Sara Maria Serafini

Matilda

Routine.

Matilda al mattino non si alza dal letto finché sua madre non apre la finestra. La stanza ingoia il buio e svela spaccati d’aria oltre il vetro. La luce schiarisce i volti delle bambole di pezza, tutte in fila, sugli scaffali.

Matilda ascolta la madre parlare dei frutti che daranno gli alberi. Annoiata, ordina le immagini nella memoria. Mela, limone, arancia. Fotografie piatte, senza profumi.

Si poggia con i gomiti sul letto, affonda nel piumone fino al mento.

«Ho fame!» dice, e quest’ordine giunge preciso, puntuale, uguale. Senza interruzioni, senza una curva.

Latte caldo macchiato appena.

Le piacciono le figure astratte che il caffè sa disegnare sulla superficie schiumosa di bolle.

Il gatto scioglie i muscoli da una posizione allacciata. Non è più nodo, ma coda, zampe, testa. Si stiracchia a lungo. Nel suo sbadiglio immobile si disperdono i sogni notturni.

Pazienza.

La madre le spazzola i capelli. Matilda la ferma con la mano perché deve decidere il colore dei nastri che fermeranno le trecce.

Ci pensa.

Il viola le ricorda la lavanda sul vialetto della casa per le vacanze, quell’odore che punge, senza permesso. Il vialetto il mare, una vasca enorme. Il mare galleggiare, quella sospensione bella, con i rumori che arrivano attutiti d’ovatta.

Fissa intensamente la sua scelta, attende che una mano paziente la raccolga.

 

Distrazione.

Matilda afferra una scatola di colori a tempera, la rovescia sul pavimento e ne scaglia uno contro la parete opposta.

«No Matilda!», la riprende la madre, ma lei la sfida e ne lancia un altro.

La madre, dopo anni di mani che danno senza ricevere, si ritrova a pensare un pensiero stupido. Fragile di stanchezza. Pensa che se sua figlia non agisse come una bambola viziata, forse, l’amerebbe di più.

Poi, prende una maglia da dentro all’armadio. Matilda solleva le braccia per lasciarsela infilare. Sulla maglia c’è una frase stampata con caratteri da bimba, come se fosse stata davvero scritta da lei.

Sono autistica, non avere paura di me.

 

 

(c) tratto dalla raccolta “Ingoia la notte”, Arpeggio Libero Editore

Foto (c) Luigi Cecchi, 2012.

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