Letture Rinfrescanti – Non Stancarti di Andare

Letture Rinfrescanti – Non Stancarti di Andare

Per proseguire con i nostri consigli di letture rinfrescanti, abbiamo scelto Non stancarti di andare di Stefano Turconi e Teresa Radice edito da Bao. In un’estate incendiata da polemiche e facili attestazioni di cosa voglia dire essere umani, abbiamo deciso di ampliare un poco lo sguardo e rinfrescarci le idee usando lo strumento del fumetto.

Non stancarti di andare racconta l’intreccio delle vite di uomini e donne in cammino, individui viandanti per scelta, necessità o sfortuna.

Seguiamo le vicende di una giovane coppia, Iris e Ismail, illustratrice italiana lei – ma cosa la definisce italiana? – e docente universitario siriano lui. Facciamo la loro conoscenza quando la coppia è già unita, pronta a condividere la quotidianità. Scopriamo però pian piano che la loro relazione è iniziata in viaggio, lungo le strade della Siria. Scopriamo ancora che Iris ha alle spalle una famiglia di viandanti. I nonni materni seguirono infatti la rotta che portò molti italiani a cercare fortuna in Argentina, sua madre anni dopo ripercorse la stessa tratta nella direzione opposta per fuggire da un regime pericoloso.

Ismail invece ha radici profondamente radicate nella terra, e, innamorato del suo paese e della sua storia, fatica a “muoversi” – ma le circostanze lo costringeranno a mettersi in cammino. Tutti i personaggi vengono presentati in cammino, in movimento, sia esso fisico o , alcuni in fuga, come Maitè, la madre di Iris, altri alla ricerca della propria dimensione, come i protagonisti, altri ancora per raggiungere quello che hanno riconosciuto come il proprio posto: ad esempio Tiziana, figura interessante perché propriamente adulta e realizzata, punto di riferimento chiaro nella vita di Iris. L’unico personaggio che appare sedentario, statico perché simbolicamente solido, è padre Saul, completamente a proprio agio nella precarietà della sua vita. Ha scelto per sé una vita monastica fitta di relazioni volta all’accoglienza e alla comprensione dell’altro. Saul è un porto sicuro per coloro che si sentono smarriti o che lo sono senza neanche saperlo. Appare quasi sempre fermo, seduto o prostrato, non va in nessun luogo, ma è facile capire che un lungo viaggio lo ha portato ad essere dove si trova. Il movimento, dunque, dimensione comune a tutti i personaggi, aiuta a non banalizzare o non rendere patetico il viaggio che Ismail si trova costretto ad intraprendere. Lui seguirà infatti una tratta decisamente battuta, la strada di chi, costretto a lasciare il proprio paese a causa di guerre e povertà, spera di trovare altrove la possibilità di una vita migliore. Ismail, come tutti gli altri, durante il cammino vivrà traumi che lo segneranno profondamente, avrà compagni di viaggio che lo lasceranno indietro, altri che saranno da lui lasciati indietro. Affronterà la fatica, la paura e gli incidenti di percorso, sempre incerto riguardo la propria meta, alternando momenti di speranza a momenti di sconforto. Questo modo di raccontare i percorsi dei vari personaggi ha il doppio pregio di non creare vittime e vittimismi: si trovano solo persone piene di dignità e intraprendenza, insieme a quello di avvicinare vissuti diversi. L’essere viandante è uno status comune a molti, può essere uno spazio a-categoriale: non crea ghetti, ma può anzi avvicinare e creare empatia tra chi condivide un vissuto diverso, ma intimamente accomunabile. Ogni personaggio, alla fine del fumetto, avrà raggiunto una tappa del proprio viaggio e si troverà pronto a rimettersi in cammino.

Non stancarti di andare è però un fumetto che oltre a parlare del viaggio e delle tante metafore che da questo scaturiscono, fa di arte, politica e spiritualità tre temi centrali e tre dimensioni intercorrelate nella formazione dei personaggi.

L’arte è caratterizzata come possibilità di creazione e quindi soprattutto come poesia. La poesia è costantemente presente sia letteralmente che come fonte di ispirazione. L’arte e la bellezza sono i veri leitmotiv della narrazione, modellano le speranze dei protagonisti, ne alimentano la tenacia e sono appiglio sicuro nel succedersi di imprevisti e difficoltà. La creatività è elemento distintivo dei due protagonisti, grazie a questa, confrontando i propri vissuti e le proprie esperienze, si conoscono. Si riconoscono, nel mettere a frutto ciascuno i propri talenti nella ricerca della bellezza. Una bellezza che lascia percepire la verità, e in questa ricerca la loro relazione diventa vera e significativa.

Compagna dell’arte nelle pagine di questa opera a fumetti è la politica, poiché le vite dei protagonisti sono fermamente indirizzate dai principi che l’arte indica. I protagonisti e non solo, non scelgono una vita comoda, fanno delle proprie aspirazioni e dei propri sogni scelte di vita concrete. Non scendono a compromessi, non si accontentano rinunciando ai sogni in favore di un’ipotetica sicurezza. Diventano al contrario testimoni coerenti della possibilità di vivere la propria vita senza sottostare a regole fittizie. I personaggi in carrellata sono artisti, insegnanti, attivisti, religiosi e medici. Nessuno di loro sceglie di declinare la propria vita in modo da assecondare le aspettative o ciò che viene banalmente indicato come senso comune. Per questo il messaggio di libertà che ne scaturisce è sommamente politico. “Politico” nel senso più nobile del termine – il senso autentico – la politica che richiama al bene comune e quindi alla responsabilità di ciascuno di spendersi per arricchire “la comunità” secondo le proprie disposizioni, la propria indole, le proprie capacità e inclinazioni. Iris mancherebbe al proprio dovere, anche civico, se anziché impegnarsi al meglio delle proprie capacità per diventare un’illustratrice scegliesse un impiego sicuro, un posto definito all’interno della società. Sarebbe meno politicamente esemplare se scegliesse per sé relazioni “facili” e riconoscibili, disconoscendo quelle più “discutibili” o difficilmente incasellabili, se scioccamente aderisse all’idea comune di stabilire una gerarchia tra le relazioni. Iris sceglie la propria famiglia, la costruisce man mano relazione dopo relazione, riconoscendo i propri punti di riferimento, le amicizie vere, e costruendo una costellazione in cui distanze e definizioni non contano.

L’ultimo tassello che va a comporre il mosaico di questo fumetto è senza dubbio la spiritualità, declinata come religione, ma non solo. Il continuo richiamo al trascendente abbatte qualunque differenza, non esistono più confini o categorie, le culture e le tradizioni divengono un unico continuo fluire, si mescolano si arricchiscono, ciascuna nella sua particolarità aggiunge un pezzetto alla ricerca dell’irraggiungibile. Ogni fede concorre con le proprie mille domande e con i dubbi e le contraddizioni di cui è portatrice, a creare un percorso comune verso ciò che porta fuori da sé e spinge alla ricerca, al viaggio. In questo comune interrogarsi si costruiscono pezzetti di verità che chiudendo il cerchio, sembrano racchiusi nella bellezza e quindi nell’arte. E proprio in questo legame tra arte e spiritualità, tra trascendente e manifestazione, viene a trovarsi il mondo della religione. La spiritualità è fondamentalmente una dimensione intima mentre la religione crea riti e occasioni di condivisione e incontro, fornendo all’individuo i mezzi per uscire da sé. Per questo padre Saul diventa la perfetta intersezione tra queste due dimensioni. In un monastero cattolico, sorto sui resti di una chiesa ortodossa, troviamo un sacerdote affascinato dal mondo islamico, che si richiama indistintamente al Vangelo, alla Bibbia e al Corano e in questa sua polifonia ispirata a una forma di universalismo riesce a creare una casa accogliente per chiunque si senta viandante.

Gli autori scelgono una comunicazione rigorosa, solo in alcuni tratti improntata all’emotività, che non incide sulla solidità della narrazione e si presenta quindi come apertura a un pubblico più ampio possibile per trasmettere un messaggio essenziale.

Il fumetto infatti insiste sull’umanità della speranza, richiama alla responsabilità di ciascuno di fare della propria vita qualcosa di importante, al di là delle difficoltà e della paura. La paura si ritaglia in effetti lo spazio del grande antagonista di questa storia e ne esce sconfitta. L’arte è l’arma per sconfiggere la paura, la spiritualità è il mezzo che abbiamo per farci incontro all’altro, per conoscerlo imparando così a non temerlo e infine la politica ci spinge a fare della nostra vita un testimone credibile del fatto che la paura può essere vinta. Iris e Ismail si trovano ad essere toccati dalla Storia, ma non si rinchiudono per paura nel loro micromondo. Anzi decidono di fare delle loro vite qualcosa di significativo affinché ciò di cui sono stati testimoni continui a risuonare, perché la loro fame di verità possa essere d’esempio per altri.

Non stancarti di andare, con il suo dedalo di strade e relazioni, è una lettura importante e delicata, una storia di per sé toccante e che lascia il segno. Senza dubbio una lettura che aiuta a ripensare tanti dei luoghi comuni su relazioni e categorie, che generano confusione in questi giorni, e che oppone risposte discrete e significative a proclami che nascondono tra le grida un vuoto disarmante.

Letture Rinfrescanti – La Vedova Bianca

Letture Rinfrescanti – La Vedova Bianca

Con l’arrivo del caldo, dell’estate e delle vacanze – per molti, ma non per tutti – abbiamo deciso di dare il via a questa nuova rubrica che vuole raccogliere alcuni consigli di lettura adatti alla stagione. Letture rinfrescanti sì, ma non da ombrellone.

Solitamente si associa infatti al concetto di lettura da ombrellone quella di un libro disimpegnato, leggero, adatto al “divertimento”, alla possibilità di “staccare il cervello”, più che a qualunque altra istanza. Ma questo concetto di lettura non ci appartiene molto: se un libro non ha niente da dire, non vale il tempo impiegato per portarne a termine la lettura. Abbiamo scelto invece di dedicare a questa estate letture “rinfrescanti”, perché portatrici di speranza o di punti di vista innovativi, o semplicemente perché intelligenti e quindi rinfrancanti.

Apriamo quindi questa rubrica con un volumetto autoprodotto, la prima parte di quella che dovrebbe essere una serie in due parti: La Vedova Bianca – Parte I di Fran de Martino.

Il pretesto della storia è quella di creare un background per un personaggio che l’autrice pubblica on line come protagonista di strisce e vignette comiche a partire dal 2012. La fatina che regala la felicità (che acquisirà poi con il tempo il nome di Soppressata Calabrese, per gli amici Soppressata) è un concentrato di sarcasmo e ironia che non lascia scampo alla banalità. In particolare, con La vedova bianca, ci troviamo a seguire le vicende di un network televisivo alle prese con la realizzazione di un nuovo talent show che dovrebbe vedere sfidarsi fumettisti più o meno talentuosi. Fran ci presenta la nota situazione di giovani lavoratori sfruttati e maltrattati, di avidi produttori e ragioni di mercato, ed è abilissima nel gioco di topoi e stereotipi, innestati in situazioni che ci presenta mai scontate.

La forza del fumetto risiede senza dubbio in un’ironia caustica, intelligente e mai triviale, che guida il lettore attraverso situazioni grottesche, ma mai tanto esagerate da divenire purtroppo meno credibili. Le situazioni delineate ritraggono infatti una situazione sociale ed individuale disperata, ma piuttosto aderente alla realtà. Troviamo nel fumetto l’annichilimento di una società che attribuisce alla capacità di attirare consensi l’unica via di realizzazione personale, e di questa società l’autrice delinea e smaschera il meccanismo perverso che nasce dal cercare in una versione totalmente svuotata di senso del riconoscimento sociale la propria identità.

In una società di narcisisti l’attenzione è l’unica moneta di scambio di cui tutti però divengono contemporaneamente avidi custodi e investitori oculati. Il meccanismo genera quindi inevitabilmente frustrazione e infelicità sostituendo alla possibilità di progettarsi, l’opportunità più “facile” di vincere la lotteria del successo.

Fran De Martino non risparmia nessuno, falsi intellettualismi, femminismo distorto e soprattutto il falso senso di democrazia che dovrebbe essere alimentato dalla possibilità di esprimere la propria opinione, e che genera però l’appiattimento delle discussioni decostruendo quelli che potrebbero essere punti di riferimento autorevoli. Il senso distorto di autorevolezza è un altro tema che emerge con chiarezza dal fumetto. In un mondo in cui è l’opinione del “pubblico” a giudicare la validità di un autore o di un prodotto culturale, figure come gli editori non sono che presuntuosi saccenti che osano giudicare il lavoro altrui. Nessuno è autorevole quanto il pubblico – o il mercato – salvo poi un quasi completo asservimento a figure chiaramente autoritarie, come la presidenta di turno, in una eterna dinamica adolescenziale scelta come modello di vita.

Le pagine della Vedova Bianca offrono un interessante spunto di riflessione anche sul mondo editoriale del fumetto. Molto più che nell’editoria tradizionale sembra diffondersi infatti il fenomeno talent show tra editori di fumetto che offrono spesso piattaforme online. In principio un’ottima rampa di lancio per il medium in sé, in un momento in cui il mercato del fumetto in Italia era contratto e sclerotizzato in formati prestabiliti e sempre uguali a loro stessi, sono rimaste, ora, solo uno strumento per limitare i rischi ed investire su prodotti che offrono vendite sicure, sacrificando a logiche di vendibilità non realistiche progetti editoriali che dovrebbero invece permettere agli autori di sperimentare, crescere e creare opere sempre migliori, generando un reale ampliamento del pubblico.

In questa logica, gli editori rinunciano quindi al proprio ruolo dando credito alle istanze di chi, rivendicando ragioni egoistiche e talora con fare infantile, vede nel “mondo dell’editoria” una losca banda in cui solo gli amici di amici trionfano, o magari un mezzo di rivalsa di critici spocchiosi.

È quindi particolarmente interessante affrontare questo discorso presentando un fumetto autoprodotto.

È sempre più difficile, se non si hanno gli strumenti interpretativi adeguati, distinguere un’opera valida che non trova mercato perché difficilmente incasellabile, da un’opera mediocre senza nulla da raccontare e senza spessore. Noi siamo certi di trovarci in questo caso di fronte a un fumetto che meriterebbe la pubblicazione da parte di un editore in grado di gestirne la complessità, non fosse altro che per l’intelligenza narrativa dell’autrice. Speriamo di vedere presto pubblicati i prossimi capitoli di questa storia che ha senza dubbio da regalare altre riflessioni sagaci e situazioni divertenti.

Animavì 2018. Arte, etica, cultura diffusa.

Animavì 2018. Arte, etica, cultura diffusa.

Passato qualche giorno dalle date del festival, siamo pronti per un doveroso resoconto di quanto abbiamo visto e vissuto, con entusiasmo e con una certa emozione in alcuni momenti.

Animavì ci ha regalato anche quest’anno delle riflessioni puntuali e nient’affatto banali sulla situazione culturale, sociale e politica dell’Italia di oggi, oltre ovviamente a delle bellissime creazioni artistiche, dimostrando che quando estetica ed etica vengono lasciate libere, si intrecciano naturalmente restituendo il proprio potenziale al massimo.

La forza di Animavì è a nostro avviso quella di essere una realtà piena e coerente, sotto ogni punto di vista: nei temi affrontati con schiettezza e apertura, nel clima accogliente e positivo che mette a proprio agio gli spettatori ed evidentemente anche gli ospiti e, ovviamente, nella scelta delle opere in concorso e fuori concorso.

In questa compattezza di senso abbiamo cercato di individuare alcuni momenti salienti del festival per cercare di raccontarne il significato e la bellezza, ma è difficile essere esaustivi poiché ogni dettaglio concorre a rendere piacevole, ammirabile ed efficace il tutto.

Siamo rimasti colpiti dall’energia di Goffredo Fofi, che ha regalato a tutti gli spettatori un’analisi lucida dello stato attuale delle cose in Italia sia a livello politico che, ancor più, a livello culturale e quindi sociale. Nonostante lo sguardo lucido e giustamente allarmato, dalle parole di Fofi – al di là delle critiche ad un sistema che si autoalimenta bruciando e corrodendo la genialità e la creatività di quanti vi si trovano invischiati – sono emersi segnali di speranza propri di un uomo abituato a pensare alla politica come alla possibilità di partecipare, fare la differenza e prendersi responsabilità nei confronti della “comunità”. Forse anche suo malgrado, Fofi offre una prospettiva che porta speranza: “Siamo tanti” dice di chi si adopera nel sociale facendo politica con la P maiuscola, “Insieme saremmo una forza.” Animavì e la cornice di Pergola hanno offerto anche per queste considerazioni una struttura di comunicazione perfetta.

E come un’eco risponde a questa provocazione il bellissimo corto fuori concorso “Tino” di Filippo Biagianti. Il corto è parte della serie Memorie vive, che raccoglie testimonianze della Resistenza nel territorio pergolese e dei dintorni e la testimonianza di Tino sembra richiamarci fortemente alla nostra responsabilità. Un gruppo di ragazzi armati di ingegno e intraprendenti, possono contribuire a cambiare in modo sorprendente la storia, anche se ogni possibilità è contro di loro, anche se quella storia la guardano apparentemente scorrere da un margine lontano.

Altro momento saliente del festival è stata l’esibizione di Francesca Badalini, compositrice ed esecutrice delle musiche che fanno da colonna sonora ai corti animati di Simone Massi e Julia Gromskaya, dimostrazione delle considerazioni di Goffredo Fofi, che aveva parlato nella serata precedente dell’animazione Marchigiana come di una delle eccellenze artistiche italiane. Atmosfera e poesia si combinano perfettamente in questi corti lasciando allo spettatore un senso di nostalgia e indefinitezza, come se fosse stato trasportato in un modo magico, a tratti anche inquietante, e poi rigettato fuori di colpo. Da questo punto di vista il corto dal titolo LAnima Mavì è senza dubbio il più emblematico, con la messa in scena di un desiderio di un oltre che si fa inquietudine, e che, nella sua stessa essenza, è anche critica all’arte che “usa” il magico e l’effetto di inquietudine in senso autoreferenziale o comunque fine a se stesso.

Fotogramma di L’anima mavì

La serata di sabato oltre ai bellissimi corti di Massi e Gromskaya (fuori concorso) ci ha regalato anche due tra le opere in concorso secondo noi più belle: Maned e Macho di Shiva Sadegh Assadi (Iran) e Nothing happens di Uri Kranot e Michelle Kranot (Francia, Danimarca).

Maned e Macho, premiato come miglior corto di questa edizione (Vincitore ex aequo anche Toer di Jasmin Cedee), risulta di una potenza straordinaria sia nelle immagini che si riversano l’una nell’altra come in una spirale, sia nel contenuto. Vediamo infatti una ragazza alle prese con la necessità di disfarsi di alcune parti di sé che prendono via via la forma di animali sempre più grandi e feroci. La regista gioca con colori e oscurità in modo magistrale e le pennallate che si rincorrono sullo schermo danno vita ad un vero e proprio quadro in movimento, come se l’opera d’arte nascesse proprio davanti ai nostri occhi, trascinandoci nella doppia evoluzione narrativa e artistica, verso un epilogo che immaginiamo già definito e avvertito come inevitabile, che non scioglie dall’incanto, dall’andamento veloce e ipnotico.

Nothing Happens, contrasta con il ritmo concitato di Maned e Macho. Effettivamente l’impressione è che nulla accada sullo schermo, in cui il disegno seppur definito rimane minimale. Un paesaggio innevato, qualche albero e alcuni uccelli che gracchiano. Pian piano alcuni uomini fanno il loro ingresso nel campo visivo dello spettatore, come uccelli attratti dal richiamo di altri, lo schermo si affolla mano a mano di figure che sembrano accostarsi casualmente senza formare mai un gruppo, ma semplicemente restando una folla che viene poi facilmente dispersa da un evento, forse violento, ma comunque non inaspettato. Questa narrazione così minimale ed ermetica lascia spazio alla molteplicità delle interpretazioni. I registi negano volontariamente la chiusura esplicativa. Un’arte che non insegna, ma lascia allo spettatore la libertà di scoprire e interpretare, scavando nell’opera d’arte come in se stesso, con la responsabilità e la possibilità di partecipare alla creazione poetica.

Fotogramma di Nothing Happens

Molto ci sarebbe da dire su ogni dettaglio, gli spettacoli di giocoleria dell’Abile Teatro, gli interventi del signor Veraldo con la loro semplicità e la loro schiettezza, l’incontro con il grande Roberto Herlitzka, che dalla celebrazione di un attore di eccezionale bravura, eleganza e umanità, si è rivelata una profonda lezione di cinema italiano, particolarmente apprezzabile perché rivolta a un pubblico variegato: una vera azione di educazione diffusa. Ma nulla sarebbe stato così efficace senza la gentilezza e la cortesia di tutti gli operatori dagli organizzatori agli addetti alla biglietteria, che rendono l’accoglienza vera e di tutti un tratto distintivo della comunità di Animavì anche solo nel pensare ai biglietti, a come presentare un libro in vendita, o lo stesso catalogo. E ancora, la partecipazione accanto ad autori di livello internazionale dei giovani artisti e registi della Scuola del libro di Urbino, tutto ha concorso per garantire l’ottima riuscita del festival e rendere Animavì un luogo “fatato” in cui nessuno deve sentirsi a disagio. Punto di forza è senza dubbio un ambiente paritario e intergenerazionale che favorisce l’assenza assoluta di condiscendenza o piaggeria e che garantisce al festival un grado di “purezza” di cui non è banale parlare, soprattutto in un ambiente come quello culturale in cui è facile spostare la propria deferenza o creare “personalità” in base alle esigenze del momento. È stato bello vedere alternarsi sul palco con la stessa dignità studiosi, artisti, giovani e anziani del luogo, tutto senza alcuno sbilanciamento dettato da età o – presunta – posizione sociale e questo è possibile solo in un clima aperto, e con un team e una direzione artistica che non hanno niente da dimostrare, ben consapevoli della propria identità.

Un’altra nota piacevole:  l’attenzione ai dettagli come il cartello che ci ha accolti e piacevolmente sorpresi la sera del venerdì che chiedeva cortesemente agli spettatori di non introdurre alcolici all’interno del cortile del festival. Questo piccolo gesto ci è sembrato un manifesto importante, la volontà di creare un ambiente protetto, adatto a tutti, orientato alla fruizione di esperienze culturali, quieto e favorevole a relazioni più oneste.

Insomma, non c’è niente che non ci sia piaciuto in questo festival, e l’augurio che ci facciamo e che facciamo loro è che resista alle sollecitazioni “mondane” che siamo certi arriveranno, perché il festival ha attirato quest’anno l’attenzione della grande stampa e di altri media. È bello che ci sia un angolo in cui si possa parlare di resistenza e arte, di politica e animazione senza dover rispondere alle logiche conformistiche proprie di alcuni ambienti fintamente intellettuali e speriamo che Animavì possa essere questo luogo protetto ancora per molti e molti anni.

Immagini tra le colline. Animavì 2018, prime impressioni

Immagini tra le colline. Animavì 2018, prime impressioni

Quest’anno anche Laputa, seppur a ranghi ridotti, è arrivata ufficialmente tra le colline marchigiane per assistere al festival Animavì

Il Festival internazionale dell’animazione poetica è quest’anno alla sua terza edizione, e propone in concorso cortometraggi di registi provenienti da ogni parte del mondo. Animavì è per noi un simbolo virtuoso di come si possa fare cultura in modo efficace e di successo senza dover percorrere necessariamente le vie più battute e forse ormai usurate.

Film di animazione, cortometraggio e poesia sono tre categorie ritenute normalmente settoriali e di nicchia. L’animazione che non sia strettamente rivolta ai ragazzi, o almeno anche ai ragazzi, subisce infatti spesso lo stesso triste destino del fumetto, non trovando spazio per essere comunicata in modo consimile a tanti altri prodotti culturali. Il cortometraggio e la poesia oscillano invece nel sentire comune tra un ambito amatoriale e quello di una elité intellettuale inavvicinabile. Una nicchia di una nicchia si potrebbe forse dire, e non viene certo proposta in un luogo che dell’essere alternativo fa un trend. Il festival non ha scelto come cornice un quartiere alternativo di una grande città, ma Pergola, un paesino tra le montagne. Un festival lontano dal centro in molti sensi quindi, ma assolutamente centrale come importanza culturale, non è un caso che tra gli ospiti di quest’anno si annoverino nomi altisonanti come quello di Wim Wenders o significativi come quello di Goffredo Fofi. Non per questo gli anni passati (e qualcuno di Laputa ne era già stato testimone) il Festival meritava meno attenzione. Con un atteggiamento di lenta caparbietà il comitato ha saputo proporre, negli anni, ospiti di grande levatura internazionale. Prima di Wim Wenders, infatti, il premio speciale del Festival era andato a Emil Kusturica, Alexander Sokurov.

Sia nello stile organizzativo che nei contenuti, Animavì è un esempio di come poesia, bellezza e cultura possano avere un ruolo fondamentale nella società. Un’intera cittadina vivificata con eventi di altissimo livello e con un impatto anche economico decisamente significativo, tutto impostato con la consapevolezza che bellezza ed etica procedono di pari passo così come cultura e impegno sociale.

Un festival di successo che parte quindi dal margine per agire sulla decostruzione del concetto stesso di margine, e che per questo ci piace moltissimo: agisce proponendo opere belle nel senso più proprio del termine, e quindi vere, oneste e significative, che non sono visionabili in altri luoghi d’Italia e, con la stessa formula, in nessun altro luogo, dato che Animavì è il primo e finora unico festival dell’animazione poetica.

Durante la nostra prima serata di festival abbiamo assistito alla proiezione di Rezo, splendido film fuori concorso del regista Leo Gabriadze, che unendo elementi fantastici e levità racconta la vita di Rezo Gabriadze, padre del regista. Un racconto pieno di ironia che attraversa la storia, dalla seconda guerra mondiale allo stalinismo, fino alla stabilizzazione del regime dell’Unione Sovietica, e lo fa con la delicatezza di una favola, con tanto di animali parlanti e oggetti magici, perché per usare le parole dell’artista: affinché una famiglia abbia radici forti ha bisogno di una mitologia che sia forte.

I corti in concorso nella serata di giovedì sono stati quattro:

Moczarsci’s case di Tomasz Siwinski (Polonia), racconta storia di Moczarsci, membro della resistenza polacca al tempo dell’invasione nazista processato e condannato a morte dall’esercito russo che vedeva nella resistenza clandestina una minaccia, condannato ad attendere l’esecuzione nella stessa cella di Jurgen Stroop, generale Nazista colpevole di aver ordinato la distruzione del ghetto di Varsavia. Il corto racconta, scegliendo un linguaggio narrativo simbolico, ricco di ricorrenze e reiterazioni nei colori e nelle forme, la condizione dei due imprigionati insieme e costretti nella convivenza coatta a fare i conti con i propri trascorsi.

Toer di Jasmijn Cedee (Belgio) un corto che fa del virtuosismo tecnico e della coerenza creativa il suo punto centrale e che ha l’ambizione, decisamente soddisfatta, di fare del movimento il protagonista assoluto della narrazione. In Toer vediamo infatti rincorrersi sullo schermo un’immagine dopo l’altra in modo ipnotico come il rincorrersi dei raggi di una ruota o della strada che scorre sotto una bicicletta. Attraverso la tecnica della rotoscopia la resa dei movimenti vorticosi si avvicina il più possibile al realismo. Eppure, nell’esaltare l’aderenza al reale, il corto sfuma i confini tra rappresentazione e realtà, per conferire in pochissimi minuti, la supremazia sul reale all’elaborazione artistica.

I due corti che più ci hanno colpito sono stati: Airport di Michaela Muller (svizzera) e And the moon stands still di Yulia Ruditskaya (Bielorussia).

Il primo, Airport, gioca con suoni e immagini tipici di un aeroporto affollato ci porta a spasso per il mondo grazie all’intreccio tra lingue e immagini, e dandoci allo stesso tempo un senso di immobilità nel continuo dinamismo. Le immagini si susseguono in un flusso continuo, vediamo un tapis roulant trasformarsi via via in un aereo, un tabellone delle partenze sfumare nel via vai confuso dei passeggeri, eppure nonostante i suoni ci indichino cambi di ambienti e di ritmo, nulla cambia davvero in quella che sembra una rappresentazione piuttosto onesta di un tran tran sempre uguale a se stesso, a qualunque latitudine. Solo la musica, è in grado di distogliere l’attenzione e creare oasi di silenzio e calma nella frenesia sempre troppo uguale, estrapolando momenti di poesia nell’implacabile roteare di separazioni e avvicinamenti.

Il secondo corto And the Moon Stands Still, cambia invece passo e atmosfera e ci guida in un mondo di favola, inquietante come le favole sanno essere: in modo triviale e lieve allo stesso tempo.

Un mostro spegne le stelle ad una ad una e lentamente divora la luna: una violenza impersonale, “naturale”, cieca alle conseguenze che scatena, completamente indifferente rispetto alle tragedie che si consumano a causa sua nelle vite toccate dal mutamento. Un racconto di grande portata poetica, che mostra il lato terribile del potere delle storie. I disegni, semplici e stilizzati, ricordano le illustrazioni dei migliori libri di favole, ricongiungendo e insieme facendo critica del mondo fiabesco a cui siamo assuefatti, per restituire all’immaginazione tutto il suo potere perturbante.

Una bella serata per questo nostro “esordio” ad un festival da cui ci aspettiamo di essere stupiti e stregati ancora nelle prossime sere.