Pride of Baghdad di Vaughan e Henrichon

Pride of Baghdad di Vaughan e Henrichon

Nel fumetto Pride of Baghdad, che il nostro gruppo di lettura ha affrontato in lingua inglese, la storia viene narrata attraverso dialoghi essenziali, didascalie, espressioni, colori – o assenza di colori – e per essere decifrato, interpretato e compreso richiede quindi specifiche competenze.

Proprio a partire da questa convinzione il gruppo di lettura Dialoghi a fumetti ha intrapreso su un percorso interrogandosi sulla relazione tra linguaggio nel fumetto e del fumetto, comunicazione e relazione.

La prima riflessione si è incentrata proprio sul concetto di linguaggio. Definire il linguaggio come uno strumento codificato al servizio della comunicazione, può darci un punto di partenza. Possedere il codice però come abbiamo rilevato anche attraverso le letture, può non essere sufficiente a entrare in relazione e quindi a raggiungere una comunicazione compiuta. Di contro abbiamo riflettuto sul fatto che (e poi sperimentato che) non avere piena confidenza con il codice, con il linguaggio, stimola una sfida interpretativa che cerca appigli in canali non verbali che aprono anche a modi nuovi di relazionarsi. O ancora, abbiamo esperito l’incontro con mondi astratti da conoscere e da decifrare che spingono a cambiare le categorie e ad aprirsi a possibilità interpretative in continua evoluzione.

Nel fumetto infatti gli accostamenti di mondi interpretativi diversi che proseguono a volte parallelamente senza incontrarsi e in altre si intersecano dando vita a sguardi nuovi, più ricchi si dispiegano agli occhi del lettore con una grande forza evocativa.

Cover di Pride of Baghdad, ed. Vertigo.

Tre sono i titoli inseriti in questo percorso:

Pride of Baghdad  di Brian K.Vaughan e Niko Henrichon

Un Anno vol. 1 – Primavera di Jean-David Morvan e Jiro Taniguchi

L’approdo di Shaun Tan

Si è sviluppato così un viaggio interessante tra presenze, assenze e divergenze, che vorremmo iniziare a riportare a partire dal volume di Vaughan e Henrichon.

Pride of Baghdad scritto appunto da Brian K.Vaughan e illustrato da Niko Henrichon, pubblicato da Dc Vertigo, ha rappresentato un’esperienza di lettura davvero d’impatto sotto molti punti di vista.

Innanzi tutto ci ha messo davanti ad un impianto grafico sbalorditivo. I colori avvolgenti e la maestosità dei disegni sono parte integrante della storia e ne creano una scenografia credibile, bellissima e per questo ancor più spietata.

La scelta di leggere un fumetto in una lingua diversa dall’italiano, ha fatto del linguaggio uno strumento interpretativo nuovo. La distanza ha richiesto un’attenzione diversa ma ha permesso di notare e forse di sorprenderci di piccoli messaggi che in una lingua usuale avrebbero forse attirato meno l’attenzione o che sarebbero passati come scontati. Esempio priario ne è stato il titolo con il suo doppio “significato”, che in italiano potrebbe essere assimilato a “branco” o “fierezza”.

Altro fatto interessante è che il linguaggio verbale nel fumetto è interamente veicolato dagli animali che sono i protagonisti di questa vicenda. Lungi dall’essere personaggi di stampo disneyano, i protagonisti sono un branco di leoni vissuti in libertà prima, e nello zoo di Bagdhad poi, almeno fino all’inizio della vicenda che ci viene raccontata e cioè il progredire della seconda Guerra del Golfo.

Lo scenario in cui la storia si svolge è quindi quello impervio e tragico della guerra in cui trovare un orientamento è difficile e in ogni caso mai definitivo. E i personaggi si muovono infatti sempre sul filo della tragedia. I quattro personaggi ci guidano in un mondo esteriore ed interiore in cui i concetti di libertà, pace e umanità sono continuamente ribaltati.

Se la giovane leonessa vede la cattività come il male assoluto, come privazione originaria di libertà e quindi come diminuzione della sua “umanità”, la leonessa più anziana svelerà presto che la realtà è più complessa e non così romanticamente netta come la giovane la vorrebbe.  Il capo branco e il giovane cucciolo nato in cattività completano il quadro. I due maschi guidano il lettore lungo un percorso diverso, fatto interamente della ricerca di un ruolo che definisca l’identità. È un percorso particolarmente arduo in un contesto come quello della guerra che elimina qualunque paradigma della vita normale.

Siamo quindi stati guidati da questo branco lungo le strade di una Baghdad piena di contraddizioni, che tramite agli occhi di questi leoni così umani sembrano innegabili e assurde.

Lo sguardo che ci viene proposto è limpido, non corrotto, ma neanche esterno o oggettivo. E’ lo sguardo di una vittima che non accetta di essere ridotta a tale e che lotta per la propria dignità con la stessa forza con cui lotta per la vita. E quindi non c’è niente che può essere mistificato nel messaggio. Nulla può essere frainteso, la verità che gli autori decidono di raccontare è monumentale. E proprio come un monumento si lascia osservare senza dire niente più del dovuto, ciascuno è libero di accostarsi con la propria sensibilità e cogliere quanto è in grado di comprendere, ma qualunque sia il livello a cui si decide di leggere questo fumetto, rimane semplicemente impeccabile e toccante.

Gli uomini compaiono fisicamente solo nel finale e di loro sappiamo solo che sono soldati statunitensi, il che ha dato il via ad una discussione interessante. Il fumetto è infatti, per il resto, popolato solo animali. Ci troviamo in una grande città, ma non c’è traccia di umanità, gli uomini si intuiscono all’interno di mezzi militari o in fuga, ne vediamo le tracce, e ne troviamo presenza nelle parole dei leoni, ma non compaiono mai, quasi a lasciare la strada aperta ad un’interpretazione in cui gli animali sostituiscono completamente l’uomo.  La comparsa dei soldati collega apertamente la storia ad una realtà che conosciamo, a fatti e discussioni che possiamo facilmente riportare alla mente ad una guerra precisa, ad un determinato momento storico, tanto più che ci viene detto che la storia prende le mosse da un fatto di cronaca. Di quei leoni abbiamo infatti una documentazione reale ne conosciamo i nomi e il destino, di gran parte dei soldati o dei tanti civili non si potrebbe dire lo stesso, assume quindi ancora un’ennesima sfumatura. Viene quindi scardinata un’interpretazione che rischia di essere troppo piatta o banalizzante. I leoni sono davvero leoni, gli uomini sono altro, anche all’interno della narrazione.

La comparsa degli uomini ci fa quindi chiedere che tipo di posizione gli autori stiano assumendo. I soldati sono americani e vediamo una bandiera degli Stati Uniti sventolare nel finale. I soldati vengono quindi accolti come salvatori? Ma la storia ci racconta che, almeno secondo il punto di vista interno, non è rimasto più nulla da salvare. Gli autori di contro ci sembra non prendano neanche una posizione critica nei confronti di una vicenda tanto controversa soprattutto per la popolazione statunitense. Non è una denuncia contro l’intervento armato in una precisa situazione. Ci sembra piuttosto che, se di denuncia si deve parlare, gli autori si soffermino sull’assurdità della guerra, la violenza indiscriminata e la sua futilità. E in questa chiave anche la maestosità dei disegni, sembra denunciare l’irrazionalità della distruzione che con la bellezza inevitabilmente contrasta. Ma il compito di schierarsi resta chiaramente nelle mani del lettore, che può trarre da Pride of Baghdad innumerevoli spunti, nessuno dei quali può senza dubbio lasciarlo indifferente.

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Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

 

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti

Sabato primo dicembre ci sarà l’evento-lancio del progetto ZerOmagazine 2019, progetto ideato dal Centro Libellula Morlupo, che ha visto congiungersi in maniera innovativa e del tutto trasversale istanze socioculturali che avevano davvero bisogno di essere riconnesse: intergenerazionalità, dialogo letterario, ricerca sociale, attenzione alle fragilità relazionali, a temi scottanti come bullismo, intercultura, manipolazione, sessismo, e che ha scelto, nella sua formula magazine, di dare a questi dialoghi dei contorni ben definiti affinché l’azione sociale sia davvero inclusiva. Questo anno a a venire, il progetto porta lo slogan #nessunoescluso e così vogliamo che sia. Laputa collabora in diversi modi, ma soprattutto con l’organizzazione di un evento cittadino in cui due “mastri fumettisti”, autori di acute parodie e significativa comunicazione a fumetti sul pensiero critico, interverranno per raccontarci di sé e della loro arte: Fran de Martino e Luigi Cecchi (Bigio). In attesa della presentazione pubblica del primo dicembre e dell’evento fumettistico di febbraio, pubblichiamo qui un articolo apparso nel numero 2 di ZerOmagazine, a firma di Paola Del Zoppo, che partendo da alcune implicazioni pedagogiche, congiunge fumetto, poesia e riflessione sociale, marginalità e centralità, tutti temi cari a Laputa, che aprono ai nuovi discorsi di quest’anno.

Oltre i pregiudizi, parole a fumetti, di Paola Del Zoppo

(Articolo apparso su ZerOmagazine 2018, pp. 4-5.)

I progetti sperimentali sull’alfabetizzazione letteraria si connettono alla scrittura poetica e allo sviluppo delle potenzialità degli alunni, e prima ancora al riconoscimento di queste potenzialità, spesso non valorizzate in altri ambiti. L’abilità di leggere e interpretare un testo o costruire un discorso, sono soft skills che si fa fatica a riportare al giusto grado di rilevanza, dopo alcuni decenni di decostruzione del valore delle capacità intellettuali (vedi Frank Furedi e Martha Nussbaum tra gli altri). Un esperimento del 2002 di “poetic literacy”, riportato in un articolo scientifico, puntava all’empowerment in classi di adolescenti. Uno dei partecipanti, al termine del corso, esclamava: “Now I believe If I can write I can do anything”.

Sulle capacità di gestione di sé, delle relazioni, delle visioni del mondo e delle proprie potenzialità si era già attivato a Morlupo il laboratorio gestito dall’Associazione Libellula con il progetto ZerOmagazine 2017, che, come testimoniato dal precedente numero di questa rivista, ha permesso agli alunni di entrare in contatto con delle possibilità di gestione della quotidianità e del sé che altrimenti sarebbero rimaste in ombra, avvicinando la scrittura e la consuetudine con la parola scritta a dei meccanismi di coping per un ampio spettro di situazioni. Il primo e fondamentale momento è stato, nel progetto ZerOmagazine come in molti progetti di alfabetizzazione letteraria di pari livello, un lavoro sulla parola, sul rapporto che abbiamo con le parole e con l’organizzazione del discorso e degli habitus discorsivi, per allontanare le parole stesse da una retorica che troppo spesso è solo strumento di manipolazione. Allora il compito del poeta e dell’insegnante di poesia è di restituire una nuova dimensione alle parole già troppo usate, come esprimeva Hilde Domin nella strofa centrale di un famoso componimento:

 

[…]Parola libertà che voglio irruvidire

ti voglio riempire di schegge di vetro

così è difficile tenerti sulla lingua

non diventi la palla di nessuno. […]

Questo nodo essenziale trova poi una piena realizzazione nel processo guidato di scrittura, che si tratti di scrittura poetica, narrativa o per immagini. La scrittura poetica in particolare offre l’occasione di scardinare i molti pregiudizi di cui la poesia e l’attività intellettuale in generale soffrono e insieme “godono” in Italia, dipendenti da una “gabbia” di status di arte/ competenza “difficile” e insieme legata a una retorica della spontaneità, o dell’idealismo staccato dalla “concretezza” (quotidiana, politica, socioeconomica). Per quanto riguarda in particolare la poesia, il pregiudizio è inoltre connesso con l’idea che la composizione poetica (o comunque la scrittura finzionale) sia una capacità “innata”, o anzi addirittura un’identità: “Poeti si nasce, non si diventa”. Si tratta anche qui di una maltrasmessa eredità idealistica e dell’associazione della poesia a un impeto emotivo, piuttosto che a un sorvegliato e complesso esercizio di rielaborazione mimetica e retorico-linguistica del pensiero, sia che si tratti di poesia originale, personale, “sperimentale” (e quindi di letteratura) o di un atto poetico che si presenta come epigonale. Ancora oggi i testi poetici (e poietici) più interessanti e forieri di significati restano quelli in cui oltre a un tema “oggetto” compare nel testo una riflessione sul fare creazione: la poesia e la letteratura tout court raggiungono livelli eccelsi quando riescono a coniugare la loro realizzazione con una riflessione sul loro oggetto che è associabile alla poesia.

Il “fumetto” viene –ancora ed erroneamente – assegnato a un ambito letterario diametralmente opposto alla poesia per quanto riguarda il canone “formativo” e lo status, ma nella sua considerazione di mezzo di espressione o trasmissione di saperi e narrazioni più “immediate”, soffre di molti pregiudizi associabili a quelli di cui si ammanta la composizione poetica: Come rileva la pedagogista Luciana Bellatalla nell’introduzione all’interessante volume di Anna Ranon Poeti sui banchi di scuola (2012) che analizza operati, potenzialità e proposte per un’analisi pedagogica dell’educazione alla poesia, i pregiudizi – sempre deleteri – possono offrire spunti di correzione e approfondimento: “a) la poesia è un moto spontaneo dell’animo ed un’effusione libera e piena di sentimenti; b) il poeta è, dunque, tale per una sorta di stato di grazia (spesso irripetibile), intimo ed immediato, che, per esprimersi, non richiede filtri sofisticati o strumenti particolari di natura tecnica e culturale; c) il bambino è poeta per eccellenza, giacché vive in una condizione emotivamente ed affettivamente privilegiata.” (p. 10). Per il fumetto potremmo giustapporre: a) il fumetto è immediatamente comprensibile e il pensare a fumetti più spontaneo; b) il disegnatore/ fumettista ha il “dono” del disegno, non ha affinato un artigianato; c) il fumetto è un’arte per bambini perché è divertente e più immediatamente comprensibile a livello anche non razionale. Quindi, sempre seguendo la linea decostruens di Bellatalla, se la poesia è: “una attività espressiva potenzialmente universale; va incoraggiata nei fanciulli; è un argine contro la dissoluzione del soggetto, la crisi dei valori e finisce per essere il mezzo salvifico dell’umanità, perché riporta l’uomo alla sua interiorità, alla “genuinità” dei sentimenti e, infine, alla dimensione della speranza e della libertà.” (ibd.), al fumetto, anche senza procedere punto per punto, riconosciamo simili potenzialità. Viene pertanto trattato alla stessa stregua nell’educazione scolastica e oltre. Inoltre, la decostruzione della figura dell’intellettuale e del pensatore artista in generale, cui si accennava sopra, opera inoltre in senso più profondo negli ambienti stessi di creatori ed editori di fumetti (come in tutto il mercato delle lettere) conducendo a una più ampia diffusione di ciò che corrisponde a quanto sopra e di ciò che, per questi pregiudizi o per ragioni ancor meno edificanti, è considerato o è più “vendibile”. La storia del fumetto come arte e come espressione letteraria non è ancora patrimonio comune occidentale. Inoltre, se come Lyotard ricordava, non siamo più in un’epoca di grandi narrazioni, è vero però che le grandi narrazioni del mercato influenzano le nostre valutazioni in maniera più o meno percettibile.

E il mercato ha per troppo tempo, e sicuramente negli ultimi 30 anni, ridotto nella cultura di massa il fumetto a componente voyeuristica e semplificatoria che ha rimpiazzato e depotenziato la sua natura eversiva. Il fumetto d’autore occupa di fatto ancora, o di nuovo, una nicchia del mercato. Saper riconoscere una buona sceneggiatura e un tratto originale e caratteristico, dunque stilisticamente e esteticamente valido, non è un atto di lettura o interpretazione meno strutturato rispetto al confronto con la letteratura o persino con la filosofia. Al contrario: la possibilità di decifrare e comunicare dei messaggi tramite la “traduzione” in forme d’arte, che rappresentano uno spazio ricettivo “positivo” e di base neutro, accogliente, ma non autoreferenziale, rende ai ragazzi più giovani un forte sentimento di autonomia nella lettura del mondo e nella sua rappresentazione, fornendo quindi un’ottima occasione di scardinamento di mentalità basate sull’autoritarismo, il paternalismo, la logica del più forte. È necessario però associare alla creatività una relazione, orizzontale con l’ambiente circostante, verticale nella stratificazione artistica. In questo un ruolo fondamentale (anche perché esterno alla narrazione del mercato) è svolto da Biblioteche e fondi librari. Tra questi, il Fondo librario di poesia di Morlupo, gestito e promosso dall’Associazione Libellula, rappresenta uno degli esperimenti più interessanti e riusciti degli ultimi anni, con una collezione di poesia e opere di pensiero poetico tra le più ricche d’Italia, offrendo la possibilità di confrontarsi con una memoria artistica che rende alla tradizione il giusto valore di exemplum.

Nella sua strutturazione e nella posizione “periferica” rispetto al centro della “grande città” italiana è in sé un nucleo di rielaborazione attiva di concetti spaziali gerarchici fuorvianti e legati a tutto ciò di cui si è scritto sopra (ad esempio il concetto di centro/ periferia) davvero poco utili al miglioramento della condizione umana contemporanea e nel contempo lontano dalle vuote retoriche sugli spazi fintamente democratici della rete 2.0, in cui le relazioni sono assenti e ben poco modificabili nel tempo. Il rapporto sfumato tra centro e periferia e il peso specifico differente che un’operazione socio culturale come quella di Libellula, coadiuvata quest’anno dall’associazione Laputa (non a caso anch’essa nata da esigenze di ricollocazione e rivalutazione culturale di una provincia che è ormai periferia) dà alle “narrazioni del margine” rappresenta oggigiorno un vero e proprio esperimento di impegno per l’utopia.

 

Testi citati

Hilde Domin, Ti voglio, in Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore, 2015 (trad. Ondina Granato).

Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali, Raffaello Cortina Editore, 2007

Martha Nussbaum, Coltivare l’umanità, Carocci, 1997

Anna Ranon, Poeti sui banchi di scuola, Franco Angeli, 2002

Angela M. Wiseman, “Now I believe if I write I can do anything”: Using poetry to create opportunities for engagement and learning in the language arts classroom, in <Journal of Language and Literacy Education>, n. 6 (2, 2010), 22-33.

La striscia è di Luigi Cecchi, in Le avventure di Ugi & Calebrina, Mini G4m3s Studio, 2018

 

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Matilda – Sara Maria Serafini

Matilda – Sara Maria Serafini

Sara Maria Serafini

Matilda

Routine.

Matilda al mattino non si alza dal letto finché sua madre non apre la finestra. La stanza ingoia il buio e svela spaccati d’aria oltre il vetro. La luce schiarisce i volti delle bambole di pezza, tutte in fila, sugli scaffali.

Matilda ascolta la madre parlare dei frutti che daranno gli alberi. Annoiata, ordina le immagini nella memoria. Mela, limone, arancia. Fotografie piatte, senza profumi.

Si poggia con i gomiti sul letto, affonda nel piumone fino al mento.

«Ho fame!» dice, e quest’ordine giunge preciso, puntuale, uguale. Senza interruzioni, senza una curva.

Latte caldo macchiato appena.

Le piacciono le figure astratte che il caffè sa disegnare sulla superficie schiumosa di bolle.

Il gatto scioglie i muscoli da una posizione allacciata. Non è più nodo, ma coda, zampe, testa. Si stiracchia a lungo. Nel suo sbadiglio immobile si disperdono i sogni notturni.

Pazienza.

La madre le spazzola i capelli. Matilda la ferma con la mano perché deve decidere il colore dei nastri che fermeranno le trecce.

Ci pensa.

Il viola le ricorda la lavanda sul vialetto della casa per le vacanze, quell’odore che punge, senza permesso. Il vialetto il mare, una vasca enorme. Il mare galleggiare, quella sospensione bella, con i rumori che arrivano attutiti d’ovatta.

Fissa intensamente la sua scelta, attende che una mano paziente la raccolga.

 

Distrazione.

Matilda afferra una scatola di colori a tempera, la rovescia sul pavimento e ne scaglia uno contro la parete opposta.

«No Matilda!», la riprende la madre, ma lei la sfida e ne lancia un altro.

La madre, dopo anni di mani che danno senza ricevere, si ritrova a pensare un pensiero stupido. Fragile di stanchezza. Pensa che se sua figlia non agisse come una bambola viziata, forse, l’amerebbe di più.

Poi, prende una maglia da dentro all’armadio. Matilda solleva le braccia per lasciarsela infilare. Sulla maglia c’è una frase stampata con caratteri da bimba, come se fosse stata davvero scritta da lei.

Sono autistica, non avere paura di me.

 

 

(c) tratto dalla raccolta “Ingoia la notte”, Arpeggio Libero Editore

Foto (c) Luigi Cecchi, 2012.

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Le parole del bullismo

Le parole del bullismo

Uno dei focus dell’associazione Laputa è il lavoro di riconoscimento e prevenzione delle situazioni di “bullismo”. Sulla pagina dedicata del Liceo Ignazio Vian di Bracciano l’associazione Laputa sta mettendo a disposizione dei materiali relativi al nostro progetto, che nei prossimi mesi sarà attuato nella scuola e di cui trovate le linee principali qui.

Il progetto parte proprio dalle “intenzioni comunicative “veloci” contemporanee – chat, post in blog, Facebook, Twitter e altri tipi di comunicazione con testo e immagini – per proporre i primi input nel riconoscimento della violenza, della disparità e della manipolazione in molti ambiti di interazione. Si ragione “insieme” con modalità di interazione laboratoriale, per svelare i tranelli e i trabocchetti di linguaggi che coadiuvano l’affermazione di realtà fittizie e la manipolazione relazionale, allontanando da interazioni autentiche e immergendo in un mondo che talvolta non lascia possibilità di risalita. Per esempio uoghi comuni “lasciarsi andare, lasciar andare”, “lasciarsi il passato alle spalle”, “pensare a se stessi”, “la minestra riscaldata”, sono depotenzianti, e non solo allontanano da una concezione complessa e dunque realistica di qualsiasi interazione sociale, ma impediscono di fatto la costruzione o la ricostruzione di rapporti soprattutto dopo situazioni di disagio, difficoltà o manipolazioni relazionali più o meno gravi. Alla base resta quindi la concezione che il linguaggio sia di per sé “creatore di mondi” e la profonda e positiva convinzione che si possa interagire con esso plasmando mondi in cui la violenza sia assente.

Se uno degli strumenti principali del progetto è l’avvicinamento all’arte come guida nella decodifica dei messaggi impliciti ed espliciti della comunicazione, in modalità attiva, il progetto si sta sviluppando anche tramite un piccolo “glossario”, una serie di documenti che raccolgono spunti per l’analisi autonoma di situazioni, dinamiche, problematiche. Il primo testo della serie “le parole del bullismo” mette in relazione “Bullismo e manipolazione”. Questo perché la violenza può rivelarsi tramite atti fisici (più facili da riconoscere, ma non sempre raccontati) o atti che possiamo chiamare “psicologici” (talvolta molto difficili da riconoscere). In entrambi i casi le strategie migliori sono legate alle relazioni con gli altri. Da una parte, è fondamentale che chi subisce prepotenze fisiche o psicologiche venga aiutato ad esprimersi, e che abbia dei rapporti in cui si sente “al sicuro”. Non si intendono con questo solo i rapporti familiari, ma anzi soprattutto dei rapporti amicali di reciproca cura e affetto e di costanza. Questo tipo di rapporti vanno riconosciuti e incoraggiati dalle famiglie, che dovrebbero aprirsi il più possibile a coadiuvare e apprezzare i rapporti paritari e amicali tra i figli e i coetanei, senza insistere sul controllo e senza sentirsi minacciata in un’idea gerarchica di rapporti relazionali che porta al conformismo e apre alla prepotenza del giudizio degli altri (prima la “ragazza/o”, poi gli amici, prima la “famiglia” poi gli amici). Da tener presente che vale anche il contrario: i manipolatori agiscono sempre decostruendo i rapporti sani, al di là della loro tipologia, perché hanno bisogno di isolarvi per avervi sotto controllo.

Ecco dunque le due basilari parole presentate nel primo file: Bullismo e manipolazione.

Il bullismo – Bullismo è una parola “copiata” dall’inglese. Bullying vuol dire “sopraffare”, trattare con prepotenza, umiliare. La cosa grave è quando questi brutti comportamenti ci fanno sentire inferiori o, se siamo noi a trattar male gli altri, ci fanno perdere di vista quello che davvero vorremmo. Anche, per esempio, reagire alla violenza con la violenza è qualcosa che ci cambia, nella percezione degli altri e nella percezione che gli altri hanno di noi Tutti i comportamenti legati al bullismo hanno quindi a che fare con una forma di “manipolazione”: “induco qualcuno a fare qualcosa o a essere in un modo in cui non vuole essere”.

La manipolazione – Una delle più frequenti tecniche di “violenza psicologica” è la manipolazione volta al controllo e all’abbassamento dell’autostima della vittima. A volte l’azione è riconoscibile, altre volte meno. L’unica strategia possibile, come in tutti i fenomeni di prepotenza, è costruire relazioni e quotidianità sane e autentiche, che almeno possono aiutare a riconoscere o denunciare le fasi in cui il manipolare allontana la vittima dalla sua realtà. La manipolazione, nonostante sia un fenomeno sempre più diffuso, è spesso sottovalutato e difficilmente riconoscibile, e si può manifestare in tutte le relazioni con coinvolgimento emotivo: nelle relazioni sentimentali, nei rapporti di lavoro, nelle amicizie, nei rapporti familiari. Questo a prescindere dalla condizione psicologica di partenza delle persone coinvolte. È vero però che le persone più empatiche, con insicurezze relazionali e personali, che nella vita hanno vissuto questo tipo di relazioni in famiglia, ad esempio, o anche meno allenate al pensiero critico sono più facilmente vittime di queste situazioni. Per esempio, quindi, avere la possibilità di abituarsi a discutere le proprie conoscenze e convinzioni, stabilire rapporti di dialogo, abituarsi a stare in un gruppo di amici che passa il tempo libero con attività culturali o comunque costruttive, mette al riparo da molti tranelli dei manipolatori. Anche leggere molto e studiare, imparare ad apprezzare e a godere della propria conoscenza, sono attività che stimolano il pensiero critico e il dubbio.

 

 

Da una parte, è importante riconoscere i manipolatori, dall’altra sarebbe importante riconoscere nella persona che subisce violenza psicologica i sintomi della dinamica manipolativa. Per convenzione, chi ha studiato la manipolazione per trarne indicazioni o manuali di autoaiuto, ha riconosciuto che si attraversano alcune fasi distinguibili di “caduta”, nelle quali sarebbe bene interagire nella maniera più consona per liberare la persona coinvolta.

Altra cosa da tener presente è che, se molto spesso si associa questa dinamica alla relazione di coppia, e di recente ancor più si focalizza sulla manipolazione dell’uomo nei confronti della donna, dato che di recente si indaga meglio sulla situazione diffusa di violenza contro le donne, in realtà, la dinamica manipolativa può instaurarsi anche tra gruppetti di persone, tra due amiche o tra due amici, o anche in famiglia o tra insegnanti e alunni, e non solo “dal più grande” al più piccolo. Ecco perché altre parole che sviscereremo nei file futuri sono infatti “autoritarismo”, “sessismo”, “razzismo”, “vittimismo”, “opportunismo” e così via. Nel file già presente sul sito del Liceo Vian – e che potete tutti scaricare gratuitamente – si elencano perciò i tratti più salienti delle fasi che possono aiutarvi a capire se qualcuno a voi vicino sta vivendo una brutta situazione

In generale i rapporti sani e autentici, gli amici più vicini, sono una vera cartina di tornasole. Se gi amici di sempre dubitano del rapporto con una persona o con un gruppetto di amici, con più o meno energia, è un segnale. E se talvolta questo porta a litigare con gli amici “veri”, c’è da tener presente che avere il coraggio di dire a qualcuno che sta vivendo una situazione di manipolazione è un modo per cercare di ristabiire una situazione di verità e dunque aiutare. Un buon dialogo e rapporti sinceri di amicizia, possibilmente con persone con cui si è condiviso un percorso di vita, possono arrivare a scardinare la dinamica e a “staccare” la persona da chi lo controlla, o gli fa vedere le cose solo dal suo punto di vista. Amicizia è anche fare fatica.

I file sono corredati delle belle vignette di Luigi Cecchi, alcune preparate per ZerOmagazine 2016, altre create per i nostri progetti, come le vignette della serie “Questions” qui presentate (©Luigi Cecchi 2018 per Laputa – Associazione culturale). Potete scaricare il file completo sulla pagina dedicata al bullismo e cyberbullismo del Liceo Vian.

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Chicken

Chicken

Questa settimana per la nostra rassegna di microfiction e dissonanze cognitive, una microprosa di Chiara Lecito, che, in questo mese di ottobre appena passato, ha scritto dei brevissimi e fulminanti testi ispirandosi alla pratica dell’Inktober e proponendo ogni giorno un testo ispirato a un tema. Siamo davvero contenti di poter pubblicare questo microracconto sul nostro blog. Foto di copertina di Luigi Cecchi.

 

Chicken

di

Chiara Lecito

Conobbi Alberta una decina di anni fa, quando lavorammo insieme alla gestione di eventi per una fondazione, e la prima cosa che mi colpì di lei fu la spietatezza del suo regime etico: saponi fabbricati direttamente da lei, abbigliamento o vintage o in fibre naturali o proveniente da mercatini equo-solidale; la seconda cosa fu che in un contesto di veganesimo spinto e di astinenza totale da alimenti industriali, cibi lavorati, alcool, zuccheri, bevande eccitanti e sostanze rilassanti, Alberta mangiava pollo almeno una volta al giorno. E non polli allevati a terra con tutti i crismi biologici e salutisti, ma polli di allevamento, quelli che sono gonfiati e che soffrono, quelli rinchiusi nelle stive e gonfiati come palloni, polli che talvolta vengono nutriti altri polli.

Vedere Alberta mangiare il pollo era una cosa disgustosa, che lasciava il segno su chiunque; per quanto riguarda me, è stata la prima e unica volta che ho visto una persona mangiare per ODIO. I denti sembravano armi, la masticazione un supplizio, coltello e forchetta strumenti di tortura, e ogni boccone era un affronto e un oltraggio a tutto l’ordine dei galliformi; e l’espressione del viso era quella gaudente della soddisfazione di una vendetta coltivata e fantasticata per anni, di una rabbia segreta e implacabile, di una ferocia che nell’infierire sul nemico del momento avrebbe trovato soltanto un sollievo superficiale e di breve durata.

L’ultimo lavoro che facemmo insieme fu l’organizzazione della conferenza di Fabrizio Malvesti, un nutrizionista che aveva scritto un libro sul buon mangiare e che proponeva un approccio olistico-emotivo al rito del pasto. Furono due settimane terrificanti, fui praticamente solo io a tenere i rapporti con Malvesti, ma naturalmente non potei evitare che Alberta partecipasse alla conferenza. Non le tolsi gli occhi di dosso per tutto il tempo: sembrava seduta sui carboni ardenti, accavallava e scavallava le gambe, si devastava le mani, si torceva i capelli e si mordeva le labbra. Il suo sguardo esplodeva di obiezioni non proferite, il suo respiro diventava sempre più soffocato dallo strazio di trattenersi. Ma soprattutto sudava, sudava, sudava. A un certo punto non ce la fece più: quando l’uomo pronunciò (ed era inevitabile) il famoso motto di Feuerbach sul fatto che siamo ciò che mangiamo, Alberta si alzò di scatto, si girò e uscì dalla stanza.

Il giorno dopo girò la voce che Malvesti aveva dato buca a una presentazione. Due giorni dopo venimmo a sapere che Malvesti non si trovava più. Una settimana dopo Malvesti rientrava tra le persone scomparse. Ma questo ad Alberta non importava, perché era l’anniversario dell’associazione e lei si occupò della cena, tutta una serie di cosette finger-food a base di pollo a. Fu una cosa stranissima, perché tutti notammo che quella cena Alberta mangiava con particolare lentezza e gusto.
“Ho riflettuto molto su quello che ha detto” mi disse “L’ho elaborato molto a fondo, lo sto interiorizzando ancora adesso”
Io non toccai cibo.

© testo Chiara Lecito, 2018; © foto Luigi Cecchi, 2013

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