Con ali estese – L’approdo di Shaun Tan.

Con ali estese – L’approdo di Shaun Tan.

L’approdo di Shaun Tan (Tunuè) è l’ultimo fumetto facente parte del percorso sul linguaggio che abbiamo affrontato durante i nostri incontri di Dialoghi a Fumetti e finalmente ne scriviamo una recensione condivisa, con una bella immagine omaggio di Luigi Cecchi.

Come i precedenti due (Un Anno e Pride of Baghdad) abbiamo scelto questo fumetto oltre che per la sua indubbia qualità, per la sua peculiarità dal punto di vista del linguaggio. In questo caso il fumetto è muto, e attraverso la tecnica del silent book, l’autore ci conduce all’interno di un mondo in cui sono le immagini a parlare e a presentarci un mondo al tempo stesso straniante e avvolgente.

Le immagini, realizzate a matita e carboncino e rielaborate al computer, sono incredibilmente dettagliate e piene di sfumature: riusciamo a seguire un dialogo solo leggendo i mutamenti delle espressioni del protagonista. Ci troviamo in poche pagine all’interno di un mondo distante nel tempo e nello spazio. Gli unici elementi “familiari” sono portati dal protagonista e dai suoi parenti. Riconosciamo il suo mondo, il suo abbigliamento e potremmo essere in grado di attribuirgli un luogo e un tempo, ma quando lui con molti altri suoi simili si mette in viaggio e sbarca in un nuovo mondo, siamo spinti a vivere e affrontare lo spaesamento insieme a lui. L’ambiente che vediamo non ha più i contorni rassicuranti di una casa riconoscibile, anche i colori mutano. Se nell’incipit del libro troviamo un’atmosfera da vecchie fotografie o da dipinto di inizio Novecento europeo (il Quarto stato di Pellizza da Volpedo viene subito alla mente) sia nel tema che nello stile – man mano che ci addentriamo nel nuovo mondo slittiamo invece, come in una galleria d’arte, verso le prime avanguardia europee, il dadaismo, l’espressionismo e poi a saltare alla mente sono i quadri tra l’onirico e l’inquietante di Fernand Khnopff. 

La tecnica del libro muto in questo caso fa da contraltare alle immagini respingenti e stranianti. Da una parte ciò che vediamo ci è alieno, dall’altra l’assenza di dialoghi e parole lascia al lettore grande spazio di interpretazione e grande responsabilità, è la sua voce a dare forma alla storia.

Seguendo quindi quasi da protagonisti il percorso di un uomo costretto a lasciare la sua terra spinto da un’oscura minaccia, ci affacciamo ad una realtà completamente estranea. Come il protagonista della storia, non siamo in grado di decifrare ciò che vediamo, non sappiamo leggere il linguaggio rappresentato, non ci è familiare niente, dalla fauna al paesaggio, persino il cibo ci riesce indefinibile. L’incontro con questo nuovo mondo è permeato dalla sensazione che qualcosa di brutto stia sempre per accadere, ma ogni volta le aspettative di chi legge sono smentite. Il protagonista vive in due mondi e sfugge così ad ogni categoria, soprattutto a quelle che noi gli attribuiamo.

Con il protagonista, facciamo infatti incontri fortunati, insieme a lui riusciamo a decifrare senza fatica volti e atteggiamenti e le relazioni diventano la chiave per decifrare quel mondo che si fa man mano meno inquietante e sempre più bello, le relazioni diventano garanzia che nulla di male può davvero avvenire. Questo diventa palese quando l’autore ci mette davanti ad alcune tra le tavole più belle dell’intera opera, quelle che ritraggono una bellissima giornata di sole trascorsa in compagnia a coltivare relazioni che svelano le meraviglie proprie di quel mondo. E noi rimaniamo altrettanto stupefatti davanti a tavole maestose, piene di particolari bizzarri e bellissimi e di colori e luci inaspettati.

Le persone che accolgono e sono accolte dal protagonista a loro volta sono state messe in fuga da qualcosa di terribile, hanno perso qualcosa e hanno dovuto faticare per trovare di nuovo il proprio posto. E questo non intacca la loro dignità, anzi, la magnifica. L’autore in nessun modo vuole suscitare pietà in chi legge, ma attirare l’attenzione su quella dignità che viene messa in pericolo dall’assurdità di guerre e ingiustizie, e che non ne esce mai sconfitta proprio perché autentica. E sta a noi decifrare questo messaggio, siamo chiamati all’empatia verso il prossimo e alla sospensione del giudizio nei confronti di quanti incontriamo e di cui non conosciamo le storie. Siamo chiamati a relativizzare i nostri vissuti, le nostre piccole tragedie, perché ciascuno affronta le proprie, e solo guardando oltre le proprie miserie è possibile leggere il mondo e vederne la bellezza. Anche di più. Il libro ci invita ad esaltare quella bellezza e a prenderci la responsabilità di mostrarla agli altri. Questo bellissimo libro ci è sembrato particolarmente significativo e importante in un momento in cui si sbandierano disimpegno e indifferenza come vessilli di grandezza, e non solo relativamente alla scena politica più sfacciata, ma anche nel vissuto quotidiano di ciascuno. E neanche il mondo del fumetto, o della narrativa in generale, sfugge a queste logiche. È infatti sempre più facile che i messaggi di bontà e ottimismo vengano bollati come semplicistici o infantili, mentre Shaun Tan non teme la categoria, la sfida e la sconfigge, ci racconta senza timori una storia molto vera e quindi intessuta di una malinconia sottile ma comunque ottimista, piena di speranza e di fiducia.

Come ad ogni incontro di lettura, abbiamo messo in relazione il fumetto con una poesia, in questo caso, Domenica Mattina (Sunday Morning) di Wallace Stevens.

Domenica Mattina

Wallace Stevens (trad. di Massimo Bacigalupo

I

Compiacenze dell’accappatoio, caffè e arance,
a tarda mattina su una sedia al sole,
e la libertà verde di un cacatua
sul tappeto si coniugano per dissipare
la sospensione religiosa del sacrificio antico.
Lei sogna un poco, sente l’oscuro
peso dell’antica catastrofe, quasi
una bonaccia che oscura luci d’acqua.
Le arance pungenti e le ali luminose, verdi,
paiono oggetti in una processione di morti,
che s’inoltra su acque ampie, senza suono.
Il giorno è un’acqua ampia, senza suono,
calmata perché lei vada coi piedi sognanti
sopra i mari verso la silenziosa Palestina,
dominio del sangue e del sepolcro.

II

Perché dovrebbe dare le sue sostanze ai morti?
Cos’è la divinità se giunge solo
nei sogni e in ombre silenziose?
Non troverà forse nel conforto del sole,
In frutti pungenti e ali verdi, luminose,
o in ogni balsamo e bellezza della terra
Cose da amare come il pensiero del cielo?
La divinità vivrà dentro di lei:
passioni di piogge, umori di nevicate,
dolori in solitudine o esaltazioni incontrollate
quando il bosco è in boccio; folate d’emozioni
su strade roride nelle notti autunnali;
tutti i piaceri e le pene, ricordando
la fronda estiva e il ramo dell’inverno.
Queste le misure destinate a lei, all’anima.

III

Giove ebbe un parto inumano fra le nuvole.
Nessuna madre l’allattò, né terra dolce diede
movenze ampie alla sua mente mitica.
Passò fra noi, come un re bofonchiante,
magnifico, passerebbe fra i vassalli,
finché il nostro sangue, unendosi, virgineo,
al cielo esaudì il desiderio a tal punto
che anche i vassalli lo videro, in una stella.
Fallirà il nostro sangue? O diverrà
sangue del paradiso? E sembrerà
la terra tutto il paradiso che sapremo?
Il cielo sarà molto più amichevole che ora,
parte fatica e parte anche pena,
secondo in gloria all’amore duraturo:
non questo blu indifferente e divisorio.

IV

Lei dice: « Sono paga se uccelli ridesti
prima del volo, saggiano la realtà
dei campi nebbiosi con interrogazioni dolci;
ma svaniti gli uccelli, per sempre partiti
i loro campi caldi, dov’è il paradiso? »
Non c’è nessun luogo profetico,
Nessuna vecchia chimera della tomba,
Nessun eliso dorato, o isola
melodiosa, dove spiriti hanno stanza,
nessun sud visionario, né palma nuvolosa
remota sulla collina del cielo, che sia
duratura quanto il verde d’aprile, o durerà
come il ricordo ch’essa ha degli uccelli ridesti,
o il desiderio del giugno e della sera, segnata
dal culminare delle ali della rondine.

V

Poi dice: « Nell’appagamento provo pur sempre
il bisogno di una felicità imperitura ».
La morte è madre di bellezza: dunque solo
da essa verrà la realizzazione dei nostri sogni
e desideri. Per quanto essa sparga le foglie
di una cancellazione sicura sulla nostra via
– La via presa dal dolore malato, le molte vie
su cui il trionfo intonò note stentoree,
o l’amore sussurrò un poco per tenerezza –
essa fa trepidare al sole il salice
per fanciulle abituate a sedere e guardare
l’erba, abbandonata ai loro piedi; spinge
i ragazzi ad ammonticchiare prugne e pere nuove
su vassoi trascurati. Le fanciulle le gustano
e procedono appassionate fra le foglie sparse.

VI

Non c’è mutamento di morte in paradiso?
La frutta matura non vi cade mai? O i rami
sono sempre carichi in quel cielo perfetto,
immutabili, eppure simili alla nostra terra peritura,
con fiumi come i nostri che cercano mari
che non trovano mai, le stesse coste lontananti
che non toccano mai con una fitta inespressa?
Perché porre la pera sugli argini di quei fiumi
o profumare quelle coste con le prugne?
Ahi se portassero i nostri colori lassù,
le tessiture seriche dei nostri pomeriggi,
e pizzicassero le corde dei nostri liuti insipidi!
La morte è madre della bellezza, mistica,
nel cui seno infuocato intravediamo
le nostre madri terrestri in attesa, insonni.

VII

Agile e turbolento, un cerchio d’uomini
canterà orgiastico un mattino d’estate
la sua devozione impavida per il sole,
non come un dio, come un dio dovrebbe essere,
nudo fra loro, come una fonte nuda.
Il loro canto sarà di paradiso, uscito
dal loro sangue, ritornato al cielo;
e nel canto entrerà, voce per voce, il lago
ventoso onde il loro signore gode,
gli alberi come serafini e le colline echeggianti,
che fra di sé intonano un coro prolungato.
Essi conosceranno bene la celeste compagnia
degli uomini perituri e della mattina estiva.
E d’onde vengono e dove si recheranno
la rugiada ai loro piedi manifesterà.

VIII

Lei ode, su quell’acqua senza suono,
una voce che annuncia: « La tomba in Palestina
non è un chiostro di spiriti indugianti,
ma la tomba di Gesù, in cui egli giacque ».
Viviamo in un vecchio caos del sole,
o vecchia dipendenza di giorno e notte,
o solitudine insulare, senza sostegni, libera,
da quell’acqua ampia, inevitabile.
Cervi passano sui nostri monti, le quaglie
fischiano intorno gridi sotterranei;
bacche dolci maturano nella boscaglia;
e nell’isolamento del cielo, a sera
stormi casuali di colombi compiono
ondulazioni ambigue mentre affondano
giù nell’oscurità, con ali estese.

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Sognare gigli bianchi

Sognare gigli bianchi

Ieri a L’Orto dei libri, a Ostia, ci siamo incontrati per parlare di fumetti e libri. 8 marzo in Medio Oriente era il titolo dell’incontro che è iniziato con un breve e chiaro resoconto di Giorgio Galli, libraio dell’Orto dei libri ed ex responsabile nazionale di Amnesty per la zona della Siria. Abbiamo parlato di due fumetti in particolare: Voci dal buio di Sarah Glidden, di cui Ilaria Troncacci ha messo in risalto l’attenzione all’etica nel giornalismo, e L’arabo del futuro di Riad Sattouf, una storia autobiografica dallo stile estremamente coerente, tra tratto, uso dei colori, argomento e personaggi. Sono stati presentati anche due libri di narrativa. Paola Del Zoppo ha scelto di parlare brevemente del testo di Sumia Sukkar, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, in cui Adam, un ragazzo con una sindrome Asperger che introietta la realtà trasformandola in disegni e leggendone i colori, e raccontando così il conflitto da un punto di vista del tutto personale, e La mia casa a Damasco di Diana Darke, che congiunge racconto, guida turistica con una visione bifocale, interna ed esterna della città.

Al termine dell’incontro è stato nominato Mahmoud Darwish, poeta palestinese di grande fama, scomparso nel 2008, presente nell’antologia Poesia e pace.

Foto di Luigi Cecchi, 2012

Il soldato che sognava gigli bianchi

Sognava gigli bianchi
un ulivo, un ramo
il seno di lei, la sera nel fogliame.
Sognava, mi ha detto, di un uccello
e di fiori d’arancio,
non ragionava molto sul suo sogno e non comprendeva le cose
se non come le sentiva… le aveva sentite
egli aveva capito, mi ha detto, che la patria
è sorseggiare il caffè della madre, è rientrare la sera…
 
Io gli chiesi: e la terra?
Mi disse: non la conosco granché
E non ho mai sentito, come si sostiene nei poemi,
che essa fosse la mia pelle e il mio sangue.
 
D’improvviso io la vidi
Come si vedono dei chioschi… delle strade… e delle gazzette.
Io gli domandai: tu… l’ami?
Il mio amore è una breve ballata,
un bicchiere di vino o una scappatella
mi rispose
– Moriresti-tu per lei?
– Assolutamente no!
Ho con lei come unico legame
un dialogo… punto infernale.
Mi è stato insegnato a venerare il suo amore
e non ho mai sentito mio il suo cuore
nemmeno annusato il suo pascolo, le sue radici e i suoi rami
– e come fu il suo amore
mordeva come dei soli… o come la nostalgia al risveglio?
 
In combattimento, mi rispose:
il mio mezzo di amare è un fucile
il ritorno dalle feste delle vecchie rovine
il silenzio di una statua antica, senza tempo né identità.
 
Egli mi raccontò un momento dell’addio
e di come sua madre
silenziosamente piangeva
quando fu condotto da qualche parte sul fronte
e dalla voce agitata di sua madre
che imprimeva sulla sua pelle un ultimo augurio:
se le colombe fossero passate al ministero della difesa
se le colombe fossero passate…
 
Fumò, poi mi disse
come se fuggisse da uno stagno di sangue:
io ho sognato dei gigli bianchi,
un ulivo, un ramo,
un uccello che abbraccia il mattino
su un ramo d’arancio.
 
– E che cosa hai visto?
– Ho visto la mia prodezza.
Un rovo rosso
che ho fatto esplodere nella sabbia… nei petti… e nei ventri.
E quanti ne hai ammazzati?
– È difficile fare un calcolo, ma non ho avuto che una sola decorazione.
Io gli domandai torturandomi:
descrivimi dunque un solo ucciso.
 
Egli si raddrizzò e accarezzò il giornale piegato
e mi disse come se canticchiasse:
Come una tenda, egli scomparve tra i calcinacci
ed abbracciò le stelle infrante.
Sulla sua larga fronte, un diadema di sangue
e il suo petto senza medaglie
perché aveva mal guerreggiato.
Sembrava un contadino, un venditore ambulante o un operaio.
Come una tenda, scomparve tra i calcinacci… e morì.
 
Le sue braccia erano tese
come due ruscelli in secca
e quando ho cercato il suo nome
nelle sue tasche ho trovato due fotografie
una… di sua moglie
una… di sua figlia.
 
Ne sei stato rattristato?
Gli chiesi.
Egli mi interruppe dicendo: O Mahmoud, amico mio
la tristezza è un uccello bianco
che non si avvicina al campo di battaglia
d’altronde i soldati commettono un peccato nell’esser tristi.
 
Laggiù io ero una macchina che sputava fuoco e morte
trasformando lo spazio in un uccello nero.
 
Mi parò del suo primo amore
e poi
di strade lontane
e delle reazioni successive alla guerra
dell’eroismo della radio e dei giornali
e quando soffocò la tosse nel fazzoletto
gli chiesi: ci rivedremo?
Rispose: in una città lontana.
 
Quando ebbi riempito il suo quarto bicchiere
gli rinfacciai scherzando: tu parti… e la patria?
Mi rispose: lasciami…
io sto sognando gigli bianchi
una strada piena di voci e una casa illuminata.
Vorrei un cuore mite e non l’imbottitura di un fucile.
Vorrei un giorno soleggiato e non un momento di vittoria
pazzo… fascista.
Vorrei un bambino allegro sorridente al giorno
e non pezzo di un apparecchio di guerra.
Io sono venuto a vivere il sorgere dei soli
e non il loro tramonto.
 
Egli mi disse addio perché… cercava i gigli bianchi
un uccello che accogliesse il giorno
su un ramo di ulivo
perché non comprendeva le cose
se non come le sentiva… come le aveva sentite.
Egli aveva compreso – mi ha detto – che la patria
è sorseggiare il caffè della madre,
è rientrare tranquillamente la sera.


Traduzione di Elisa Parisotto dalla versione francese di Thouria Ikbal in Poesia e pace (a cura di Serse Cardellini e Elisa Parisotto), THAUMA Edizioni, Pesaro, 2010, pp. 418-421.

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Un bilancio positivo

Un bilancio positivo

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che spesso non lo è.” Paul Klee

Arrivati ad avere alle spalle poco più di due anni di attività, ci è sembrato giusto fare un bilancio di quanto raggiunto fin qui, e farlo ora ci è parso particolarmente significativo.

Il bilancio arriva effettivamente in un momento complesso, molto positivo per l’associazione, piuttosto preoccupante dal punto di vista del contesto storico e sociale in cui ci troviamo ad agire.

Come associazione ci troviamo infatti a vivere un momento di “raccolto” rispetto a quanto seminato finora, nuove relazioni germogliano e portano frutti e questa è per noi la più grande soddisfazione. È stato bello avviare progetti con persone che guardano al territorio con sensibilità e impegno come ci è capitato con i librai di Cartaviva, fumetteria viterbese, e come è giusto e normale che sia ogni nuova relazione ne genera altre e un incontro in libreria ha “dato il la” a progetti futuri: è così che i circoli virtuosi si innescano e generano cambiamento.

La presenza costante e mirata sul territorio ci ha portati ad avviare anche quest’anno dei percorsi con le scuole e questo è per noi particolarmente importante. Conosciamo bene il territorio, ne abbiamo a lungo analizzato e discusso i limiti e le difficoltà nei nostri percorsi individuali e associazionistici antecedenti, per questo ci dà grande speranza incontrare ragazzi che, pur vivendo il contesto e quindi portandone i segni, non si arrendono alla meschinità e decidono con maggiore o minore consapevolezza di non contribuire alle dinamiche di violenza e manipolazione. Abbiamo incontrato ragazzi di una bellezza inconsapevole, con grandi competenze emotive, spesso non riconosciute o sminuite, ed essere di supporto a giovani brillanti nel percorso che li porta a riconoscere la propria forza è forse una delle sfide più belle che possiamo trovarci ad affrontare. È entusiasmante vedere come da ogni progetto realizzato ne nascano altri e anche nelle scuole si moltiplicano quindi le occasioni di incontro, sia sul territorio braccianese che in territori limitrofi o più distanti.

Striscia di Luigi Cecchi appositamente creata per i progetti Laputa.

E se di incontri significativi si può parlare un posto particolare è occupato da chi ci ha visto nascere, ci ha supportato e grazie alla cui presenza siamo sempre spinti a crescere, l’associazione Libellula di Morlupo che anche quest’anno è nostra compagna di viaggio. Grazie al progetto ZerOmagazine 2019 abbiamo in programma nel prossimo futuro un incontro aperto alla cittadinanza e agli studenti in cui interverrano Fran De Martino e Luigi Cecchi, due tra i più consapevoli autori che il panorama editoriale ci  offre in Italia al momento. E questo tassello va ad aggiungersi agli altri, perché il nostro essere presenti sul territorio, progettare e realizzare interventi educativi e formativi, non può prescindere da uno sguardo più ampio. Siamo certi che agire nel panorama culturale sia fondamentale anche e forse in particolar modo per realtà piccole come la nostra. In un panorama sempre più atrofizzato e conformato, dare spazio a voci dissonanti è una responsabilità di cui farsi carico e non dovendo rispondere a deformanti logiche consumistiche, le realtà indipendenti come la nostra, hanno a disposizione una forza impareggiabile.

Con questa convinzione abbiamo realizzato la nostra prima pubblicazione, che ha avuto un’ottima riuscita sia in termini di prodotto realizzato sia riguardo alla sua ricezione. Proseguiremo con accortezza su questa strada prediligendo un lavoro attento di ricerca, e cercando opere e autori capaci di collocarsi nel panorama culturale cambiandone le regole un poco alla volta.

Poter collaborare con autori liberi e intelligenti, promuovere opere di spessore, favorire il dialogo anche intergenerazionale tra cittadinanza e artisti, soprattutto in territori semplicisticamente considerati periferici, è il perfetto intreccio dei nostri ambiti di azione e quindi uno degli obiettivi più ambiziosi che possiamo porci.

Proseguire il lavoro di ricerca riguardo opere, artisti e studi vicini ai nostri temi di interesse sarà senza dubbio obiettivo fondamentale per il futuro per questo Laputa è diventata dall’inizio di quest’anno anche laboratorio permanente di studio e promozione. Crediamo nel valore della formazione permanente, così siamo noi stessi in continua ricerca di nuovi stimoli e nuove idee con cui confrontarci e di cui arricchirci. Il nostro blog è luogo di dialogo permanente, che esplora comunicazioni e dissonanze: microracconti sulle dissonanze, brani di testi filosofici o politico-filosofici, recensioni e ovviamente condivisione continua e costante di ciò che ci fa crescere e “sentire” gli accadimenti (importanti ci sembrano le interviste a Filippo Biagianti e Tony Sandoval).

La nostra vicinanza e l’interesse per i progetti e l’attività di informazione di Comune-info, ci ha permesso di dare e ricevere visibilità, perché informare ed essere informati, dà la possibilità di prendere posizione, e agire sulla società e nella società. Allo stesso modo, il progetto Mostri&DiMostri prende forma in diversi ambiti e diverse realtà plasmandosi sulle sensibilità di chi assiste e di chi partecipa, di chi allestisce e di chi ha preparato gli allestimenti, in un continuo scambio in cui l’idea di arte è liberazione.

Pannello della mostra Mostri&DiMostri – Luigi Cecchi

E qui non è possibile non citare anche la bella, costante e arricchente collaborazione con la libreria L’Orto dei libri, in cui abbiamo traslato, tutte le volte che potevamo, il nostro gruppo di lettura partecipando a splendidi pomeriggi di approfondimento e di connessione tra letterature, fumetti, poesia e soprattutto le visioni del mondo di persone vive, attente a ciò che ci circonda, attive sui grandi temi che riguardano il nostro agire politico. Di dialogo in dialogo, si formano gruppi in cui l’attenzione all’altro è più importante dell’oggetto, e, soprattutto, si formano relazioni durature che permettono una crescita nella consapevolezza, della letteratura e delle vite di tutti.

Partecipare, o anche assistere osservando con partecipazione, a Festival come Animavì, nati dalla passione e dall’intersezione e cresciuti nella poesia delle immagini e delle relazioni autentiche con il pubblico, ci ha aiutato a vedere come si possa realizzare qualcosa di grandissimo, e come l’arte non debba imitare la realtà, ma serva a vedere le cose davvero. Così, il nostro agire nei progetti culturali non deve mai imitare, ma ispirarsi alla capacità, volontà e possibilità di rivelare l’arte, la poesia, la bellezza, la delicatezza lì dove sono, senza traslarle di senso o adattarle a un fantomatico mercato culturale.

Molti altri gli incontri episodici, ma significativi che hanno segnato il nostro percorso fin qui ma fra tutti è forse a meritare una menzione speciale sono senza dubbio i ragazzi che hanno collaborato con noi con passione e impegno durante i tavoli di lavoro per l’hackaton promosso da Banca Etica a Bari. Sono stati per noi un grande esempio di di passione e gratuità oltre che di grande aiuto nell’immaginare soluzioni concrete.

I progetti si moltiplicano, e si stanno moltiplicando le collaborazioni con scuole, università, associazioni, giornali. In prospettiva ci auguriamo di poter continuare a fare di relazioni belle e autentiche il centro del nostro agire anche e soprattutto politico. In una realtà in cui l’aggressività è virtù auspicabile e l’empatia è additata come debolezza, il prendersi cura dell’altro diventa oggetto di offese e chi lo fa viene sminuito e attaccato. In questo clima noi partiamo dall’incontro con l’altro, lo facciamo con lo spirito di accoglienza e autenticità che ci appartiene, siamo certi che questo generi cambiamenti nonostante  si faccia di tutto perché il sentire comune sia di tutt’altro avviso. Noi abbiamo sperimentato e raccogliamo frutti, il cambiamento si innesca anche dove supponenza e arroganza fanno da padroni, per il semplice fatto che l’aprirsi all’altro e rischiare la relazione, per banale che sia, è un’arma che spiazza, affascina, e senza dubbio lascia il segno.

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Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Riprendendo la trilogia sul linguaggio che abbiamo introdotto nella recensione condivisa di Pride, riportiamo le nostre riflessioni condivise su Un Anno, scritto da Jean David Morvan e disegnato da Jiro Taniguchi, pubblicato da Rizzoli Lizard nella traduzione di Elisabetta Tramacere.

Abbiamo affrontato questo percorso proprio partendo da questo fumetto perché questa breve narrazione mette perfettamente in scena questioni relazionali profondamente collegate al ruolo del linguaggio o ancor meglio di una pluralità di linguaggi che si sovrappongono.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Un anno – Primavera

Come prima da cosa c’è da notare che il volume letto è indicato come primo di una serie idealmente composta di 4 volumi ma rimasta incompiuta. Volume 1 – Primavera è stato l’unico ad essere scritto e pubblicato e questo pone senza dubbio il lettore davanti a una doppia opera: una ideale, immaginata e progettata dagli autori, e una reale unitaria e comunque compiuta.

Non sappiamo se la Primavera di cui abbiamo letto si riferisce alla “primavera” della vita della giovanissima protagonista, o a una primavera di un linguaggio ancora da definire, o anche la primavera di un mondo e di una società in cui, con questo primo capitolo, siamo introdotti passo a passo e sempre con grande delicatezza e discrezione, dimensioni, queste, che trovano uno specchio perfetto in un impianto grafico dai colori tenui e dai tratti puliti.

Fin dal principio siamo spinti a metterci in ascolto, le prime pagine di questo fumetto sono sostanzialmente silenziose e ci invitano a prendere il punto di vista della protagonista.

Un anno – Primavera

La piccola Capucine, protagonista di questa storia, è una bambina intelligente e sensibile, in grado di leggere ogni situazione e tensione emotiva con una lucidità e una precisione stupefacente. Ma per ciò che sente e capisce, non è in grado di trovare definizioni. La bambina è affetta da trisomia, una  particolare forma della sindrome di down che ha tra le caratteristiche peculiari quella di non avere effetto sull’aspetto della persona. Il riconoscimento della malattia per chi entra quindi in contatto con la persona che ne è affetta risulta quindi meno immediato. Gli autori giocano quindi fin da subito con la percezione della “normalità” e della “anormalità” invitando il lettore a rivedere i propri eventuali preconcetti.

Attraverso gli occhi della protagonista scopriamo che le parole possono essere inutili se non si è capaci di ridurre all’interno di esse ciò che si vuole esprimere, e quindi le sensazioni diventano mostri, le parole non servono a Capucine per esprimere il mondo che ha dentro, pieno di immagini e sensazioni, e quindi le sue azioni diventano un linguaggio non sempre comprensibile per chi le è accanto. Due sistemi, due mondi interpretativi si scontrano e non si comprendo, causando in ogni caso grande dolore. Da una parte il mondo del linguaggio codificato, perfettamente rappresentato dalla zia, che offende senza sapere di offendere senza pensare a tutte le sfaccettature della comunicazione; o dei genitori che parlano usando parole che credono incomprensibili per Capucine, ma che nella loro definizione sfocata sono comunque in grado di far sentire la bambina giudicata e umiliata. Dall’altra troviamo un sistema in cui relazione e comunicazione sono due dimensioni inestricabili, e che rimane incomprensibile per chi usa il linguaggio come un codice definito.

La questione centrale che a nostro avviso gli autori sono molto bravi a sciogliere e rovesciare è quella della gerarchia tra i due modelli. Alcuni degli adulti che incontriamo usano questa gerarchia per sminuire la dignità stessa di Capucine: lei non sarebbe in grado di comunicare in un modo che a loro risulti comprensibile, deve quindi essere necessariamente strana, inadatta, “ritardata”. Il padre si allontana da questo atteggiamento, ma non risulta essere meno violento. Lui infatti pone comunque a Capucine uno standard per lei impossibile da soddisfare, creando una costante frustrazione e facendole dubitare di sé stessa.

Ma il punto di vista del lettore ci sembra coincidere proprio con quello di Capucine, sono i suoi disegni, inseriti di tanto in tanto come didascalie, che ci fanno un racconto emotivo della storia che abbiamo davanti, come a volerci spiegare meglio ciò che vediamo, al di là dell’impinto grafico “tradizionale” o delle parole che lo corredano. Quindi leggendo ci si rivelano tutte le inadeguatezze e i timori di adulti posti davanti alla necessità di rinegoziare principi che ritengono fondamentali ma che noi, attraverso lo sguardo privo di malizia di Capucine, scopriamo essere solo meccanismi di difesa, barriere emotive e istanze autoconservative.

Quindi Capucine e gli autori attraverso di lei, ci spingono a rivedere le categorie di normale e anormale, sano e malato, libertà e impedimento e a riconsiderare in modo più aperto le sicurezze che costruiscono la nostra realtà, fosse anche la fiducia in una realtà fondativa come il linguaggio.

Due sono le riflessioni che, partendo da questa lettura, abbiamo condiviso riguardo al contesto in cui viviamo. La prima riguarda la scelta che la famiglia di Capucine si trova ad affrontare riguardo l’eventualità di inserire la bambina in una scuola più adatta alle sue esigenze. Ci siamo chiesti infatti quali possibilità la nostra realtà offrire ai bambini e ai ragazzi come Capucine. Quali possibilità di accoglienza e inserimento? In che modo è garantita la possibilità di superare un disagio e vivere una vita “normale” che tenga conto delle specificità di ciascuno e che non sia ghettizzante, che valorizzi amicizia, affetto, benessere delle conoscenze, della cultura e dell’arte per i ragazzi come Capucine, senza escluderli a priori consegnando il mondo ai forti, agli egoisti?

Questa riflessione ci ha condotti ad ampliare lo sguardo a forme di disagio più ampio e purtroppo sempre più riscontrabili. In una realtà in cui aggressività e violenza sono percepite come normali, le persone empatiche vengono spesso etichettate come troppo sensibili o in alcuni casi addirittura deboli. Che strumenti abbiamo quindi per rendere il nostro contesto più vivibile e accogliente per tutti? L’unica risposta che abbiamo trovato sembra essere non troppo paradossalmente nell’empatia stessa, in una forma di attenzione all’altro scevra dalla paura di perdere il sé, che anzi si rafforza in questa apertura.

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Sapienza e gratitudine – Auguri di Buon Anno

Sapienza e gratitudine – Auguri di Buon Anno

Laputa, fin da pochi mesi dopo la sua nascita, ha riflettuto sull’opportunità di creare un piccolo “diario delle microaggressioni”, che scaturiva dalla quotidiana osservazione della realtà e dal lavoro sul linguaggio, sugli atteggiamenti passivo aggressivi e sulla manipolazione che sono alla base dell’operare dell’Associazione contro la violenza diffusa. Il diario e il gruppo di lettura “Dialoghi a fumetti” sono stati, insieme all’attuazione di progetti di educazione diffusa in alcune scuole e università, il cuore dell’attività di Laputa nel 2018. Per il 2019, ci stiamo preparando a nuovi modi, ma intanto vi lasciamo con un augurio “a modo nostro”.

Nel gruppo di lettura Dialoghi a fumetti, prima attività lanciata da Laputa, si promuove ad ogni incontro un dialogo accogliente, e si è scelto di lavorare sul “minimo comune multiplo”, proponendolo come metodo di comunicazione: basterebbe che ciascuno di noi pensasse ogni giorno e in ogni comunicazione se il suo “modo” di comunicare tiene ogni volta conto della possibilità di ferire gli altri elementi coinvolti nella comunicazione, ecco che la relazione tornerebbe al centro delle comunicazioni, e non viceversa. In questo la prima connessione che ci viene in mente rispetto ai nostri progetti di educazione diffusa è con il luogo comune e il modo di dire, stereotipi, e in fin dei conti, habitus relazionali che mettono in secondo piano la percezione rispetto alle categorie, l’ascolto rispetto al giudizio, il bisogno di essere al centro della comunicazione rispetto al desiderio di essere per gli altri.

Nei nostri laboratori ci siamo infatti occupati spesso dei luoghi comuni, dei modi di dire, assimilati senza grande consapevolezza, riutilizzati per liberarsi con facilità di una conversazione che può risultare complicata, pesante. Le feste, la chiusura dell’anno, l’inizio di un nuovo anno, sono momenti di propositi per alcuni, di bilanci per altri. Chi ha subito durante l’anno tradimenti, offese, maltrattamenti – da atteggiamenti passivo-aggressivi, menzogne, incasellamenti – potrebbe far fatica a immaginare scenari futuri di rinascita, e i modi di dire soffocano talvolta gli immaginari o offrono strumenti di menzogna a chi cerca una ragione a buon mercato. Tra quelli che più ci colpiscono a fine anno ci sono “impara a lasciarti le cose alle spalle”, usato come sminuimento delle sensazioni di qualcuno rispetto a una violenza grande o piccola; o anche “pensa a te stesso e cerca di essere felice”, usato come augurio, che non solo sminuisce la persona, ma anche le sue capacità di aprirsi all’amicizia nel piccolo, alla società in senso più ampio. E ancora, instaura il binomio egoismo/individualismo=felicità, rendendo sempre più difficile riconoscere la generosità e la costanza nella cura come atteggiamenti positivi; un modo di dire che peraltro, rielaborato e assimilato da chi è più fragile, manipola il modo di percepire se stessi e stimola alla comunicazione violenta e alla negligenza relazionale, alla “libertà” intesa come “far ciò che ci pare” senza considerare i sentimenti di chi ci ha accompagnato per la via o ha accompagnato con dedizione chi ci è caro.

Una grande confusione tra l’attenzione e la cura di sé e delle relazioni autentiche e la sottomissione a relazioni manipolatorie sembra pervadere ogni ambito della società, e si concretizza spesso nell’opportunismo della mistificazione della gratitudine nella sua falsificazione riflessa di ricatto morale, che si presenta laddove si invoca la gratitudine in assenza di relazioni autentiche. Non è il “social network”, la festa passata tra una dipendenza e l’altra, non sono le “amicizie sbagliate”, piuttosto è una sorta di “mitologia dell’allontanamento” a creare la rarefazione degli affetti e l’abbandono che disattende un patto, rendendoci di fatto schiavi della menzogna moderna più diffusa: l’anticonformismo conformista. Com’è nostra consuetudine, ve ne parliamo lasciando raccontare un libro, stavolta però non di fumetti, e formuliamo così un invito a letture del mondo meno scontate, esprimendovi i nostri migliori auguri per un 2019 in cui ogni giorno conosciate qualcosa di nuovo e inaspettato. Crescere e conoscere è utile a preservare e conservare le relazioni autentiche e fondanti, restando umili e aperti al mondo.

Yang Jiaoai si immola in nome dell’amicizia

di Paola Del Zoppo

Nella storia di amicizia Yang Jiaoai si immola in nome dell’amicizia si narra di Jioai, che in una notte di pioggia accoglie Botao, in cammino verso il palazzo del re, condividendo con lui la sua poverissima capanna e il poco cibo. Si tratta della rielaborazione di una storia popolare basata su personaggi esistiti nell’epoca degli stati combattenti Zhanguo  (475-221 a.C., cfr. nota a p. 305).

La storia è inclusa nella raccolta Feng Menglong, Quattordici storie per istruire il mondo (Atmosphere libri, 2018, pp. 155-166, trad. di Antonio Liggiero), che raccoglie appunto 14 delle storie vernacolari della celebre serie Sanyan di dinastia Ming, compilate e adattate da Feng Menglong (1574-1646), fondamentali per lo sviluppo della narrativa vernacolare cinese. “Popolate da studiosi, imperatori, ministri, generali e una galleria di uomini e donne comuni nel loro ambiente quotidiano – mercanti e artigiani, prostitute e cortigiane, sensali e indovini, monaci e monache, servi e cameriere ladri e impostori – i racconti forniscono un vivido panorama del mondo della Cina imperiale prima della fine della dinastia Ming (1368-1644).”[1]

Feng Menlong

La storia di Botao e Jiaoai è una storia antica, dunque, che con tono colloquiale, intessendo credenze e saggezza popolare – ben diversa dal luogo comune – vuole “insegnare” il valore dell’amicizia con dolcezza e ottimismo e scardinando l’idea del sacrificio come atto eroico, portatore di “fama”, per riportarlo alla quotidianità della scelta di condividere il destino degli amici come valore che supera il raggiungimento di una “felicità individuale”.

Nata infatti l’amicizia fraterna dalla generosità, Botao, conversando tutta la notte con Jiaoai, riconosce l’acume del più giovane compagno, fino ad allora vissuto in condizioni estremamente miserevoli:

Jiaoai fece rimanere Botao a casa, lo servì come meglio poteva e fu così che diventarono fratelli. Botao era più grande di cinque anni, quindi Jioai iniziò a chiamarlo fratello maggiore. Dopo tre giorni la pioggia si fermò e le strade si asciugarono, quindi Botao disse: “Caro fratello, saresti capace di fare il primo ministro, abbracci la volontà dello stato, è un peccato che tu non abbia cercato la fortuna e sia rimasto qui nella foresta. – Non era che non volessi, è che non me ne è mai stata data la possibilità.

È la relazione di affetto e fiducia che ispira Yang Jiaoai a seguire Botao nel suo proposito: recarsi al cospetto dei funzionari del re per diventare egli stesso un funzionario nobile, e vivere una vita rispettabile. Botao “usa” l’amicizia per far uscire Jiaoai dall’isolamento, e proprio per il sentimento tra i due, desidera fortemente il successo dell’amico e la valorizzazione del suo ingegno in una cerchia sociale più ampia. I due si incamminano fianco a fianco, ma per la via il freddo, la fame e l’estrema povertà, non consentono a entrambi di giungere a destinazione. Botao, dopo molte difficoltà convince il “fratello” a lasciarlo morire di freddo sotto un albero, acconsentendo però a che Jiaoai torni per dargli una sepoltura dignitosa non appena si sarà sistemato. Di fatto, Botao dona a Jiaoai la possibilità che fino ad allora gli era stata negata, di far valere la propria sapienza e il proprio acume per raggiungere la nobiltà. Jiaoai giunge in città, viene notato dal funzionario preposto all’assunzione degli uomini sapienti che il re cerca per la sua estrema povertà, ma subito si distingue anche per il suo acume, progettando la migliore strategia per il sovrano. Ottiene dunque l’ambita posizione. Per prima cosa, allora, chiede il permesso torna a rendere onore al corpo dell’amico. Fin dalla prima notte dopo la sepoltura, però, il riposo eterno di Botao e con esso il riposo terreno di Jiaoai sono turbati dalla superbia di uno spirito “importante”: si tratta del famosissimo Jing Ke, che aveva attentato alla vita dell’imperatore, il quale non riconosce il valore del sacrificio di Botao, considerandosi, più in alto di lui: “Tu sei una persona morta di fame e di freddo, come osi costruire la bara sulle mie spalle e rovinare il mio Fengshui?”[2].

Jing Ke minaccia l’imperatore

È da questo rapporto con la storia eroica di Jing Ke che la storia di Jiaoai, apparentemente semplice, si svela non solo come exemplum di una scelta di amicizia, ma rovescia, nel rapporto di “marginalità”, di spostamento del punto di vista, la narrazione “di massa” dell’eroe. La giustizia è narrata dal punto di vista di chi non agisce per essere “grande”, ma per senso di autenticità. La storia sposa il punto di vista dei non-eroi, dei piccoli, di chi riesce a scegliere la dignità data non dalla fama, ma dalla relazione con l’altro nell’ambito di una vera conoscenza e di un vero senso di gratitudine, in constrasto con chi coltiva uno spirito eroico, ma poi cade nella trappola dell’autoreferenzialità. Nel rispecchiamento delle due figure di Jing Ke e di Jiaoai si approfondisce il senso della giustizia che non può essere realizzata se non vincolata all’autenticità, alla lealtà e al coltivare l’umiltà e la sapienza al servizio delle relazioni e del rispetto per gli altri.  

Tormentato da Jing Ke, lo spirito di Botao appare di notte all’amico e chiede aiuto. Jiaoai, tenta dapprima di risolvere la questione in maniera terrena, spostando la bara, ma rischia così di offendere gli spiriti e incontra l’opposizione degli abitati del luogo. La tomba di Jing Ke, si trova lì per un altro atto di amicizia, e per questo la sua posizione è sacra:

Questa persona venne uccisa perché aveva tentato di uccidere il re dei Qin, perché la sua tomba è qui? – E gli venne risposto: – Gao Jiangli è di queste parti, sapendo che Jing Ke era stato ucciso e il suo corpo abbandonato nella foresta, ha rubato il cadavere e l’ha sepolto qui, dove la sua anima fa sentire spesso la sua presenza.[3]

Jiaoi resta convinto però di essere nel giusto non solo per la questione in sé, ma per il modo: Jing Ke “pretende”, non chiede né mette in dubbio. Egli è presuntuoso: è convinto di essere superiore a Botao grazie alla propria fama, senza conoscere l’animo di chi gli giace di fianco nella morte. Jiaoai, allora, si rivolge prima allo spirito stesso di Jing Ke, nel tentativo di fargli comprendere l’ingiustizia, la sua errata considerazione della statura morale di Botao, inevitabilmente mettendo in moto il confronto tra l’eroe celebrato, di fatto un assassino che aveva voluto risolvere una sopraffazione con la violenza e con l’inganno, e la dignità di studioso dell’amico fraterno.

[…] iniziò a insultarlo: – Tu sei una persona qualunque di Yan, dopo aver ricevuto il sostegno del principe hai avuto per te concubine e tesori. Non hai pensato a un grande piano per meritare la fiducia degli altri, ma sei entrato nello stato di Qin e hai fatto quello che hai fatto, lì hai perso la vita e danneggiato il tuo paese! E ora vieni qui a spaventare il popolo, e richiedi che ti vengano fatti dei sacrifici! Mio fratello Zuo Botao è un grande studioso, benevolo e giusto, come osi attaccarlo?

Non ottenendo ascolto, Jiaoai cerca di guadagnare a Botao il riposo sereno con altri stratagemmi: obbedendo alla richiesta di Botao stesso gli costruisce dei guerrieri d’erba, compagni per la battaglia della notte. Ne fa in gran numero, ma essi si rivelano comunque insufficienti a battere il potente Jing Ke. Jiaoai comprende infine che è costretto a una scelta estrema. È nell’esaltazione del suo legame con l’amico che la forza dell’eroe-specchio può essere eguagliata, e la potenza guadagnata con la sopraffazione può essere rovesciata, da un atto di completa gratitudine che comunica al mondo il messaggio di una giustizia legata al riconoscimento del reale valore delle persone.

Dalla mostra “Laterna Magica” – Rätisches Museum, Chur, Photo PDZ.

Rendere onore a Botao eliminando il simbolo di Jing Ke non è a sua volta un atto di sopraffazione o violenza – come in un’ottica conformista si tenderebbe a leggere. Anzi, è proprio l’annullamento del “finto eroe” a consentire in un momento solo ristabilimento degli equilibri e l’atto di vera liberazione. La battaglia che si svolge tra gli spiriti è l’annullamento della violenza manipolatoria e non il suo contrario:

Tornato al santuario, scrisse al re di Chu: In passato Botao ha offerto a me i suoi cereali, per questo sono riuscito a vivere e incontrare Sua Maestà. Il titolo di nobiltà conferitomi mi basta per tutta la vita, e nella prossima vita ripagherò il favore con tutto il cuore. Le sue parole erano molto profonde. Diede il rapporto al servo, e poi arrivò sulla tomba di Botao, piangendo, quindi disse a chi lo seguiva: <Mio fratello è stato forzato dallo spirito di Jing Ke, ora non ha via di scampo e io non lo sopporto. Volevo bruciare il suo tempio e dissotterrare il suo cadavere, ma temo che questo vada contro la volontà degli abitanti, quindi ora vorrei diventare uno spirito dell’oltretomba, e aiutare mio fratello a combattere i suoi nemici. Potete seppellire il mio cadavere alla destra della bara di Botao, così la vita e la morte coesisteranno, tutto per ringraziare mio fratello che mi ha donato i suoi cereali. Tornate dal sovrano di Chu, pregatelo di accettare le mie parole, e di mantenere inalterata la topografia del territorio.> Finito di parlare, prese la sua spada e si uccise. I suoi servi non ebbero il tempo di salvarlo, quindi misero subito il corpo in una bara e lo seppellirono a lato di Botao.

Era la seconda guardia notturna, scoppiò una grande tempesta, tuoni e fulmini ovunque, con voci di soldati che gridavano: <Uccidi, uccidi!> che si udivano per decine di chilometri. All’alba si vide questo: la tomba di Jing Ke era stata dissotterrata, le sue ossa disseminate davanti a essa, il pino e il cipresso davanti alla bara avevano le radici tirate via. Il tempio prese improvvisamente fuoco, e bruciò la terra. Nel villaggio erano tutti sorpresi, e si misero a bruciare incenso davanti le tombe di Jiaoai e Botao. I servi tornarono nello stato di Chu, e raccontarono l’avvenuto al re Yuan, che comprese il forte senso di giustizia di Jiaoai e inviò un ufficiale a costruire un tempio davanti alle tombe; in seguito conferì a entrambi un titolo nobiliare postumo, chiamò il tempio Tempio della giustizia e appose una tavola commemorativa. […] C’è un’antica poesia che dice:

Nell’antichità la benevolenza e la giustizia riempivano il cielo, e si vedeva la loro influenza nel cuore delle persone.

Prima dell’autunno venne eretto un tempio per i due studiosi, il cui spirito spesso accompagnava il freddo e la luce della luna.



[1]Cfr. la pagina del sito di Atmosphere libri: www.atmospherelibri.it. Per approfondimenti,oltre alla sintetica e interessantissima postfazione del traduttore Antonio Leggiero, è possibile leggere online anche: A Reconsideration of Some Mysteries concerning Feng Menglong’s Authorship, di Pi-ching Hsu, in <Chinese Literature: Essays, Articles, Reviews> (CLEAR), Vol. 28 (Dec., 2006), pp. 159-183, online free su Jstor. Un saggio critico sulle sanyan è di Luca Stirpe: Echi d’amore. Le Sanyan di Feng Menglong e le fonti in cinese classico (Aracne,  2013), con una ricca anticipazione gratuita online.

[2] P. 163. Jing Ke (morto nel 227 a.C) nella cultura popolare è considerato un eroe: per reagire ai tentativi di unificazione dell’imperatore Qin Shihuangdi, si introduce a corte e tenta di ucciderlo. La sua storia viene narrata nel capitolo: “Biografia degli assassini”, nell’opera Shiji di Sima Qian (刺客列傳). Online si può leggere: FEINMAN, Gary, NICHOLAS, Linda M., HUI, Fang, The imprint of China’s first emperor on the distant realm of eastern Shandong, a cura di Joyce Marcus, University of Michigan, 2010. Nella cultura contemporanea, la storia di Jing Ke è costantemente oggetto di rielaborazioni: il film Wǔxiá L’imperatore e  l’assassino di Chen Kaige (con Gong Li) è ispirato alla storia di Jing Ke; anche il protagonista di Hero di Zhang Yimou (interpretato da Jet Li) è ricalcato sulla figura dell’eroe astuto e abile con la spada, che vuole difendere la diversità dei regni dall’unificazione sotto un unico potere. La storia riecheggia nell’anime Katanagatari (in uscita in inglese a novembre 2018). Nella letteratura contemporanea, una interessante rivisitazione è certamente Il cerchio dell’autore di fantascienza Cixin Liu riporta i valori dell’astuzia e della sapienza al centro della narrazione eroico/speculativa: Jing Ke, invece che attentare direttamente alla vita dell’imperatore si mette al suo servizio (soprattutto per ottenere il segreto della vita eterna cui egli in realtà ambisce). Per farlo, organizza i tre milioni di soldati dell’esercito in unità di calcolo binario. Disarmati e impegnati nella grandiosa operazione, i soldati vengono sterminati dall’esercito nemico, cui Jing Ke è rimasto sempre fedele. (Cfr. tra gli altri, il sussuntivo articolo di Maria Rita Masci su Cixin Liu sulla rivista <Gli asini>: http://gliasinirivista.org/2018/04/cina-la-fantascienza-in-un-paese-di-fantascienza/)

[3] Il “Gao Jianli” racconta della vicenda successiva al fallimento del tentato omicidio del Re di Qin da parte di Jing Ke; il protagonista, Gao Jianli, è un abile suonatore di zhu costretto a vivere in incognito come oste di una locanda poiché colpevole di essere l’amico dell’eroe Jing Ke. Tratto da documenti riportati nello Shiji e in altri testi classici, racconta di come cercherà di riscattare la propria libertà e la sconfitta dell’amico Jing Ke nonché la dignità di tutto il popolo sottomesso.

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Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

 

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti

Sabato primo dicembre ci sarà l’evento-lancio del progetto ZerOmagazine 2019, progetto ideato dal Centro Libellula Morlupo, che ha visto congiungersi in maniera innovativa e del tutto trasversale istanze socioculturali che avevano davvero bisogno di essere riconnesse: intergenerazionalità, dialogo letterario, ricerca sociale, attenzione alle fragilità relazionali, a temi scottanti come bullismo, intercultura, manipolazione, sessismo, e che ha scelto, nella sua formula magazine, di dare a questi dialoghi dei contorni ben definiti affinché l’azione sociale sia davvero inclusiva. Questo anno a a venire, il progetto porta lo slogan #nessunoescluso e così vogliamo che sia. Laputa collabora in diversi modi, ma soprattutto con l’organizzazione di un evento cittadino in cui due “mastri fumettisti”, autori di acute parodie e significativa comunicazione a fumetti sul pensiero critico, interverranno per raccontarci di sé e della loro arte: Fran de Martino e Luigi Cecchi (Bigio). In attesa della presentazione pubblica del primo dicembre e dell’evento fumettistico di febbraio, pubblichiamo qui un articolo apparso nel numero 2 di ZerOmagazine, a firma di Paola Del Zoppo, che partendo da alcune implicazioni pedagogiche, congiunge fumetto, poesia e riflessione sociale, marginalità e centralità, tutti temi cari a Laputa, che aprono ai nuovi discorsi di quest’anno.

Oltre i pregiudizi, parole a fumetti, di Paola Del Zoppo

(Articolo apparso su ZerOmagazine 2018, pp. 4-5.)

I progetti sperimentali sull’alfabetizzazione letteraria si connettono alla scrittura poetica e allo sviluppo delle potenzialità degli alunni, e prima ancora al riconoscimento di queste potenzialità, spesso non valorizzate in altri ambiti. L’abilità di leggere e interpretare un testo o costruire un discorso, sono soft skills che si fa fatica a riportare al giusto grado di rilevanza, dopo alcuni decenni di decostruzione del valore delle capacità intellettuali (vedi Frank Furedi e Martha Nussbaum tra gli altri). Un esperimento del 2002 di “poetic literacy”, riportato in un articolo scientifico, puntava all’empowerment in classi di adolescenti. Uno dei partecipanti, al termine del corso, esclamava: “Now I believe If I can write I can do anything”.

Sulle capacità di gestione di sé, delle relazioni, delle visioni del mondo e delle proprie potenzialità si era già attivato a Morlupo il laboratorio gestito dall’Associazione Libellula con il progetto ZerOmagazine 2017, che, come testimoniato dal precedente numero di questa rivista, ha permesso agli alunni di entrare in contatto con delle possibilità di gestione della quotidianità e del sé che altrimenti sarebbero rimaste in ombra, avvicinando la scrittura e la consuetudine con la parola scritta a dei meccanismi di coping per un ampio spettro di situazioni. Il primo e fondamentale momento è stato, nel progetto ZerOmagazine come in molti progetti di alfabetizzazione letteraria di pari livello, un lavoro sulla parola, sul rapporto che abbiamo con le parole e con l’organizzazione del discorso e degli habitus discorsivi, per allontanare le parole stesse da una retorica che troppo spesso è solo strumento di manipolazione. Allora il compito del poeta e dell’insegnante di poesia è di restituire una nuova dimensione alle parole già troppo usate, come esprimeva Hilde Domin nella strofa centrale di un famoso componimento:

 

[…]Parola libertà che voglio irruvidire

ti voglio riempire di schegge di vetro

così è difficile tenerti sulla lingua

non diventi la palla di nessuno. […]

Questo nodo essenziale trova poi una piena realizzazione nel processo guidato di scrittura, che si tratti di scrittura poetica, narrativa o per immagini. La scrittura poetica in particolare offre l’occasione di scardinare i molti pregiudizi di cui la poesia e l’attività intellettuale in generale soffrono e insieme “godono” in Italia, dipendenti da una “gabbia” di status di arte/ competenza “difficile” e insieme legata a una retorica della spontaneità, o dell’idealismo staccato dalla “concretezza” (quotidiana, politica, socioeconomica). Per quanto riguarda in particolare la poesia, il pregiudizio è inoltre connesso con l’idea che la composizione poetica (o comunque la scrittura finzionale) sia una capacità “innata”, o anzi addirittura un’identità: “Poeti si nasce, non si diventa”. Si tratta anche qui di una maltrasmessa eredità idealistica e dell’associazione della poesia a un impeto emotivo, piuttosto che a un sorvegliato e complesso esercizio di rielaborazione mimetica e retorico-linguistica del pensiero, sia che si tratti di poesia originale, personale, “sperimentale” (e quindi di letteratura) o di un atto poetico che si presenta come epigonale. Ancora oggi i testi poetici (e poietici) più interessanti e forieri di significati restano quelli in cui oltre a un tema “oggetto” compare nel testo una riflessione sul fare creazione: la poesia e la letteratura tout court raggiungono livelli eccelsi quando riescono a coniugare la loro realizzazione con una riflessione sul loro oggetto che è associabile alla poesia.

Il “fumetto” viene –ancora ed erroneamente – assegnato a un ambito letterario diametralmente opposto alla poesia per quanto riguarda il canone “formativo” e lo status, ma nella sua considerazione di mezzo di espressione o trasmissione di saperi e narrazioni più “immediate”, soffre di molti pregiudizi associabili a quelli di cui si ammanta la composizione poetica: Come rileva la pedagogista Luciana Bellatalla nell’introduzione all’interessante volume di Anna Ranon Poeti sui banchi di scuola (2012) che analizza operati, potenzialità e proposte per un’analisi pedagogica dell’educazione alla poesia, i pregiudizi – sempre deleteri – possono offrire spunti di correzione e approfondimento: “a) la poesia è un moto spontaneo dell’animo ed un’effusione libera e piena di sentimenti; b) il poeta è, dunque, tale per una sorta di stato di grazia (spesso irripetibile), intimo ed immediato, che, per esprimersi, non richiede filtri sofisticati o strumenti particolari di natura tecnica e culturale; c) il bambino è poeta per eccellenza, giacché vive in una condizione emotivamente ed affettivamente privilegiata.” (p. 10). Per il fumetto potremmo giustapporre: a) il fumetto è immediatamente comprensibile e il pensare a fumetti più spontaneo; b) il disegnatore/ fumettista ha il “dono” del disegno, non ha affinato un artigianato; c) il fumetto è un’arte per bambini perché è divertente e più immediatamente comprensibile a livello anche non razionale. Quindi, sempre seguendo la linea decostruens di Bellatalla, se la poesia è: “una attività espressiva potenzialmente universale; va incoraggiata nei fanciulli; è un argine contro la dissoluzione del soggetto, la crisi dei valori e finisce per essere il mezzo salvifico dell’umanità, perché riporta l’uomo alla sua interiorità, alla “genuinità” dei sentimenti e, infine, alla dimensione della speranza e della libertà.” (ibd.), al fumetto, anche senza procedere punto per punto, riconosciamo simili potenzialità. Viene pertanto trattato alla stessa stregua nell’educazione scolastica e oltre. Inoltre, la decostruzione della figura dell’intellettuale e del pensatore artista in generale, cui si accennava sopra, opera inoltre in senso più profondo negli ambienti stessi di creatori ed editori di fumetti (come in tutto il mercato delle lettere) conducendo a una più ampia diffusione di ciò che corrisponde a quanto sopra e di ciò che, per questi pregiudizi o per ragioni ancor meno edificanti, è considerato o è più “vendibile”. La storia del fumetto come arte e come espressione letteraria non è ancora patrimonio comune occidentale. Inoltre, se come Lyotard ricordava, non siamo più in un’epoca di grandi narrazioni, è vero però che le grandi narrazioni del mercato influenzano le nostre valutazioni in maniera più o meno percettibile.

E il mercato ha per troppo tempo, e sicuramente negli ultimi 30 anni, ridotto nella cultura di massa il fumetto a componente voyeuristica e semplificatoria che ha rimpiazzato e depotenziato la sua natura eversiva. Il fumetto d’autore occupa di fatto ancora, o di nuovo, una nicchia del mercato. Saper riconoscere una buona sceneggiatura e un tratto originale e caratteristico, dunque stilisticamente e esteticamente valido, non è un atto di lettura o interpretazione meno strutturato rispetto al confronto con la letteratura o persino con la filosofia. Al contrario: la possibilità di decifrare e comunicare dei messaggi tramite la “traduzione” in forme d’arte, che rappresentano uno spazio ricettivo “positivo” e di base neutro, accogliente, ma non autoreferenziale, rende ai ragazzi più giovani un forte sentimento di autonomia nella lettura del mondo e nella sua rappresentazione, fornendo quindi un’ottima occasione di scardinamento di mentalità basate sull’autoritarismo, il paternalismo, la logica del più forte. È necessario però associare alla creatività una relazione, orizzontale con l’ambiente circostante, verticale nella stratificazione artistica. In questo un ruolo fondamentale (anche perché esterno alla narrazione del mercato) è svolto da Biblioteche e fondi librari. Tra questi, il Fondo librario di poesia di Morlupo, gestito e promosso dall’Associazione Libellula, rappresenta uno degli esperimenti più interessanti e riusciti degli ultimi anni, con una collezione di poesia e opere di pensiero poetico tra le più ricche d’Italia, offrendo la possibilità di confrontarsi con una memoria artistica che rende alla tradizione il giusto valore di exemplum.

Nella sua strutturazione e nella posizione “periferica” rispetto al centro della “grande città” italiana è in sé un nucleo di rielaborazione attiva di concetti spaziali gerarchici fuorvianti e legati a tutto ciò di cui si è scritto sopra (ad esempio il concetto di centro/ periferia) davvero poco utili al miglioramento della condizione umana contemporanea e nel contempo lontano dalle vuote retoriche sugli spazi fintamente democratici della rete 2.0, in cui le relazioni sono assenti e ben poco modificabili nel tempo. Il rapporto sfumato tra centro e periferia e il peso specifico differente che un’operazione socio culturale come quella di Libellula, coadiuvata quest’anno dall’associazione Laputa (non a caso anch’essa nata da esigenze di ricollocazione e rivalutazione culturale di una provincia che è ormai periferia) dà alle “narrazioni del margine” rappresenta oggigiorno un vero e proprio esperimento di impegno per l’utopia.

 

Testi citati

Hilde Domin, Ti voglio, in Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore, 2015 (trad. Ondina Granato).

Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali, Raffaello Cortina Editore, 2007

Martha Nussbaum, Coltivare l’umanità, Carocci, 1997

Anna Ranon, Poeti sui banchi di scuola, Franco Angeli, 2002

Angela M. Wiseman, “Now I believe if I write I can do anything”: Using poetry to create opportunities for engagement and learning in the language arts classroom, in <Journal of Language and Literacy Education>, n. 6 (2, 2010), 22-33.

La striscia è di Luigi Cecchi, in Le avventure di Ugi & Calebrina, Mini G4m3s Studio, 2018

 

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