno annusato il suo pascolo, le sue radici e i suoi rami
– e come fu il suo amore
mordeva come dei soli… o come la nostalgia al risveglio?
 
In combattimento, mi rispose:
il mio mezzo di amare è un fucile
il ritorno dalle feste delle vecchie rovine
il silenzio di una statua antica, senza tempo né identità.
 
Egli mi raccontò un momento dell’addio
e di come sua madre
silenziosamente piangeva
quando fu condotto da qualche parte sul fronte
e dalla voce agitata di sua madre
che imprimeva sulla sua pelle un ultimo augurio:
se le colombe fossero passate al ministero della difesa
se le colombe fossero passate…
 
Fumò, poi mi disse
come se fuggisse da uno stagno di sangue:
io ho sognato dei gigli bianchi,
un ulivo, un ramo,
un uccello che abbraccia il mattino
su un ramo d’arancio.
 
– E che cosa hai visto?
– Ho visto la mia prodezza.
Un rovo rosso
che ho fatto esplodere nella sabbia… nei petti… e nei ventri.
E quanti ne hai ammazzati?
– È difficile fare un calcolo, ma non ho avuto che una sola decorazione.
Io gli domandai torturandomi:
descrivimi dunque un solo ucciso.
 
Egli si raddrizzò e accarezzò il giornale piegato
e mi disse come se canticchiasse:
Come una tenda, egli scomparve tra i calcinacci
ed abbracciò le stelle infrante.
Sulla sua larga fronte, un diadema di sangue
e il suo petto senza medaglie
perché aveva mal guerreggiato.
Sembrava un contadino, un venditore ambulante o un operaio.
Come una tenda, scomparve tra i calcinacci… e morì.
 
Le sue braccia erano tese
come due ruscelli in secca
e quando ho cercato il suo nome
nelle sue tasche ho trovato due fotografie
una… di sua moglie
una… di sua figlia.
 
Ne sei stato rattristato?
Gli chiesi.
Egli mi interruppe dicendo: O Mahmoud, amico mio
la tristezza è un uccello bianco
che non si avvicina al campo di battaglia
d’altronde i soldati commettono un peccato nell’esser tristi.
 
Laggiù io ero una macchina che sputava fuoco e morte
trasformando lo spazio in un uccello nero.
 
Mi parò del suo primo amore
e poi
di strade lontane
e delle reazioni successive alla guerra
dell’eroismo della radio e dei giornali
e quando soffocò la tosse nel fazzoletto
gli chiesi: ci rivedremo?
Rispose: in una città lontana.
 
Quando ebbi riempito il suo quarto bicchiere
gli rinfacciai scherzando: tu parti… e la patria?
Mi rispose: lasciami…
io sto sognando gigli bianchi
una strada piena di voci e una casa illuminata.
Vorrei un cuore mite e non l’imbottitura di un fucile.
Vorrei un giorno soleggiato e non un momento di vittoria
pazzo… fascista.
Vorrei un bambino allegro sorridente al giorno
e non pezzo di un apparecchio di guerra.
Io sono venuto a vivere il sorgere dei soli
e non il loro tramonto.
 
Egli mi disse addio perché… cercava i gigli bianchi
un uccello che accogliesse il giorno
su un ramo di ulivo
perché non comprendeva le cose
se non come le sentiva… come le aveva sentite.
Egli aveva compreso – mi ha detto – che la patria
è sorseggiare il caffè della madre,
è rientrare tranquillamente la sera.


Traduzione di Elisa Parisotto dalla versione francese di Thouria Ikbal in Poesia e pace (a cura di Serse Cardellini e Elisa Parisotto), THAUMA Edizioni, Pesaro, 2010, pp. 418-421.

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Un bilancio positivo

Un bilancio positivo

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che spesso non lo è.” Paul Klee

Arrivati ad avere alle spalle poco più di due anni di attività, ci è sembrato giusto fare un bilancio di quanto raggiunto fin qui, e farlo ora ci è parso particolarmente significativo.

Il bilancio arriva effettivamente in un momento complesso, molto positivo per l’associazione, piuttosto preoccupante dal punto di vista del contesto storico e sociale in cui ci troviamo ad agire.

Come associazione ci troviamo infatti a vivere un momento di “raccolto” rispetto a quanto seminato finora, nuove relazioni germogliano e portano frutti e questa è per noi la più grande soddisfazione. È stato bello avviare progetti con persone che guardano al territorio con sensibilità e impegno come ci è capitato con i librai di Cartaviva, fumetteria viterbese, e come è giusto e normale che sia ogni nuova relazione ne genera altre e un incontro in libreria ha “dato il la” a progetti futuri: è così che i circoli virtuosi si innescano e generano cambiamento.

La presenza costante e mirata sul territorio ci ha portati ad avviare anche quest’anno dei percorsi con le scuole e questo è per noi particolarmente importante. Conosciamo bene il territorio, ne abbiamo a lungo analizzato e discusso i limiti e le difficoltà nei nostri percorsi individuali e associazionistici antecedenti, per questo ci dà grande speranza incontrare ragazzi che, pur vivendo il contesto e quindi portandone i segni, non si arrendono alla meschinità e decidono con maggiore o minore consapevolezza di non contribuire alle dinamiche di violenza e manipolazione. Abbiamo incontrato ragazzi di una bellezza inconsapevole, con grandi competenze emotive, spesso non riconosciute o sminuite, ed essere di supporto a giovani brillanti nel percorso che li porta a riconoscere la propria forza è forse una delle sfide più belle che possiamo trovarci ad affrontare. È entusiasmante vedere come da ogni progetto realizzato ne nascano altri e anche nelle scuole si moltiplicano quindi le occasioni di incontro, sia sul territorio braccianese che in territori limitrofi o più distanti.

Striscia di Luigi Cecchi appositamente creata per i progetti Laputa.

E se di incontri significativi si può parlare un posto particolare è occupato da chi ci ha visto nascere, ci ha supportato e grazie alla cui presenza siamo sempre spinti a crescere, l’associazione Libellula di Morlupo che anche quest’anno è nostra compagna di viaggio. Grazie al progetto ZerOmagazine 2019 abbiamo in programma nel prossimo futuro un incontro aperto alla cittadinanza e agli studenti in cui interverrano Fran De Martino e Luigi Cecchi, due tra i più consapevoli autori che il panorama editoriale ci  offre in Italia al momento. E questo tassello va ad aggiungersi agli altri, perché il nostro essere presenti sul territorio, progettare e realizzare interventi educativi e formativi, non può prescindere da uno sguardo più ampio. Siamo certi che agire nel panorama culturale sia fondamentale anche e forse in particolar modo per realtà piccole come la nostra. In un panorama sempre più atrofizzato e conformato, dare spazio a voci dissonanti è una responsabilità di cui farsi carico e non dovendo rispondere a deformanti logiche consumistiche, le realtà indipendenti come la nostra, hanno a disposizione una forza impareggiabile.

Con questa convinzione abbiamo realizzato la nostra prima pubblicazione, che ha avuto un’ottima riuscita sia in termini di prodotto realizzato sia riguardo alla sua ricezione. Proseguiremo con accortezza su questa strada prediligendo un lavoro attento di ricerca, e cercando opere e autori capaci di collocarsi nel panorama culturale cambiandone le regole un poco alla volta.

Poter collaborare con autori liberi e intelligenti, promuovere opere di spessore, favorire il dialogo anche intergenerazionale tra cittadinanza e artisti, soprattutto in territori semplicisticamente considerati periferici, è il perfetto intreccio dei nostri ambiti di azione e quindi uno degli obiettivi più ambiziosi che possiamo porci.

Proseguire il lavoro di ricerca riguardo opere, artisti e studi vicini ai nostri temi di interesse sarà senza dubbio obiettivo fondamentale per il futuro per questo Laputa è diventata dall’inizio di quest’anno anche laboratorio permanente di studio e promozione. Crediamo nel valore della formazione permanente, così siamo noi stessi in continua ricerca di nuovi stimoli e nuove idee con cui confrontarci e di cui arricchirci. Il nostro blog è luogo di dialogo permanente, che esplora comunicazioni e dissonanze: microracconti sulle dissonanze, brani di testi filosofici o politico-filosofici, recensioni e ovviamente condivisione continua e costante di ciò che ci fa crescere e “sentire” gli accadimenti (importanti ci sembrano le interviste a Filippo Biagianti e Tony Sandoval).

La nostra vicinanza e l’interesse per i progetti e l’attività di informazione di Comune-info, ci ha permesso di dare e ricevere visibilità, perché informare ed essere informati, dà la possibilità di prendere posizione, e agire sulla società e nella società. Allo stesso modo, il progetto Mostri&DiMostri prende forma in diversi ambiti e diverse realtà plasmandosi sulle sensibilità di chi assiste e di chi partecipa, di chi allestisce e di chi ha preparato gli allestimenti, in un continuo scambio in cui l’idea di arte è liberazione.

Pannello della mostra Mostri&DiMostri – Luigi Cecchi

E qui non è possibile non citare anche la bella, costante e arricchente collaborazione con la libreria L’Orto dei libri, in cui abbiamo traslato, tutte le volte che potevamo, il nostro gruppo di lettura partecipando a splendidi pomeriggi di approfondimento e di connessione tra letterature, fumetti, poesia e soprattutto le visioni del mondo di persone vive, attente a ciò che ci circonda, attive sui grandi temi che riguardano il nostro agire politico. Di dialogo in dialogo, si formano gruppi in cui l’attenzione all’altro è più importante dell’oggetto, e, soprattutto, si formano relazioni durature che permettono una crescita nella consapevolezza, della letteratura e delle vite di tutti.

Partecipare, o anche assistere osservando con partecipazione, a Festival come Animavì, nati dalla passione e dall’intersezione e cresciuti nella poesia delle immagini e delle relazioni autentiche con il pubblico, ci ha aiutato a vedere come si possa realizzare qualcosa di grandissimo, e come l’arte non debba imitare la realtà, ma serva a vedere le cose davvero. Così, il nostro agire nei progetti culturali non deve mai imitare, ma ispirarsi alla capacità, volontà e possibilità di rivelare l’arte, la poesia, la bellezza, la delicatezza lì dove sono, senza traslarle di senso o adattarle a un fantomatico mercato culturale.

Molti altri gli incontri episodici, ma significativi che hanno segnato il nostro percorso fin qui ma fra tutti è forse a meritare una menzione speciale sono senza dubbio i ragazzi che hanno collaborato con noi con passione e impegno durante i tavoli di lavoro per l’hackaton promosso da Banca Etica a Bari. Sono stati per noi un grande esempio di di passione e gratuità oltre che di grande aiuto nell’immaginare soluzioni concrete.

I progetti si moltiplicano, e si stanno moltiplicando le collaborazioni con scuole, università, associazioni, giornali. In prospettiva ci auguriamo di poter continuare a fare di relazioni belle e autentiche il centro del nostro agire anche e soprattutto politico. In una realtà in cui l’aggressività è virtù auspicabile e l’empatia è additata come debolezza, il prendersi cura dell’altro diventa oggetto di offese e chi lo fa viene sminuito e attaccato. In questo clima noi partiamo dall’incontro con l’altro, lo facciamo con lo spirito di accoglienza e autenticità che ci appartiene, siamo certi che questo generi cambiamenti nonostante  si faccia di tutto perché il sentire comune sia di tutt’altro avviso. Noi abbiamo sperimentato e raccogliamo frutti, il cambiamento si innesca anche dove supponenza e arroganza fanno da padroni, per il semplice fatto che l’aprirsi all’altro e rischiare la relazione, per banale che sia, è un’arma che spiazza, affascina, e senza dubbio lascia il segno.

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