Questa settimana per la nostra rassegna di microfiction e dissonanze cognitive, una microprosa di Chiara Lecito, che, in questo mese di ottobre appena passato, ha scritto dei brevissimi e fulminanti testi ispirandosi alla pratica dell’Inktober e proponendo ogni giorno un testo ispirato a un tema. Siamo davvero contenti di poter pubblicare questo microracconto sul nostro blog. Foto di copertina di Luigi Cecchi.

 

Chicken

di

Chiara Lecito

Conobbi Alberta una decina di anni fa, quando lavorammo insieme alla gestione di eventi per una fondazione, e la prima cosa che mi colpì di lei fu la spietatezza del suo regime etico: saponi fabbricati direttamente da lei, abbigliamento o vintage o in fibre naturali o proveniente da mercatini equo-solidale; la seconda cosa fu che in un contesto di veganesimo spinto e di astinenza totale da alimenti industriali, cibi lavorati, alcool, zuccheri, bevande eccitanti e sostanze rilassanti, Alberta mangiava pollo almeno una volta al giorno. E non polli allevati a terra con tutti i crismi biologici e salutisti, ma polli di allevamento, quelli che sono gonfiati e che soffrono, quelli rinchiusi nelle stive e gonfiati come palloni, polli che talvolta vengono nutriti altri polli.

Vedere Alberta mangiare il pollo era una cosa disgustosa, che lasciava il segno su chiunque; per quanto riguarda me, è stata la prima e unica volta che ho visto una persona mangiare per ODIO. I denti sembravano armi, la masticazione un supplizio, coltello e forchetta strumenti di tortura, e ogni boccone era un affronto e un oltraggio a tutto l’ordine dei galliformi; e l’espressione del viso era quella gaudente della soddisfazione di una vendetta coltivata e fantasticata per anni, di una rabbia segreta e implacabile, di una ferocia che nell’infierire sul nemico del momento avrebbe trovato soltanto un sollievo superficiale e di breve durata.

L’ultimo lavoro che facemmo insieme fu l’organizzazione della conferenza di Fabrizio Malvesti, un nutrizionista che aveva scritto un libro sul buon mangiare e che proponeva un approccio olistico-emotivo al rito del pasto. Furono due settimane terrificanti, fui praticamente solo io a tenere i rapporti con Malvesti, ma naturalmente non potei evitare che Alberta partecipasse alla conferenza. Non le tolsi gli occhi di dosso per tutto il tempo: sembrava seduta sui carboni ardenti, accavallava e scavallava le gambe, si devastava le mani, si torceva i capelli e si mordeva le labbra. Il suo sguardo esplodeva di obiezioni non proferite, il suo respiro diventava sempre più soffocato dallo strazio di trattenersi. Ma soprattutto sudava, sudava, sudava. A un certo punto non ce la fece più: quando l’uomo pronunciò (ed era inevitabile) il famoso motto di Feuerbach sul fatto che siamo ciò che mangiamo, Alberta si alzò di scatto, si girò e uscì dalla stanza.

Il giorno dopo girò la voce che Malvesti aveva dato buca a una presentazione. Due giorni dopo venimmo a sapere che Malvesti non si trovava più. Una settimana dopo Malvesti rientrava tra le persone scomparse. Ma questo ad Alberta non importava, perché era l’anniversario dell’associazione e lei si occupò della cena, tutta una serie di cosette finger-food a base di pollo a. Fu una cosa stranissima, perché tutti notammo che quella cena Alberta mangiava con particolare lentezza e gusto.
“Ho riflettuto molto su quello che ha detto” mi disse “L’ho elaborato molto a fondo, lo sto interiorizzando ancora adesso”
Io non toccai cibo.

© testo Chiara Lecito, 2018; © foto Luigi Cecchi, 2013

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