Il più inattuale dei sentimenti

Il più inattuale dei sentimenti

Laputa è sempre stata, e dal 2019 sarà con più consapevolezza e più esplicitamente, un gruppo di ricerca intergenerazionale permanente, che congiunge fumetto, poesia e temi socioeducativi pressanti e di volta in volta vicini ai costituenti. Pubblicheremo con regolarità brani di testi che ci hanno ispirato e che riteniamo possano far riflettere sui temi a noi cari: Stigma, disagio relazionale, fragilità sociale e manipolazione affettiva sono i temi portanti su cui si è concentrato il lavoro degli ultimi due anni, e su cui si sono sviluppati i progetti di educazione diffusa. Non poteva mancare tra le nostre letture il testo di Graziella Priulla, Parole Tossiche – Cronache di ordinario sessismo (Settenove, 2014), di cui vi proponiamo oggi un capitolo che abbiamo sentito particolarmente importante: Il più inattuale dei sentimenti, in cui Graziella Priulla, con grande chiarezza, dialoga sul significato profondo del senso del pudore.

Il più inattuale dei sentimenti

di Graziella Priulla

La domanda «che cos’è volgare?» è delicata e difficile: poiché tocca la sfera delle credenze e delle convinzioni, può ricevere risposte disparate.

Per il linguista Raffaele Simone l’idea di volgarità si associa all’esibizione plateale di qualcosa che andrebbe evitato o tenuto riservato: questo qualcosa è fatto di discorsi e comportamenti che riguardano la sfera privata e non andrebbero esposti in pubblico. Insomma la volgarità sarebbe l’effetto che si ottiene con la pubblicazione di questioni private sensibili: la sua diffusione può essere una conseguenza dell’avvenuta trasformazione di ogni spazio privato in spazio potenzialmente pubblico.

Negli epistolari dell’800 espressioni crude e oscene costituivano una presenza tutt’altro che eccezionale, anche quando a firmare le lettere erano intellettuali raffinati: ma la destinazione e l’uso erano e dovevano restare privati.

Quali questioni private, esposte in pubblico, generano volgarità? Simone vi colloca i rapporti affettivi ed erotici tra le persone; le propensioni, le pratiche e i gusti sessuali; i temi attinenti l’aspetto fisico, la salute, l’intelligenza, il livello della famiglia, il successo nel lavoro, le capacità sessuali, le funzioni fisiologiche, i propri meriti a confronto con gli altrui demeriti; l’esibizione di nudità non giustificata da nessuna necessità (per esempio artistica o scientifica) e l’uso sprezzante o strumentale del corpo umano e in specie quello femminile. Ovviamente il grado di volgarità cresce con l’espandersi della platea in cui questi temi sono esposti[1].

Nella rivendicazione ostentata della trivialità c’è una violazione, oltre che della buona educazione e del buon gusto, del senso del pudore.

Il velo di pudore, nelle società di un tempo, serviva a coprire le pratiche sessuali e perfino i corpi, per non minare l’ordine dei costumi fondato su un matrimonio che imponeva sacrifici, rinunce e restrizioni. Con eccesso di zelo oggi lo si è trasformato in un valore risibile, rivelatore di sintomi patologici, indice di un’inibizione anormale e fuori posto:l’abolizione del pudore viene applaudita come manifestazione di schiettezza e di coraggio.

Abolito anche il senso etimologico di vergogna (che in realtà non significa aver fatto qualcosa di male, ma «temere la gogna», ossia l’esibizione pubblica) sono mutati i modi, i luoghi e i limiti della raffigurazione pubblica di se stessi: è impressionante quanti e quali particolari le persone siano disposte a raccontare delle proprie vite per essere al centro dell’attenzione. La definirei una «pornografia emotiva», che parte dai gossip sui vip e arriva ai signori Nessuno dei social network.

Cos’è pudore? Virtù o concetto, quest’ultimo termine è scomparso dal nostro diritto penale e appare desueto, quasi a evocare un mondo perduto per cui non provare nostalgia.

Monique Selz, psichiatra e psicoanalista francese, l’ha definito «un disagio di fronte a cose che vediamo e non dovremmo vedere o che mostriamo nostro malgrado». L’assenza di pudore «colpisce molto di più che non i soli rapporti sessuali: va a colpire le relazioni fra gli esseri umani in generale». Il tema presentato già nel Protagora di Platone come esperienza che custodisce l’umano: «Zeus, preoccupato che la stirpe umana si estinguesse, decise di mandare Ermes con due doni: il pudore e la giustizia, come base su cui edificare le loro città e comporre vincoli di amicizia reciproci». È una concezione che nella storia del pensiero occidentale si dipana fino al filosofo tedesco Max Scheler, che rilancia la concezione del pudore come custode dell’esistenza stessa di un soggetto e dunque come l’origine stessa della morale.[2]

Il vocabolo non induca a pensare dunque al moralismo o ai mutandoni della regina Vittoria. Intendiamo qualcosa di contrario e opposto alla pruderie con cui si è solitamente confuso. Si tratta di intuire che dietro lo schermo della liberalizzazione, dietro l’apparenza della spontaneità, dietro l’abbattimento illusorio del limite c’è la diffusione virale della cultura dell’eccesso, che considera misura un’amputazione e la sobrietà una colpa. La continua ricerca del troppo non solo non migliora la qualità della vita, ma spesso la rovina.

Oggi è la sobrietà a essere rivoluzionaria. Se è bene che ci sia un equilibrio nel possedere e nel correre, nel contaminare e nel costruire, nel mangiare e nel bere, perché non dovrebbe esserci una sorta di frugalità nel parlare? La costruzione dei limiti, che è tutt’uno con la costruzione delle regole, è una tappa ineludibile nei percorsi evolutivi: dei singoli come delle comunità. Contrariamente a ciò che il senso comune italiano ritiene, le regole non esistono per impedire comportamenti, per limitare la libertà degli individui: ma per agevolare gli uni e l’altra.

Innato o culturale che sia, il pudore è una delle dimensioni dell’autoconsapevolezza e dell’autoregolazione: è il sentimento dei confini della propria privatezza, connesso al bisogno o alla volontà di proteggere qualcosa di intimo (ossia ciò che «sta dentro», in senso sia fisico che spirituale) da intrusioni invasive, a tutela della propria identità. Lo spiegava Georg Simmel già nel 1901, con il saggio Sulla psicologia del pudore: non è questione di pudenda ma di vigilanza sui confini che decidono il grado reciproco di apertura e chiusura verso l’altro.

Qui si rintraccia la differenza tra l’ipocrisia (che nasconde gli aspetti della nostra personalità che non vogliamo mostrare) e il pudore (che non nasconde la parte peggiore di noi, ma ciò che decidiamo di preservare da sguardi indiscreti).

In materia sessuale il pudore non va confuso con la normativizzazione della sessualità, con la censura moraleggiante o con la negazione o la recinzione del corpo, proprio e altrui, con i centimetri di pelle esposta o con il numero dei rapporti: è piuttosto la ricerca di una più raffinata simbolizzazione degli sguardi, di contrasto alla sguaiataggine e al ciarpame del voyeurismo e dell’esibizionismo.

Il timore o l’imbarazzo sono reazioni pro-sociali. Uno stile di descrizione e di misura basato sul rispetto di sé e degli altri potrebbe definirsi ecologico, perché salvaguarda le relazioni umane e la vita in comune. Al contrario della violenza e della prevaricazione, che superano la soglia assumendo il non-rispetto dell’altro.

È questa la ragione per cui il confine tra le sfere lecite e le sfere proibite è vigilato dalla legge, dall’ambiente e dalla coscienza, ed è segnato da sanzioni normative (pena) e/o sociali (riprovazione) e/o psicologiche (senso di colpa). [3]

In epoche e in società diverse o in diverse fasi della vita, normalità di comportamento e superamento dei limiti appaiono non solo variamente identificati, ma persino capovolti. Spesso ciò che prima era morale diventa bigottismo, ciò che prima era rifiutato in nome della forma ora si accetta e si esalta in nome della sostanza. Accade che il confine si sposti pian piano e che poco per volta nessuno avverta più l’esigenza di una linea di demarcazione(al contrario, si scrivono manuali sul come liberarsi). Accade che si infrangano, per una volta, tutte le zone franche. Il linguaggio delle parole, dei gesti e delle immagini registra puntualmente queste rotture.

Oggi il rifiuto di ogni istanza etica viene regolarmente espresso con la domanda «che male c’è?». Di fronte a qualsiasi richiamo si decide che a sbagliare è chi formula l’osservazione, irriso come personaggio fuori dal tempo, bollato come persona che non capisce, che non è neppure autorizzata a richiamarsi a qualche principio, a qualche regola. Ogni riflessione che si interroghi sulla questione del limite o perfino sulla legalità è automaticamente tacciata di moralismo, epiteto che sa di esagerazione o di colpa.[4]

Chi lo fa è costretto a difendersi o a fare una premessa ( non sono moralista, ma…) che gli toglie chances in partenza e lo mette all’angolo. Diventa lui che deve giustificarsi. Nel meccanismo del «che male c’è?» interviene un meccanismo che colpisce al cuore il concetto stesso di opinione pubblica.

Se sfidare i limiti ha rappresentato a lungo un gesto di emancipazione, oggi sembra diventato un adeguamento al conformismo: siamo passati dall’ostracismo alla tolleranza al compiacimento. Sulla maggior parte delle aree interdette la forza d’interdizione è talmente diminuita da esser quasi scomparsa.

La società occidentale per secoli ha identificato il pudore con la salvaguardia della sfera sessuale e l’ha interpretato non come rispetto o protezione di sé, ma come inibizione del piacere. Ricordate il principe di Salina che confidava di aver avuto sette figli senza mai aver visto sua moglie nuda? «Oscenità», «osceno», sono le parole utilizzate a partire dall’epoca moderna per mettere «fuori scena», ossia fuori dalla vista comune, tutto ciò che risultava contrario ai dettami della morale vigente sulla sessualità.[5]

È accaduto infinite volte che poesie, romanzi, opere teatrali, quadri, film bollati come oscenità – e quindi ufficialmente sottratti alla fruizione del pubblico- fossero inglobati poi con gli anni nel patrimonio culturale collettivo.

È forse comprensibile che oggi, per reazione, il pudore sia osteggiato come forma di oscurantismo. Per questo i maggiori cambiamenti linguistici si avvertono nelle aree  legate agli organi e alle attività sessuali: il fenomeno è talmente macroscopico che viene percepito senza particolare analisi. Tuttavia, sarebbe sbrigativo collegarlo soltanto alla libertà espressiva e al piacere della sperimentazione in campo sessuale, diventati oggi l’imperativo culturale per affrancare dai tabù e per sostituire le repressioni del passato con il culto della perfezione fisica e della ricerca di sensazioni.

È insomma consolidato a tutti i livelli il regime biospettacolare della pornocrazia, paradigma di vasta portata. Il termine è stato coniato dal filoso francese Dany-Robert Dufour, che ne La cité perverse[6] sottolinea la nuova rilevanza politica di una società pornografica di massa, dove pornografia significa esibizione e messa in scena compiaciuta di ciò che normalmente non si espone in pubblico. Il costituzionalista Stefano Rodotà ha usato al riguardo il concetto lacaniano di extimitè, estroflessione del privato nell’interfaccia dello spettacolo.[7] Corpi e amplessi, ma anche sentimenti e affetti, come afflizioni, disgrazie, malattie, ossessioni, turbamenti.

Come i sociologi segnalano da tempo, ciò che caratterizza la tarda modernità è l’esibizione nella sfera pubblica di questioni tradizionalmente assegnate alla sfera privata.

Prima con la telecamera impietosa della tv e poi con la condivisione nel web, abbiamo ottenuto che tutto sia visibile, che tutto sia mostrato, che nulla sia più sacro, misterioso o intangibile. Vogliamo guardare ed essere guardati: sempre, dovunque e ad ogni costo.

Oggi chi prova un’emozione non può contenerla, non riesce a fare a meno di esporla in bella vista, per quanto sia intima, per quanto sia indefinita: scriviamo alla De Filippi, cerchiamo di essere invitati in uno show. Alla peggio postiamo su Facebook o tracciamo graffiti sul marciapiede in cambio di frammenti di notorietà. La visibilità ha sostituito la reputazione, sia come misura che come fonte del successo: la molla è il timore ossessivo di non esistere. I sentimenti sono denudati ed esibiti come merci; confessioni scabrose, sfoghi forsennati, trivellazione di vite, nulla rimane segreto: è lo stesso individuo, in preda al narcisistico desiderio di visibilità, a consegnare a milioni di spettatori la propria intimità, secondo tracciati di ostentazione e di spudoratezza corrispondenti a format televisivi omologanti che vengono acclamati come espressioni di sincerità.

In tutto questo c’è una coerenza: se il pudore è difesa dell’individualità, perché dovrebbe esistere in una società omologata nell’ossimoro stridente dell’«individualismo di massa»? La volgarità non è un incidente di percorso, diventa tratto costitutivo dei rapporti interpersonali se il nobile sentimento della libertà individuale si trasforma in un narcisismo patologico.

Le vignette sono Luigi Cecchi (serie “Questions”) – © Luigi Cecchi, 2019

Graziella Priulla è Sociologa e saggista, insegna all’Università di Catania nel Dipartimento di scienze politiche e sociali. Tra le sue pubblicazioni più recenti: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole (FrancoAngeli), I caratteri elementari della comunicazione (Laterza), L’Italia dell’ignoranza (FrancoAngeli).


[1]    Cfr. Maxima immoralia, in Micromega, 4, 2009, pp.55-67

[2]    M. Selz, Il pudore. Un luogo di libertà, Torino, Einaudi, 2005. Preoccupazioni analoghe, con amplificazioni antropologiche, sono presenti nel saggio di M. Appiani, Tabù: elogio del pudore, Milano, FrancoAngeli, 2004. Vedi anche M. Scheler, Pudore e sentimento del pudore, Udine, Mimesis, 2013.

[3]    Esso trova persino convenzioni tipografiche: già nel XIX secolo si sostituivano lettere di parole volgari con trattini e asterischi. Nelle vignette si chiamano obscenicon.

[4]    Su questo punto cfr. M. Viroli, L’Italia dei doveri, Rizzoli, Milano 2008

[5]    Sulla definizione di oscenità come «offesa al comune sentimento del pudore e alla pubblica decenza» si basa l’illegalità della pornografia, ribadita anche dall’articolo 21 della costituzione che protegge la libertà di stampa, ma esclude dalla protezione costituzionale la pubblicazione di materiali osceni.

[6]    Parigi, Gallimard 2012

[7]    Cfr. Micromega, 5/2009

Please follow and like us:
0
Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Un anno – Jiro Taniguchi e Jean David Morvan

Riprendendo la trilogia sul linguaggio che abbiamo introdotto nella recensione condivisa di Pride, riportiamo le nostre riflessioni condivise su Un Anno, scritto da Jean David Morvan e disegnato da Jiro Taniguchi, pubblicato da Rizzoli Lizard nella traduzione di Elisabetta Tramacere.

Abbiamo affrontato questo percorso proprio partendo da questo fumetto perché questa breve narrazione mette perfettamente in scena questioni relazionali profondamente collegate al ruolo del linguaggio o ancor meglio di una pluralità di linguaggi che si sovrappongono.

Immagine omaggio di Luigi Cecchi per Un anno – Primavera

Come prima da cosa c’è da notare che il volume letto è indicato come primo di una serie idealmente composta di 4 volumi ma rimasta incompiuta. Volume 1 – Primavera è stato l’unico ad essere scritto e pubblicato e questo pone senza dubbio il lettore davanti a una doppia opera: una ideale, immaginata e progettata dagli autori, e una reale unitaria e comunque compiuta.

Non sappiamo se la Primavera di cui abbiamo letto si riferisce alla “primavera” della vita della giovanissima protagonista, o a una primavera di un linguaggio ancora da definire, o anche la primavera di un mondo e di una società in cui, con questo primo capitolo, siamo introdotti passo a passo e sempre con grande delicatezza e discrezione, dimensioni, queste, che trovano uno specchio perfetto in un impianto grafico dai colori tenui e dai tratti puliti.

Fin dal principio siamo spinti a metterci in ascolto, le prime pagine di questo fumetto sono sostanzialmente silenziose e ci invitano a prendere il punto di vista della protagonista.

Un anno – Primavera

La piccola Capucine, protagonista di questa storia, è una bambina intelligente e sensibile, in grado di leggere ogni situazione e tensione emotiva con una lucidità e una precisione stupefacente. Ma per ciò che sente e capisce, non è in grado di trovare definizioni. La bambina è affetta da trisomia, una  particolare forma della sindrome di down che ha tra le caratteristiche peculiari quella di non avere effetto sull’aspetto della persona. Il riconoscimento della malattia per chi entra quindi in contatto con la persona che ne è affetta risulta quindi meno immediato. Gli autori giocano quindi fin da subito con la percezione della “normalità” e della “anormalità” invitando il lettore a rivedere i propri eventuali preconcetti.

Attraverso gli occhi della protagonista scopriamo che le parole possono essere inutili se non si è capaci di ridurre all’interno di esse ciò che si vuole esprimere, e quindi le sensazioni diventano mostri, le parole non servono a Capucine per esprimere il mondo che ha dentro, pieno di immagini e sensazioni, e quindi le sue azioni diventano un linguaggio non sempre comprensibile per chi le è accanto. Due sistemi, due mondi interpretativi si scontrano e non si comprendo, causando in ogni caso grande dolore. Da una parte il mondo del linguaggio codificato, perfettamente rappresentato dalla zia, che offende senza sapere di offendere senza pensare a tutte le sfaccettature della comunicazione; o dei genitori che parlano usando parole che credono incomprensibili per Capucine, ma che nella loro definizione sfocata sono comunque in grado di far sentire la bambina giudicata e umiliata. Dall’altra troviamo un sistema in cui relazione e comunicazione sono due dimensioni inestricabili, e che rimane incomprensibile per chi usa il linguaggio come un codice definito.

La questione centrale che a nostro avviso gli autori sono molto bravi a sciogliere e rovesciare è quella della gerarchia tra i due modelli. Alcuni degli adulti che incontriamo usano questa gerarchia per sminuire la dignità stessa di Capucine: lei non sarebbe in grado di comunicare in un modo che a loro risulti comprensibile, deve quindi essere necessariamente strana, inadatta, “ritardata”. Il padre si allontana da questo atteggiamento, ma non risulta essere meno violento. Lui infatti pone comunque a Capucine uno standard per lei impossibile da soddisfare, creando una costante frustrazione e facendole dubitare di sé stessa.

Ma il punto di vista del lettore ci sembra coincidere proprio con quello di Capucine, sono i suoi disegni, inseriti di tanto in tanto come didascalie, che ci fanno un racconto emotivo della storia che abbiamo davanti, come a volerci spiegare meglio ciò che vediamo, al di là dell’impinto grafico “tradizionale” o delle parole che lo corredano. Quindi leggendo ci si rivelano tutte le inadeguatezze e i timori di adulti posti davanti alla necessità di rinegoziare principi che ritengono fondamentali ma che noi, attraverso lo sguardo privo di malizia di Capucine, scopriamo essere solo meccanismi di difesa, barriere emotive e istanze autoconservative.

Quindi Capucine e gli autori attraverso di lei, ci spingono a rivedere le categorie di normale e anormale, sano e malato, libertà e impedimento e a riconsiderare in modo più aperto le sicurezze che costruiscono la nostra realtà, fosse anche la fiducia in una realtà fondativa come il linguaggio.

Due sono le riflessioni che, partendo da questa lettura, abbiamo condiviso riguardo al contesto in cui viviamo. La prima riguarda la scelta che la famiglia di Capucine si trova ad affrontare riguardo l’eventualità di inserire la bambina in una scuola più adatta alle sue esigenze. Ci siamo chiesti infatti quali possibilità la nostra realtà offrire ai bambini e ai ragazzi come Capucine. Quali possibilità di accoglienza e inserimento? In che modo è garantita la possibilità di superare un disagio e vivere una vita “normale” che tenga conto delle specificità di ciascuno e che non sia ghettizzante, che valorizzi amicizia, affetto, benessere delle conoscenze, della cultura e dell’arte per i ragazzi come Capucine, senza escluderli a priori consegnando il mondo ai forti, agli egoisti?

Questa riflessione ci ha condotti ad ampliare lo sguardo a forme di disagio più ampio e purtroppo sempre più riscontrabili. In una realtà in cui aggressività e violenza sono percepite come normali, le persone empatiche vengono spesso etichettate come troppo sensibili o in alcuni casi addirittura deboli. Che strumenti abbiamo quindi per rendere il nostro contesto più vivibile e accogliente per tutti? L’unica risposta che abbiamo trovato sembra essere non troppo paradossalmente nell’empatia stessa, in una forma di attenzione all’altro scevra dalla paura di perdere il sé, che anzi si rafforza in questa apertura.

Please follow and like us:
0
Sapienza e gratitudine – Auguri di Buon Anno

Sapienza e gratitudine – Auguri di Buon Anno

Laputa, fin da pochi mesi dopo la sua nascita, ha riflettuto sull’opportunità di creare un piccolo “diario delle microaggressioni”, che scaturiva dalla quotidiana osservazione della realtà e dal lavoro sul linguaggio, sugli atteggiamenti passivo aggressivi e sulla manipolazione che sono alla base dell’operare dell’Associazione contro la violenza diffusa. Il diario e il gruppo di lettura “Dialoghi a fumetti” sono stati, insieme all’attuazione di progetti di educazione diffusa in alcune scuole e università, il cuore dell’attività di Laputa nel 2018. Per il 2019, ci stiamo preparando a nuovi modi, ma intanto vi lasciamo con un augurio “a modo nostro”.

Nel gruppo di lettura Dialoghi a fumetti, prima attività lanciata da Laputa, si promuove ad ogni incontro un dialogo accogliente, e si è scelto di lavorare sul “minimo comune multiplo”, proponendolo come metodo di comunicazione: basterebbe che ciascuno di noi pensasse ogni giorno e in ogni comunicazione se il suo “modo” di comunicare tiene ogni volta conto della possibilità di ferire gli altri elementi coinvolti nella comunicazione, ecco che la relazione tornerebbe al centro delle comunicazioni, e non viceversa. In questo la prima connessione che ci viene in mente rispetto ai nostri progetti di educazione diffusa è con il luogo comune e il modo di dire, stereotipi, e in fin dei conti, habitus relazionali che mettono in secondo piano la percezione rispetto alle categorie, l’ascolto rispetto al giudizio, il bisogno di essere al centro della comunicazione rispetto al desiderio di essere per gli altri.

Nei nostri laboratori ci siamo infatti occupati spesso dei luoghi comuni, dei modi di dire, assimilati senza grande consapevolezza, riutilizzati per liberarsi con facilità di una conversazione che può risultare complicata, pesante. Le feste, la chiusura dell’anno, l’inizio di un nuovo anno, sono momenti di propositi per alcuni, di bilanci per altri. Chi ha subito durante l’anno tradimenti, offese, maltrattamenti – da atteggiamenti passivo-aggressivi, menzogne, incasellamenti – potrebbe far fatica a immaginare scenari futuri di rinascita, e i modi di dire soffocano talvolta gli immaginari o offrono strumenti di menzogna a chi cerca una ragione a buon mercato. Tra quelli che più ci colpiscono a fine anno ci sono “impara a lasciarti le cose alle spalle”, usato come sminuimento delle sensazioni di qualcuno rispetto a una violenza grande o piccola; o anche “pensa a te stesso e cerca di essere felice”, usato come augurio, che non solo sminuisce la persona, ma anche le sue capacità di aprirsi all’amicizia nel piccolo, alla società in senso più ampio. E ancora, instaura il binomio egoismo/individualismo=felicità, rendendo sempre più difficile riconoscere la generosità e la costanza nella cura come atteggiamenti positivi; un modo di dire che peraltro, rielaborato e assimilato da chi è più fragile, manipola il modo di percepire se stessi e stimola alla comunicazione violenta e alla negligenza relazionale, alla “libertà” intesa come “far ciò che ci pare” senza considerare i sentimenti di chi ci ha accompagnato per la via o ha accompagnato con dedizione chi ci è caro.

Una grande confusione tra l’attenzione e la cura di sé e delle relazioni autentiche e la sottomissione a relazioni manipolatorie sembra pervadere ogni ambito della società, e si concretizza spesso nell’opportunismo della mistificazione della gratitudine nella sua falsificazione riflessa di ricatto morale, che si presenta laddove si invoca la gratitudine in assenza di relazioni autentiche. Non è il “social network”, la festa passata tra una dipendenza e l’altra, non sono le “amicizie sbagliate”, piuttosto è una sorta di “mitologia dell’allontanamento” a creare la rarefazione degli affetti e l’abbandono che disattende un patto, rendendoci di fatto schiavi della menzogna moderna più diffusa: l’anticonformismo conformista. Com’è nostra consuetudine, ve ne parliamo lasciando raccontare un libro, stavolta però non di fumetti, e formuliamo così un invito a letture del mondo meno scontate, esprimendovi i nostri migliori auguri per un 2019 in cui ogni giorno conosciate qualcosa di nuovo e inaspettato. Crescere e conoscere è utile a preservare e conservare le relazioni autentiche e fondanti, restando umili e aperti al mondo.

Yang Jiaoai si immola in nome dell’amicizia

di Paola Del Zoppo

Nella storia di amicizia Yang Jiaoai si immola in nome dell’amicizia si narra di Jioai, che in una notte di pioggia accoglie Botao, in cammino verso il palazzo del re, condividendo con lui la sua poverissima capanna e il poco cibo. Si tratta della rielaborazione di una storia popolare basata su personaggi esistiti nell’epoca degli stati combattenti Zhanguo  (475-221 a.C., cfr. nota a p. 305).

La storia è inclusa nella raccolta Feng Menglong, Quattordici storie per istruire il mondo (Atmosphere libri, 2018, pp. 155-166, trad. di Antonio Liggiero), che raccoglie appunto 14 delle storie vernacolari della celebre serie Sanyan di dinastia Ming, compilate e adattate da Feng Menglong (1574-1646), fondamentali per lo sviluppo della narrativa vernacolare cinese. “Popolate da studiosi, imperatori, ministri, generali e una galleria di uomini e donne comuni nel loro ambiente quotidiano – mercanti e artigiani, prostitute e cortigiane, sensali e indovini, monaci e monache, servi e cameriere ladri e impostori – i racconti forniscono un vivido panorama del mondo della Cina imperiale prima della fine della dinastia Ming (1368-1644).”[1]

Feng Menlong

La storia di Botao e Jiaoai è una storia antica, dunque, che con tono colloquiale, intessendo credenze e saggezza popolare – ben diversa dal luogo comune – vuole “insegnare” il valore dell’amicizia con dolcezza e ottimismo e scardinando l’idea del sacrificio come atto eroico, portatore di “fama”, per riportarlo alla quotidianità della scelta di condividere il destino degli amici come valore che supera il raggiungimento di una “felicità individuale”.

Nata infatti l’amicizia fraterna dalla generosità, Botao, conversando tutta la notte con Jiaoai, riconosce l’acume del più giovane compagno, fino ad allora vissuto in condizioni estremamente miserevoli:

Jiaoai fece rimanere Botao a casa, lo servì come meglio poteva e fu così che diventarono fratelli. Botao era più grande di cinque anni, quindi Jioai iniziò a chiamarlo fratello maggiore. Dopo tre giorni la pioggia si fermò e le strade si asciugarono, quindi Botao disse: “Caro fratello, saresti capace di fare il primo ministro, abbracci la volontà dello stato, è un peccato che tu non abbia cercato la fortuna e sia rimasto qui nella foresta. – Non era che non volessi, è che non me ne è mai stata data la possibilità.

È la relazione di affetto e fiducia che ispira Yang Jiaoai a seguire Botao nel suo proposito: recarsi al cospetto dei funzionari del re per diventare egli stesso un funzionario nobile, e vivere una vita rispettabile. Botao “usa” l’amicizia per far uscire Jiaoai dall’isolamento, e proprio per il sentimento tra i due, desidera fortemente il successo dell’amico e la valorizzazione del suo ingegno in una cerchia sociale più ampia. I due si incamminano fianco a fianco, ma per la via il freddo, la fame e l’estrema povertà, non consentono a entrambi di giungere a destinazione. Botao, dopo molte difficoltà convince il “fratello” a lasciarlo morire di freddo sotto un albero, acconsentendo però a che Jiaoai torni per dargli una sepoltura dignitosa non appena si sarà sistemato. Di fatto, Botao dona a Jiaoai la possibilità che fino ad allora gli era stata negata, di far valere la propria sapienza e il proprio acume per raggiungere la nobiltà. Jiaoai giunge in città, viene notato dal funzionario preposto all’assunzione degli uomini sapienti che il re cerca per la sua estrema povertà, ma subito si distingue anche per il suo acume, progettando la migliore strategia per il sovrano. Ottiene dunque l’ambita posizione. Per prima cosa, allora, chiede il permesso torna a rendere onore al corpo dell’amico. Fin dalla prima notte dopo la sepoltura, però, il riposo eterno di Botao e con esso il riposo terreno di Jiaoai sono turbati dalla superbia di uno spirito “importante”: si tratta del famosissimo Jing Ke, che aveva attentato alla vita dell’imperatore, il quale non riconosce il valore del sacrificio di Botao, considerandosi, più in alto di lui: “Tu sei una persona morta di fame e di freddo, come osi costruire la bara sulle mie spalle e rovinare il mio Fengshui?”[2].

Jing Ke minaccia l’imperatore

È da questo rapporto con la storia eroica di Jing Ke che la storia di Jiaoai, apparentemente semplice, si svela non solo come exemplum di una scelta di amicizia, ma rovescia, nel rapporto di “marginalità”, di spostamento del punto di vista, la narrazione “di massa” dell’eroe. La giustizia è narrata dal punto di vista di chi non agisce per essere “grande”, ma per senso di autenticità. La storia sposa il punto di vista dei non-eroi, dei piccoli, di chi riesce a scegliere la dignità data non dalla fama, ma dalla relazione con l’altro nell’ambito di una vera conoscenza e di un vero senso di gratitudine, in constrasto con chi coltiva uno spirito eroico, ma poi cade nella trappola dell’autoreferenzialità. Nel rispecchiamento delle due figure di Jing Ke e di Jiaoai si approfondisce il senso della giustizia che non può essere realizzata se non vincolata all’autenticità, alla lealtà e al coltivare l’umiltà e la sapienza al servizio delle relazioni e del rispetto per gli altri.  

Tormentato da Jing Ke, lo spirito di Botao appare di notte all’amico e chiede aiuto. Jiaoai, tenta dapprima di risolvere la questione in maniera terrena, spostando la bara, ma rischia così di offendere gli spiriti e incontra l’opposizione degli abitati del luogo. La tomba di Jing Ke, si trova lì per un altro atto di amicizia, e per questo la sua posizione è sacra:

Questa persona venne uccisa perché aveva tentato di uccidere il re dei Qin, perché la sua tomba è qui? – E gli venne risposto: – Gao Jiangli è di queste parti, sapendo che Jing Ke era stato ucciso e il suo corpo abbandonato nella foresta, ha rubato il cadavere e l’ha sepolto qui, dove la sua anima fa sentire spesso la sua presenza.[3]

Jiaoi resta convinto però di essere nel giusto non solo per la questione in sé, ma per il modo: Jing Ke “pretende”, non chiede né mette in dubbio. Egli è presuntuoso: è convinto di essere superiore a Botao grazie alla propria fama, senza conoscere l’animo di chi gli giace di fianco nella morte. Jiaoai, allora, si rivolge prima allo spirito stesso di Jing Ke, nel tentativo di fargli comprendere l’ingiustizia, la sua errata considerazione della statura morale di Botao, inevitabilmente mettendo in moto il confronto tra l’eroe celebrato, di fatto un assassino che aveva voluto risolvere una sopraffazione con la violenza e con l’inganno, e la dignità di studioso dell’amico fraterno.

[…] iniziò a insultarlo: – Tu sei una persona qualunque di Yan, dopo aver ricevuto il sostegno del principe hai avuto per te concubine e tesori. Non hai pensato a un grande piano per meritare la fiducia degli altri, ma sei entrato nello stato di Qin e hai fatto quello che hai fatto, lì hai perso la vita e danneggiato il tuo paese! E ora vieni qui a spaventare il popolo, e richiedi che ti vengano fatti dei sacrifici! Mio fratello Zuo Botao è un grande studioso, benevolo e giusto, come osi attaccarlo?

Non ottenendo ascolto, Jiaoai cerca di guadagnare a Botao il riposo sereno con altri stratagemmi: obbedendo alla richiesta di Botao stesso gli costruisce dei guerrieri d’erba, compagni per la battaglia della notte. Ne fa in gran numero, ma essi si rivelano comunque insufficienti a battere il potente Jing Ke. Jiaoai comprende infine che è costretto a una scelta estrema. È nell’esaltazione del suo legame con l’amico che la forza dell’eroe-specchio può essere eguagliata, e la potenza guadagnata con la sopraffazione può essere rovesciata, da un atto di completa gratitudine che comunica al mondo il messaggio di una giustizia legata al riconoscimento del reale valore delle persone.

Dalla mostra “Laterna Magica” – Rätisches Museum, Chur, Photo PDZ.

Rendere onore a Botao eliminando il simbolo di Jing Ke non è a sua volta un atto di sopraffazione o violenza – come in un’ottica conformista si tenderebbe a leggere. Anzi, è proprio l’annullamento del “finto eroe” a consentire in un momento solo ristabilimento degli equilibri e l’atto di vera liberazione. La battaglia che si svolge tra gli spiriti è l’annullamento della violenza manipolatoria e non il suo contrario:

Tornato al santuario, scrisse al re di Chu: In passato Botao ha offerto a me i suoi cereali, per questo sono riuscito a vivere e incontrare Sua Maestà. Il titolo di nobiltà conferitomi mi basta per tutta la vita, e nella prossima vita ripagherò il favore con tutto il cuore. Le sue parole erano molto profonde. Diede il rapporto al servo, e poi arrivò sulla tomba di Botao, piangendo, quindi disse a chi lo seguiva: <Mio fratello è stato forzato dallo spirito di Jing Ke, ora non ha via di scampo e io non lo sopporto. Volevo bruciare il suo tempio e dissotterrare il suo cadavere, ma temo che questo vada contro la volontà degli abitanti, quindi ora vorrei diventare uno spirito dell’oltretomba, e aiutare mio fratello a combattere i suoi nemici. Potete seppellire il mio cadavere alla destra della bara di Botao, così la vita e la morte coesisteranno, tutto per ringraziare mio fratello che mi ha donato i suoi cereali. Tornate dal sovrano di Chu, pregatelo di accettare le mie parole, e di mantenere inalterata la topografia del territorio.> Finito di parlare, prese la sua spada e si uccise. I suoi servi non ebbero il tempo di salvarlo, quindi misero subito il corpo in una bara e lo seppellirono a lato di Botao.

Era la seconda guardia notturna, scoppiò una grande tempesta, tuoni e fulmini ovunque, con voci di soldati che gridavano: <Uccidi, uccidi!> che si udivano per decine di chilometri. All’alba si vide questo: la tomba di Jing Ke era stata dissotterrata, le sue ossa disseminate davanti a essa, il pino e il cipresso davanti alla bara avevano le radici tirate via. Il tempio prese improvvisamente fuoco, e bruciò la terra. Nel villaggio erano tutti sorpresi, e si misero a bruciare incenso davanti le tombe di Jiaoai e Botao. I servi tornarono nello stato di Chu, e raccontarono l’avvenuto al re Yuan, che comprese il forte senso di giustizia di Jiaoai e inviò un ufficiale a costruire un tempio davanti alle tombe; in seguito conferì a entrambi un titolo nobiliare postumo, chiamò il tempio Tempio della giustizia e appose una tavola commemorativa. […] C’è un’antica poesia che dice:

Nell’antichità la benevolenza e la giustizia riempivano il cielo, e si vedeva la loro influenza nel cuore delle persone.

Prima dell’autunno venne eretto un tempio per i due studiosi, il cui spirito spesso accompagnava il freddo e la luce della luna.



[1]Cfr. la pagina del sito di Atmosphere libri: www.atmospherelibri.it. Per approfondimenti,oltre alla sintetica e interessantissima postfazione del traduttore Antonio Leggiero, è possibile leggere online anche: A Reconsideration of Some Mysteries concerning Feng Menglong’s Authorship, di Pi-ching Hsu, in <Chinese Literature: Essays, Articles, Reviews> (CLEAR), Vol. 28 (Dec., 2006), pp. 159-183, online free su Jstor. Un saggio critico sulle sanyan è di Luca Stirpe: Echi d’amore. Le Sanyan di Feng Menglong e le fonti in cinese classico (Aracne,  2013), con una ricca anticipazione gratuita online.

[2] P. 163. Jing Ke (morto nel 227 a.C) nella cultura popolare è considerato un eroe: per reagire ai tentativi di unificazione dell’imperatore Qin Shihuangdi, si introduce a corte e tenta di ucciderlo. La sua storia viene narrata nel capitolo: “Biografia degli assassini”, nell’opera Shiji di Sima Qian (刺客列傳). Online si può leggere: FEINMAN, Gary, NICHOLAS, Linda M., HUI, Fang, The imprint of China’s first emperor on the distant realm of eastern Shandong, a cura di Joyce Marcus, University of Michigan, 2010. Nella cultura contemporanea, la storia di Jing Ke è costantemente oggetto di rielaborazioni: il film Wǔxiá L’imperatore e  l’assassino di Chen Kaige (con Gong Li) è ispirato alla storia di Jing Ke; anche il protagonista di Hero di Zhang Yimou (interpretato da Jet Li) è ricalcato sulla figura dell’eroe astuto e abile con la spada, che vuole difendere la diversità dei regni dall’unificazione sotto un unico potere. La storia riecheggia nell’anime Katanagatari (in uscita in inglese a novembre 2018). Nella letteratura contemporanea, una interessante rivisitazione è certamente Il cerchio dell’autore di fantascienza Cixin Liu riporta i valori dell’astuzia e della sapienza al centro della narrazione eroico/speculativa: Jing Ke, invece che attentare direttamente alla vita dell’imperatore si mette al suo servizio (soprattutto per ottenere il segreto della vita eterna cui egli in realtà ambisce). Per farlo, organizza i tre milioni di soldati dell’esercito in unità di calcolo binario. Disarmati e impegnati nella grandiosa operazione, i soldati vengono sterminati dall’esercito nemico, cui Jing Ke è rimasto sempre fedele. (Cfr. tra gli altri, il sussuntivo articolo di Maria Rita Masci su Cixin Liu sulla rivista <Gli asini>: http://gliasinirivista.org/2018/04/cina-la-fantascienza-in-un-paese-di-fantascienza/)

[3] Il “Gao Jianli” racconta della vicenda successiva al fallimento del tentato omicidio del Re di Qin da parte di Jing Ke; il protagonista, Gao Jianli, è un abile suonatore di zhu costretto a vivere in incognito come oste di una locanda poiché colpevole di essere l’amico dell’eroe Jing Ke. Tratto da documenti riportati nello Shiji e in altri testi classici, racconta di come cercherà di riscattare la propria libertà e la sconfitta dell’amico Jing Ke nonché la dignità di tutto il popolo sottomesso.

Please follow and like us:
0
Pride of Baghdad di Vaughan e Henrichon

Pride of Baghdad di Vaughan e Henrichon

Nel fumetto Pride of Baghdad, che il nostro gruppo di lettura ha affrontato in lingua inglese, la storia viene narrata attraverso dialoghi essenziali, didascalie, espressioni, colori – o assenza di colori – e per essere decifrato, interpretato e compreso richiede quindi specifiche competenze.

Proprio a partire da questa convinzione il gruppo di lettura Dialoghi a fumetti ha intrapreso su un percorso interrogandosi sulla relazione tra linguaggio nel fumetto e del fumetto, comunicazione e relazione.

La prima riflessione si è incentrata proprio sul concetto di linguaggio. Definire il linguaggio come uno strumento codificato al servizio della comunicazione, può darci un punto di partenza. Possedere il codice però come abbiamo rilevato anche attraverso le letture, può non essere sufficiente a entrare in relazione e quindi a raggiungere una comunicazione compiuta. Di contro abbiamo riflettuto sul fatto che (e poi sperimentato che) non avere piena confidenza con il codice, con il linguaggio, stimola una sfida interpretativa che cerca appigli in canali non verbali che aprono anche a modi nuovi di relazionarsi. O ancora, abbiamo esperito l’incontro con mondi astratti da conoscere e da decifrare che spingono a cambiare le categorie e ad aprirsi a possibilità interpretative in continua evoluzione.

Nel fumetto infatti gli accostamenti di mondi interpretativi diversi che proseguono a volte parallelamente senza incontrarsi e in altre si intersecano dando vita a sguardi nuovi, più ricchi si dispiegano agli occhi del lettore con una grande forza evocativa.

Cover di Pride of Baghdad, ed. Vertigo.

Tre sono i titoli inseriti in questo percorso:

Pride of Baghdad  di Brian K.Vaughan e Niko Henrichon

Un Anno vol. 1 – Primavera di Jean-David Morvan e Jiro Taniguchi

L’approdo di Shaun Tan

Si è sviluppato così un viaggio interessante tra presenze, assenze e divergenze, che vorremmo iniziare a riportare a partire dal volume di Vaughan e Henrichon.

Pride of Baghdad scritto appunto da Brian K.Vaughan e illustrato da Niko Henrichon, pubblicato da Dc Vertigo, ha rappresentato un’esperienza di lettura davvero d’impatto sotto molti punti di vista.

Innanzi tutto ci ha messo davanti ad un impianto grafico sbalorditivo. I colori avvolgenti e la maestosità dei disegni sono parte integrante della storia e ne creano una scenografia credibile, bellissima e per questo ancor più spietata.

La scelta di leggere un fumetto in una lingua diversa dall’italiano, ha fatto del linguaggio uno strumento interpretativo nuovo. La distanza ha richiesto un’attenzione diversa ma ha permesso di notare e forse di sorprenderci di piccoli messaggi che in una lingua usuale avrebbero forse attirato meno l’attenzione o che sarebbero passati come scontati. Esempio priario ne è stato il titolo con il suo doppio “significato”, che in italiano potrebbe essere assimilato a “branco” o “fierezza”.

Altro fatto interessante è che il linguaggio verbale nel fumetto è interamente veicolato dagli animali che sono i protagonisti di questa vicenda. Lungi dall’essere personaggi di stampo disneyano, i protagonisti sono un branco di leoni vissuti in libertà prima, e nello zoo di Bagdhad poi, almeno fino all’inizio della vicenda che ci viene raccontata e cioè il progredire della seconda Guerra del Golfo.

Lo scenario in cui la storia si svolge è quindi quello impervio e tragico della guerra in cui trovare un orientamento è difficile e in ogni caso mai definitivo. E i personaggi si muovono infatti sempre sul filo della tragedia. I quattro personaggi ci guidano in un mondo esteriore ed interiore in cui i concetti di libertà, pace e umanità sono continuamente ribaltati.

Se la giovane leonessa vede la cattività come il male assoluto, come privazione originaria di libertà e quindi come diminuzione della sua “umanità”, la leonessa più anziana svelerà presto che la realtà è più complessa e non così romanticamente netta come la giovane la vorrebbe.  Il capo branco e il giovane cucciolo nato in cattività completano il quadro. I due maschi guidano il lettore lungo un percorso diverso, fatto interamente della ricerca di un ruolo che definisca l’identità. È un percorso particolarmente arduo in un contesto come quello della guerra che elimina qualunque paradigma della vita normale.

Siamo quindi stati guidati da questo branco lungo le strade di una Baghdad piena di contraddizioni, che tramite agli occhi di questi leoni così umani sembrano innegabili e assurde.

Lo sguardo che ci viene proposto è limpido, non corrotto, ma neanche esterno o oggettivo. E’ lo sguardo di una vittima che non accetta di essere ridotta a tale e che lotta per la propria dignità con la stessa forza con cui lotta per la vita. E quindi non c’è niente che può essere mistificato nel messaggio. Nulla può essere frainteso, la verità che gli autori decidono di raccontare è monumentale. E proprio come un monumento si lascia osservare senza dire niente più del dovuto, ciascuno è libero di accostarsi con la propria sensibilità e cogliere quanto è in grado di comprendere, ma qualunque sia il livello a cui si decide di leggere questo fumetto, rimane semplicemente impeccabile e toccante.

Gli uomini compaiono fisicamente solo nel finale e di loro sappiamo solo che sono soldati statunitensi, il che ha dato il via ad una discussione interessante. Il fumetto è infatti, per il resto, popolato solo animali. Ci troviamo in una grande città, ma non c’è traccia di umanità, gli uomini si intuiscono all’interno di mezzi militari o in fuga, ne vediamo le tracce, e ne troviamo presenza nelle parole dei leoni, ma non compaiono mai, quasi a lasciare la strada aperta ad un’interpretazione in cui gli animali sostituiscono completamente l’uomo.  La comparsa dei soldati collega apertamente la storia ad una realtà che conosciamo, a fatti e discussioni che possiamo facilmente riportare alla mente ad una guerra precisa, ad un determinato momento storico, tanto più che ci viene detto che la storia prende le mosse da un fatto di cronaca. Di quei leoni abbiamo infatti una documentazione reale ne conosciamo i nomi e il destino, di gran parte dei soldati o dei tanti civili non si potrebbe dire lo stesso, assume quindi ancora un’ennesima sfumatura. Viene quindi scardinata un’interpretazione che rischia di essere troppo piatta o banalizzante. I leoni sono davvero leoni, gli uomini sono altro, anche all’interno della narrazione.

La comparsa degli uomini ci fa quindi chiedere che tipo di posizione gli autori stiano assumendo. I soldati sono americani e vediamo una bandiera degli Stati Uniti sventolare nel finale. I soldati vengono quindi accolti come salvatori? Ma la storia ci racconta che, almeno secondo il punto di vista interno, non è rimasto più nulla da salvare. Gli autori di contro ci sembra non prendano neanche una posizione critica nei confronti di una vicenda tanto controversa soprattutto per la popolazione statunitense. Non è una denuncia contro l’intervento armato in una precisa situazione. Ci sembra piuttosto che, se di denuncia si deve parlare, gli autori si soffermino sull’assurdità della guerra, la violenza indiscriminata e la sua futilità. E in questa chiave anche la maestosità dei disegni, sembra denunciare l’irrazionalità della distruzione che con la bellezza inevitabilmente contrasta. Ma il compito di schierarsi resta chiaramente nelle mani del lettore, che può trarre da Pride of Baghdad innumerevoli spunti, nessuno dei quali può senza dubbio lasciarlo indifferente.

Please follow and like us:
0
Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti – ZerOmagazine 2019

 

Oltre i pregiudizi: parole a fumetti

Sabato primo dicembre ci sarà l’evento-lancio del progetto ZerOmagazine 2019, progetto ideato dal Centro Libellula Morlupo, che ha visto congiungersi in maniera innovativa e del tutto trasversale istanze socioculturali che avevano davvero bisogno di essere riconnesse: intergenerazionalità, dialogo letterario, ricerca sociale, attenzione alle fragilità relazionali, a temi scottanti come bullismo, intercultura, manipolazione, sessismo, e che ha scelto, nella sua formula magazine, di dare a questi dialoghi dei contorni ben definiti affinché l’azione sociale sia davvero inclusiva. Questo anno a a venire, il progetto porta lo slogan #nessunoescluso e così vogliamo che sia. Laputa collabora in diversi modi, ma soprattutto con l’organizzazione di un evento cittadino in cui due “mastri fumettisti”, autori di acute parodie e significativa comunicazione a fumetti sul pensiero critico, interverranno per raccontarci di sé e della loro arte: Fran de Martino e Luigi Cecchi (Bigio). In attesa della presentazione pubblica del primo dicembre e dell’evento fumettistico di febbraio, pubblichiamo qui un articolo apparso nel numero 2 di ZerOmagazine, a firma di Paola Del Zoppo, che partendo da alcune implicazioni pedagogiche, congiunge fumetto, poesia e riflessione sociale, marginalità e centralità, tutti temi cari a Laputa, che aprono ai nuovi discorsi di quest’anno.

Oltre i pregiudizi, parole a fumetti, di Paola Del Zoppo

(Articolo apparso su ZerOmagazine 2018, pp. 4-5.)

I progetti sperimentali sull’alfabetizzazione letteraria si connettono alla scrittura poetica e allo sviluppo delle potenzialità degli alunni, e prima ancora al riconoscimento di queste potenzialità, spesso non valorizzate in altri ambiti. L’abilità di leggere e interpretare un testo o costruire un discorso, sono soft skills che si fa fatica a riportare al giusto grado di rilevanza, dopo alcuni decenni di decostruzione del valore delle capacità intellettuali (vedi Frank Furedi e Martha Nussbaum tra gli altri). Un esperimento del 2002 di “poetic literacy”, riportato in un articolo scientifico, puntava all’empowerment in classi di adolescenti. Uno dei partecipanti, al termine del corso, esclamava: “Now I believe If I can write I can do anything”.

Sulle capacità di gestione di sé, delle relazioni, delle visioni del mondo e delle proprie potenzialità si era già attivato a Morlupo il laboratorio gestito dall’Associazione Libellula con il progetto ZerOmagazine 2017, che, come testimoniato dal precedente numero di questa rivista, ha permesso agli alunni di entrare in contatto con delle possibilità di gestione della quotidianità e del sé che altrimenti sarebbero rimaste in ombra, avvicinando la scrittura e la consuetudine con la parola scritta a dei meccanismi di coping per un ampio spettro di situazioni. Il primo e fondamentale momento è stato, nel progetto ZerOmagazine come in molti progetti di alfabetizzazione letteraria di pari livello, un lavoro sulla parola, sul rapporto che abbiamo con le parole e con l’organizzazione del discorso e degli habitus discorsivi, per allontanare le parole stesse da una retorica che troppo spesso è solo strumento di manipolazione. Allora il compito del poeta e dell’insegnante di poesia è di restituire una nuova dimensione alle parole già troppo usate, come esprimeva Hilde Domin nella strofa centrale di un famoso componimento:

 

[…]Parola libertà che voglio irruvidire

ti voglio riempire di schegge di vetro

così è difficile tenerti sulla lingua

non diventi la palla di nessuno. […]

Questo nodo essenziale trova poi una piena realizzazione nel processo guidato di scrittura, che si tratti di scrittura poetica, narrativa o per immagini. La scrittura poetica in particolare offre l’occasione di scardinare i molti pregiudizi di cui la poesia e l’attività intellettuale in generale soffrono e insieme “godono” in Italia, dipendenti da una “gabbia” di status di arte/ competenza “difficile” e insieme legata a una retorica della spontaneità, o dell’idealismo staccato dalla “concretezza” (quotidiana, politica, socioeconomica). Per quanto riguarda in particolare la poesia, il pregiudizio è inoltre connesso con l’idea che la composizione poetica (o comunque la scrittura finzionale) sia una capacità “innata”, o anzi addirittura un’identità: “Poeti si nasce, non si diventa”. Si tratta anche qui di una maltrasmessa eredità idealistica e dell’associazione della poesia a un impeto emotivo, piuttosto che a un sorvegliato e complesso esercizio di rielaborazione mimetica e retorico-linguistica del pensiero, sia che si tratti di poesia originale, personale, “sperimentale” (e quindi di letteratura) o di un atto poetico che si presenta come epigonale. Ancora oggi i testi poetici (e poietici) più interessanti e forieri di significati restano quelli in cui oltre a un tema “oggetto” compare nel testo una riflessione sul fare creazione: la poesia e la letteratura tout court raggiungono livelli eccelsi quando riescono a coniugare la loro realizzazione con una riflessione sul loro oggetto che è associabile alla poesia.

Il “fumetto” viene –ancora ed erroneamente – assegnato a un ambito letterario diametralmente opposto alla poesia per quanto riguarda il canone “formativo” e lo status, ma nella sua considerazione di mezzo di espressione o trasmissione di saperi e narrazioni più “immediate”, soffre di molti pregiudizi associabili a quelli di cui si ammanta la composizione poetica: Come rileva la pedagogista Luciana Bellatalla nell’introduzione all’interessante volume di Anna Ranon Poeti sui banchi di scuola (2012) che analizza operati, potenzialità e proposte per un’analisi pedagogica dell’educazione alla poesia, i pregiudizi – sempre deleteri – possono offrire spunti di correzione e approfondimento: “a) la poesia è un moto spontaneo dell’animo ed un’effusione libera e piena di sentimenti; b) il poeta è, dunque, tale per una sorta di stato di grazia (spesso irripetibile), intimo ed immediato, che, per esprimersi, non richiede filtri sofisticati o strumenti particolari di natura tecnica e culturale; c) il bambino è poeta per eccellenza, giacché vive in una condizione emotivamente ed affettivamente privilegiata.” (p. 10). Per il fumetto potremmo giustapporre: a) il fumetto è immediatamente comprensibile e il pensare a fumetti più spontaneo; b) il disegnatore/ fumettista ha il “dono” del disegno, non ha affinato un artigianato; c) il fumetto è un’arte per bambini perché è divertente e più immediatamente comprensibile a livello anche non razionale. Quindi, sempre seguendo la linea decostruens di Bellatalla, se la poesia è: “una attività espressiva potenzialmente universale; va incoraggiata nei fanciulli; è un argine contro la dissoluzione del soggetto, la crisi dei valori e finisce per essere il mezzo salvifico dell’umanità, perché riporta l’uomo alla sua interiorità, alla “genuinità” dei sentimenti e, infine, alla dimensione della speranza e della libertà.” (ibd.), al fumetto, anche senza procedere punto per punto, riconosciamo simili potenzialità. Viene pertanto trattato alla stessa stregua nell’educazione scolastica e oltre. Inoltre, la decostruzione della figura dell’intellettuale e del pensatore artista in generale, cui si accennava sopra, opera inoltre in senso più profondo negli ambienti stessi di creatori ed editori di fumetti (come in tutto il mercato delle lettere) conducendo a una più ampia diffusione di ciò che corrisponde a quanto sopra e di ciò che, per questi pregiudizi o per ragioni ancor meno edificanti, è considerato o è più “vendibile”. La storia del fumetto come arte e come espressione letteraria non è ancora patrimonio comune occidentale. Inoltre, se come Lyotard ricordava, non siamo più in un’epoca di grandi narrazioni, è vero però che le grandi narrazioni del mercato influenzano le nostre valutazioni in maniera più o meno percettibile.

E il mercato ha per troppo tempo, e sicuramente negli ultimi 30 anni, ridotto nella cultura di massa il fumetto a componente voyeuristica e semplificatoria che ha rimpiazzato e depotenziato la sua natura eversiva. Il fumetto d’autore occupa di fatto ancora, o di nuovo, una nicchia del mercato. Saper riconoscere una buona sceneggiatura e un tratto originale e caratteristico, dunque stilisticamente e esteticamente valido, non è un atto di lettura o interpretazione meno strutturato rispetto al confronto con la letteratura o persino con la filosofia. Al contrario: la possibilità di decifrare e comunicare dei messaggi tramite la “traduzione” in forme d’arte, che rappresentano uno spazio ricettivo “positivo” e di base neutro, accogliente, ma non autoreferenziale, rende ai ragazzi più giovani un forte sentimento di autonomia nella lettura del mondo e nella sua rappresentazione, fornendo quindi un’ottima occasione di scardinamento di mentalità basate sull’autoritarismo, il paternalismo, la logica del più forte. È necessario però associare alla creatività una relazione, orizzontale con l’ambiente circostante, verticale nella stratificazione artistica. In questo un ruolo fondamentale (anche perché esterno alla narrazione del mercato) è svolto da Biblioteche e fondi librari. Tra questi, il Fondo librario di poesia di Morlupo, gestito e promosso dall’Associazione Libellula, rappresenta uno degli esperimenti più interessanti e riusciti degli ultimi anni, con una collezione di poesia e opere di pensiero poetico tra le più ricche d’Italia, offrendo la possibilità di confrontarsi con una memoria artistica che rende alla tradizione il giusto valore di exemplum.

Nella sua strutturazione e nella posizione “periferica” rispetto al centro della “grande città” italiana è in sé un nucleo di rielaborazione attiva di concetti spaziali gerarchici fuorvianti e legati a tutto ciò di cui si è scritto sopra (ad esempio il concetto di centro/ periferia) davvero poco utili al miglioramento della condizione umana contemporanea e nel contempo lontano dalle vuote retoriche sugli spazi fintamente democratici della rete 2.0, in cui le relazioni sono assenti e ben poco modificabili nel tempo. Il rapporto sfumato tra centro e periferia e il peso specifico differente che un’operazione socio culturale come quella di Libellula, coadiuvata quest’anno dall’associazione Laputa (non a caso anch’essa nata da esigenze di ricollocazione e rivalutazione culturale di una provincia che è ormai periferia) dà alle “narrazioni del margine” rappresenta oggigiorno un vero e proprio esperimento di impegno per l’utopia.

 

Testi citati

Hilde Domin, Ti voglio, in Alla fine è la parola, Del Vecchio Editore, 2015 (trad. Ondina Granato).

Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali, Raffaello Cortina Editore, 2007

Martha Nussbaum, Coltivare l’umanità, Carocci, 1997

Anna Ranon, Poeti sui banchi di scuola, Franco Angeli, 2002

Angela M. Wiseman, “Now I believe if I write I can do anything”: Using poetry to create opportunities for engagement and learning in the language arts classroom, in <Journal of Language and Literacy Education>, n. 6 (2, 2010), 22-33.

La striscia è di Luigi Cecchi, in Le avventure di Ugi & Calebrina, Mini G4m3s Studio, 2018

 

Please follow and like us:
0