Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Riprendendo la trilogia sul linguaggio che abbiamo introdotto nella recensione condivisa di Pride, riportiamo le nostre riflessioni condivise su Un Anno, scritto da Jean David Morvan e disegnato da Jiro Taniguchi, pubblicato da Rizzoli Lizard nella traduzione di Elisabetta Tramacere.

Abbiamo affrontato questo percorso proprio partendo da questo fumetto perché questa breve narrazione mette perfettamente in scena questioni relazionali profondamente collegate al ruolo del linguaggio o ancor meglio di una pluralità di linguaggi che si sovrappongono.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Un anno – Primavera

Come prima da cosa c’è da notare che il volume letto è indicato come primo di una serie idealmente composta di 4 volumi ma rimasta incompiuta. Volume 1 – Primavera è stato l’unico ad essere scritto e pubblicato e questo pone senza dubbio il lettore davanti a una doppia opera: una ideale, immaginata e progettata dagli autori, e una reale unitaria e comunque compiuta.

Non sappiamo se la Primavera di cui abbiamo letto si riferisce alla “primavera” della vita della giovanissima protagonista, o a una primavera di un linguaggio ancora da definire, o anche la primavera di un mondo e di una società in cui, con questo primo capitolo, siamo introdotti passo a passo e sempre con grande delicatezza e discrezione, dimensioni, queste, che trovano uno specchio perfetto in un impianto grafico dai colori tenui e dai tratti puliti.

Fin dal principio siamo spinti a metterci in ascolto, le prime pagine di questo fumetto sono sostanzialmente silenziose e ci invitano a prendere il punto di vista della protagonista.

Un anno – Primavera

La piccola Capucine, protagonista di questa storia, è una bambina intelligente e sensibile, in grado di leggere ogni situazione e tensione emotiva con una lucidità e una precisione stupefacente. Ma per ciò che sente e capisce, non è in grado di trovare definizioni. La bambina è affetta da trisomia, una  particolare forma della sindrome di down che ha tra le caratteristiche peculiari quella di non avere effetto sull’aspetto della persona. Il riconoscimento della malattia per chi entra quindi in contatto con la persona che ne è affetta risulta quindi meno immediato. Gli autori giocano quindi fin da subito con la percezione della “normalità” e della “anormalità” invitando il lettore a rivedere i propri eventuali preconcetti.

Attraverso gli occhi della protagonista scopriamo che le parole possono essere inutili se non si è capaci di ridurre all’interno di esse ciò che si vuole esprimere, e quindi le sensazioni diventano mostri, le parole non servono a Capucine per esprimere il mondo che ha dentro, pieno di immagini e sensazioni, e quindi le sue azioni diventano un linguaggio non sempre comprensibile per chi le è accanto. Due sistemi, due mondi interpretativi si scontrano e non si comprendo, causando in ogni caso grande dolore. Da una parte il mondo del linguaggio codificato, perfettamente rappresentato dalla zia, che offende senza sapere di offendere senza pensare a tutte le sfaccettature della comunicazione; o dei genitori che parlano usando parole che credono incomprensibili per Capucine, ma che nella loro definizione sfocata sono comunque in grado di far sentire la bambina giudicata e umiliata. Dall’altra troviamo un sistema in cui relazione e comunicazione sono due dimensioni inestricabili, e che rimane incomprensibile per chi usa il linguaggio come un codice definito.

La questione centrale che a nostro avviso gli autori sono molto bravi a sciogliere e rovesciare è quella della gerarchia tra i due modelli. Alcuni degli adulti che incontriamo usano questa gerarchia per sminuire la dignità stessa di Capucine: lei non sarebbe in grado di comunicare in un modo che a loro risulti comprensibile, deve quindi essere necessariamente strana, inadatta, “ritardata”. Il padre si allontana da questo atteggiamento, ma non risulta essere meno violento. Lui infatti pone comunque a Capucine uno standard per lei impossibile da soddisfare, creando una costante frustrazione e facendole dubitare di sé stessa.

Ma il punto di vista del lettore ci sembra coincidere proprio con quello di Capucine, sono i suoi disegni, inseriti di tanto in tanto come didascalie, che ci fanno un racconto emotivo della storia che abbiamo davanti, come a volerci spiegare meglio ciò che vediamo, al di là dell’impinto grafico “tradizionale” o delle parole che lo corredano. Quindi leggendo ci si rivelano tutte le inadeguatezze e i timori di adulti posti davanti alla necessità di rinegoziare principi che ritengono fondamentali ma che noi, attraverso lo sguardo privo di malizia di Capucine, scopriamo essere solo meccanismi di difesa, barriere emotive e istanze autoconservative.

Quindi Capucine e gli autori attraverso di lei, ci spingono a rivedere le categorie di normale e anormale, sano e malato, libertà e impedimento e a riconsiderare in modo più aperto le sicurezze che costruiscono la nostra realtà, fosse anche la fiducia in una realtà fondativa come il linguaggio.

Due sono le riflessioni che, partendo da questa lettura, abbiamo condiviso riguardo al contesto in cui viviamo. La prima riguarda la scelta che la famiglia di Capucine si trova ad affrontare riguardo l’eventualità di inserire la bambina in una scuola più adatta alle sue esigenze. Ci siamo chiesti infatti quali possibilità la nostra realtà offrire ai bambini e ai ragazzi come Capucine. Quali possibilità di accoglienza e inserimento? In che modo è garantita la possibilità di superare un disagio e vivere una vita “normale” che tenga conto delle specificità di ciascuno e che non sia ghettizzante, che valorizzi amicizia, affetto, benessere delle conoscenze, della cultura e dell’arte per i ragazzi come Capucine, senza escluderli a priori consegnando il mondo ai forti, agli egoisti?

Questa riflessione ci ha condotti ad ampliare lo sguardo a forme di disagio più ampio e purtroppo sempre più riscontrabili. In una realtà in cui aggressività e violenza sono percepite come normali, le persone empatiche vengono spesso etichettate come troppo sensibili o in alcuni casi addirittura deboli. Che strumenti abbiamo quindi per rendere il nostro contesto più vivibile e accogliente per tutti? L’unica risposta che abbiamo trovato sembra essere non troppo paradossalmente nell’empatia stessa, in una forma di attenzione all’altro scevra dalla paura di perdere il sé, che anzi si rafforza in questa apertura.

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Sapienza e gratitudine – Auguri di Buon Anno

Sapienza e gratitudine – Auguri di Buon Anno

Laputa, fin da pochi mesi dopo la sua nascita, ha riflettuto sull’opportunità di creare un piccolo “diario delle microaggressioni”, che scaturiva dalla quotidiana osservazione della realtà e dal lavoro sul linguaggio, sugli atteggiamenti passivo aggressivi e sulla manipolazione che sono alla base dell’operare dell’Associazione contro la violenza diffusa. Il diario e il gruppo di lettura “Dialoghi a fumetti” sono stati, insieme all’attuazione di progetti di educazione diffusa in alcune scuole e università, il cuore dell’attività di Laputa nel 2018. Per il 2019, ci stiamo preparando a nuovi modi, ma intanto vi lasciamo con un augurio “a modo nostro”.

Nel gruppo di lettura Dialoghi a fumetti, prima attività lanciata da Laputa, si promuove ad ogni incontro un dialogo accogliente, e si è scelto di lavorare sul “minimo comune multiplo”, proponendolo come metodo di comunicazione: basterebbe che ciascuno di noi pensasse ogni giorno e in ogni comunicazione se il suo “modo” di comunicare tiene ogni volta conto della possibilità di ferire gli altri elementi coinvolti nella comunicazione, ecco che la relazione tornerebbe al centro delle comunicazioni, e non viceversa. In questo la prima connessione che ci viene in mente rispetto ai nostri progetti di educazione diffusa è con il luogo comune e il modo di dire, stereotipi, e in fin dei conti, habitus relazionali che mettono in secondo piano la percezione rispetto alle categorie, l’ascolto rispetto al giudizio, il bisogno di essere al centro della comunicazione rispetto al desiderio di essere per gli altri.

Nei nostri laboratori ci siamo infatti occupati spesso dei luoghi comuni, dei modi di dire, assimilati senza grande consapevolezza, riutilizzati per liberarsi con facilità di una conversazione che può risultare complicata, pesante. Le feste, la chiusura dell’anno, l’inizio di un nuovo anno, sono momenti di propositi per alcuni, di bilanci per altri. Chi ha subito durante l’anno tradimenti, offese, maltrattamenti – da atteggiamenti passivo-aggressivi, menzogne, incasellamenti – potrebbe far fatica a immaginare scenari futuri di rinascita, e i modi di dire soffocano talvolta gli immaginari o offrono strumenti di menzogna a chi cerca una ragione a buon mercato. Tra quelli che più ci colpiscono a fine anno ci sono “impara a lasciarti le cose alle spalle”, usato come sminuimento delle sensazioni di qualcuno rispetto a una violenza grande o piccola; o anche “pensa a te stesso e cerca di essere felice”, usato come augurio, che non solo sminuisce la persona, ma anche le sue capacità di aprirsi all’amicizia nel piccolo, alla società in senso più ampio. E ancora, instaura il binomio egoismo/individualismo=felicità, rendendo sempre più difficile riconoscere la generosità e la costanza nella cura come atteggiamenti positivi; un modo di dire che peraltro, rielaborato e assimilato da chi è più fragile, manipola il modo di percepire se stessi e stimola alla comunicazione violenta e alla negligenza relazionale, alla “libertà” intesa come “far ciò che ci pare” senza considerare i sentimenti di chi ci ha accompagnato per la via o ha accompagnato con dedizione chi ci è caro.

Una grande confusione tra l’attenzione e la cura di sé e delle relazioni autentiche e la sottomissione a relazioni manipolatorie sembra pervadere ogni ambito della società, e si concretizza spesso nell’opportunismo della mistificazione della gratitudine nella sua falsificazione riflessa di ricatto morale, che si presenta laddove si invoca la gratitudine in assenza di relazioni autentiche. Non è il “social network”, la festa passata tra una dipendenza e l’altra, non sono le “amicizie sbagliate”, piuttosto è una sorta di “mitologia dell’allontanamento” a creare la rarefazione degli affetti e l’abbandono che disattende un patto, rendendoci di fatto schiavi della menzogna moderna più diffusa: l’anticonformismo conformista. Com’è nostra consuetudine, ve ne parliamo lasciando raccontare un libro, stavolta però non di fumetti, e formuliamo così un invito a letture del mondo meno scontate, esprimendovi i nostri migliori auguri per un 2019 in cui ogni giorno conosciate qualcosa di nuovo e inaspettato. Crescere e conoscere è utile a preservare e conservare le relazioni autentiche e fondanti, restando umili e aperti al mondo.

Yang Jiaoai si immola in nome dell’amicizia

di Paola Del Zoppo

Nella storia di amicizia Yang Jiaoai si immola in nome dell’amicizia si narra di Jioai, che in una notte di pioggia accoglie Botao, in cammino verso il palazzo del re, condividendo con lui la sua poverissima capanna e il poco cibo. Si tratta della rielaborazione di una storia popolare basata su personaggi esistiti nell’epoca degli stati combattenti Zhanguo  (475-221 a.C., cfr. nota a p. 305).

La storia è inclusa nella raccolta Feng Menglong, Quattordici storie per istruire il mondo (Atmosphere libri, 2018, pp. 155-166, trad. di Antonio Liggiero), che raccoglie appunto 14 delle storie vernacolari della celebre serie Sanyan di dinastia Ming, compilate e adattate da Feng Menglong (1574-1646), fondamentali per lo sviluppo della narrativa vernacolare cinese. “Popolate da studiosi, imperatori, ministri, generali e una galleria di uomini e donne comuni nel loro ambiente quotidiano – mercanti e artigiani, prostitute e cortigiane, sensali e indovini, monaci e monache, servi e cameriere ladri e impostori – i racconti forniscono un vivido panorama del mondo della Cina imperiale prima della fine della dinastia Ming (1368-1644).”[1]

Feng Menlong

La storia di Botao e Jiaoai è una storia antica, dunque, che con tono colloquiale, intessendo credenze e saggezza popolare – ben diversa dal luogo comune – vuole “insegnare” il valore dell’amicizia con dolcezza e ottimismo e scardinando l’idea del sacrificio come atto eroico, portatore di “fama”, per riportarlo alla quotidianità della scelta di condividere il destino degli amici come valore che supera il raggiungimento di una “felicità individuale”.

Nata infatti l’amicizia fraterna dalla generosità, Botao, conversando tutta la notte con Jiaoai, riconosce l’acume del più giovane compagno, fino ad allora vissuto in condizioni estremamente miserevoli:

Jiaoai fece rimanere Botao a casa, lo servì come meglio poteva e fu così che diventarono fratelli. Botao era più grande di cinque anni, quindi Jioai iniziò a chiamarlo fratello maggiore. Dopo tre giorni la pioggia si fermò e le strade si asciugarono, quindi Botao disse: “Caro fratello, saresti capace di fare il primo ministro, abbracci la volontà dello stato, è un peccato che tu non abbia cercato la fortuna e sia rimasto qui nella foresta. – Non era che non volessi, è che non me ne è mai stata data la possibilità.

È la relazione di affetto e fiducia che ispira Yang Jiaoai a seguire Botao nel suo proposito: recarsi al cospetto dei funzionari del re per diventare egli stesso un funzionario nobile, e vivere una vita rispettabile. Botao “usa” l’amicizia per far uscire Jiaoai dall’isolamento, e proprio per il sentimento tra i due, desidera fortemente il successo dell’amico e la valorizzazione del suo ingegno in una cerchia sociale più ampia. I due si incamminano fianco a fianco, ma per la via il freddo, la fame e l’estrema povertà, non consentono a entrambi di giungere a destinazione. Botao, dopo molte difficoltà convince il “fratello” a lasciarlo morire di freddo sotto un albero, acconsentendo però a che Jiaoai torni per dargli una sepoltura dignitosa non appena si sarà sistemato. Di fatto, Botao dona a Jiaoai la possibilità che fino ad allora gli era stata negata, di far valere la propria sapienza e il proprio acume per raggiungere la nobiltà. Jiaoai giunge in città, viene notato dal funzionario preposto all’assunzione degli uomini sapienti che il re cerca per la sua estrema povertà, ma subito si distingue anche per il suo acume, progettando la migliore strategia per il sovrano. Ottiene dunque l’ambita posizione. Per prima cosa, allora, chiede il permesso torna a rendere onore al corpo dell’amico. Fin dalla prima notte dopo la sepoltura, però, il riposo eterno di Botao e con esso il riposo terreno di Jiaoai sono turbati dalla superbia di uno spirito “importante”: si tratta del famosissimo Jing Ke, che aveva attentato alla vita dell’imperatore, il quale non riconosce il valore del sacrificio di Botao, considerandosi, più in alto di lui: “Tu sei una persona morta di fame e di freddo, come osi costruire la bara sulle mie spalle e rovinare il mio Fengshui?”[2].

Jing Ke minaccia l’imperatore

È da questo rapporto con la storia eroica di Jing Ke che la storia di Jiaoai, apparentemente semplice, si svela non solo come exemplum di una scelta di amicizia, ma rovescia, nel rapporto di “marginalità”, di spostamento del punto di vista, la narrazione “di massa” dell’eroe. La giustizia è narrata dal punto di vista di chi non agisce per essere “grande”, ma per senso di autenticità. La storia sposa il punto di vista dei non-eroi, dei piccoli, di chi riesce a scegliere la dignità data non dalla fama, ma dalla relazione con l’altro nell’ambito di una vera conoscenza e di un vero senso di gratitudine, in constrasto con chi coltiva uno spirito eroico, ma poi cade nella trappola dell’autoreferenzialità. Nel rispecchiamento delle due figure di Jing Ke e di Jiaoai si approfondisce il senso della giustizia che non può essere realizzata se non vincolata all’autenticità, alla lealtà e al coltivare l’umiltà e la sapienza al servizio delle relazioni e del rispetto per gli altri.  

Tormentato da Jing Ke, lo spirito di Botao appare di notte all’amico e chiede aiuto. Jiaoai, tenta dapprima di risolvere la questione in maniera terrena, spostando la bara, ma rischia così di offendere gli spiriti e incontra l’opposizione degli abitati del luogo. La tomba di Jing Ke, si trova lì per un altro atto di amicizia, e per questo la sua posizione è sacra:

Questa persona venne uccisa perché aveva tentato di uccidere il re dei Qin, perché la sua tomba è qui? – E gli venne risposto: – Gao Jiangli è di queste parti, sapendo che Jing Ke era stato ucciso e il suo corpo abbandonato nella foresta, ha rubato il cadavere e l’ha sepolto qui, dove la sua anima fa sentire spesso la sua presenza.[3]

Jiaoi resta convinto però di essere nel giusto non solo per la questione in sé, ma per il modo: Jing Ke “pretende”, non chiede né mette in dubbio. Egli è presuntuoso: è convinto di essere superiore a Botao grazie alla propria fama, senza conoscere l’animo di chi gli giace di fianco nella morte. Jiaoai, allora, si rivolge prima allo spirito stesso di Jing Ke, nel tentativo di fargli comprendere l’ingiustizia, la sua errata considerazione della statura morale di Botao, inevitabilmente mettendo in moto il confronto tra l’eroe celebrato, di fatto un assassino che aveva voluto risolvere una sopraffazione con la violenza e con l’inganno, e la dignità di studioso dell’amico fraterno.

[…] iniziò a insultarlo: – Tu sei una persona qualunque di Yan, dopo aver ricevuto il sostegno del principe hai avuto per te concubine e tesori. Non hai pensato a un grande piano per meritare la fiducia degli altri, ma sei entrato nello stato di Qin e hai fatto quello che hai fatto, lì hai perso la vita e danneggiato il tuo paese! E ora vieni qui a spaventare il popolo, e richiedi che ti vengano fatti dei sacrifici! Mio fratello Zuo Botao è un grande studioso, benevolo e giusto, come osi attaccarlo?

Non ottenendo ascolto, Jiaoai cerca di guadagnare a Botao il riposo sereno con altri stratagemmi: obbedendo alla richiesta di Botao stesso gli costruisce dei guerrieri d’erba, compagni per la battaglia della notte. Ne fa in gran numero, ma essi si rivelano comunque insufficienti a battere il potente Jing Ke. Jiaoai comprende infine che è costretto a una scelta estrema. È nell’esaltazione del suo legame con l’amico che la forza dell’eroe-specchio può essere eguagliata, e la potenza guadagnata con la sopraffazione può essere rovesciata, da un atto di completa gratitudine che comunica al mondo il messaggio di una giustizia legata al riconoscimento del reale valore delle persone.

Dalla mostra “Laterna Magica” – Rätisches Museum, Chur, Photo PDZ.

Rendere onore a Botao eliminando il simbolo di Jing Ke non è a sua volta un atto di sopraffazione o violenza – come in un’ottica conformista si tenderebbe a leggere. Anzi, è proprio l’annullamento del “finto eroe” a consentire in un momento solo ristabilimento degli equilibri e l’atto di vera liberazione. La battaglia che si svolge tra gli spiriti è l’annullamento della violenza manipolatoria e non il suo contrario:

Tornato al santuario, scrisse al re di Chu: In passato Botao ha offerto a me i suoi cereali, per questo sono riuscito a vivere e incontrare Sua Maestà. Il titolo di nobiltà conferitomi mi basta per tutta la vita, e nella prossima vita ripagherò il favore con tutto il cuore. Le sue parole erano molto profonde. Diede il rapporto al servo, e poi arrivò sulla tomba di Botao, piangendo, quindi disse a chi lo seguiva: <Mio fratello è stato forzato dallo spirito di Jing Ke, ora non ha via di scampo e io non lo sopporto. Volevo bruciare il suo tempio e dissotterrare il suo cadavere, ma temo che questo vada contro la volontà degli abitanti, quindi ora vorrei diventare uno spirito dell’oltretomba, e aiutare mio fratello a combattere i suoi nemici. Potete seppellire il mio cadavere alla destra della bara di Botao, così la vita e la morte coesisteranno, tutto per ringraziare mio fratello che mi ha donato i suoi cereali. Tornate dal sovrano di Chu, pregatelo di accettare le mie parole, e di mantenere inalterata la topografia del territorio.> Finito di parlare, prese la sua spada e si uccise. I suoi servi non ebbero il tempo di salvarlo, quindi misero subito il corpo in una bara e lo seppellirono a lato di Botao.

Era la seconda guardia notturna, scoppiò una grande tempesta, tuoni e fulmini ovunque, con voci di soldati che gridavano: <Uccidi, uccidi!> che si udivano per decine di chilometri. All’alba si vide questo: la tomba di Jing Ke era stata dissotterrata, le sue ossa disseminate davanti a essa, il pino e il cipresso davanti alla bara avevano le radici tirate via. Il tempio prese improvvisamente fuoco, e bruciò la terra. Nel villaggio erano tutti sorpresi, e si misero a bruciare incenso davanti le tombe di Jiaoai e Botao. I servi tornarono nello stato di Chu, e raccontarono l’avvenuto al re Yuan, che comprese il forte senso di giustizia di Jiaoai e inviò un ufficiale a costruire un tempio davanti alle tombe; in seguito conferì a entrambi un titolo nobiliare postumo, chiamò il tempio Tempio della giustizia e appose una tavola commemorativa. […] C’è un’antica poesia che dice:

Nell’antichità la benevolenza e la giustizia riempivano il cielo, e si vedeva la loro influenza nel cuore delle persone.

Prima dell’autunno venne eretto un tempio per i due studiosi, il cui spirito spesso accompagnava il freddo e la luce della luna.



[1]Cfr. la pagina del sito di Atmosphere libri: www.atmospherelibri.it. Per approfondimenti,oltre alla sintetica e interessantissima postfazione del traduttore Antonio Leggiero, è possibile leggere online anche: A Reconsideration of Some Mysteries concerning Feng Menglong’s Authorship, di Pi-ching Hsu, in <Chinese Literature: Essays, Articles, Reviews> (CLEAR), Vol. 28 (Dec., 2006), pp. 159-183, online free su Jstor. Un saggio critico sulle sanyan è di Luca Stirpe: Echi d’amore. Le Sanyan di Feng Menglong e le fonti in cinese classico (Aracne,  2013), con una ricca anticipazione gratuita online.

[2] P. 163. Jing Ke (morto nel 227 a.C) nella cultura popolare è considerato un eroe: per reagire ai tentativi di unificazione dell’imperatore Qin Shihuangdi, si introduce a corte e tenta di ucciderlo. La sua storia viene narrata nel capitolo: “Biografia degli assassini”, nell’opera Shiji di Sima Qian (刺客列傳). Online si può leggere: FEINMAN, Gary, NICHOLAS, Linda M., HUI, Fang, The imprint of China’s first emperor on the distant realm of eastern Shandong, a cura di Joyce Marcus, University of Michigan, 2010. Nella cultura contemporanea, la storia di Jing Ke è costantemente oggetto di rielaborazioni: il film Wǔxiá L’imperatore e  l’assassino di Chen Kaige (con Gong Li) è ispirato alla storia di Jing Ke; anche il protagonista di Hero di Zhang Yimou (interpretato da Jet Li) è ricalcato sulla figura dell’eroe astuto e abile con la spada, che vuole difendere la diversità dei regni dall’unificazione sotto un unico potere. La storia riecheggia nell’anime Katanagatari (in uscita in inglese a novembre 2018). Nella letteratura contemporanea, una interessante rivisitazione è certamente Il cerchio dell’autore di fantascienza Cixin Liu riporta i valori dell’astuzia e della sapienza al centro della narrazione eroico/speculativa: Jing Ke, invece che attentare direttamente alla vita dell’imperatore si mette al suo servizio (soprattutto per ottenere il segreto della vita eterna cui egli in realtà ambisce). Per farlo, organizza i tre milioni di soldati dell’esercito in unità di calcolo binario. Disarmati e impegnati nella grandiosa operazione, i soldati vengono sterminati dall’esercito nemico, cui Jing Ke è rimasto sempre fedele. (Cfr. tra gli altri, il sussuntivo articolo di Maria Rita Masci su Cixin Liu sulla rivista <Gli asini>: http://gliasinirivista.org/2018/04/cina-la-fantascienza-in-un-paese-di-fantascienza/)

[3] Il “Gao Jianli” racconta della vicenda successiva al fallimento del tentato omicidio del Re di Qin da parte di Jing Ke; il protagonista, Gao Jianli, è un abile suonatore di zhu costretto a vivere in incognito come oste di una locanda poiché colpevole di essere l’amico dell’eroe Jing Ke. Tratto da documenti riportati nello Shiji e in altri testi classici, racconta di come cercherà di riscattare la propria libertà e la sconfitta dell’amico Jing Ke nonché la dignità di tutto il popolo sottomesso.

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Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

 

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti

Sabato primo dicembre ci sarà l’evento-lancio del progetto ZerOmagazine 2019, progetto ideato dal Centro Libellula Morlupo, che ha visto congiungersi in maniera innovativa e del tutto trasversale istanze socioculturali che avevano davvero bisogno di essere riconnesse: intergenerazionalità, dialogo letterario, ricerca sociale, attenzione alle fragilità relazionali, a temi scottanti come bullismo, intercultura, manipolazione, sessismo, e che ha scelto, nella sua formula magazine, di dare a questi dialoghi dei contorni ben definiti affinché l’azione sociale sia davvero inclusiva. Questo anno a a venire, il progetto porta lo slogan #nessunoescluso e così vogliamo che sia. Laputa collabora in diversi modi, ma soprattutto con l’organizzazione di un evento cittadino in cui due “mastri fumettisti”, autori di acute parodie e significativa comunicazione a fumetti sul pensiero critico, interverranno per raccontarci di sé e della loro arte: Fran de Martino e Luigi Cecchi (Bigio). In attesa della presentazione pubblica del primo dicembre e dell’evento fumettistico di febbraio, pubblichiamo qui un articolo apparso nel numero 2 di ZerOmagazine, a firma di Paola Del Zoppo, che partendo da alcune implicazioni pedagogiche, congiunge fumetto, poesia e riflessione sociale, marginalità e centralità, tutti temi cari a Laputa, che aprono ai nuovi discorsi di quest’anno.

Oltre i pregiudizi, parole a fumetti, di Paola Del Zoppo

(Articolo apparso su ZerOmagazine 2018, pp. 4-5.)

I progetti sperimentali sull’alfabetizzazione letteraria si connettono alla scrittura poetica e allo sviluppo delle potenzialità degli alunni, e prima ancora al riconoscimento di queste potenzialità, spesso non valorizzate in altri ambiti. L’abilità di leggere e interpretare un testo o costruire un discorso, sono soft skills che si fa fatica a riportare al giusto grado di rilevanza, dopo alcuni decenni di decostruzione del valore delle capacità intellettuali (vedi Frank Furedi e Martha Nussbaum tra gli altri). Un esperimento del 2002 di “poetic literacy”, riportato in un articolo scientifico, puntava all’empowerment in classi di adolescenti. Uno dei partecipanti, al termine del corso, esclamava: “Now I believe If I can write I can do anything”.

Sulle capacità di gestione di sé, delle relazioni, delle visioni del mondo e delle proprie potenzialità si era già attivato a Morlupo il laboratorio gestito dall’Associazione Libellula con il progetto ZerOmagazine 2017, che, come testimoniato dal precedente numero di questa rivista, ha permesso agli alunni di entrare in contatto con delle possibilità di gestione della quotidianità e del sé che altrimenti sarebbero rimaste in ombra, avvicinando la scrittura e la consuetudine con la parola scritta a dei meccanismi di coping per un ampio spettro di situazioni. Il primo e fondamentale momento è stato, nel progetto ZerOmagazine come in molti progetti di alfabetizzazione letteraria di pari livello, un lavoro sulla parola, sul rapporto che abbiamo con le parole e con l’organizzazione del discorso e degli habitus discorsivi, per allontanare le parole stesse da una retorica che troppo spesso è solo strumento di manipolazione. Allora il compito del poeta e dell’insegnante di poesia è di restituire una nuova dimensione alle parole già troppo usate, come esprimeva Hilde Domin nella strofa centrale di un famoso componimento:

 

[…]Parola libertà che voglio irruvidire

ti voglio riempire di schegge di vetro

così è difficile tenerti sulla lingua

non diventi la palla di nessuno. […]

Questo nodo essenziale trova poi una piena realizzazione nel processo guidato di scrittura, che si tratti di scrittura poetica, narrativa o per immagini. La scrittura poetica in particolare offre l’occasione di scardinare i molti pregiudizi di cui la poesia e l’attività intellettuale in generale soffrono e insieme “godono” in Italia, dipendenti da una “gabbia” di status di arte/ competenza “difficile” e insieme legata a una retorica della spontaneità, o dell’idealismo staccato dalla “concretezza” (quotidiana, politica, socioeconomica). Per quanto riguarda in particolare la poesia, il pregiudizio è inoltre connesso con l’idea che la composizione poetica (o comunque la scrittura finzionale) sia una capacità “innata”, o anzi addirittura un’identità: “Poeti si nasce, non si diventa”. Si tratta anche qui di una maltrasmessa eredità idealistica e dell’associazione della poesia a un impeto emotivo, piuttosto che a un sorvegliato e complesso esercizio di rielaborazione mimetica e retorico-linguistica del pensiero, sia che si tratti di poesia originale, personale, “sperimentale” (e quindi di letteratura) o di un atto poetico che si presenta come epigonale. Ancora oggi i testi poetici (e poietici) più interessanti e forieri di significati restano quelli in cui oltre a un tema “oggetto” compare nel testo una riflessione sul fare creazione: la poesia e la letteratura tout court raggiungono livelli eccelsi quando riescono a coniugare la loro realizzazione con una riflessione sul loro oggetto che è associabile alla poesia.

Il “fumetto” viene –ancora ed erroneamente – assegnato a un ambito letterario diametralmente opposto alla poesia per quanto riguarda il canone “formativo” e lo status, ma nella sua considerazione di mezzo di espressione o trasmissione di saperi e narrazioni più “immediate”, soffre di molti pregiudizi associabili a quelli di cui si ammanta la composizione poetica: Come rileva la pedagogista Luciana Bellatalla nell’introduzione all’interessante volume di Anna Ranon Poeti sui banchi di scuola (2012) che analizza operati, potenzialità e proposte per un’analisi pedagogica dell’educazione alla poesia, i pregiudizi – sempre deleteri – possono offrire spunti di correzione e approfondimento: “a) la poesia è un moto spontaneo dell’animo ed un’effusione libera e piena di sentimenti; b) il poeta è, dunque, tale per una sorta di stato di grazia (spesso irripetibile), intimo ed immediato, che, per esprimersi, non richiede filtri sofisticati o strumenti particolari di natura tecnica e culturale; c) il bambino è poeta per eccellenza, giacché vive in una condizione emotivamente ed affettivamente privilegiata.” (p. 10). Per il fumetto potremmo giustapporre: a) il fumetto è immediatamente comprensibile e il pensare a fumetti più spontaneo; b) il disegnatore/ fumettista ha il “dono” del disegno, non ha affinato un artigianato; c) il fumetto è un’arte per bambini perché è divertente e più immediatamente comprensibile a livello anche non razionale. Quindi, sempre seguendo la linea decostruens di Bellatalla, se la poesia è: “una attività espressiva potenzialmente universale; va incoraggiata nei fanciulli; è un argine contro la dissoluzione del soggetto, la crisi dei valori e finisce per essere il mezzo salvifico dell’umanità, perché riporta l’uomo alla sua interiorità, alla “genuinità” dei sentimenti e, infine, alla dimensione della speranza e della libertà.” (ibd.), al fumetto, anche senza procedere punto per punto, riconosciamo simili potenzialità. Viene pertanto trattato alla stessa stregua nell’educazione scolastica e oltre. Inoltre, la decostruzione della figura dell’intellettuale e del pensatore artista in generale, cui si accennava sopra, opera inoltre in senso più profondo negli ambienti stessi di creatori ed editori di fumetti (come in tutto il mercato delle lettere) conducendo a una più ampia diffusione di ciò che corrisponde a quanto sopra e di ciò che, per questi pregiudizi o per ragioni ancor meno edificanti, è considerato o è più “vendibile”. La storia del fumetto come arte e come espressione letteraria non è ancora patrimonio comune occidentale. Inoltre, se come Lyotard ricordava, non siamo più in un’epoca di grandi narrazioni, è vero però che le grandi narrazioni del mercato influenzano le nostre valutazioni in maniera più o meno percettibile.

E il mercato ha per troppo tempo, e sicuramente negli ultimi 30 anni, ridotto nella cultura di massa il fumetto a componente voyeuristica e semplificatoria che ha rimpiazzato e depotenziato la sua natura eversiva. Il fumetto d’autore occupa di fatto ancora, o di nuovo, una nicchia del mercato. Saper riconoscere una buona sceneggiatura e un tratto originale e caratteristico, dunque stilisticamente e esteticamente valido, non è un atto di lettura o interpretazione meno strutturato rispetto al confronto con la letteratura o persino con la filosofia. Al contrario: la possibilità di decifrare e comunicare dei messaggi tramite la “traduzione” in forme d’arte, che rappresentano uno spazio ricettivo “positivo” e di base neutro, accogliente, ma non autoreferenziale, rende ai ragazzi più giovani un forte sentimento di autonomia nella lettura del mondo e nella sua rappresentazione, fornendo quindi un’ottima occasione di scardinamento di mentalità basate sull’autoritarismo, il paternalismo, la logica del più forte. È necessario però associare alla creatività una relazione, orizzontale con l’ambiente circostante, verticale nella stratificazione artistica. In questo un ruolo fondamentale (anche perché esterno alla narrazione del mercato) è svolto da Biblioteche e fondi librari. Tra questi, il Fondo librario di poesia di Morlupo, gestito e promosso dall’Associazione Libellula, rappresenta uno degli esperimenti più interessanti e riusciti degli ultimi anni, con una collezione di poesia e opere di pensiero poetico tra le più ricche d’Italia, offrendo la possibilità di confrontarsi con una memoria artistica che rende alla tradizione il giusto valore di exemplum.

Nella sua strutturazione e nella posizione “periferica” rispetto al centro della “grande città” italiana è in sé un nucleo di rielaborazione attiva di concetti spaziali gerarchici fuorvianti e legati a tutto ciò di cui si è scritto sopra (ad esempio il concetto di centro/ periferia) davvero poco utili al miglioramento della condizione umana contemporanea e nel contempo lontano dalle vuote retoriche sugli spazi fintamente democratici della rete 2.0, in cui le relazioni sono assenti e ben poco modificabili nel tempo. Il rapporto sfumato tra centro e periferia e il peso specifico differente che un’operazione socio culturale come quella di Libellula, coadiuvata quest’anno dall’associazione Laputa (non a caso anch’essa nata da esigenze di ricollocazione e rivalutazione culturale di una provincia che è ormai periferia) dà alle “narrazioni del margine” rappresenta oggigiorno un vero e proprio esperimento di impegno per l’utopia.

 

Testi citati

Hilde Domin, Ti voglio, in Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore, 2015 (trad. Ondina Granato).

Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali, Raffaello Cortina Editore, 2007

Martha Nussbaum, Coltivare l’umanità, Carocci, 1997

Anna Ranon, Poeti sui banchi di scuola, Franco Angeli, 2002

Angela M. Wiseman, “Now I believe if I write I can do anything”: Using poetry to create opportunities for engagement and learning in the language arts classroom, in <Journal of Language and Literacy Education>, n. 6 (2, 2010), 22-33.

La striscia è di Luigi Cecchi, in Le avventure di Ugi & Calebrina, Mini G4m3s Studio, 2018

 

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Le parole del bullismo

Le parole del bullismo

Uno dei focus dell’associazione Laputa è il lavoro di riconoscimento e prevenzione delle situazioni di “bullismo”. Sulla pagina dedicata del Liceo Ignazio Vian di Bracciano l’associazione Laputa sta mettendo a disposizione dei materiali relativi al nostro progetto, che nei prossimi mesi sarà attuato nella scuola e di cui trovate le linee principali qui.

Il progetto parte proprio dalle “intenzioni comunicative “veloci” contemporanee – chat, post in blog, Facebook, Twitter e altri tipi di comunicazione con testo e immagini – per proporre i primi input nel riconoscimento della violenza, della disparità e della manipolazione in molti ambiti di interazione. Si ragione “insieme” con modalità di interazione laboratoriale, per svelare i tranelli e i trabocchetti di linguaggi che coadiuvano l’affermazione di realtà fittizie e la manipolazione relazionale, allontanando da interazioni autentiche e immergendo in un mondo che talvolta non lascia possibilità di risalita. Per esempio uoghi comuni “lasciarsi andare, lasciar andare”, “lasciarsi il passato alle spalle”, “pensare a se stessi”, “la minestra riscaldata”, sono depotenzianti, e non solo allontanano da una concezione complessa e dunque realistica di qualsiasi interazione sociale, ma impediscono di fatto la costruzione o la ricostruzione di rapporti soprattutto dopo situazioni di disagio, difficoltà o manipolazioni relazionali più o meno gravi. Alla base resta quindi la concezione che il linguaggio sia di per sé “creatore di mondi” e la profonda e positiva convinzione che si possa interagire con esso plasmando mondi in cui la violenza sia assente.

Se uno degli strumenti principali del progetto è l’avvicinamento all’arte come guida nella decodifica dei messaggi impliciti ed espliciti della comunicazione, in modalità attiva, il progetto si sta sviluppando anche tramite un piccolo “glossario”, una serie di documenti che raccolgono spunti per l’analisi autonoma di situazioni, dinamiche, problematiche. Il primo testo della serie “le parole del bullismo” mette in relazione “Bullismo e manipolazione”. Questo perché la violenza può rivelarsi tramite atti fisici (più facili da riconoscere, ma non sempre raccontati) o atti che possiamo chiamare “psicologici” (talvolta molto difficili da riconoscere). In entrambi i casi le strategie migliori sono legate alle relazioni con gli altri. Da una parte, è fondamentale che chi subisce prepotenze fisiche o psicologiche venga aiutato ad esprimersi, e che abbia dei rapporti in cui si sente “al sicuro”. Non si intendono con questo solo i rapporti familiari, ma anzi soprattutto dei rapporti amicali di reciproca cura e affetto e di costanza. Questo tipo di rapporti vanno riconosciuti e incoraggiati dalle famiglie, che dovrebbero aprirsi il più possibile a coadiuvare e apprezzare i rapporti paritari e amicali tra i figli e i coetanei, senza insistere sul controllo e senza sentirsi minacciata in un’idea gerarchica di rapporti relazionali che porta al conformismo e apre alla prepotenza del giudizio degli altri (prima la “ragazza/o”, poi gli amici, prima la “famiglia” poi gli amici). Da tener presente che vale anche il contrario: i manipolatori agiscono sempre decostruendo i rapporti sani, al di là della loro tipologia, perché hanno bisogno di isolarvi per avervi sotto controllo.

Ecco dunque le due basilari parole presentate nel primo file: Bullismo e manipolazione.

Il bullismo – Bullismo è una parola “copiata” dall’inglese. Bullying vuol dire “sopraffare”, trattare con prepotenza, umiliare. La cosa grave è quando questi brutti comportamenti ci fanno sentire inferiori o, se siamo noi a trattar male gli altri, ci fanno perdere di vista quello che davvero vorremmo. Anche, per esempio, reagire alla violenza con la violenza è qualcosa che ci cambia, nella percezione degli altri e nella percezione che gli altri hanno di noi Tutti i comportamenti legati al bullismo hanno quindi a che fare con una forma di “manipolazione”: “induco qualcuno a fare qualcosa o a essere in un modo in cui non vuole essere”.

La manipolazione – Una delle più frequenti tecniche di “violenza psicologica” è la manipolazione volta al controllo e all’abbassamento dell’autostima della vittima. A volte l’azione è riconoscibile, altre volte meno. L’unica strategia possibile, come in tutti i fenomeni di prepotenza, è costruire relazioni e quotidianità sane e autentiche, che almeno possono aiutare a riconoscere o denunciare le fasi in cui il manipolare allontana la vittima dalla sua realtà. La manipolazione, nonostante sia un fenomeno sempre più diffuso, è spesso sottovalutato e difficilmente riconoscibile, e si può manifestare in tutte le relazioni con coinvolgimento emotivo: nelle relazioni sentimentali, nei rapporti di lavoro, nelle amicizie, nei rapporti familiari. Questo a prescindere dalla condizione psicologica di partenza delle persone coinvolte. È vero però che le persone più empatiche, con insicurezze relazionali e personali, che nella vita hanno vissuto questo tipo di relazioni in famiglia, ad esempio, o anche meno allenate al pensiero critico sono più facilmente vittime di queste situazioni. Per esempio, quindi, avere la possibilità di abituarsi a discutere le proprie conoscenze e convinzioni, stabilire rapporti di dialogo, abituarsi a stare in un gruppo di amici che passa il tempo libero con attività culturali o comunque costruttive, mette al riparo da molti tranelli dei manipolatori. Anche leggere molto e studiare, imparare ad apprezzare e a godere della propria conoscenza, sono attività che stimolano il pensiero critico e il dubbio.

 

 

Da una parte, è importante riconoscere i manipolatori, dall’altra sarebbe importante riconoscere nella persona che subisce violenza psicologica i sintomi della dinamica manipolativa. Per convenzione, chi ha studiato la manipolazione per trarne indicazioni o manuali di autoaiuto, ha riconosciuto che si attraversano alcune fasi distinguibili di “caduta”, nelle quali sarebbe bene interagire nella maniera più consona per liberare la persona coinvolta.

Altra cosa da tener presente è che, se molto spesso si associa questa dinamica alla relazione di coppia, e di recente ancor più si focalizza sulla manipolazione dell’uomo nei confronti della donna, dato che di recente si indaga meglio sulla situazione diffusa di violenza contro le donne, in realtà, la dinamica manipolativa può instaurarsi anche tra gruppetti di persone, tra due amiche o tra due amici, o anche in famiglia o tra insegnanti e alunni, e non solo “dal più grande” al più piccolo. Ecco perché altre parole che sviscereremo nei file futuri sono infatti “autoritarismo”, “sessismo”, “razzismo”, “vittimismo”, “opportunismo” e così via. Nel file già presente sul sito del Liceo Vian – e che potete tutti scaricare gratuitamente – si elencano perciò i tratti più salienti delle fasi che possono aiutarvi a capire se qualcuno a voi vicino sta vivendo una brutta situazione

In generale i rapporti sani e autentici, gli amici più vicini, sono una vera cartina di tornasole. Se gi amici di sempre dubitano del rapporto con una persona o con un gruppetto di amici, con più o meno energia, è un segnale. E se talvolta questo porta a litigare con gli amici “veri”, c’è da tener presente che avere il coraggio di dire a qualcuno che sta vivendo una situazione di manipolazione è un modo per cercare di ristabiire una situazione di verità e dunque aiutare. Un buon dialogo e rapporti sinceri di amicizia, possibilmente con persone con cui si è condiviso un percorso di vita, possono arrivare a scardinare la dinamica e a “staccare” la persona da chi lo controlla, o gli fa vedere le cose solo dal suo punto di vista. Amicizia è anche fare fatica.

I file sono corredati delle belle vignette di Luigi Cecchi, alcune preparate per ZerOmagazine 2016, altre create per i nostri progetti, come le vignette della serie “Questions” qui presentate (©Luigi Cecchi 2018 per Laputa – Associazione culturale). Potete scaricare il file completo sulla pagina dedicata al bullismo e cyberbullismo del Liceo Vian.

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ULISSE, STRANIERO E MIGRANTE

Di Andrea Cabassi

                                                            

 

“ … frontiere- quelle vecchie cuciture del mondo passato…”

Patrick Chamoiseau

 

“Sempre devi avere in mente Itaca–

Raggiungerla sia il pensiero costante”.

Costantino Kavafis

 

Sono qui, ritto sulla roccia del promontorio. Osservo le navi sconosciute che stanno veleggiando non tanto distante dalla costa. Mi liscio la barba ormai bianca e mi ravvio i capelli ormai canuti. Metto la mano sulla fronte per farmi ombra e vedere meglio. Il sole luccica sul mare, ma si è alzato un forte vento che spira da oriente.

Benché sia vecchio e i miei muscoli abbiano perso elasticità, gli Itacesi hanno voluto che restassi loro re.

Già da ieri qualcuno dei miei marinai aveva avvistato le navi anche se navigavano lontano, molto lontano. E si sono preoccupati. Mi sono consultato con mio figlio Telemaco e con la mia anziana sposa Penelope. Si è deciso di convocare un’assemblea. È stata una decisione giusta e saggia. All’adunanza tutti hanno partecipato. Tutti sono intervenuti. Qualcuno ha confidato che temeva per la sicurezza dell’isola, i pescatori si sono domandati se non fossero navi di pirati, predoni del mare. Alla fine, però, il parere dell’assemblea è stato che si dovevano rispettare le leggi dell’ospitalità perché da quando si ha memoria di Itaca, da quando c’è Itaca, da quanto gli antenati tramandano di Itaca, sempre lo si è fatto.

Le navi, sospinte dal vento, si stanno avvicinando. Riusciranno ad approdare? Ed è proprio qui che vogliono approdare? Non importa, noi dobbiamo essere preparati.

All’assemblea ho ricordato i miei viaggi, quando varcavo confini, scavalcavo frontiere in balia di venti e burrasche.

Io ospite, io ospitato, io migrante di terra in terra, sballottato sul mare procelloso, io accolto, io osteggiato dall’uomo da un occhio solo, io spaesato tra Lestrigoni e Lotofagi, tra Circe e Calipso, tra Scilla e Cariddi; io sempre tra le tempeste, con la tempesta dentro e Itaca nel cuore.

Io ospite. Ospite dei Feaci. Nausicaa e le sue ancelle mi accolsero sulla spiaggia, straniero e naufrago, con solo uno strato di foglie che copriva malamente le mie nudità. Mi accolsero senza sapere chi io fossi. Per loro ero nessuno. Lo stesso mi portarono alla reggia dove mi accolse Alcinoo, il re. Per Alcinoo ero nessuno, ma fu festa lo stesso, fu musica, fu danza, fu racconto. Con la cetra di Demodoco e le mie parole, ridivenni Ulisse, io che ero stato nessuno. Io, da Eumeo il porcaro non riconosciuto, e che a lui mi presentai come uno straniero dalle lacere vesti, eppure da lui accolto e ospitato come fossi un re anche se mi credeva un mendico.

Le navi sono ancora più vicine, il vento d’oriente non cessa di soffiare.

Ho dato ordine di apprestare viveri e doni.

E che si portino le cetre, sì, le cetre, le cetre.

E che gli aedi, ispirati dal Dio, le accordino all’unisono. E che note e parole si diffondano fra le case e gli orti, per gli uliveti e le spiagge, nella reggia dalle vaste e luminose sale della pietrosa Itaca.

Foto di Luigi Cecchi

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Una continua relazione col pozzo – Polpette di Jacopo Masini

Una continua relazione col pozzo – Polpette di Jacopo Masini

Sei microfiction di Jacopo Masini, dal suo libro Polpette, uscito nel 2010 per Epika Edizioni.Laputa utilizza le microstorie con regolarità all’interno del progetto su Fumetto, linguaggio e bullismo, sia per comunicare l’importanza delle parole, sia per evidenziare l’importanza della rappresentazione letteraria delle dissonanze e della polisemia dei testi. Qui “peschiamo” da una raccolta, che è anche un testo unico composto da  un mosaico di visioni, che tocca con intelligenza e grande consapevolezza tutti i tasti della “microfiction” o microracconto. Storie di pochissime righe, con una pointe e forti dissonanze, che mettono a nudo le contraddizioni della società e delle categorie anche e soprattutto del pensiero e delle convenzioni del dialogo. Poiché non si tratta di testi inediti, avete la possibilità di acquistare il volume qui. Grazie a Luigi Cecchi per le immagini.

Jacopo Masini

Polpette

A volte, pulendo le scale, sembrava alla signora Rosa, portinaia, di sentire i passi del padre morto durante la guerra. Si fermava, con la scopa appena sollevata da terra, e sussurrava: – Papà? – Una volta qualcuno le ha risposto. – Sono io, Rosa. – Il marito, quando glielo raccontò, disse che era una allucinazione. Ma lei non ci ha mai creduto. Di nuovo, ogni tanto, quando Rosa sente dei passi sussurra: – Papà? – Qualcuno le risponde: – Non credere a tuo marito! – Poi tutto tace di nuovo.

 

 

Al posto del divano avevano messo lo zio che nessuno più voleva in casa. – Non muoverti, che poi cadiamo – dicevano in famiglia quando si sedevano per guardare la TV o prendere il caffè con gli ospiti. Lo zio poteva alzarsi solo quando in casa non c’era nessuno. Allora andava in cucina, si preparava una tazza di the e giocava a solitario. Appena sentiva qualcuno arrivare tornava in salotto. L’hanno portato in discarica quando la pelle è passata di moda.

 

 

Adelmo Grandi, quando venne la grande nevicata, nascose la moglie di cui era geloso in un gran mucchio di neve. – Non ti muovere – disse – ti verrò a prendere col primo caldo. – Quando andò a prenderla lei era immobile e fredda. La portò in casa, la mise vicino al fuoco, ma non si riprese. – Lo so che sei arrabbiata con me – le diceva – ma se non mi parli più la faccio finita. – I carabinieri lo ritrovarono in primavera, dissanguato vicino al caminetto. – Grazie! – disse lei, togliendosi il freddo di dosso

 

 

Aveva messo l’occhio rimosso sotto formalina. Tutte le sere, rientrando, si toglieva il cappotto, la sciarpa, il cappello e poi si sedeva di fronte all’ampolla in cui lo conservava. Lo fissava con l’occhio rimasto, a volte per molto tempo. Dopo avere a lungo meditato, capì che ci si può guardare negli occhi anche se a uno dei due manca il cervello.

 

 

Achille Ferrari era diventato una specie di santone. Fino al giorno prima bestemmiava da far crepare i muri, poi una mattina si è svegliato e ha detto: – Dio mi ha parlato. – Secondo la moglie, la notte prima ha sognato che era alle elementari e Dio era la maestra, o viceversa. Dio l’ha interrogato e lui non sapeva una risposta. – Asino – gli ha detto nel sogno. Allora ha trovato la fede.

 

 

Antonio Cavalli sosteneva da anni che il mondo è una sovrapposizione di “pozzibilità”. – Cosa vuol dire ‘pozzibilità?’- gli chiedevano. – È molto semplice – rispondeva e poi spiegava. Secondo lui il tempo è come un pozzo: nel passato abbiamo gettato ciò che accaduto, e ci accingiamo a lanciare nel futuro pezzi della nostra vita: cacciaviti, abbracci, parole, molette, ecc… Il presente è il pozzo. – Capito? – concludeva – È una continua relazione col pozzo, ovvero una pozzibilità. – Antonio Cavalli non ha mai avuto molti seguaci.

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