Le parole del bullismo

Le parole del bullismo

Uno dei focus dell’associazione Laputa è il lavoro di riconoscimento e prevenzione delle situazioni di “bullismo”. Sulla pagina dedicata del Liceo Ignazio Vian di Bracciano l’associazione Laputa sta mettendo a disposizione dei materiali relativi al nostro progetto, che nei prossimi mesi sarà attuato nella scuola e di cui trovate le linee principali qui.

Il progetto parte proprio dalle “intenzioni comunicative “veloci” contemporanee – chat, post in blog, Facebook, Twitter e altri tipi di comunicazione con testo e immagini – per proporre i primi input nel riconoscimento della violenza, della disparità e della manipolazione in molti ambiti di interazione. Si ragione “insieme” con modalità di interazione laboratoriale, per svelare i tranelli e i trabocchetti di linguaggi che coadiuvano l’affermazione di realtà fittizie e la manipolazione relazionale, allontanando da interazioni autentiche e immergendo in un mondo che talvolta non lascia possibilità di risalita. Per esempio uoghi comuni “lasciarsi andare, lasciar andare”, “lasciarsi il passato alle spalle”, “pensare a se stessi”, “la minestra riscaldata”, sono depotenzianti, e non solo allontanano da una concezione complessa e dunque realistica di qualsiasi interazione sociale, ma impediscono di fatto la costruzione o la ricostruzione di rapporti soprattutto dopo situazioni di disagio, difficoltà o manipolazioni relazionali più o meno gravi. Alla base resta quindi la concezione che il linguaggio sia di per sé “creatore di mondi” e la profonda e positiva convinzione che si possa interagire con esso plasmando mondi in cui la violenza sia assente.

Se uno degli strumenti principali del progetto è l’avvicinamento all’arte come guida nella decodifica dei messaggi impliciti ed espliciti della comunicazione, in modalità attiva, il progetto si sta sviluppando anche tramite un piccolo “glossario”, una serie di documenti che raccolgono spunti per l’analisi autonoma di situazioni, dinamiche, problematiche. Il primo testo della serie “le parole del bullismo” mette in relazione “Bullismo e manipolazione”. Questo perché la violenza può rivelarsi tramite atti fisici (più facili da riconoscere, ma non sempre raccontati) o atti che possiamo chiamare “psicologici” (talvolta molto difficili da riconoscere). In entrambi i casi le strategie migliori sono legate alle relazioni con gli altri. Da una parte, è fondamentale che chi subisce prepotenze fisiche o psicologiche venga aiutato ad esprimersi, e che abbia dei rapporti in cui si sente “al sicuro”. Non si intendono con questo solo i rapporti familiari, ma anzi soprattutto dei rapporti amicali di reciproca cura e affetto e di costanza. Questo tipo di rapporti vanno riconosciuti e incoraggiati dalle famiglie, che dovrebbero aprirsi il più possibile a coadiuvare e apprezzare i rapporti paritari e amicali tra i figli e i coetanei, senza insistere sul controllo e senza sentirsi minacciata in un’idea gerarchica di rapporti relazionali che porta al conformismo e apre alla prepotenza del giudizio degli altri (prima la “ragazza/o”, poi gli amici, prima la “famiglia” poi gli amici). Da tener presente che vale anche il contrario: i manipolatori agiscono sempre decostruendo i rapporti sani, al di là della loro tipologia, perché hanno bisogno di isolarvi per avervi sotto controllo.

Ecco dunque le due basilari parole presentate nel primo file: Bullismo e manipolazione.

Il bullismo – Bullismo è una parola “copiata” dall’inglese. Bullying vuol dire “sopraffare”, trattare con prepotenza, umiliare. La cosa grave è quando questi brutti comportamenti ci fanno sentire inferiori o, se siamo noi a trattar male gli altri, ci fanno perdere di vista quello che davvero vorremmo. Anche, per esempio, reagire alla violenza con la violenza è qualcosa che ci cambia, nella percezione degli altri e nella percezione che gli altri hanno di noi Tutti i comportamenti legati al bullismo hanno quindi a che fare con una forma di “manipolazione”: “induco qualcuno a fare qualcosa o a essere in un modo in cui non vuole essere”.

La manipolazione – Una delle più frequenti tecniche di “violenza psicologica” è la manipolazione volta al controllo e all’abbassamento dell’autostima della vittima. A volte l’azione è riconoscibile, altre volte meno. L’unica strategia possibile, come in tutti i fenomeni di prepotenza, è costruire relazioni e quotidianità sane e autentiche, che almeno possono aiutare a riconoscere o denunciare le fasi in cui il manipolare allontana la vittima dalla sua realtà. La manipolazione, nonostante sia un fenomeno sempre più diffuso, è spesso sottovalutato e difficilmente riconoscibile, e si può manifestare in tutte le relazioni con coinvolgimento emotivo: nelle relazioni sentimentali, nei rapporti di lavoro, nelle amicizie, nei rapporti familiari. Questo a prescindere dalla condizione psicologica di partenza delle persone coinvolte. È vero però che le persone più empatiche, con insicurezze relazionali e personali, che nella vita hanno vissuto questo tipo di relazioni in famiglia, ad esempio, o anche meno allenate al pensiero critico sono più facilmente vittime di queste situazioni. Per esempio, quindi, avere la possibilità di abituarsi a discutere le proprie conoscenze e convinzioni, stabilire rapporti di dialogo, abituarsi a stare in un gruppo di amici che passa il tempo libero con attività culturali o comunque costruttive, mette al riparo da molti tranelli dei manipolatori. Anche leggere molto e studiare, imparare ad apprezzare e a godere della propria conoscenza, sono attività che stimolano il pensiero critico e il dubbio.

 

 

Da una parte, è importante riconoscere i manipolatori, dall’altra sarebbe importante riconoscere nella persona che subisce violenza psicologica i sintomi della dinamica manipolativa. Per convenzione, chi ha studiato la manipolazione per trarne indicazioni o manuali di autoaiuto, ha riconosciuto che si attraversano alcune fasi distinguibili di “caduta”, nelle quali sarebbe bene interagire nella maniera più consona per liberare la persona coinvolta.

Altra cosa da tener presente è che, se molto spesso si associa questa dinamica alla relazione di coppia, e di recente ancor più si focalizza sulla manipolazione dell’uomo nei confronti della donna, dato che di recente si indaga meglio sulla situazione diffusa di violenza contro le donne, in realtà, la dinamica manipolativa può instaurarsi anche tra gruppetti di persone, tra due amiche o tra due amici, o anche in famiglia o tra insegnanti e alunni, e non solo “dal più grande” al più piccolo. Ecco perché altre parole che sviscereremo nei file futuri sono infatti “autoritarismo”, “sessismo”, “razzismo”, “vittimismo”, “opportunismo” e così via. Nel file già presente sul sito del Liceo Vian – e che potete tutti scaricare gratuitamente – si elencano perciò i tratti più salienti delle fasi che possono aiutarvi a capire se qualcuno a voi vicino sta vivendo una brutta situazione

In generale i rapporti sani e autentici, gli amici più vicini, sono una vera cartina di tornasole. Se gi amici di sempre dubitano del rapporto con una persona o con un gruppetto di amici, con più o meno energia, è un segnale. E se talvolta questo porta a litigare con gli amici “veri”, c’è da tener presente che avere il coraggio di dire a qualcuno che sta vivendo una situazione di manipolazione è un modo per cercare di ristabiire una situazione di verità e dunque aiutare. Un buon dialogo e rapporti sinceri di amicizia, possibilmente con persone con cui si è condiviso un percorso di vita, possono arrivare a scardinare la dinamica e a “staccare” la persona da chi lo controlla, o gli fa vedere le cose solo dal suo punto di vista. Amicizia è anche fare fatica.

I file sono corredati delle belle vignette di Luigi Cecchi, alcune preparate per ZerOmagazine 2016, altre create per i nostri progetti, come le vignette della serie “Questions” qui presentate (©Luigi Cecchi 2018 per Laputa – Associazione culturale). Potete scaricare il file completo sulla pagina dedicata al bullismo e cyberbullismo del Liceo Vian.

ULISSE, STRANIERO E MIGRANTE

Di Andrea Cabassi

                                                            

 

“ … frontiere- quelle vecchie cuciture del mondo passato…”

Patrick Chamoiseau

 

“Sempre devi avere in mente Itaca–

Raggiungerla sia il pensiero costante”.

Costantino Kavafis

 

Sono qui, ritto sulla roccia del promontorio. Osservo le navi sconosciute che stanno veleggiando non tanto distante dalla costa. Mi liscio la barba ormai bianca e mi ravvio i capelli ormai canuti. Metto la mano sulla fronte per farmi ombra e vedere meglio. Il sole luccica sul mare, ma si è alzato un forte vento che spira da oriente.

Benché sia vecchio e i miei muscoli abbiano perso elasticità, gli Itacesi hanno voluto che restassi loro re.

Già da ieri qualcuno dei miei marinai aveva avvistato le navi anche se navigavano lontano, molto lontano. E si sono preoccupati. Mi sono consultato con mio figlio Telemaco e con la mia anziana sposa Penelope. Si è deciso di convocare un’assemblea. È stata una decisione giusta e saggia. All’adunanza tutti hanno partecipato. Tutti sono intervenuti. Qualcuno ha confidato che temeva per la sicurezza dell’isola, i pescatori si sono domandati se non fossero navi di pirati, predoni del mare. Alla fine, però, il parere dell’assemblea è stato che si dovevano rispettare le leggi dell’ospitalità perché da quando si ha memoria di Itaca, da quando c’è Itaca, da quanto gli antenati tramandano di Itaca, sempre lo si è fatto.

Le navi, sospinte dal vento, si stanno avvicinando. Riusciranno ad approdare? Ed è proprio qui che vogliono approdare? Non importa, noi dobbiamo essere preparati.

All’assemblea ho ricordato i miei viaggi, quando varcavo confini, scavalcavo frontiere in balia di venti e burrasche.

Io ospite, io ospitato, io migrante di terra in terra, sballottato sul mare procelloso, io accolto, io osteggiato dall’uomo da un occhio solo, io spaesato tra Lestrigoni e Lotofagi, tra Circe e Calipso, tra Scilla e Cariddi; io sempre tra le tempeste, con la tempesta dentro e Itaca nel cuore.

Io ospite. Ospite dei Feaci. Nausicaa e le sue ancelle mi accolsero sulla spiaggia, straniero e naufrago, con solo uno strato di foglie che copriva malamente le mie nudità. Mi accolsero senza sapere chi io fossi. Per loro ero nessuno. Lo stesso mi portarono alla reggia dove mi accolse Alcinoo, il re. Per Alcinoo ero nessuno, ma fu festa lo stesso, fu musica, fu danza, fu racconto. Con la cetra di Demodoco e le mie parole, ridivenni Ulisse, io che ero stato nessuno. Io, da Eumeo il porcaro non riconosciuto, e che a lui mi presentai come uno straniero dalle lacere vesti, eppure da lui accolto e ospitato come fossi un re anche se mi credeva un mendico.

Le navi sono ancora più vicine, il vento d’oriente non cessa di soffiare.

Ho dato ordine di apprestare viveri e doni.

E che si portino le cetre, sì, le cetre, le cetre.

E che gli aedi, ispirati dal Dio, le accordino all’unisono. E che note e parole si diffondano fra le case e gli orti, per gli uliveti e le spiagge, nella reggia dalle vaste e luminose sale della pietrosa Itaca.

Foto di Luigi Cecchi

Una continua relazione col pozzo – Polpette di Jacopo Masini

Una continua relazione col pozzo – Polpette di Jacopo Masini

Sei microfiction di Jacopo Masini, dal suo libro Polpette, uscito nel 2010 per Epika Edizioni.Laputa utilizza le microstorie con regolarità all’interno del progetto su Fumetto, linguaggio e bullismo, sia per comunicare l’importanza delle parole, sia per evidenziare l’importanza della rappresentazione letteraria delle dissonanze e della polisemia dei testi. Qui “peschiamo” da una raccolta, che è anche un testo unico composto da  un mosaico di visioni, che tocca con intelligenza e grande consapevolezza tutti i tasti della “microfiction” o microracconto. Storie di pochissime righe, con una pointe e forti dissonanze, che mettono a nudo le contraddizioni della società e delle categorie anche e soprattutto del pensiero e delle convenzioni del dialogo. Poiché non si tratta di testi inediti, avete la possibilità di acquistare il volume qui. Grazie a Luigi Cecchi per le immagini.

Jacopo Masini

Polpette

A volte, pulendo le scale, sembrava alla signora Rosa, portinaia, di sentire i passi del padre morto durante la guerra. Si fermava, con la scopa appena sollevata da terra, e sussurrava: – Papà? – Una volta qualcuno le ha risposto. – Sono io, Rosa. – Il marito, quando glielo raccontò, disse che era una allucinazione. Ma lei non ci ha mai creduto. Di nuovo, ogni tanto, quando Rosa sente dei passi sussurra: – Papà? – Qualcuno le risponde: – Non credere a tuo marito! – Poi tutto tace di nuovo.

 

 

Al posto del divano avevano messo lo zio che nessuno più voleva in casa. – Non muoverti, che poi cadiamo – dicevano in famiglia quando si sedevano per guardare la TV o prendere il caffè con gli ospiti. Lo zio poteva alzarsi solo quando in casa non c’era nessuno. Allora andava in cucina, si preparava una tazza di the e giocava a solitario. Appena sentiva qualcuno arrivare tornava in salotto. L’hanno portato in discarica quando la pelle è passata di moda.

 

 

Adelmo Grandi, quando venne la grande nevicata, nascose la moglie di cui era geloso in un gran mucchio di neve. – Non ti muovere – disse – ti verrò a prendere col primo caldo. – Quando andò a prenderla lei era immobile e fredda. La portò in casa, la mise vicino al fuoco, ma non si riprese. – Lo so che sei arrabbiata con me – le diceva – ma se non mi parli più la faccio finita. – I carabinieri lo ritrovarono in primavera, dissanguato vicino al caminetto. – Grazie! – disse lei, togliendosi il freddo di dosso

 

 

Aveva messo l’occhio rimosso sotto formalina. Tutte le sere, rientrando, si toglieva il cappotto, la sciarpa, il cappello e poi si sedeva di fronte all’ampolla in cui lo conservava. Lo fissava con l’occhio rimasto, a volte per molto tempo. Dopo avere a lungo meditato, capì che ci si può guardare negli occhi anche se a uno dei due manca il cervello.

 

 

Achille Ferrari era diventato una specie di santone. Fino al giorno prima bestemmiava da far crepare i muri, poi una mattina si è svegliato e ha detto: – Dio mi ha parlato. – Secondo la moglie, la notte prima ha sognato che era alle elementari e Dio era la maestra, o viceversa. Dio l’ha interrogato e lui non sapeva una risposta. – Asino – gli ha detto nel sogno. Allora ha trovato la fede.

 

 

Antonio Cavalli sosteneva da anni che il mondo è una sovrapposizione di “pozzibilità”. – Cosa vuol dire ‘pozzibilità?’- gli chiedevano. – È molto semplice – rispondeva e poi spiegava. Secondo lui il tempo è come un pozzo: nel passato abbiamo gettato ciò che accaduto, e ci accingiamo a lanciare nel futuro pezzi della nostra vita: cacciaviti, abbracci, parole, molette, ecc… Il presente è il pozzo. – Capito? – concludeva – È una continua relazione col pozzo, ovvero una pozzibilità. – Antonio Cavalli non ha mai avuto molti seguaci.

Attesa in stazione – di Andrea Cabassi

 

Riprendiamo la pubblicazione di racconti brevissimi che aiutino a percepire le dissonanze. Anche nei laboratori appena tenuti alla LUMSA, di cui trovate notizia qui abbiamo avuto modo di osservare come l’importanza dell’acquisizione e della valorizzazione delle competenze linguistiche, euristiche e inferenziali e della capacità di analisi del microtesto letterario in particolare possano aiutare a riconoscere i “modi” manipolativi delle interazioni.  Oggi è la volta di un racconto breve di Andrea Cabassi: Attesa in stazione.

Attesa in stazione

Sono in stazione. La sto aspettando. L’altoparlante annuncia che il treno è in ritardo di trenta minuti. La cosa non mi infastidisce. Mi è sempre piaciuto vagabondare sulle banchine della stazione, vedere i treni arrivare, partire, passare. Lo faccio anche adesso mentre sono in attesa.

L’altoparlante annuncia di allontanarsi dai binari, c’è un treno in transito. Mi allontano. Un treno ad alta velocità sfreccia davanti a me senza rallentare. La banchina sembra sussultare, i capelli mi si scompigliano, i vetri del bar e della sala d’attesa tremano come se ci fosse una scossa di terremoto. Cerco di guardare nella direzione in cui va quel convoglio che sembra impazzito. Ho come l’impressione che sia finito in un tunnel del tempo e che stia per svanire come risucchiato da un buco nero. Non lo vedo più, ma sento ancora l’eco del suo passaggio.

Mi è sempre piaciuto vedere i treni passare. Da bambino, nelle domeniche di primavera e nei pomeriggi d’estate quando il frinire delle cicale sembrava un coro di voci dissonanti, mio padre mi accompagnava sui terrapieni della ferrovia o in prossimità dei passaggi a livello. Posavamo le nostre biciclette contro il tronco di un albero o le adagiavamo sull’erba, poi aspettavamo. Aspettavamo che arrivasse il Settebello. Sentivo il suo rumore quando era ancora distante. Le cicale smettevano di cantare, gli uccelli smettevano di cinguettare e volavano via. Tutto precipitava in un silenzio attonito e carico di attesa. Ecco che lo vedevo. Il suo frontale bombato ricordava quello di un aereo. Sembrava che avesse un viso arrabbiato, che volesse mordere i binari, aggredire la vegetazione intorno. Poi il Settebello transitava davanti a me. Sapevo che i vagoni erano pochi, ma ogni volta speravo che gliene avessero aggiunto qualcuno. Così il passaggio sarebbe durato molto di più e non si sarebbe consumato in un attimo: un lampo dopo una lunga attesa. Non avevo la medesima passione per i treni merci. Quelli sì, sembravano non terminare mai, ma non mi affascinavano perché non avevano passeggeri con i loro bagagli e con le loro storie su cui congetturavo all’infinito quando riuscivo a intravederne le sagome.

Il treno scompariva dall’orizzonte, come precipitato oltre la linea che ne segna il confine ed io avevo l’impressione che fosse stato fagocitato dal futuro, destinazione ignota. Era in quel momento che su di me scendeva una malinconia indefinita, un languore che non sarei mai stato in grado di mettere in parole. Non era tristezza, era una voluttuosa, inafferrabile malinconia.

Vedevo il treno allontanarsi sempre più anche se continuavo ad udire l’eco del suo sferragliare sui binari, nel silenzio della campagna. Immaginavo che fosse diretto verso uno sconosciuto Altrove, immaginavo località di villeggiatura, case sul mare di cui avrei saputo descrivere con la precisione di un cartografo le stanze, le finestre, la luce obliqua del sole che penetrava tra le persiane, i balconi pieni di fiori, anche se quelle case non le avevo mai viste e non le avevo mai abitate. Era una nostalgia per un passato che non avevo mai vissuto, per un futuro che non avrei mai vissuto.

Gironzolo come un flaneur sulla banchina. Rammento quando, anni addietro, doveva arrivare Magda. Era l’attesa il momento più bello, quello in cui immaginavo come sarebbe stato il nostro incontro, come sarebbe stata vestita, come sarebbe stato l’abbraccio e i baci che ci saremmo dati, tutte le cose che ci saremmo detti e che sarebbero diventate un ingorgo di parole. Rammento i crepuscoli dei nostri arrivederci quando, al tramonto, doveva ripartire. Albe degli arrivi, tramonti delle partenze. Poi ci eravamo lasciati e la stazione era diventato un luogo pellegrinaggio e di rimembranze.

Ma eccomi ancora qui, anche se Magda è scomparsa dalla mia vita. Eccomi ancora qui in attesa di una donna e guardare, per l’ennesima volta, i treni passare. Tutto torna in a circolarità perfetta, si dice. Non è vero. Tornano cose che si assomigliano, ma non sono le stesse. Non sono le stesse perché il mio corpo è invecchiato, la mia anima è invecchiata, i ricordi si affastellano sempre più numerosi e si confondono, i paesaggi che mi circondano hanno colori sbiaditi, la strada fatta è molto più lunga di quella che resta da fare. Niente è più uguale a prima.

L’altoparlante non ha annunciato nuovi ritardi. Si avvicina l’arrivo. Mi domando come farò a raccontarle trent’anni della mia vita, come farà lei a raccontarmi i suoi, lei che viene da così lontano, lei restituita dal tempo, così, senza preavviso, senza un segno che facesse presagire il suo ritorno. Si consumerà tutto nel giro di qualche ora. Riusciremo a resuscitare, almeno qualche frammento, di un passato tanto distante?

Mancano ormai pochi minuti. L’attesa è solo negli orli, in margini stretti ai quali mi aggrappo.

L’attesa è diversa dalla speranza, diceva un filosofo francese. Ma sto sperando qualcosa? Mi accorgo che mi tremano le gambe. Ho paura e non so di cosa.

L’altoparlante annuncia che il treno è in arrivo sul terzo binario. Come previsto.

Mi ravvio i capelli, mi sistemo la camicia, faccio un lungo sospiro. Mi dico, sono pronto, sono pronto.

Il treno arriva. Mentre frena e sferraglia scintillano le rotaie. Scende il capotreno, poi cominciano a scendere i passeggeri. Alcuni hanno ingombranti valigie, altri borse professionali. Alcuni sono turisti, altri pendolari.

Guardo con attenzione. Non riesco a scorgerla.

Mi domando se non ci sia stato qualche imprevisto. Fosse così avrebbe potuto avvisarmi, il numero del mio cellulare lo aveva. Se non fosse riuscita a prendere questo treno che, ora, sta ripartendo, avrebbe potuto telefonare o inviarmi un messaggio.

Sulla banchina rimane solo una persona. È una signora di una certa età. È poco più alta di me. È elegante ed ha movenze signorili. Ha i capelli bianchi raccolti sulla nuca in un chignon. Ha grandi occhi azzurri. Mi si sta avvicinando con il suo trolley sorridendo anche se io non la conosco.

 

Foto: Luigi Cecchi, 2011

Le parole sono importanti – Laputa contro la manipolazione

Le parole sono importanti – Laputa contro la manipolazione

L’associazione culturale Laputa e Luigi Cecchi collaborano alla realizzazione di due workshop alla Notte europea dei ricercatori all’università LUMSA di Roma, per un progetto ideato da Paola Del Zoppo su linguaggio e manipolazione relazionale, sviluppato con noi accentuando l’importanza del medium fumetto. Il progetto, che ha visto una sua prima sperimentazione in collaborazione con l’associazione Libellula di Morlupo, ed è poi confluito in parte anche nel progetto ZerOmagazine 2017 e 2018, si avvale delle vignette di Luigi Cecchi e prevede, in questa occasione, la realizzazione di vignette ironiche su bullismo, cyberbullismo, sopraffazione, manipolazione emotiva e fragilità relazionale da parte di due gruppi di alunni di licei romani che parteciperanno alla bella giornata organizzata dalla LUMSA di Roma per divulgare la ricerca scientifica, di cui trovate notizia qui. La Notte Europea dei Ricercatori è una manifestazione promossa dalla Commissione Europea, che vede Frascati Scienza come capofila di una rete di ricercatori, università e istituti di ricerca che si estendono dal nord al sud dell’Italia nel promuovere il più importante appuntamento europeo di comunicazione scientifica, un evento che in tutta Europa coinvolge oltre 300 città.

Le Notti Europee dei Ricercatori sono eventi dedicati alla scienza e all’apprendimento giocoso. Rappresentano un’occasione unica di incontrare i ricercatori, parlare con loro e scoprire cosa fanno concretamente per la società in modo interattivo e coinvolgente.
Queste manifestazioni sono sostenute dalla Commissione Europea nell’ambito delle Marie Skłodowska-Curie Actions, un programma della UE con l’obiettivo di promuovere le carriere dei ricercatori in Europa.

In particolare, il nostro laboratorio riguarderà l’importanza dell’acquisizione e della valorizzazione delle competenze linguistiche, euristiche e inferenziali e della capacità di analisi del testo e del microtesto letterario in particolare possano aiutare a riconoscere i “modi” manipolativi delle interazioni. Pubblichiamo di seguito il testo illustrativo di Paola Del Zoppo che accompagnerà il laboratorio.

 

Le parole sono importanti – Bullismo, cyberbullismo, linguaggio.

di Paola Del Zoppo

La tendenza contemporanea all’accelerazione delle innumerevoli interazioni comunicative favorisce l’attecchimento di linguaggi e convenzioni che portano all’affermazione di realtà fittizie e manipolazioni, e rende sempre più difficile soprattutto ai più fragili e ai giovani attuare modalità di comunicazione assertiva. Il potenziamento e la valorizzazione di queste capacità avvengono tramite la consuetudine con la parola creativa e la letteratura molto più che con altri testi scritti di carattere informativo o argomentativo. Un testo letterario presenta una molteplicità di possibili interpretazioni (politica, simbolica, relazionale, storico-culturale, formale).

Accorgersi di questa polisemia conduce anche a riconoscere l’importanza dei contesti comunicativi e conferisce autorità a chi interpreta, oltre che a chi produce un testo. Un esempio molto chiaro è offerto dalla vignetta in cui la parola “sognatore”, che a sé stante viene generalmente percepita come termine positivo, viene utilizzata, di fatto, come un termine dispregiativo e sminuente. La vignetta mostra come una generale tendenza e giustificazione del giudizio porti a rovesciamenti valoriali anche di incidenza psicologica significativa, con conseguenze sull’autostima e spostamenti del set di valori. Ma cos’è il bullismo? Il bullismo è una forma di prepotenza, e diventa davvero pericoloso quando si fa manipolazione e non riguarda solo i bambini o i ragazzi.

Nella dinamica manipolativa, la competenza linguistica e di analisi del testo è una vera e propria arma di difesa. Un termine, un’immagine o persino un’opera d’arte possono assumere significati diversi e potenzialmente violenti e manipolatori svincolati dal loro contesto d’uso, in particolare sul web. Tutto questo coadiuva la situazione di eterodirezione, con lo sfilacciamento delle relazioni e alla tensione a un’idea di felicità che è solo aderenza a uno schema. A lungo andare la superficialità relazionale del web si riverbera sulla vita quotidiana (e così, ad esempio, le relazioni anche sentimentali sono ormai per la maggior parte segnate da comunicazione passivo aggressiva e vittimismo manipolatorio: “stiamo a casa, sono a disagio con i tuoi amici”).

I modi manipolativi occulti sono i più profondi ed efficaci, e si muovono dal gaslighting al plagio. Caratteristiche comuni sono l’allontanamento dalle proprie amicizie e l’influenza sul modo di parlare ed esprimersi legate a una sorta di connessione con il manipolatore. Non appena il rapporto è incasellabile (“stiamo insieme”, “sei il mio migliore amico”), le dichiarazioni di “paura” o “disagio”, gelosie, egocentrismi, agiscono anche a livello cognitivo e inducono ad accettare qualsiasi cosa per evitarli o porvi fine o anche per avere sollievo dall’azione del manipolatore, per vederlo “felice”. Piano piano, si parla con le parole che userebbe lui/lei, o si definiscono a suo modo eventi e sensazioni. Se il manipolatore è felice, noi ci sentiamo euforici (sensazione spesso scambiata con la felicità). Tutti gli altri rapporti vanno spiegati o giustificati, perché o “non capiscono il disagio dell’altro” o non si divertono con le stesse cose, e così via. Intanto lui/lei si appropria dei vostri interessi e si intromette in ogni aspetto della vita. In casi gravi, per esempio in episodi depressivi o latenti si arriva a un’eterodirezione malsana, più frequente in situazioni di squilibrio di autorità o autorevolezza percepita (es. figlio-genitore, impiegato-capo, paziente-dottore, e ovviamente il partner).

In questi casi i gusti (anche artistici e letterari) possono cambiare insieme al modo di esprimersi. Che cosa può fare la lettura di un fumetto, per aiutarci a contrastare tutto questo? Più si hanno competenze e sane abitudini linguistiche, più si ha la capacità di percepire distorsioni del vocabolario, più si è in grado di svincolarsi o reagire a dinamiche di bullismo o microaggressività.

Leggere molti “classici” e leggere fumetti d’autore, in particolare, in cui i dialoghi sono corredati di immagini, aiuta a sviluppare la capacità di distinguere un dialogo autentico da uno filtrato. In situazioni di fragilità (isolamento, depressione, insicurezze) si cambia anche il modo di esprimersi, ed è importante riconoscere in sé e negli altri questi mutamenti. Con l’aiuto dei fumetti, ci chiediamo: Le storie sono fatte di parole: che parole sono? Che persone le dicono? Noi che parole usiamo? E che parole scegliamo per raccontare, di noi o di altri? E gli altri che parole usano per parlare di noi? E che parole usano per parlare con noi?

Spia delle manipolazioni sono ad esempio: le frasi fatte: “Devi lasciarlo andare”, “Devi lasciarti il passato alle spalle”, “Devi muoverti verso la felicità”; la non corrispondenza tra pensiero e azione; la mancanza di ironia e di autoironia; le reazioni infantili. I fumetti d’autore, le strisce e le vignette lavorano tramite l’uso del paradosso, un linguaggio per necessità esatto, una perfetta corrispondenza tra immagine e testo e – spesso – la presentazione di situazioni e problematiche “adulte”. Il linguaggio del fumetto, inoltre agevola il dialogo intergenerazionale, altro elemento di manipolazione in relazione a relazioni basate su autoritarismo e schemi sociali acriticamente reiterati, anche nelle loro falsificate trasgressività.

 

Memorie di Katsuhiro Otomo

Memorie di Katsuhiro Otomo

Le nostre recensioni condivise sono un modo per restituire la lettura a i lettori. Testi non facili, talvolta, generano nel nostro gruppo di lettura le riflessioni più interessanti, in un clima di condivisione e vicinanza, che crea la lettura e dalla lettura è creato.

Memorie di Katsuhiro Otomo, pubblicato in Italia da Edizioni Starcomics, è il primo manga che abbiamo letto nel nostro gruppo di lettura. Si presenta come un’antologia di racconti eterogenei nella forma, ma decisamente coerenti nei contenuti. I racconti sono ambientati in un futuro più o meno lontano, e in società pressoché uniformemente distopiche.

 

(omaggio di Luigi Cecchi a Memorie di Katsuhiro Otomo, diritti dell’autore)

Fanno eccezione i quattro racconti  di Questo pazzo pazzo mondo. L’autore, in questi racconti, si relaziona con alcune delle più classiche e fondanti narrazioni occidentali (Artù e i cavalieri della tavola rotonda, la Bibbia, Le mille e una notte, Il vecchio e il mare. Otomo dà vita a un universo quasi onirico in grado di racchiudere storie diverse. Ci lascia spesso vagare senza troppi punti di riferimento in contesti poco definiti, creando una forte sensazione di spaesamento. Conosciamo ogni piccolo mondo attraverso alcuni dettagli che esso racchiude e nonostante questo ciò che accade nei vari racconti è talmente autentico da dialogare direttamente con il lettore, che viene indotto pian piano, grazie anche agli elementi ricorrenti che tessono una trama di richiami tra le varie novelle, a sentirsi parte di quel mondo, a riconoscersi come abitante di quell’universo.

Ci siamo quasi uniformemente trovati d’accordo nell’apprezzare maggiormente le storie più ironiche in particolare modo la storia dei Capelloni. Il surreale di quei racconti è fin troppo possibile, stimola a prendere in considerazioni i paradossi presenti per leggerli con autocoscienza.

 

 

Ci è sembrato infatti che il fumetto riproponesse in ogni storia la domanda: Che cosa è essere umani? E che in ogni storia proponesse dele risposte e riflessioni, lasciando al lettore la sensazione di saperlo, e di averlo sempre saputo, ma anche il senso di inadeguatezza di non saper difendere o esaltare l’essenza dell’umano per una forma di adeguamento alla società, talvolta associabile al conformismo, altre volte più legata a un senso di inadeguatezza personale.

Un quesito che si riverbera, quindi, sfaccettato, in un universo immaginato in cui è la semplicità a sorprendere, non la tecnologia che lo permea. È chiara la critica che viene mossa da Otomo alla sua società di origine, quella giapponese, rigida nelle proprie categorie e orientata a una perfezione che porta all’esclusione di individui non conformi, e che ciascuno può ricondurre, soprattutto al giorno d’oggi, alla propria cultura di provenienza: senza dubbio si adatta perfettamente alla nostra attuale.

In un mondo come quello del manga in cui maschere e stereotipi si ripetono spesso sempre uguali a sé stessi, Otomo è in grado di intraprendere strade innovative segnando un punto di svolta nella produzione e nella ricezione del genere. L’autore rivaluta completamente il modo narrativo, presentando un’opera dallo stile più raffinato sia dal punto di vista dei contenuti e dello stile narrativo che da quello grafico. Particolarmente interessante a questo proposito ci è sembrato l’utilizzo di una tecnica mista, digitale e non, per la colorazione delle prime storie della raccolta. È d’altro canto innegabile che con la sua opera Otomo abbia segnato uno spartiacque nel mondo del fumetto divenendo ispirazione per generazioni di fumettisti e mangaka che gli sono succeduti.

In apertura del gruppo di lettura i partecipanti dedicano solitamente un piccolo momento alla conoscenza reciproca, con lo scopo di creare maggiore sintonia tra i partecipanti e facilitare la partecipazione di ognuno. In questo caso ci siamo cimentati nella scrittura collettiva di una poesia con una tecnica di condivisione ispirata al gioco del “Cadavere squisito”. Accompagniamo quindi alla recensione il prodotto – davvero interessante – di questo piccolo esperimento collettivo, che tra riflessione e disincanto, rispecchia l’oscillazione dell’ironia e dell’impegno di Memorie:

Una rosa che cresce,

Il vento del mondo,

Curiosa attesa di un futuro possibile.

Il fruscio degli alberi intonava una sinfonia armoniosa.

Attraverso la resilienza, speranza.

Per sbaglio mangiai il muffin intero,

Ritrovando un vecchio cammino da una diversa strada.

Stelle, radici nella terra.

Tutti lo chiamavano oasi dello spazio,

Puro come il calore di un tè.