Con ali estese – L’approdo di Shaun Tan.

Con ali estese – L’approdo di Shaun Tan.

L’approdo di Shaun Tan (Tunuè) è l’ultimo fumetto facente parte del percorso sul linguaggio che abbiamo affrontato durante i nostri incontri di Dialoghi a Fumetti e finalmente ne scriviamo una recensione condivisa, con una bella immagine omaggio di Luigi Cecchi.

Come i precedenti due (Un Anno e Pride of Baghdad) abbiamo scelto questo fumetto oltre che per la sua indubbia qualità, per la sua peculiarità dal punto di vista del linguaggio. In questo caso il fumetto è muto, e attraverso la tecnica del silent book, l’autore ci conduce all’interno di un mondo in cui sono le immagini a parlare e a presentarci un mondo al tempo stesso straniante e avvolgente.

Le immagini, realizzate a matita e carboncino e rielaborate al computer, sono incredibilmente dettagliate e piene di sfumature: riusciamo a seguire un dialogo solo leggendo i mutamenti delle espressioni del protagonista. Ci troviamo in poche pagine all’interno di un mondo distante nel tempo e nello spazio. Gli unici elementi “familiari” sono portati dal protagonista e dai suoi parenti. Riconosciamo il suo mondo, il suo abbigliamento e potremmo essere in grado di attribuirgli un luogo e un tempo, ma quando lui con molti altri suoi simili si mette in viaggio e sbarca in un nuovo mondo, siamo spinti a vivere e affrontare lo spaesamento insieme a lui. L’ambiente che vediamo non ha più i contorni rassicuranti di una casa riconoscibile, anche i colori mutano. Se nell’incipit del libro troviamo un’atmosfera da vecchie fotografie o da dipinto di inizio Novecento europeo (il Quarto stato di Pellizza da Volpedo viene subito alla mente) sia nel tema che nello stile – man mano che ci addentriamo nel nuovo mondo slittiamo invece, come in una galleria d’arte, verso le prime avanguardia europee, il dadaismo, l’espressionismo e poi a saltare alla mente sono i quadri tra l’onirico e l’inquietante di Fernand Khnopff. 

La tecnica del libro muto in questo caso fa da contraltare alle immagini respingenti e stranianti. Da una parte ciò che vediamo ci è alieno, dall’altra l’assenza di dialoghi e parole lascia al lettore grande spazio di interpretazione e grande responsabilità, è la sua voce a dare forma alla storia.

Seguendo quindi quasi da protagonisti il percorso di un uomo costretto a lasciare la sua terra spinto da un’oscura minaccia, ci affacciamo ad una realtà completamente estranea. Come il protagonista della storia, non siamo in grado di decifrare ciò che vediamo, non sappiamo leggere il linguaggio rappresentato, non ci è familiare niente, dalla fauna al paesaggio, persino il cibo ci riesce indefinibile. L’incontro con questo nuovo mondo è permeato dalla sensazione che qualcosa di brutto stia sempre per accadere, ma ogni volta le aspettative di chi legge sono smentite. Il protagonista vive in due mondi e sfugge così ad ogni categoria, soprattutto a quelle che noi gli attribuiamo.

Con il protagonista, facciamo infatti incontri fortunati, insieme a lui riusciamo a decifrare senza fatica volti e atteggiamenti e le relazioni diventano la chiave per decifrare quel mondo che si fa man mano meno inquietante e sempre più bello, le relazioni diventano garanzia che nulla di male può davvero avvenire. Questo diventa palese quando l’autore ci mette davanti ad alcune tra le tavole più belle dell’intera opera, quelle che ritraggono una bellissima giornata di sole trascorsa in compagnia a coltivare relazioni che svelano le meraviglie proprie di quel mondo. E noi rimaniamo altrettanto stupefatti davanti a tavole maestose, piene di particolari bizzarri e bellissimi e di colori e luci inaspettati.

Le persone che accolgono e sono accolte dal protagonista a loro volta sono state messe in fuga da qualcosa di terribile, hanno perso qualcosa e hanno dovuto faticare per trovare di nuovo il proprio posto. E questo non intacca la loro dignità, anzi, la magnifica. L’autore in nessun modo vuole suscitare pietà in chi legge, ma attirare l’attenzione su quella dignità che viene messa in pericolo dall’assurdità di guerre e ingiustizie, e che non ne esce mai sconfitta proprio perché autentica. E sta a noi decifrare questo messaggio, siamo chiamati all’empatia verso il prossimo e alla sospensione del giudizio nei confronti di quanti incontriamo e di cui non conosciamo le storie. Siamo chiamati a relativizzare i nostri vissuti, le nostre piccole tragedie, perché ciascuno affronta le proprie, e solo guardando oltre le proprie miserie è possibile leggere il mondo e vederne la bellezza. Anche di più. Il libro ci invita ad esaltare quella bellezza e a prenderci la responsabilità di mostrarla agli altri. Questo bellissimo libro ci è sembrato particolarmente significativo e importante in un momento in cui si sbandierano disimpegno e indifferenza come vessilli di grandezza, e non solo relativamente alla scena politica più sfacciata, ma anche nel vissuto quotidiano di ciascuno. E neanche il mondo del fumetto, o della narrativa in generale, sfugge a queste logiche. È infatti sempre più facile che i messaggi di bontà e ottimismo vengano bollati come semplicistici o infantili, mentre Shaun Tan non teme la categoria, la sfida e la sconfigge, ci racconta senza timori una storia molto vera e quindi intessuta di una malinconia sottile ma comunque ottimista, piena di speranza e di fiducia.

Come ad ogni incontro di lettura, abbiamo messo in relazione il fumetto con una poesia, in questo caso, Domenica Mattina (Sunday Morning) di Wallace Stevens.

Domenica Mattina

Wallace Stevens (trad. di Massimo Bacigalupo

I

Compiacenze dell’accappatoio, caffè e arance,
a tarda mattina su una sedia al sole,
e la libertà verde di un cacatua
sul tappeto si coniugano per dissipare
la sospensione religiosa del sacrificio antico.
Lei sogna un poco, sente l’oscuro
peso dell’antica catastrofe, quasi
una bonaccia che oscura luci d’acqua.
Le arance pungenti e le ali luminose, verdi,
paiono oggetti in una processione di morti,
che s’inoltra su acque ampie, senza suono.
Il giorno è un’acqua ampia, senza suono,
calmata perché lei vada coi piedi sognanti
sopra i mari verso la silenziosa Palestina,
dominio del sangue e del sepolcro.

II

Perché dovrebbe dare le sue sostanze ai morti?
Cos’è la divinità se giunge solo
nei sogni e in ombre silenziose?
Non troverà forse nel conforto del sole,
In frutti pungenti e ali verdi, luminose,
o in ogni balsamo e bellezza della terra
Cose da amare come il pensiero del cielo?
La divinità vivrà dentro di lei:
passioni di piogge, umori di nevicate,
dolori in solitudine o esaltazioni incontrollate
quando il bosco è in boccio; folate d’emozioni
su strade roride nelle notti autunnali;
tutti i piaceri e le pene, ricordando
la fronda estiva e il ramo dell’inverno.
Queste le misure destinate a lei, all’anima.

III

Giove ebbe un parto inumano fra le nuvole.
Nessuna madre l’allattò, né terra dolce diede
movenze ampie alla sua mente mitica.
Passò fra noi, come un re bofonchiante,
magnifico, passerebbe fra i vassalli,
finché il nostro sangue, unendosi, virgineo,
al cielo esaudì il desiderio a tal punto
che anche i vassalli lo videro, in una stella.
Fallirà il nostro sangue? O diverrà
sangue del paradiso? E sembrerà
la terra tutto il paradiso che sapremo?
Il cielo sarà molto più amichevole che ora,
parte fatica e parte anche pena,
secondo in gloria all’amore duraturo:
non questo blu indifferente e divisorio.

IV

Lei dice: « Sono paga se uccelli ridesti
prima del volo, saggiano la realtà
dei campi nebbiosi con interrogazioni dolci;
ma svaniti gli uccelli, per sempre partiti
i loro campi caldi, dov’è il paradiso? »
Non c’è nessun luogo profetico,
Nessuna vecchia chimera della tomba,
Nessun eliso dorato, o isola
melodiosa, dove spiriti hanno stanza,
nessun sud visionario, né palma nuvolosa
remota sulla collina del cielo, che sia
duratura quanto il verde d’aprile, o durerà
come il ricordo ch’essa ha degli uccelli ridesti,
o il desiderio del giugno e della sera, segnata
dal culminare delle ali della rondine.

V

Poi dice: « Nell’appagamento provo pur sempre
il bisogno di una felicità imperitura ».
La morte è madre di bellezza: dunque solo
da essa verrà la realizzazione dei nostri sogni
e desideri. Per quanto essa sparga le foglie
di una cancellazione sicura sulla nostra via
– La via presa dal dolore malato, le molte vie
su cui il trionfo intonò note stentoree,
o l’amore sussurrò un poco per tenerezza –
essa fa trepidare al sole il salice
per fanciulle abituate a sedere e guardare
l’erba, abbandonata ai loro piedi; spinge
i ragazzi ad ammonticchiare prugne e pere nuove
su vassoi trascurati. Le fanciulle le gustano
e procedono appassionate fra le foglie sparse.

VI

Non c’è mutamento di morte in paradiso?
La frutta matura non vi cade mai? O i rami
sono sempre carichi in quel cielo perfetto,
immutabili, eppure simili alla nostra terra peritura,
con fiumi come i nostri che cercano mari
che non trovano mai, le stesse coste lontananti
che non toccano mai con una fitta inespressa?
Perché porre la pera sugli argini di quei fiumi
o profumare quelle coste con le prugne?
Ahi se portassero i nostri colori lassù,
le tessiture seriche dei nostri pomeriggi,
e pizzicassero le corde dei nostri liuti insipidi!
La morte è madre della bellezza, mistica,
nel cui seno infuocato intravediamo
le nostre madri terrestri in attesa, insonni.

VII

Agile e turbolento, un cerchio d’uomini
canterà orgiastico un mattino d’estate
la sua devozione impavida per il sole,
non come un dio, come un dio dovrebbe essere,
nudo fra loro, come una fonte nuda.
Il loro canto sarà di paradiso, uscito
dal loro sangue, ritornato al cielo;
e nel canto entrerà, voce per voce, il lago
ventoso onde il loro signore gode,
gli alberi come serafini e le colline echeggianti,
che fra di sé intonano un coro prolungato.
Essi conosceranno bene la celeste compagnia
degli uomini perituri e della mattina estiva.
E d’onde vengono e dove si recheranno
la rugiada ai loro piedi manifesterà.

VIII

Lei ode, su quell’acqua senza suono,
una voce che annuncia: « La tomba in Palestina
non è un chiostro di spiriti indugianti,
ma la tomba di Gesù, in cui egli giacque ».
Viviamo in un vecchio caos del sole,
o vecchia dipendenza di giorno e notte,
o solitudine insulare, senza sostegni, libera,
da quell’acqua ampia, inevitabile.
Cervi passano sui nostri monti, le quaglie
fischiano intorno gridi sotterranei;
bacche dolci maturano nella boscaglia;
e nell’isolamento del cielo, a sera
stormi casuali di colombi compiono
ondulazioni ambigue mentre affondano
giù nell’oscurità, con ali estese.

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Sognare gigli bianchi

Sognare gigli bianchi

Ieri a L’Orto dei libri, a Ostia, ci siamo incontrati per parlare di fumetti e libri. 8 marzo in Medio Oriente era il titolo dell’incontro che è iniziato con un breve e chiaro resoconto di Giorgio Galli, libraio dell’Orto dei libri ed ex responsabile nazionale di Amnesty per la zona della Siria. Abbiamo parlato di due fumetti in particolare: Voci dal buio di Sarah Glidden, di cui Ilaria Troncacci ha messo in risalto l’attenzione all’etica nel giornalismo, e L’arabo del futuro di Riad Sattouf, una storia autobiografica dallo stile estremamente coerente, tra tratto, uso dei colori, argomento e personaggi. Sono stati presentati anche due libri di narrativa. Paola Del Zoppo ha scelto di parlare brevemente del testo di Sumia Sukkar, Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra, in cui Adam, un ragazzo con una sindrome Asperger che introietta la realtà trasformandola in disegni e leggendone i colori, e raccontando così il conflitto da un punto di vista del tutto personale, e La mia casa a Damasco di Diana Darke, che congiunge racconto, guida turistica con una visione bifocale, interna ed esterna della città.

Al termine dell’incontro è stato nominato Mahmoud Darwish, poeta palestinese di grande fama, scomparso nel 2008, presente nell’antologia Poesia e pace.

Foto di Luigi Cecchi, 2012

Il soldato che sognava gigli bianchi

Sognava gigli bianchi
un ulivo, un ramo
il seno di lei, la sera nel fogliame.
Sognava, mi ha detto, di un uccello
e di fiori d’arancio,
non ragionava molto sul suo sogno e non comprendeva le cose
se non come le sentiva… le aveva sentite
egli aveva capito, mi ha detto, che la patria
è sorseggiare il caffè della madre, è rientrare la sera…
 
Io gli chiesi: e la terra?
Mi disse: non la conosco granché
E non ho mai sentito, come si sostiene nei poemi,
che essa fosse la mia pelle e il mio sangue.
 
D’improvviso io la vidi
Come si vedono dei chioschi… delle strade… e delle gazzette.
Io gli domandai: tu… l’ami?
Il mio amore è una breve ballata,
un bicchiere di vino o una scappatella
mi rispose
– Moriresti-tu per lei?
– Assolutamente no!
Ho con lei come unico legame
un dialogo… punto infernale.
Mi è stato insegnato a venerare il suo amore
e non ho mai sentito mio il suo cuore
nemmeno annusato il suo pascolo, le sue radici e i suoi rami
– e come fu il suo amore
mordeva come dei soli… o come la nostalgia al risveglio?
 
In combattimento, mi rispose:
il mio mezzo di amare è un fucile
il ritorno dalle feste delle vecchie rovine
il silenzio di una statua antica, senza tempo né identità.
 
Egli mi raccontò un momento dell’addio
e di come sua madre
silenziosamente piangeva
quando fu condotto da qualche parte sul fronte
e dalla voce agitata di sua madre
che imprimeva sulla sua pelle un ultimo augurio:
se le colombe fossero passate al ministero della difesa
se le colombe fossero passate…
 
Fumò, poi mi disse
come se fuggisse da uno stagno di sangue:
io ho sognato dei gigli bianchi,
un ulivo, un ramo,
un uccello che abbraccia il mattino
su un ramo d’arancio.
 
– E che cosa hai visto?
– Ho visto la mia prodezza.
Un rovo rosso
che ho fatto esplodere nella sabbia… nei petti… e nei ventri.
E quanti ne hai ammazzati?
– È difficile fare un calcolo, ma non ho avuto che una sola decorazione.
Io gli domandai torturandomi:
descrivimi dunque un solo ucciso.
 
Egli si raddrizzò e accarezzò il giornale piegato
e mi disse come se canticchiasse:
Come una tenda, egli scomparve tra i calcinacci
ed abbracciò le stelle infrante.
Sulla sua larga fronte, un diadema di sangue
e il suo petto senza medaglie
perché aveva mal guerreggiato.
Sembrava un contadino, un venditore ambulante o un operaio.
Come una tenda, scomparve tra i calcinacci… e morì.
 
Le sue braccia erano tese
come due ruscelli in secca
e quando ho cercato il suo nome
nelle sue tasche ho trovato due fotografie
una… di sua moglie
una… di sua figlia.
 
Ne sei stato rattristato?
Gli chiesi.
Egli mi interruppe dicendo: O Mahmoud, amico mio
la tristezza è un uccello bianco
che non si avvicina al campo di battaglia
d’altronde i soldati commettono un peccato nell’esser tristi.
 
Laggiù io ero una macchina che sputava fuoco e morte
trasformando lo spazio in un uccello nero.
 
Mi parò del suo primo amore
e poi
di strade lontane
e delle reazioni successive alla guerra
dell’eroismo della radio e dei giornali
e quando soffocò la tosse nel fazzoletto
gli chiesi: ci rivedremo?
Rispose: in una città lontana.
 
Quando ebbi riempito il suo quarto bicchiere
gli rinfacciai scherzando: tu parti… e la patria?
Mi rispose: lasciami…
io sto sognando gigli bianchi
una strada piena di voci e una casa illuminata.
Vorrei un cuore mite e non l’imbottitura di un fucile.
Vorrei un giorno soleggiato e non un momento di vittoria
pazzo… fascista.
Vorrei un bambino allegro sorridente al giorno
e non pezzo di un apparecchio di guerra.
Io sono venuto a vivere il sorgere dei soli
e non il loro tramonto.
 
Egli mi disse addio perché… cercava i gigli bianchi
un uccello che accogliesse il giorno
su un ramo di ulivo
perché non comprendeva le cose
se non come le sentiva… come le aveva sentite.
Egli aveva compreso – mi ha detto – che la patria
è sorseggiare il caffè della madre,
è rientrare tranquillamente la sera.


Traduzione di Elisa Parisotto dalla versione francese di Thouria Ikbal in Poesia e pace (a cura di Serse Cardellini e Elisa Parisotto), THAUMA Edizioni, Pesaro, 2010, pp. 418-421.

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Un bilancio positivo

Un bilancio positivo

“L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che spesso non lo è.” Paul Klee

Arrivati ad avere alle spalle poco più di due anni di attività, ci è sembrato giusto fare un bilancio di quanto raggiunto fin qui, e farlo ora ci è parso particolarmente significativo.

Il bilancio arriva effettivamente in un momento complesso, molto positivo per l’associazione, piuttosto preoccupante dal punto di vista del contesto storico e sociale in cui ci troviamo ad agire.

Come associazione ci troviamo infatti a vivere un momento di “raccolto” rispetto a quanto seminato finora, nuove relazioni germogliano e portano frutti e questa è per noi la più grande soddisfazione. È stato bello avviare progetti con persone che guardano al territorio con sensibilità e impegno come ci è capitato con i librai di Cartaviva, fumetteria viterbese, e come è giusto e normale che sia ogni nuova relazione ne genera altre e un incontro in libreria ha “dato il la” a progetti futuri: è così che i circoli virtuosi si innescano e generano cambiamento.

La presenza costante e mirata sul territorio ci ha portati ad avviare anche quest’anno dei percorsi con le scuole e questo è per noi particolarmente importante. Conosciamo bene il territorio, ne abbiamo a lungo analizzato e discusso i limiti e le difficoltà nei nostri percorsi individuali e associazionistici antecedenti, per questo ci dà grande speranza incontrare ragazzi che, pur vivendo il contesto e quindi portandone i segni, non si arrendono alla meschinità e decidono con maggiore o minore consapevolezza di non contribuire alle dinamiche di violenza e manipolazione. Abbiamo incontrato ragazzi di una bellezza inconsapevole, con grandi competenze emotive, spesso non riconosciute o sminuite, ed essere di supporto a giovani brillanti nel percorso che li porta a riconoscere la propria forza è forse una delle sfide più belle che possiamo trovarci ad affrontare. È entusiasmante vedere come da ogni progetto realizzato ne nascano altri e anche nelle scuole si moltiplicano quindi le occasioni di incontro, sia sul territorio braccianese che in territori limitrofi o più distanti.

Striscia di Luigi Cecchi appositamente creata per i progetti Laputa.

E se di incontri significativi si può parlare un posto particolare è occupato da chi ci ha visto nascere, ci ha supportato e grazie alla cui presenza siamo sempre spinti a crescere, l’associazione Libellula di Morlupo che anche quest’anno è nostra compagna di viaggio. Grazie al progetto ZerOmagazine 2019 abbiamo in programma nel prossimo futuro un incontro aperto alla cittadinanza e agli studenti in cui interverrano Fran De Martino e Luigi Cecchi, due tra i più consapevoli autori che il panorama editoriale ci  offre in Italia al momento. E questo tassello va ad aggiungersi agli altri, perché il nostro essere presenti sul territorio, progettare e realizzare interventi educativi e formativi, non può prescindere da uno sguardo più ampio. Siamo certi che agire nel panorama culturale sia fondamentale anche e forse in particolar modo per realtà piccole come la nostra. In un panorama sempre più atrofizzato e conformato, dare spazio a voci dissonanti è una responsabilità di cui farsi carico e non dovendo rispondere a deformanti logiche consumistiche, le realtà indipendenti come la nostra, hanno a disposizione una forza impareggiabile.

Con questa convinzione abbiamo realizzato la nostra prima pubblicazione, che ha avuto un’ottima riuscita sia in termini di prodotto realizzato sia riguardo alla sua ricezione. Proseguiremo con accortezza su questa strada prediligendo un lavoro attento di ricerca, e cercando opere e autori capaci di collocarsi nel panorama culturale cambiandone le regole un poco alla volta.

Poter collaborare con autori liberi e intelligenti, promuovere opere di spessore, favorire il dialogo anche intergenerazionale tra cittadinanza e artisti, soprattutto in territori semplicisticamente considerati periferici, è il perfetto intreccio dei nostri ambiti di azione e quindi uno degli obiettivi più ambiziosi che possiamo porci.

Proseguire il lavoro di ricerca riguardo opere, artisti e studi vicini ai nostri temi di interesse sarà senza dubbio obiettivo fondamentale per il futuro per questo Laputa è diventata dall’inizio di quest’anno anche laboratorio permanente di studio e promozione. Crediamo nel valore della formazione permanente, così siamo noi stessi in continua ricerca di nuovi stimoli e nuove idee con cui confrontarci e di cui arricchirci. Il nostro blog è luogo di dialogo permanente, che esplora comunicazioni e dissonanze: microracconti sulle dissonanze, brani di testi filosofici o politico-filosofici, recensioni e ovviamente condivisione continua e costante di ciò che ci fa crescere e “sentire” gli accadimenti (importanti ci sembrano le interviste a Filippo Biagianti e Tony Sandoval).

La nostra vicinanza e l’interesse per i progetti e l’attività di informazione di Comune-info, ci ha permesso di dare e ricevere visibilità, perché informare ed essere informati, dà la possibilità di prendere posizione, e agire sulla società e nella società. Allo stesso modo, il progetto Mostri&DiMostri prende forma in diversi ambiti e diverse realtà plasmandosi sulle sensibilità di chi assiste e di chi partecipa, di chi allestisce e di chi ha preparato gli allestimenti, in un continuo scambio in cui l’idea di arte è liberazione.

Pannello della mostra Mostri&DiMostri – Luigi Cecchi

E qui non è possibile non citare anche la bella, costante e arricchente collaborazione con la libreria L’Orto dei libri, in cui abbiamo traslato, tutte le volte che potevamo, il nostro gruppo di lettura partecipando a splendidi pomeriggi di approfondimento e di connessione tra letterature, fumetti, poesia e soprattutto le visioni del mondo di persone vive, attente a ciò che ci circonda, attive sui grandi temi che riguardano il nostro agire politico. Di dialogo in dialogo, si formano gruppi in cui l’attenzione all’altro è più importante dell’oggetto, e, soprattutto, si formano relazioni durature che permettono una crescita nella consapevolezza, della letteratura e delle vite di tutti.

Partecipare, o anche assistere osservando con partecipazione, a Festival come Animavì, nati dalla passione e dall’intersezione e cresciuti nella poesia delle immagini e delle relazioni autentiche con il pubblico, ci ha aiutato a vedere come si possa realizzare qualcosa di grandissimo, e come l’arte non debba imitare la realtà, ma serva a vedere le cose davvero. Così, il nostro agire nei progetti culturali non deve mai imitare, ma ispirarsi alla capacità, volontà e possibilità di rivelare l’arte, la poesia, la bellezza, la delicatezza lì dove sono, senza traslarle di senso o adattarle a un fantomatico mercato culturale.

Molti altri gli incontri episodici, ma significativi che hanno segnato il nostro percorso fin qui ma fra tutti è forse a meritare una menzione speciale sono senza dubbio i ragazzi che hanno collaborato con noi con passione e impegno durante i tavoli di lavoro per l’hackaton promosso da Banca Etica a Bari. Sono stati per noi un grande esempio di di passione e gratuità oltre che di grande aiuto nell’immaginare soluzioni concrete.

I progetti si moltiplicano, e si stanno moltiplicando le collaborazioni con scuole, università, associazioni, giornali. In prospettiva ci auguriamo di poter continuare a fare di relazioni belle e autentiche il centro del nostro agire anche e soprattutto politico. In una realtà in cui l’aggressività è virtù auspicabile e l’empatia è additata come debolezza, il prendersi cura dell’altro diventa oggetto di offese e chi lo fa viene sminuito e attaccato. In questo clima noi partiamo dall’incontro con l’altro, lo facciamo con lo spirito di accoglienza e autenticità che ci appartiene, siamo certi che questo generi cambiamenti nonostante  si faccia di tutto perché il sentire comune sia di tutt’altro avviso. Noi abbiamo sperimentato e raccogliamo frutti, il cambiamento si innesca anche dove supponenza e arroganza fanno da padroni, per il semplice fatto che l’aprirsi all’altro e rischiare la relazione, per banale che sia, è un’arma che spiazza, affascina, e senza dubbio lascia il segno.

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Viaggio verso sé stessi

Viaggio verso sé stessi

La settimana scorsa è iniziato un percorso a cura di Laputa Associazione culturale nelle classi del Liceo Statale Ignazio Vian di Bracciano. E’ il primo dei progetti di educazione diffusa avviati quest’anno, e si incentra sul contrasto al bullismo e cyberbullismo, da coniugare, in seguito, con l’allestimento di una mostra di “mostri” prodotti dagli studenti del Vian sotto la guida degli educatori e degli esperti di Laputa e dell’autore Luigi Cecchi. La mostra sarà improntata sul modello di Mostri&DiMostri su cui, oltre che sul nostro blog, trovate un bel commento su Comune-info, e accompagnata da un allestimento della mostra di Luigi Cecchi.

Il primo incontro si è incentrato sulla capacità di “lettura” dei testi scritti e delle interazioni orali, e soprattutto sul riconoscimento degli atteggiamenti passivo-aggressivi nelle interazioni quotidiane, tra cui l’uso dei luoghi comuni per mascherare atteggiamenti di rifiuto, di allontanamento dalla realtà e di deresponsabilizzazione verso noi stessi, le nostre relazioni, e in ultima analisi, verso la società nel piccolo e nel grande.

Gli incontri sono accompagnati dalla produzione di materiali informativi e didattici, alcuni dei quali messi a disposizione sulle pagine web del Liceo Vian, accessibili sia agli studenti che agli insegnanti e alle famiglie, nell’ottica di un’azione condivisa e partecipata, nonché dell’autonomia delle ragazze e dei ragazzi nella gestione e nel riconoscimento delle dinamiche di manipolazione e bullismo.

Per esempio, grazie a delle efficaci vignette ad opera di Luigi Cecchi, si affronta da subito la sostanziale equivalenza tra bullismo e manipolazione.

Vignetta di Luigi Cecchi per ZerOmagazine2017

Il bullismo
Bullismo è una parola “copiata” dall’inglese. Bullying vuol dire “sopraffare”, trattare con prepotenza, umiliare. La cosa grave è quando questi brutti comportamenti ci fanno sentire inferiori o, se siamo noi a trattar male gli altri, ci fanno perdere di vista quello che davvero vorremmo. Tutti i comportamenti legati al bullismo hanno a che fare con la “manipolazione”.
Manipolazione è quando “induco qualcuno a fare qualcosa o a essere in un modo in cui non vuole essere”.
Questo può accadere tramite

atti fisici (più facili da riconoscere, ma non sempre raccontati)

atti che possiamo chiamare “psicologici” (talvolta molto difficili da riconoscere),

In entrambi i casi le strategie migliori sono legate alle relazioni con gli altri. Da una parte, è fondamentale che chi subisce prepotenze fisiche o psicologiche venga aiutato ad esprimersi, e che abbia dei rapporti in cui si sente “al sicuro”. Non si intendono con questo solo i rapporti familiari, ma anzi soprattutto dei rapporti amicali di reciproca cura e affetto e di costanza. Questo tipo di rapporti vanno riconosciuti e incoraggiati dalle famiglie, che possono, se rese consapevoli, aiutare anche i ragazzi a distinguere quali rapporti “amicali” sono invece caratterizzati da ricatti morali e sopraffazioni. Purtroppo accade spesso che siano le famiglie stesse ad attuare questi meccanismi, motivo per cui è particolarmente importante che ci si informi e si lavori su queste dinamiche.

La manipolazione.

Una delle più frequenti tecniche di “violenza psicologica” è la manipolazione, volta al controllo e all’abbassamento dell’autostima e dell’autonomia della vittima. A volte l’azione è riconoscibile, altre volte meno. L’unica strategia possibile, come in tutti i fenomeni di prepotenza, è costruire relazioni e quotidianità sane e autentiche, che almeno possono aiutare a riconoscere o denunciare le fasi in cui il manipolare allontana la vittima dalla sua realtà. La manipolazione, nonostante sia un fenomeno sempre più diffuso, è spesso sottovalutato e difficilmente riconoscibile, e si può manifestare in tutte le relazioni con coinvolgimento emotivo: nelle relazioni sentimentali, nei rapporti di lavoro, nelle amicizie, nei rapporti familiari. Questo a prescindere dalla condizione psicologica di partenza delle persone coinvolte. È vero però che le persone più empatiche, con insicurezze relazionali e personali, che nella vita hanno vissuto questo tipo di relazioni in famiglia, ad esempio, o anche meno allenate al pensiero critico sono più facilmente vittime di queste situazioni. Per esempio, quindi, avere la possibilità di abituarsi a discutere le proprie conoscenze e convinzioni, stabilire rapporti di dialogo, abituarsi a stare in un gruppo di amici che passa il tempo libero con attività culturali o comunque costruttive, mette al riparo da molti tranelli dei manipolatori. Anche leggere molto e studiare, imparare ad apprezzare e a godere della propria conoscenza, sono attività che stimolano il pensiero critico e il dubbio.

Sul sito del liceo Vian, alla pagina dedicata al contrasto al bullismo e al cyberbullismo, si può scaricare un documento di approfondimento (il primo di una serie) che entra più nello specifico rispetto alle fasi della manipolazione, utile a fare dei raffronti essenziali su situazioni che tutti potremmo trovarci a vivere.

Le slides appositamente create di volta in volta dal team di Laputa per gli incontri del progetto stimolano la riflessione e aprono domande e discussioni, in maniera diretta e semplice:

Come potete riconoscere uno stadio semplice di prepotenza?

Vi sembrano valide e verosimili le reazioni del vostro manipolatore, perché siete bisognosi di conquistare la sua approvazione, per una questione di tranquillità. Se un vostro amico vi dice: “sto bene con lui/lei/loro perché sto tranquillo e non devo pensare a niente”, probabilmente c’è qualcosa che non va. Attenzione: – Se qualcuno fa notare che il prepotente/ manipolatore si comporta male e lui/lei lo vengono a sapere, quel qualcuno sarà automaticamente giudicato manipolatore o superbo e il manipolatore si trasformerà in una vittima “ma che ho fatto io per meritare il giudizio”? Il rovesciamento è la prima tecnica di manipolazione (“sono tutti cattivi e non mi accettano”; “tutti i vostri amici mi giudicano e non capisco che ho fatto” è una tipica frase manipolativa).

Il progetto proseguirà trattando nello specifico i fenomeni di cyberbullismo e poi analizzando tutte le abitudini che conducono a non percepire gli atteggiamenti passivo-aggressivi e di manipolazione a livello micro e macrosociale, lavorando dunque sull’analisi della realtà, dei rapporti, delle categorie, sul contrasto del pensiero debole e delle paure indotte e sulla possibilità di ciascuno studente di farsi promotore di dinamiche di contrasto al bullismo e al cyberbullismo.

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Nave senza porto

Nave senza porto

Oggi è la “Giornata della Memoria”, che noi di Laputa celebreremo in un incontro al Villaggio Cultura – Pentatonic, parlando di poesia e fumetti: Il coltello che ricorda di Hilde Domin, Jan Karski di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso, Irmina di Barbara Yelin. Tutto è legato dal filo della memoria e dalla facilità delle scelte, dal guardare dall’altra parte, spinti e accompagnati da chi per proprio tornaconto ammanta di giustizia, come un tempo e come sempre, vittimismi, giudizio, rovesciamenti di categorie.

Foto Luigi Cecchi 2013

E allora, proponiamo un breve testo inedito (tradotto per la prima volta qui da Paola Del Zoppo). Hilde Domin, nel 1978, recitò questo appello alla Westdeutscher Rundfunk (una diffusa radio della Germania Federale) per risvegliare le coscienze e la memoria di coloro che rifiutavano ai profughi vietnamiti l’approdo in Europa dimenticando che pochi anni prima molti europei di cultura o religione ebraica erano stati costretti alla fuga, anche loro spesso su navi che non venivano fatte approdare. Tra questi, la stessa intellettuale e poetessa Hilde Domin, che parla quindi dalla prospettiva ravvicinata, interna, di una cittadina europea del 1978, ma che aveva vissuto in prima persona l’esodo, la fuga e il ricordo che mette in luce e fa appello ai connazionali, invitando a non categorizzare le “esistenze al margine” per opportunismo, per “stare bene ora”, per scegliere, ancora una volta, la chiusura al mondo.

Hilde Domin

Nave senza porto

Appello per l’accoglienza dei profughi del Vietnam, 23. 11. 1978

Davvero strano che alle notizie sulla situazione disperata di 2500 profughi vietnamiti sulla piccola nave da Singapore a nessuno torni alla mente: Ma non l’abbiamo già vissuta questa cosa, alla fine degli anni Trenta, con tutti i particolari? Allora erano quelle navi di ebrei. Abbiamo letto, sconvolti, di come quelle navi si spostavano di terra in terra, e alla gente non era permesso approdare, finché non furono ricondotti ad Amburgo: proprio ai loro boia. E in molti si suicidarono alla vista della città. Non poterono approdare neanche in Palestina, tra l’altro. A parte quelli che fecero esplodere le barche: alcuni sopravvissuti giunsero illegalmente alla costa, e furono salvati da organizzazioni fuorilegge, come quelle di Begin.

Quindi non vi meravigliate se un articolo di testa di un quotidiano di Heidelberg propone, letteralmente, di “rifornire quella nave senza porto di viveri e medicinali e di sostenere gli ingenti costi per riportare la nave completa alla costa vietnamita” … “E’ il comandamento del tempo presente, fermare il flusso di profughi dal Vietnam”, prosegue quell’articolo di testa. Così, proprio così, reagì il prossimo – prossimo? – negli anni Trenta. Anche allora forse non si badò ai costi per rispedire indietro i profughi. Indietro verso lo sterminio, l’universo non ha posto per voi! A Singapore, così si leggeva sulla <Frankfurter Rundschau> agli sventurati fu rifiutato lo status di rifugiati, perché erano arrivati sulla nave corrompendo persone e quindi avevano contribuito al profitto di altri. E chi all’epoca, era fuggito senza che altri ne traessero profitto? Solo i profughi dei primissimi anni. La Francia li prende, dice, quelli che lì hanno famiglia o parlano francese o sono stati in servizio per la Francia. Anche questo suona noto, chi aveva famiglia all’estero o amici intimi, aveva il permesso di restare. “Non del tutto sbagliato”, dice il giovane editorialista di Heidelberg. Ciononostante, meglio rimandarli tutti indietro in Vietnam.

Questi uomini immiseriti resteranno esistenze al margine, “destabilizzanti”. Molti, già allora, volevano fermare il “flusso dei profughi”. Alla televisione, i servizi sulla Notte dei cristalli veniva detto che tutti sarebbero dovuti andare via. Ma che mancanza di fantasia! Quelli che negano l’asilo ai profughi vietnamiti, sono forse migliori dei nostri contemporanei che non fecero approdare gente come noi? Il governo di Bonn invia 500000 marchi. Non potremmo prendere 500 persone? Io stessa ero bloccata su una nave da trasporto munizioni che doveva salpare dalla Giamaica quando, per un caso particolarmente fortunato, all’ultimo momento mi venne concesso di scendere a terra. Altrimenti non sarei qui a fare questo appello:

Deve essere custodito
come se venisse da tempi bui

uomini come noi noi tra loro
viaggiavano su navi avanti e indietro
non potevano approdare da nessuna parte

uomini come noi noi tra loro
non potevano restare
e non potevano andare

uomini come noi noi tra loro
non salutarono gli amici
e non vennero salutati

uomini come noi noi tra loro
su coste straniere
chiedevano perdono di esistere

uomini come noi noi tra loro
vennero protetti

uomini come noi noi tra loro
uomini come voi voi tra loro
chiunque

può essere spogliato
denudato
pupazzi di uomini nudi

più nudi degli animali
sotto i vestiti
il corpo delle vittime

spogliati
quelli con ancora il guscio intorno al mattino
corpi bianchi

Tutti! Quelli che ancora sono a casa, in quella che chiamano “sicurezza”, dovrebbero mostrare, per una sorta di debito di gratitudine la disponibilità ad aiutare coloro che sono fuggiti per salvarsi la vita. Oggi sono quelle persone minute e operose dall’Indocina. Ma si vede già chi saranno i prossimi. “Mentre fanno la barba al tuo vicino, metti la schiuma sul mento”, dicono gli spagnoli, che conoscono la disgrazia faccia a faccia.

Testo: Trascrizione dell’appello: Schiff ohne Hafen/ Nave senza porto, in H. Domin, Aber die Hoffnung (Ma la speranza), Piper, pp. 86-89, trad. di Paola Del Zoppo

Per i versi: H. Domin, Tempi bui (versione 1966), in Il coltello che ricorda, Del Vecchio Editore, 2015, trad. di Ondina Granato

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