Da oggi e speriamo per qualche tempo L’Isola volante ospiterà microracconti. Tutti nello stile di Laputa, per riflettere, sorridere, avvertire le dissonanze del mondo che ci circonda o che ci abita nel profondo. Iniziamo – ovviamente – con un microracconto inedito di Luigi Cecchi.

Racconto e fotografia © Luigi Cecchi 2017

Dio è un procione di nome Viko

Ci sono alcune giornate che cominciano male, ma che finiscono con l’impressione che tanto ce ne saranno così tante, che forse non vale la pena preoccuparsene. Ecco, era una di quelle giornate. E chissà come sarebbe proseguita. Era la quarta volta che Viko posizionava con cura la piccola noce al centro della superficie levigata e quasi orizzontale di una roccia. Poi, sollevando un’altra roccia più piccolina ma non meno solida, per quattro volte aveva tentato di aprirla sbattendocela sopra. Era difficile: con le sue manine pelosette non riusciva a mantenere la presa per molto tempo, e poi le sue piccole braccia non erano in grado di sostenere il peso del sasso troppo a lungo.

Dopotutto, era solo un procione.

Tentò un’ultima volta, dopodiché avrebbe lasciato perdere. Ne aveva mangiate tantissime di noci, nella sua vita. Aveva mangiato anche noci che ora non esistevano più, che si erano estinte, evolute in uno dei diversi tipi di noci che esistono adesso. E in futuro, avrebbe mangiato noci che sarebbero state l’evoluzione delle noci odierne. Non c’era bisogno di infuriarsi solo perché non riusciva ad aprire una cazzo di fottuta noce di merda. «Apriti, cazzo!» Gridò, abbattendo sul piccolo guscio il masso che aveva sollevato in aria con fatica per la quinta volta. Nel frattempo, un uragano sconvolse le Filippine. Stavolta la pietra colpì con forza la noce, che anziché schizzare via come aveva già fatto le volte precedenti, si spappolò in mille pezzettini assai poco adatti ad essere separati e ingeriti, giacché impastati in mezzo ai detriti del guscio duro.

Viko tirò un calcio alla pietra, imprecando. Una valanga travolse alcuni alpinisti, in Piemonte. Lui non ottenne altro che ferirsi la zampetta. Si rotolò a terra, continuando a imprecare. Un terremoto in Cile, magnitudine 6.8 con trecento feriti.

«È una di quelle giornate, Viko?» Gli fece Zilpa il leprotto strabico, passando di lì con l’asciugamano in spalla e una borsetta sotto braccio. Probabilmente tornava dal bagno al fiume.

«Credo proprio di sì.» Brontolò Viko, rialzandosi.

«Vieni, ti offro la colazione. In tana ho un paio di pannocchie, metto su una tisana.» Viko annuì, poi saltellò appresso al leprotto cercando di non appoggiare la zampetta ferita.

«Ti sei fatto molto male?» Gli chiese Zilpa.

«Solo nell’orgoglio. La zampa guarirà in pochi minuti, come al solito. Ma cazzo sono due miliardi di anni che esisto e ancora non ho imparato a spaccare una noce.»

«A parte il fatto che le noci come quella che stavi spaccando esistono solo da qualche milione di anni, – gli fece notare il leprotto, mentre tentava di infilare con imbarazzante difficoltà una grossa chiave in un altrettanto grosso buco di una serratura. – ma poi, come dire… sei un procione! Ma che pretendi?» La porta di legno si aprì cigolando si vecchi cardini ossidati. Zilpa saltò in avanti per raggiungere il cassetto dove teneva le pietre focaie. A quel punto Viko schioccò le dita e accese tutte le candele della stanza. Le ovaie di una sessantenne, in Germania, ripresero a funzionare.

«Non è che posso dare la colpa della mia incapacità sempre al mio pollice scarsamente opponibile, o al fatto che sono alto sessanta centimetri… quando mi siedo in verticale intendo… insomma sono pur sempre Genova!»

«Semmai Jehova. Genova ora è una città e sta in Italia.» Gli fece notare Zilpa.

«Sì, vabbé, Genova, Buddha, Oriside… chissenefrega.»

«Osiride. E comunque ormai Osiride non lo prega più nessuno.»

«Quello che voglio dire è che potrei schioccare le dita e aprirla, quella cazzo di noce. Proprio come ho acceso adesso le candele. Ma poi… non sarebbe stata la stessa cosa! Non sarei stato coerente con me stesso. Sai tutti i discorsi che faccio sempre, sulla durezza della vita? Bisogna starci dentro per capirla, mica è roba facile, sai?» Zilpa stava sollevando con le zampine una tazza di latta, per agganciarla a un piccolo perno che l’avrebbe sospesa sopra una delle candele accese.

«Certo… eccome se ti capisco. Tutta un’altra cosa fare le cose con le proprie zampe. Cioè, vuoi mettere? Guarda quella scultura di legno vicino alla cappelliera, laggiù. L’ho fatta io con i miei denti. Ti piace?»

«Cos’è, un carciofo?»

«Una rosa.»

«Uhm. beh, dai, ci somiglia.»

Zilpa appese un’altra tazza su un’altra candela, poi saltellò verso un angolo della stanza dove erano ammucchiate diverse pile di sacchetti di stoffa contenenti foglie e frutta secca. Mentre le annusava per decidere quale tisana preparare, proseguì il discorso.

«Però non è che si può fare tutto a mano, eh. Non sono uno di quelli che dice che devi involverti, impatto universale zero, decrescita sostenibile, divinità a margine e cose del genere. No, no, no. L’onnipotenza va usata quando fa comodo, quando si ha fretta… o quando proprio non se ne può fare a meno. Senza sentirsi in colpa.»

«Già… – fece Viko sedendosi su un sasso vicino alla sua tazza di acqua calda quasi fumante. – Non credo che tu ti sia messo a raccogliere la cera e a ungere gli stoppini per fare tutte queste candele, dico bene?»

«Certo che no! Come potrei? Sono una lepre. E non ci vedo neppure tanto bene. Però non abuso delle capacità che mi hai gentilmente concesso. Vedi? Cerco di sperimentare il più possibile la durezza della vita, come dici tu. Le cose che riesco a fare coi denti e con le zampe, le faccio sempre coi denti e con le zampe. Hard life!»

«Sempre, hard life!» Lo assecondò Viko inarcando le sopracciglia con orgoglio.

«Sempre.» Ripeté Zilpa tornando da lui con un paio di sacchetti pronti da immergere nelle tazze. Si avvicinò al tavolo di legno e cercò con le zampine di afferrare la tazza sospesa sulla candela, ma finì per bruciarsi il pelo della mano e fece cadere la tazza a terra, rovesciando tutta l’acqua calda.

«Oh, no. Che peccato.» Mormorò, massaggiandosi la bruciatura.

«Non fa niente, non fa niente.» Lo rassicurò il procione, e allungò la zampina verso l’amico leprotto. In men che non si dica la bruciatura era scomparsa, il pelo era ricresciuto, e la tazza era di nuovo sul tavolo, piena della sua acqua calda. Nel frattempo l’ultima tigre del Bengala femmina, con in grembo due cuccioli, sopravvisse alla fucilata di un cacciatore di frodo.

«Beh… Grazie Viko. Ce lo vuoi un po’ di miele?»

«Hai del miele? Davvero?» Viko sgranò gli occhi. Quanto tempo che non assaggiava del miele!

«Sì, dovrei averne… – Zilpa si voltò verso la mensola alla sua destra. – Ah, no. L’ho finito ieri, sui toast. Mi dispiace.» Viko sospirò.

«Fa niente. La bevo amara. È buona lo stesso.»

«Hard life!» Esclamò Zilpa sollevando un pugno, sorridente.

«Sì… hard life.» Ripeté Viko. E mandò giù un paio di sorsi dell’intruglio verde.