Passato qualche giorno dalle date del festival, siamo pronti per un doveroso resoconto di quanto abbiamo visto e vissuto, con entusiasmo e con una certa emozione in alcuni momenti.

Animavì ci ha regalato anche quest’anno delle riflessioni puntuali e nient’affatto banali sulla situazione culturale, sociale e politica dell’Italia di oggi, oltre ovviamente a delle bellissime creazioni artistiche, dimostrando che quando estetica ed etica vengono lasciate libere, si intrecciano naturalmente restituendo il proprio potenziale al massimo.

La forza di Animavì è a nostro avviso quella di essere una realtà piena e coerente, sotto ogni punto di vista: nei temi affrontati con schiettezza e apertura, nel clima accogliente e positivo che mette a proprio agio gli spettatori ed evidentemente anche gli ospiti e, ovviamente, nella scelta delle opere in concorso e fuori concorso.

In questa compattezza di senso abbiamo cercato di individuare alcuni momenti salienti del festival per cercare di raccontarne il significato e la bellezza, ma è difficile essere esaustivi poiché ogni dettaglio concorre a rendere piacevole, ammirabile ed efficace il tutto.

Siamo rimasti colpiti dall’energia di Goffredo Fofi, che ha regalato a tutti gli spettatori un’analisi lucida dello stato attuale delle cose in Italia sia a livello politico che, ancor più, a livello culturale e quindi sociale. Nonostante lo sguardo lucido e giustamente allarmato, dalle parole di Fofi – al di là delle critiche ad un sistema che si autoalimenta bruciando e corrodendo la genialità e la creatività di quanti vi si trovano invischiati – sono emersi segnali di speranza propri di un uomo abituato a pensare alla politica come alla possibilità di partecipare, fare la differenza e prendersi responsabilità nei confronti della “comunità”. Forse anche suo malgrado, Fofi offre una prospettiva che porta speranza: “Siamo tanti” dice di chi si adopera nel sociale facendo politica con la P maiuscola, “Insieme saremmo una forza.” Animavì e la cornice di Pergola hanno offerto anche per queste considerazioni una struttura di comunicazione perfetta.

E come un’eco risponde a questa provocazione il bellissimo corto fuori concorso “Tino” di Filippo Biagianti. Il corto è parte della serie Memorie vive, che raccoglie testimonianze della Resistenza nel territorio pergolese e dei dintorni e la testimonianza di Tino sembra richiamarci fortemente alla nostra responsabilità. Un gruppo di ragazzi armati di ingegno e intraprendenti, possono contribuire a cambiare in modo sorprendente la storia, anche se ogni possibilità è contro di loro, anche se quella storia la guardano apparentemente scorrere da un margine lontano.

Altro momento saliente del festival è stata l’esibizione di Francesca Badalini, compositrice ed esecutrice delle musiche che fanno da colonna sonora ai corti animati di Simone Massi e Julia Gromskaya, dimostrazione delle considerazioni di Goffredo Fofi, che aveva parlato nella serata precedente dell’animazione Marchigiana come di una delle eccellenze artistiche italiane. Atmosfera e poesia si combinano perfettamente in questi corti lasciando allo spettatore un senso di nostalgia e indefinitezza, come se fosse stato trasportato in un modo magico, a tratti anche inquietante, e poi rigettato fuori di colpo. Da questo punto di vista il corto dal titolo LAnima Mavì è senza dubbio il più emblematico, con la messa in scena di un desiderio di un oltre che si fa inquietudine, e che, nella sua stessa essenza, è anche critica all’arte che “usa” il magico e l’effetto di inquietudine in senso autoreferenziale o comunque fine a se stesso.

Fotogramma di L’anima mavì

La serata di sabato oltre ai bellissimi corti di Massi e Gromskaya (fuori concorso) ci ha regalato anche due tra le opere in concorso secondo noi più belle: Maned e Macho di Shiva Sadegh Assadi (Iran) e Nothing happens di Uri Kranot e Michelle Kranot (Francia, Danimarca).

Maned e Macho, premiato come miglior corto di questa edizione (Vincitore ex aequo anche Toer di Jasmin Cedee), risulta di una potenza straordinaria sia nelle immagini che si riversano l’una nell’altra come in una spirale, sia nel contenuto. Vediamo infatti una ragazza alle prese con la necessità di disfarsi di alcune parti di sé che prendono via via la forma di animali sempre più grandi e feroci. La regista gioca con colori e oscurità in modo magistrale e le pennallate che si rincorrono sullo schermo danno vita ad un vero e proprio quadro in movimento, come se l’opera d’arte nascesse proprio davanti ai nostri occhi, trascinandoci nella doppia evoluzione narrativa e artistica, verso un epilogo che immaginiamo già definito e avvertito come inevitabile, che non scioglie dall’incanto, dall’andamento veloce e ipnotico.

Nothing Happens, contrasta con il ritmo concitato di Maned e Macho. Effettivamente l’impressione è che nulla accada sullo schermo, in cui il disegno seppur definito rimane minimale. Un paesaggio innevato, qualche albero e alcuni uccelli che gracchiano. Pian piano alcuni uomini fanno il loro ingresso nel campo visivo dello spettatore, come uccelli attratti dal richiamo di altri, lo schermo si affolla mano a mano di figure che sembrano accostarsi casualmente senza formare mai un gruppo, ma semplicemente restando una folla che viene poi facilmente dispersa da un evento, forse violento, ma comunque non inaspettato. Questa narrazione così minimale ed ermetica lascia spazio alla molteplicità delle interpretazioni. I registi negano volontariamente la chiusura esplicativa. Un’arte che non insegna, ma lascia allo spettatore la libertà di scoprire e interpretare, scavando nell’opera d’arte come in se stesso, con la responsabilità e la possibilità di partecipare alla creazione poetica.

Fotogramma di Nothing Happens

Molto ci sarebbe da dire su ogni dettaglio, gli spettacoli di giocoleria dell’Abile Teatro, gli interventi del signor Veraldo con la loro semplicità e la loro schiettezza, l’incontro con il grande Roberto Herlitzka, che dalla celebrazione di un attore di eccezionale bravura, eleganza e umanità, si è rivelata una profonda lezione di cinema italiano, particolarmente apprezzabile perché rivolta a un pubblico variegato: una vera azione di educazione diffusa. Ma nulla sarebbe stato così efficace senza la gentilezza e la cortesia di tutti gli operatori dagli organizzatori agli addetti alla biglietteria, che rendono l’accoglienza vera e di tutti un tratto distintivo della comunità di Animavì anche solo nel pensare ai biglietti, a come presentare un libro in vendita, o lo stesso catalogo. E ancora, la partecipazione accanto ad autori di livello internazionale dei giovani artisti e registi della Scuola del libro di Urbino, tutto ha concorso per garantire l’ottima riuscita del festival e rendere Animavì un luogo “fatato” in cui nessuno deve sentirsi a disagio. Punto di forza è senza dubbio un ambiente paritario e intergenerazionale che favorisce l’assenza assoluta di condiscendenza o piaggeria e che garantisce al festival un grado di “purezza” di cui non è banale parlare, soprattutto in un ambiente come quello culturale in cui è facile spostare la propria deferenza o creare “personalità” in base alle esigenze del momento. È stato bello vedere alternarsi sul palco con la stessa dignità studiosi, artisti, giovani e anziani del luogo, tutto senza alcuno sbilanciamento dettato da età o – presunta – posizione sociale e questo è possibile solo in un clima aperto, e con un team e una direzione artistica che non hanno niente da dimostrare, ben consapevoli della propria identità.

Un’altra nota piacevole:  l’attenzione ai dettagli come il cartello che ci ha accolti e piacevolmente sorpresi la sera del venerdì che chiedeva cortesemente agli spettatori di non introdurre alcolici all’interno del cortile del festival. Questo piccolo gesto ci è sembrato un manifesto importante, la volontà di creare un ambiente protetto, adatto a tutti, orientato alla fruizione di esperienze culturali, quieto e favorevole a relazioni più oneste.

Insomma, non c’è niente che non ci sia piaciuto in questo festival, e l’augurio che ci facciamo e che facciamo loro è che resista alle sollecitazioni “mondane” che siamo certi arriveranno, perché il festival ha attirato quest’anno l’attenzione della grande stampa e di altri media. È bello che ci sia un angolo in cui si possa parlare di resistenza e arte, di politica e animazione senza dover rispondere alle logiche conformistiche proprie di alcuni ambienti fintamente intellettuali e speriamo che Animavì possa essere questo luogo protetto ancora per molti e molti anni.